L’integrazione delle attività svolte dall’Organismo di ricerca Benecon SCaRL (Centro Regionale di Competenza sui Beni Culturali, Ambiente ed Economia) e dalle Aziende coinvolte nel programma permettono la realizzazione di piattaforme innovative e il raggiungimento di innovazioni di prodotto/servizio/processo applicabili al settore dei beni culturali e del turismo.

Attività di aggiornamento bibliografico relativo alla topografia e all’urbanistica di Pompei

Titolo dell’incarico: Attività di ricerca sui sistemi di telerilevamento e di rappresentazione del territorio finalizzati alla conoscenza archeologica

Contrattista: Davide Mastroianni

Tutor: Prof. Carmine Gambardella

Relazione attività: Settembre 2014

 

Nel mese di settembre è stata svolta attività di ricerca volta alla realizzazione di una raccolta bibliografica ragionata sullo stato dell’arte sugli studi della città di Pompei, con particolare attenzione alla topografia e all’urbanistica. Di seguito si presenta l’elenco dei titoli più significativi:

  • AA.VV., Città vesuviane : antichità e fortuna : il suburbio e l’agro di Pompei, Ercolano, Oplontis e Stabiae, Roma : Istituto della Enciclopedia Italiana fondata da Giovanni Treccani, 2013.
  • AA.VV., Neapolis. Progetto-sistema per la valorizzazione integrale delle risorse ambientali e artistiche dell’area vesuviana, 3. Planimetria della città antica di Pompei, in Soprintendenza archeologica di Pompei. Monografie 7, Roma 1994.
  • AA.VV., Pompei. L’informatica al servizio di una città antica. Analisi delle funzioni urbane. Fotopiani e piante. Textbd.; Beil. im Schuber, Roma 1988.
  • Anderson M.A., Digital spaces: Pompeii, the Internet, and beyond, in Archeologia e Calcolatori, 15 (2004), pp. 449-464.
  • Casale A., Primo contributo alla topografia del suburbio pompeiano., in Antiqua. Rivista dell’Archeoclub d’Italia, 15s.1979, pp. 27-56.
  • Corpus Topographicum Pompeianum (voll I-V), 1977, 1986.
  • D’Andrea A., Il rilievo archeologico con il laser scanner: luci e ombre, in Vesuviana: an international journal of archaeological and historical studies on Pompei and Herculaneum, 3 (2011), Pisa 2011, pp. 193-218.
  • Dobbins, J. J., Modeling Hypotheses in Pompeian Archaeology: The House of the Faun., in CAA 2010, Oxford 2013, pp. 77-84.
  • Grete Stefani, Il rilievo topofotografico di Pompei del 1910., in Archeologia Aerea, 3, 2008, pp.15-19.
  • Kockel V., Un capitolo dimenticato della cartografia di Pompei. Gaspare Marchesi e il Reale officio topografico di Napoli, in Rivista di studi pompeiani, 16.2005, Roma 2005, pp. 11-36.
  • Laurentino García y García, Nova bibliotheca Pompeiana. 1. Supplemento (1999-2011): Repertorium bibliographicum pompeianum : oltre 260 anni di bibliografia archeologica: catalogo dei libri e degli scritti riguardanti la storia, l’arte e gli scavi di Pompei, Ercolano, Stabia ed Oplonti con numerose referenze per l’eruzione vesuviana del 79 d.C., i papiri ercolanesi, le raccolte del Museo Nazionale di Napoli e per il libri dei viaggiatori in Campania: contributo alla bibliografia ed iconografia di Pompei e della zona vesuviana del 79 d.C., Roma, Arbor Sapientiae, 2012.
  • Maiuri A., Note di topografia pompeiana, Rendiconti della Accademia di archeologia, lettere e belle arti, Napoli, 34. 1959, pp. 73-88.
  • Maratini C., Gestione informatizzata e valorizzazione del patrimonio archeologico. La piattaforma GIS per lo scavo a Pompei, in Archeologia e calcolatori, 22.2012, Firenze,, pp. 319-412.
  • Morichi R,  Nuova Cartografia di Pompei, in Nuove ricerche archeologiche nell’area vesuviana (scavi 2003-2006), Roma 2008, pp. 554-555.
  • Morichi R., Dalle RICA Maps alla nuova cartografia digitale di Pompei, in Opuscula Pompeiana, 12.2003-04, pp. 3-15.
  • Morichi R., Sulla nuova cartografia digitale di Pompei, in Rivista di Studi Pompeiani, 22 (2011), pp. 133-143.
  • Ogden J., Geophysical Prospection in the Vesuvian Cities, in Urban landscape survey in Italy and the Mediterranean, Oxford 2012, pp. 114-125.
  • Scatozza Höricht, L.A., Pompei, in Bibliografia topografica della colonizzazione greca in occiidente in Italia e nelle isole tirreniche (= BTCGI) XVI, 1996, pp. 146-186.
  • Ward-Perkins, J.B., Note di topografia e urbanistica, in Pompei 79, Raccolta di studi per il decimonono centenario dell’eruzione vesuviana, 1979, pp. 25-39.

Proposta di ricerca

La ricerca potrebbe indirizzarsi verso la conoscenza delle regiones I, III, IV, V e IX che allo stato attuale risultano mancanti per una ricostruzione globale dell’impianto urbanistico della città di Pompei. Sarebbe utile, come primo passo, procedere con lo studio e l’analisi delle fotografie aerea storiche (IGM, RAF, USAFF) presso l’Aerofototeca Nazionale di Roma, al fine di comprendere l’evoluzione del paesaggio storico-archeologico dal primo decennio del XIX secolo ad oggi. Successivamente, l’utilizzo delle più moderne tecniche di telerilevamento aereo, quali ricognizioni aeree, iperspettrali, termiche e campagne mirate di prospezione geofisica, contribuirebbero alla realizzazione di nuovi dati che, integrati a quelli ottenuti dall’analisi delle fotografie aeree storiche, saranno finalizzati all’aggiornamento dello studio topografico di Pompei.

Si è ritenuto utile contattare il dott. Laurentino Garcia y Garcia, studioso di Pompei e collaboratore per diversi anni con il gruppo RICA (Research In Campanian Archaeology), per il quale curò prevalentemente i seguenti volumi del “Corpus Topographicum Pompeianum”: Vol. V (Cartography) del 1981, Vol. II (Toponymy) del 1983 e, soprattutto, i volumi III (The RICA Maps of Pompeii) del 1984 e IIIA (The Insulae of Regions I-V) del 1986. Pubblicò nel 1998 i due volumi della “NOVA BIBLIOTHECA POMPEIANA. 250 anni di bibliografia archeologica” nella collana delle monografie della Soprintendenza Archeologica di Pompei. È stato fissato un appuntamento per il mese di ottobre al fine di raccogliere dati utili per la mia ricerca.

La fruizione del sito archeologico di Pompei

Contrattista: dott.ssa Sabrina Mataluna
Tutor: Prof.ssa Stefania Quilici Gigli

Relazione attività
-Agosto 2014-

La ricerca, volta a migliorare la conoscenza di Pompei per garantirne una maggiore fruibilità, è stata indirizzata, in questa prima fase, alla comprensione del percorso archeologico all’interno dell’area per individuarne le potenzialità. Studio personale e sopralluoghi diretti nel sito archeologico hanno permesso una prima valutazione del complesso e del percorso di conoscenza e fruizione che si snoda all’interno della città; in tal senso, sono state inevitabilmente notate le dinamiche della visita alla città ed evidenziate alcune problematiche di comprensione del sito.
L’enorme mole di resti archeologici ben conservati, non sempre di facile interpretazione, desta nel turista una sensazione di stupore e meraviglia ma al contempo quest’ultimo non dispone, tuttavia, di tutti gli strumenti necessari alla loro decodifica e ad una totale, o quantomeno parziale, comprensione di ciò in cui si imbatte.
L’intero sito archeologico non dispone di una segnaletica adeguata, capace di indirizzare in maniera semplificata il pubblico fruitore e di guidarlo all’interno della città. Nei luoghi di interesse culturale la segnaletica riveste un ruolo fondamentale proprio perché viene intesa come un insieme di segni coordinati che, attraverso un linguaggio universale, aiutano a individuare accessi, uscite, servizi e percorsi desiderati. Questa rappresenta il biglietto da visita più importante per un complesso archeologico ed è volta a mettere a proprio agio il visitatore garantendo tutte le informazioni necessarie e consentendo libertà di movimento individuale.
Nel caso specifico di Pompei potrebbe essere migliorata la segnaletica informativa o di orientamento, solitamente posta all’ingresso del sito o nei punti strategici per fornire al visitatore le prime informazioni utili; attualmente nel piazzale di accesso all’area è presente una pianta in distribuzione gratuita che ha il compito di facilitare la lettura degli spazi e fornire un primo orientamento; sempre qui sono, inoltre, disponibili mappe cartacee e piccole brochure gratuite e, a pagamento, audioguide in 5 lingue (italiano, inglese, francese, tedesco e spagnolo). Il sito dispone di una segnaletica direzionale o di smistamento costituita da pannelli in grigio con segnali e frecce indicanti strade e/o edifici e le direzioni percorribili, redatti esclusivamente in lingua italiana (fig. 1); presenta, infine, una segnaletica identificativa o di conferma (piccole targhette in grigio, a volte poco distinguibili, poste al di fuori delle case e degli edifici) utile a riconoscere un luogo o un edificio o porzione di esso (figg. 2-3). L’efficacia grafica di un sistema di segnaletica dipende anche dal carattere scelto per il testo e dal colore di fondo nonchè da un suo uso sapiente al fine di generare un contrasto con le condizioni di illuminazione e le tonalità predominanti dell’ambiente naturale; in rapporto a ciò le targhette con fondo grigio e scritte bianche, utilizzate a Pompei, risultano essere poco evidenti e a volte, per questione di luce, poco leggibili.
Sarebbe auspicabile incrementare il numero dei pannelli esplicativi da collocare all’ingresso di ogni luogo visitabile in modo da permetterne la comprensione anche a quegli utenti che hanno scelto di non “noleggiare” una guida autorizzata. Attualmente sono presenti pochi pannelli illustrativi con testi, in italiano e in inglese, purtroppo sbiaditi per consentirne una facile consultazione (fig. 4). L’idea portante e la missione di un sito archeologico, nel suo rapporto fra contenuto esposto e allestimento (servizi al pubblico), deve puntare non solo alla conservazione ma anche alla conoscenza per raggiungere l’obiettivo della comunicazione e divulgazione nei vari livelli di utenza. In quest’ottica il sito archeologico di Pompei che attrae più di 2 milioni di turisti all’anno (italiani e stranieri) non può non tener conto dell’esigenza di comunicare e informare in maniera adeguata un pubblico tanto vasto e differenziato. Il turismo dipende anche dall’adeguata fruizione culturale di un sito; per questo Pompei deve attrarre, informare e diversificare il pubblico dei visitatori, rispondere alle loro esigenze e migliorare la loro esperienza di visita.

Segnaletica adottata nel sito e un esempio di pannello illustrativo presente.

Segnaletica adottata nel sito e un esempio di pannello illustrativo presente.

Sarebbe utile, inoltre, introdurre mappe dell’intera area all’interno del sito sullo stile “voi siete qui” per consentire un più facile orientamento e offrire al visitatore una libertà di movimento costante all’interno degli scavi. Tali mappe potrebbero essere posizionate agli incroci più importanti o nei pressi dei cambi di direzione e nelle aree dove si concentrano la maggior parte degli edifici visitabili per garantire all’utente l’individuazione immediata della sua posizione e la direzione da seguire per la visita. Queste facilitano anche la lettura e comprensione degli spazi in maniera agevole da parte di tutte le possibili tipologie di utenti. Sulla base della planimetria cartacea distribuita all’ingresso dell’area archeologica ho indicato, con pallini blu, i punti dove potrebbero essere inseriti pannelli recanti le suddette mappe (fig. 5); ho ritenuto opportuno porli in prossimità di punti strategici e incroci e dove si dispongono la maggior parte degli edifici visitabili.

Mappa della città di Pompei con indicazione dei punti di posizionamento delle mappe.

Mappa della città di Pompei con indicazione dei punti di posizionamento delle mappe.

Il sito, inoltre, non è in grado, per mancanza di strutture e supporti tecnici, di accogliere persone diversamente abili e consentire loro una visita in totale autonomia. La legislazione attuale intende l’accessibilità ai luoghi aperti al pubblico come il dare la possibilità a persone con ridotta o impedita capacità motoria e sensoriale di entrare agevolmente in un luogo, fruire degli spazi e delle attrezzature in maniera sicura e autonoma. Il Decreto Presidenziale 503 del 24 luglio 1996 (Regolamento recante norme per l’eliminazione delle barriere architettoniche negli edifici, spazi e servizi pubblici) stabilisce una “fruibilità allargata” che viene incontro a questa così forte esigenza. Il concetto di disabilità è abbastanza ampio e non deve essere limitato soltanto a persone che presentano difficoltà motorie permanenti, e dunque costretti su una sedia a rotelle, ma anche a quelle persone con problemi fisici transitori, anziani, bambini, obesi, donne in gravidanza e persone con difficoltà sensoriali, cognitive e psicologiche.

Al fine di migliorare la fruizione del sito sarebbe utile la creazione di percorsi di visita tematici all’interno della città mirati alla comprensione di uno ed un solo aspetto della vita nell’antica Pompei: ad esempio arte e spettacoli, la vita quotidiana, la religione, l’eros, etc. In tal modo, si darebbe al visitatore la possibilità di muoversi negli scavi seguendo percorsi selezionabili in base alle loro esigenze e preferenze. La visita dell’intero sito richiede, infatti, tempi non certo brevi e, nella maggior parte dei casi, si è costretti a scegliere cosa vedere e cosa no; in tal senso percorsi tematici dedicati agevolerebbero la fruibilità del sito per gli utenti.

Attualmente sul sito web della Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici Pompei Ercolano Stabia nella sezione dedicata alla visita agli scavi sono presenti itinerari impostati su tematiche molto simili a quelle sopra proposte; queste, nonostante siano ben organizzate sia a livello strutturale che contenutistico e sviluppino molteplici argomenti correlati alle singole tematiche, presentano, a mio avviso, ancora alcune carenze. Mancano mappe differenziate con l’indicazione dei percorsi da seguire e i rispettivi punti di interesse per ciascuna tematica sviluppata; la parte testuale è priva di un corredo fotografico ben fornito che punti prevalentemente su immagini generiche e di dettaglio; mancano degli approfondimenti su alcuni argomenti in particolare (per es. nella descrizione del Lupanare non si trovano riferimenti sui quadretti dipinti presenti e sul tema dell’eros che incuriosisce maggiormente i visitatori); non sono, infine, contemplati contenuti virtuali e/o brevi ricostruzioni interattive che riproducano l’aspetto originario del contesto in cui l’utente è inserito.
Questi itinerari tematici si prestano invece ad una consultazione statica, da effettuare sul sito web direttamente da casa, e non offrono materiale scaricabile e fruibile sul posto. Tenuto conto di queste considerazioni l’idea della creazione di percorsi a tema sarebbe da sviluppare in un’ottica dinamica e interattiva, dove testi, immagini, approfondimenti, animazioni e ricostruzioni virtuali interagendo fra loro potrebbero costituire un valido supporto al fruitore indirizzato verso questa tipologia di visita.
A ciò si potrebbero affiancare (ma siamo già ad un livello di progettazione di medio-lungo termine) la creazione di alcune period rooms all’interno del sito in modo da fornire un corredo visivo materiale a ciò che è solo immaginabile visitando gli scavi.

Non penso sia necessario puntare sulla ricostruzione 3D del sito dal momento che basta una rapida ricerca su google e sulla piattaforma web youtube per rendersi conto di quanto sia già stato realizzato in merito; alcune, disponibili anche in dvd, sono acquistabili presso il bookshop del sito archeologico. Interessante a tal proposito è il Virtual Pompei del 3Dmensional Pompei Archeocenter ubicato fuori l’ingresso agli scavi che, oltre a servizi di visite guidate, offre al suo interno un tour virtuale di Pompei attraverso proiezioni di filmati in 3D (il film incentrato su Pompei dura circa 16 minuti ed è stato redatto in sette lingue). Ricostruzioni ben fatte sono quelle realizzate dall’azienda Capware: filmati e immagini mostrano l’assetto urbanistico della città prima dell’eruzione con la visione, generica e di dettaglio, degli edifici pubblici e privati dislocati in essa presenti. Inoltre, sul sito dell’azienda, si possono visionare anche ricostruzioni specifiche di alcuni complessi.
Di recente, inoltre, è stata realizzata la ricostruzione virtuale della Villa di Diomede grazie ad un progetto di matrice francese (Ecole Normale Supérieure di Parigi e Istituto nazionale di ricerca informatica di Parigi in collaborazione con il centro di studi Jean Berard), visionabile sul sito www.villadiomedeproject.org.

A quanto detto è necessario affiancare anche le nuove tecnologie per l’informazione e la comunicazione tramite lo sviluppo di applicazioni mobili, gratuite o a pagamento, che consentono diversi approcci alla visita guidata del sito archeologico per cercare di soddisfare le esigenze di un pubblico differenziato. Sul mercato attualmente sono disponibili alcune applicazioni scaricabili solo attraverso smartphone e tablet.
Tra queste è possibile annoverare:
– FILMCARDS POMPEI VIVERE LA STORIA: l’applicazione offre note testuali sulla storia della città e i suoi edifici (pubblici e privati) con audioguida integrata; presenta, inoltre, filmati, fotografie attuali e disegni che cercano di ricostruire l’aspetto originario del complesso; dispone, tuttavia, di poche ricostruzione tridimensionali e individua vari percorsi di visita non sempre molto lineari e comprensibili;

– POMPEI UN GIORNO NEL PASSATO: una buona piattaforma, a mio avviso, per una visita domestica o in situ della città antica di Pompei; si tratta di una vera e propria guida interattiva con audioguida integrata che, in modalità offline, permette all’utente di ottimizzare la propria esperienza di visita offrendo sette itinerari consigliati e 3 percorsi in base al tempo disponibile, di 2 o 4 ore o per l’intera giornata. Il sistema di geolocalizzazione, interno all’applicazione, permette l’individuazione di circa 60 punti di interesse e, per ognuno di essi, fornisce testi, immagini e ricostruzioni (figg. 6-10);

Immagini dell’applicazione adoperata sia da casa che sul sito archeologico mostrano, rispettivamente, la scelta degli itinerari consigliati e i percorsi a tempo; un esempio di itinerario con l’indicazione dei punti di interesse selezionabili e  illuminati in verde e affiancati da testi e immagini; la mappa di tutti i punti di interesse e i servizi presenti nel sito e infine una prova diretta sul posto del tasto AR (realtà aumentata) che permette di inquadrare con lo smarthphone quello che sta attorno per far comparire direzione e distanza dai punti di interesse.

Immagini dell’applicazione adoperata sia da casa che sul sito archeologico mostrano, rispettivamente, la scelta degli itinerari consigliati e i percorsi a tempo; un esempio di itinerario con l’indicazione dei punti di interesse selezionabili e illuminati in verde e affiancati da testi e immagini; la mappa di tutti i punti di interesse e i servizi presenti nel sito e infine una prova diretta sul posto del tasto AR (realtà aumentata) che permette di inquadrare con lo smarthphone quello che sta attorno per far comparire direzione e distanza dai punti di interesse.

– POMPEITOUCH: una piattaforma di immagini che consente la sovrapposizione al dato reale di ricostruzioni virtuali nelle quali l’utente può scegliere se far interagire o meno personaggi dell’epoca; anche questa applicazione offre brevi note testuali (figg. 11-13).

Immagini del Foro dall’APP POMPEITOUCH

Immagini del Foro dall’APP POMPEITOUCH

In linea con le innovazioni tecnologiche volte alla conoscenza e fruizione dei beni culturali sarebbe auspicabile concentrarsi sulla realtà aumentata all’interno del sito per offrire vere e proprie esperienze e non semplici visite, attraverso ricostruzioni interattive di contesti storici ed archeologici che trasmettono una sensazione di immersione nell’ambiente virtuale.
La ricerca nel web sulla questione ha evidenziato l’esistenza di numerosi progetti relativi allo sviluppo e all’applicazione della realtà aumentata nel sito archeologico di Pompei. Tali progetti, tuttavia, ad oggi sembrano siano ancora fermi su carta e non abbiano trovato un riscontro pratico nell’area archeologica.
Interessanti, a tal proposito, sono i progetti:
– LIFEPLUS portato avanti dall’Università di Ginevra (Miralab) a partire dal 2002 e ultimato nel 2004 che ha puntato alle ricostruzione e alle animazioni, tramite AR, di scene di vita quotidiana da “proiettare” sul dato reale. Ha reso possibile, inoltre, l’animazione dei soggetti (non solo umani, ma anche vegetali e animali) raffigurati negli affreschi rinvenuti all’interno degli edifici dell’antica Pompei. Il prototipo di questo progetto è stato sviluppato attraverso un dispositivo computerizzato e un visore multimediale che hanno permesso al visitatore di muoversi nelle strade dell’antica città e vedere personaggi digitali simili a quelli che popolavano Pompei prima dell’eruzione.
– BACK TO POMPEI della Fondazione IRFO consiste nella realizzazione di un sistema di realtà aumentata che apre al visitatore una vera e propria finestra virtuale (tramite smartphone e/o tablet) sul passato permettendogli di interagire in tempo reale con le ricostruzioni della città, offrendogli un supporto per la visita e fornendogli non solo ricostruzioni, ma anche spaccati della vita dell’epoca con animazioni relative alla quotidianità della città antica di Pompei. Il progetto ha previsto una ricostruzione tridimensionale dell’intera area archeologica; interazione in tempo reale con l’ambiente circostante e personaggi del tempo con scene di vita quotidiana vera e propria svolta presso le botteghe e aree pubbliche; libera navigazione dell’area affiancata da ricostruzioni 3D; possibilità di selezionare percorsi per tema o per durata temporale e/o possibilità di farsi indirizzare verso punti di interesse indicati; materiale testuale, fotografico e audio nei punti di maggiore interesse della città. Il progetto, le cui ricostruzioni sono basate su studi scientifici accreditati nella letteratura, può permettere la fruibilità sia attraverso dispositivi mobili ma anche attraverso browser web (Windows e OSX). Il prototipo presentato permette ad una applicazione, scaricata su un dispositivo tablet, l’immersione in tempo reale nell’antica Pompei.

Strumenti di pianificazione e controllo tecnico-contabili in ambito turistico-culturale

Tutor: Prof. Riccardo Macchioni

1. Obiettivi della ricerca
La presente ricerca si propone di fornire strumenti ed elementi utili finalizzati al supporto del management in una più efficace ed efficiente gestione di sistemi territoriali locali a vocazione culturale-turistico.
Più specificamente, gli obiettivi sono stati così articolati:
➢ Preliminari
• Inquadramento del ruolo delle attività culturali nel più generale contesto economico.
• Individuazione dei rapporti tra l’economia aziendale e l’organizzazione e gestione delle attività culturali (con riferimento musei, parchi archeologici – turistici).
• Analisi dell’applicabilità alla gestione di aree archeologico-turistico-museali degli schemi concettuali e degli strumenti operativi di controllo economico-finanziario elaborati dalla letteratura accademica e dalla prassi professionale per le imprese for profit.
➢ Finale
Individuazione, definizione ed elaborazione di strumenti, metodi e misure per il controllo economico e finanziario come supporto delle scelte strategico-gestionali del management di sistemi territoriali locali a vocazione turistico-culturale.

2. Risultati ottenuti periodo di attività agosto 2014-febbraio 2015
2.1. Sistemi e strumenti di pianificazione e controllo di gestione
Nel periodo agosto-dicembre 2014, l’attività di ricerca è stata orientata alla creazione di un solido background (teorico-istituzionale) utile a delineare sistemi e strumenti di pianificazione e controllo di gestione finalizzati al supporto di analisi economico-finanziaria di imprese for profit e, in particolare, di organizzazioni non profit nella gestione di siti archeologico-culturali. In tale ambito, sono stati, altresì, elaborati schede di reporting direzionali idonee a guidare i soggetti gestori in una più efficace ed efficiente gestione delle risorse economiche e culturali.
Tanto premesso, si segnala che nel primo mese di attività si è proceduto ad analizzare la letteratura accademica e la prassi contabile, nazionale e internazionale, avente ad oggetto lo studio della tematica del controllo di gestione nell’ambito del sistema dei beni culturali.
Nel secondo mese di attività, la ricerca si è concentrata sui generali processi di pianificazione, programmazione e controllo di gestione generalmente adottati nell’ambito delle aziende. In tale circostanza, si sono introdotti, i concetti di contabilità dei costi (tra cui Contabilità per Centro di Costo e Activity Based Costing) e l’analisi delle configurazioni di costo. La figura n. 1 riassume il processo di pianificazione, programmazione e controllo utile a gestire organizzazioni complesse.

Figura 1 – Il processo di Pianificazione – Programmazione – Controllo
1

Nel terzo mese, l’attività è stata rivolta all’approfondimento del sistema di controllo di gestione con specifico riferimento al sistema di Cost Accounting. In particolare, si è posta attenzione alle determinazioni economico-quantitative inerenti la classificazione e configurazione dei costi. A tal proposito, è opportuno segnalare che la letteratura aziendalistica (Cinquini, 2013) ravvisa nel Cost Accounting uno degli aspetti centrali del sistema di controllo di gestione, al fine del monitoraggio dei risultati aziendali. Benché la letteratura accademica indichi diverse modalità e prospettive per la classificazione dei costi, ai fini della presente ricerca sono state identificate come rilevante le seguenti.
a). La classificazione secondo natura. In tal caso, i costi sono classificati in base alle caratteristiche fisiche ed economiche dei fattori produttivi utilizzati (ad esempio i costi sono suddivisi in: acquisizione di materie prime, costi per ammortamenti di immobilizzazioni, ecc.)
b). La classificazione secondo destinazione. Secondo tale prospettiva, si suggerisce di distinguere i costi in relazione alla omogeneità economica dei fattori produttivi impiegati nei processi di gestione (ad esempio si possono suddividere i costi in: industriali, commerciali, amministrativi, di ricerca e sviluppo, ecc.).
c). La classificazione dei costi secondo le modalità di programmazione. In tale circostanza, in fase di preventivo di un programma di gestione, i costi sono classificati in base all’entità delle corrispondenti risorse da impiegare. Sotto tale profilo, la letteratura accademica individua tre tipologie di costi: parametrici (sono quei costi misurabili a priori in maniera “oggettiva” – materie prime e manodopera diretta); vincolati (sono quei costi legati a scelte strategiche effettuate nel passato – costi legati a investimenti in immobilizzazioni) e discrezionali (sono quei costi che vengono decisi annualmente in sede di pianificazione – costi di pubblicità e marketing).
d). La classificazione secondo le modalità di imputazione dei costi ai loro oggetti. Adottando tale logica di classificazione, i costi sono distinti in diretti e indiretti. I costi diretti si imputano attraverso una misurazione oggettiva della quantità di risorse da impiegare per un certo oggetto (sono esempi di costi diretti le materie prime e la manodopera diretta). I costi indiretti si imputano, invece, mediante una ripartizione caratterizzata da margini di soggettività, in proporzione ad una grandezza nota assunta come base di imputazione (cost driver). Sono tipici esempi di costi indiretti, i costi generali di produzione, amministrativi e commerciali. In proposito è opportuno osservare che l’imputazione dei costi indiretti ai singoli oggetti di costo appare altamente complessa e, pertanto, il management deve avvalersi di specifiche metodologie di ripartizione (quali ABC e CdC). Tali metodologie saranno analizzate nelle fasi successive dell’attività di ricerca.
Delineati gli aspetti di maggiore importanza inerenti la classificazione e l’analisi dei costi, la ricerca si è poi indirizzata allo studio delle configurazioni di costo. La configurazione di costo è un concetto assai rilevante nell’ambito dei processi di Cost Accounting, in quanto fornisce informazioni utili per la corretta determinazione del costo di un prodotto, di un servizio o anche di programmi e progetti. Brusa (2012) sottolinea che per configurazione di costo si intende il contenuto che si vuole dare al costo di un prodotto o di un servizio in termini di voci da includere nel suo calcolo.
In via generale, il management può scegliere di avvalersi di una configurazione di costo parziale o piena. La configurazione di costo parziale presuppone l’imputazione al prodotto o al servizio solo di alcune tipologie di costi (per esempio solo quelli diretti) e, quindi, risente meno della soggettività del valutatore nel processo di analisi. La configurazione di costo pieno (o full) richiede, invece, l’imputazione di tutti i costi (diretti e indiretti) al prodotto o servizio e, pertanto, appare maggiormente influenzata da valutazioni soggettive. La figura n. 2 riporta una rappresentazione delle configurazioni di costi.

Figura 2 – Configurazioni di Costi
2

Anche con riferimento alla gestione di siti archeologico-museali-turistici, il Cost Accounting costituisce uno strumento chiave per il controllo direzionale e strategico della struttura. Tale strumento, laddove ben implementato, è in grado di supportare il management in più chiare e corrette scelte di allocazione delle risorse per indirizzare la gestione verso la realizzazione degli obiettivi strategici. Il sistema di Cost Accounting si rivela così utile alla definizione del calcolo del costo dei prodotti e servizi offerti che, nel caso di siti archeologici, possono identificarsi nell’attività espositiva delle aree archeologiche e museali offerte ai visitatori (da considerarsi quali clienti). Ulteriori servizi possono, altresì, ricondursi allo svolgimento di attività di carattere accessorio quali ad esempio: la vendita di bevande, generi agroalimentari, beni e gadget venduti da apposite strutture operanti nell’area espositiva (si prenda il caso in cui vi sia la presenza di bar o bookshoop).
In estrema sintesi, il sistema di Cost Accounting risulta un indispensabile strumento di controllo direzionale, che consente l’ottenimento e la diffusione, a tutti i livelli, di informazioni chiare, precise e tempestive inerenti il costo dei singoli prodotti e/o servizi offerti dalla struttura, ma anche della determinazione dei costi di programmi e progetti che, di volta in volta, il management intende realizzare.
Nella gestione dei siti archeologico-turistico-museali, è però necessario che gli strumenti di pianificazione e controllo, nei quali rientra il Cost Accounting, devono essere organizzati sulla base delle specifiche peculiarità di tali Enti, considerando l’analisi e la valutazione dei risultati, sia di natura socio-culturale, sia di natura economico-finanziaria. Dalla ricerca realizzata si evince che la gestione di tali aree ha una prevalenza di obiettivi di natura socio-culturale e, cioè, promuovere la diffusione e la valorizzazione del patrimonio culturale a favore della collettività. In sintesi, si può sostenere che il fulcro dell’offerta (di prodotti e servizi) dei siti archeologico-culturali è quello di soddisfare i bisogni culturali e/o accessori manifestati dagli individui, contribuendo alla crescita culturale della popolazione. Tuttavia, in ragione delle interconnessioni tra attività culturali ed economia generale, la gestione deve essere valutata sotto due prevalenti aspetti: in termini di efficacia, ossia osservando il grado di raggiungimento degli obiettivi “sociali” ed economico-finanziari, e in termini di efficienza, ossia analizzando le modalità con cui le risorse a disposizione dell’ente sono state impiegate per raggiungere tali obiettivi.
Pertanto, i diversi mutamenti che si sono verificati nel corso degli ultimi anni (diffusione di nuove tecnologie, riduzione del finanziamento pubblico, espansione della mobilità internazionale, adozione di sempre più “aggressive” politiche di marketing, attenzione all’efficienza nell’erogazione dei servizi, ecc.) hanno inevitabilmente richiesto ai gestori di tali aree l’impiego di approcci prettamente economico-aziendali. D’altra parte, anche la letteratura accademica nazionale, da tempo, ha sollecitato l’applicazione, anche per il settore dei beni culturali, di criteri aziendali finalizzati al controllo economico-finanziario della gestione. Da tali assunti, emerge la rilevanza del sistema di Cost Accounting che risulta fondamentale per sviluppare diverse tipologie di analisi inerenti, ad esempio, i costi della programmazione culturale e la valutazione della fattibilità economico-finanziaria di un piano strategico culturale. Il Cost Accounting è quindi deputato a svolgere un ruolo di supporto alla direzione dell’ente nel definire e individuare la migliore programmazione culturale, in termini di rapporto costi-benefici, assicurando un’adeguata stabilità degli equilibri economico-finanziari. La concreta applicazione e utilità di tali strumenti si fonda, senza dubbio, sulla presenza di un sistema informativo, idoneo a selezionare, tra la molteplicità di dati che l’ente produce o può produrre, quelli che, attraverso specifici trattamenti e rielaborazioni, risultino effettivamente utili per la gestione.
Nella gestione dei siti archeologico-culturali è possibile, in prima approssimazione, classificare i costi nelle due seguenti categorie:
a) I costi relativi ai processi di investimento. Rientrano in tali tipologie di costi quelli relativi all’acquisito di fattori produttivi a fecondità ripetuta, che partecipano a più cicli produttivi. Sono esempi di tali costi: gli immobili, gli arredi, gli impianti, le attrezzature.
b) I costi correnti o relativi alla gestione della struttura. Rientrano in tali tipologie di costi quelli riguardanti l’acquisito di fattori produttivi a fecondità semplice. Sono esempi di tali tipologie di costi: i costi per acquisti di beni di consumo; i costi di comunicazione e marketing annuali; i costi di sorveglianza, i costi per acquisizione di servizi da terzi, i costi di periodo legati allo svolgimento di specifici progetti (mostre, convegni, fiere, eventi) realizzati nell’impiego della struttura.
Diversamente dalla suddetta classificazione, si potrebbe, altresì, procedere a configurare i costi in base alla più tradizionale distinzione tra diretti e indiretti.
Nei costi indiretti, potrebbero rientrare quelli sostenuti dall’ente per la realizzazione di specifici servizi:
• costi per consulenze su specifici progetti, convegni e attività promozionali;
• costi per personale assunto con riferimento a particolari eventi, fiere, convegni;
• costi per acquisizione di beni e servizi inerenti ad specifiche attività.
Nei costi indiretti potrebbero rientrare:
• costi per riscaldamento ed energia elettrica;
• costi per servizi telefonici e di segreteria;
• costi personale dipendente deputati a svolgere più attività;
• costi per missioni;
• costi per investimenti in attrezzature, infrastrutture e ampliamento delle aree preesistenti.
• costi per la gestione dei servizi di videosorveglianza.

Sulla base di quest’ultima articolazione dei costi, si è proceduto ad elaborare una scheda di reporting (riportata nella figura 3) riguardante le configurazioni di costo da impiegare nello svolgimento di attività di Controllo di Gestione per la gestione di aree archeologico-museali.

Figura 3 – Scheda costi diretti e indiretti
3

Esaminata la parte delle configurazioni di costo, lo studio si è concentrato sui sistemi di allocazione dei costi ai singoli prodotti e/o servizi offerti dall’ente. Tali sistemi rivestono notevole importanza per comprendere, in maniera più accurata, il rapporto tra risorse e risultati per attività compiuta, servizio offerto o progetto realizzato dall’ente archeologico-turistico-museale. A tal proposito, si segnala che le organizzazioni deputate alla gestione di siti archeologico-turistico-museali possono configurarsi quali imprese di servizi, che forniscono al consumatore finale (il visitatore del sito) un servizio prevalentemente di natura intangibile. Ciò determina, nell’applicazione dei modelli di Cost Accounting, alcune differenze, in alcuni casi sostanziali, rispetto a imprese manifatturiere, che svolgono attività di trasformazione di beni.
Come si è avuto di modo di evidenziare durante l’attività ricerca svolta, la letteratura economico-aziendale identifica due tipologie di calcolo dei costi di prodotto o servizio.
Il sistema full costing (o costo pieno) nel quale vengono considerate tutte le tipologie di costo (dirette e indirette) e il sistema direct costing (nel quale vengono considerati solo i costi diretti).
Secondo la letteratura accademica (Cinquini, 2008) la configurazione a full costing fornisce maggiori informazioni rispetto a quella direct costing, in quanto tiene conto anche dei costi non direttamente imputabili all’oggetto di costo. Appare chiaro che, scegliendo una configurazione di tipo full costing, si pone il problema della corretta allocazione dei costi indiretti all’oggetto di costo selezionato. Sotto tale profilo, un adeguato sistema di calcolo dei costi deve consentire di determinare l’attribuzione dei costi all’oggetto, esprimendo coerentemente il contributo dei fattori produttivi alla formazione del prodotto o servizio prodotto/ceduto (principio funzionale o causale).
Per tali ragioni, nell’ambito della contabilità analitica si possono individuare tre diverse metodologie di imputazione dei costi indiretti ai prodotti e servizi:
a) Contabilità semplificata;
b) Contabilità per centri di costo (CdC);
c) Activity Based Costing (ABC).
La figura n. 4 sintetizza le modalità di imputazione dei costi in base alle suddette metodologie.

Figura 4 – Metodologie di imputazione dei Costi
4
Da quanto riportato nella figura n. 4, si evince che il sistema di contabilità semplificata è caratterizzato da criteri di imputazione piuttosto elementari e non in grado di assicurare un accurato calcolo del costo di prodotto e servizio.
All’opposto, la contabilità per CdC e l’ABC consentono una maggiore accuratezza nell’imputazione dei costi indiretti (e quindi nel calcolo del costo pieno) all’oggetto di costo, poiché le aggregazioni di costi indiretti vengono dapprima allocate tra le varie unità intermedie (appunto i centri di costo o attività generatrici di costo) e successivamente ai prodotti e servizi.
Nell’ambito della presente fase di ricerca, si è proceduto a esaminare più specificamente i criteri di imputazione della CdC . Tale sistema consente una migliore imputazione dei costi ai prodotti o servizi, permettendo l’individuazione e la quantificazione del “servizio” ceduto dai vari fattori produttivi.
La metodologia in esame può, quindi, facilitare il controllo dei consumi all’interno delle varie unità di costo, migliorando la conoscenza della performance realizzata per ogni centro, che si rivela altrettanto utile nella valutazione dei loro responsabili. A tal proposito, si segnala che la letteratura accademica suggerisce che nel momento della scelta del piano dei centri di costo devono essere rispettati i seguenti principi:
1) omogeneità delle operazioni compiute all’interno di ogni centro di costo;
2) omogeneità della dotazione di fattori produttivi;
3) significatività dei costi sostenuti presso un dato centro;
4) individuazione di un responsabile del centro di costo.
La figuran. 5 riassume lo schema di imputazione della contabilità per CdC.

5

Figura 5 – Schema di Contabilità per Centro di Costo

Di seguito, si riporta, in allegato, una scheda analitica relativa all’identificazione di possibili centri di costo di strutture deputate alla gestione di siti archeologico-turistici-museali.

Figura 6 – Centri di costo
6

2.2. Linee guida di analisi strategica-gestionale per lo sviluppo del sistema territoriale locale (STL)
Nel mese di gennaio 2015, si è avviata la fase preliminare per la costruzione di un modello di analisi strategica-gestionale da applicare alla progettazione di sistemi territoriali locali. Specificamente, l’obiettivo è proporre un case study sul sistema territoriale F3-Miglio d’oro-Torrese Stabiese.
Per affrontare questo tema, il lavoro dapprima delinea i concetti di sistema territoriale locale (STL) e successivamente si focalizza sul perimetro delimitato nel Piano Territoriale Regionale della Campania, del sistema territoriale di sviluppo F3- F3-Miglio d’oro-Torrese Stabiese, che comprende i seguenti comuni: Boscoreale, Boscotrecase, Castellamare di Stabia, Ercolano, Pompei, Portici, San Giorgio a Cremano, Torre Annunziata, Torre del Greco, Trecase.
Il STL può essere inteso come un insieme di soggetti, beni e risorse che insistono su un determinato territorio e che in date circostanze può comportarsi di fatto come un soggetto collettivo e autonomo. Il STL è, quindi, un insieme di risorse materiali, immateriali e umane, dotato di una propria identità che lo distingue dall’ambiente e da altri sistemi.
Il STL tendenzialmente si compone di quattro elementi base:
• le relazioni e interazioni che avvengono tra i diversi soggetti (pubblici e privati, individuali e collettivi, locali e sovralocali) nell’ambito del suo territorio (tra i quali si instaurano rapporti di fiducia, conoscenza, cooperazione e reciprocità, ma anche conflittualità di interessi)
• il milieu locale, che rappresenta l’aggregato di risorse reali e potenziali, materiali e immateriali, di vario genere (economiche, culturali, ambientali, sociali) presenti in nel territorio.
• i rapporti di interazione cognitiva e materiale, intrapresi dalla rete locale di soggetti con il milieu locale e con l’ecosistema.
• il rapporto tra il sistema locale di soggetti e risorse territoriali di vario genere con l’esterno, cioè con soggetti, istituzioni ed organizzazioni che operano su una scala più ampia, come la regione, lo Stato e organizzazioni sovranazionali.
In via generale, la creazione di STL è spesso finalizzata alla diffusione di un maggiore valore aggiunto territoriale, inteso come creazione, trasformazione e incremento di risorse naturali, economiche e culturali del territorio. Il valore aggiunto, creato da un progetto di STL, si ravvisa nell’accrescimento dei valori di mercato del patrimonio tangibile e intangibile, dei prodotti e dei servizi offerti dal territorio. Affinché si generi un maggiore valore è però necessaria una integrazione naturale o sollecitata tra i vari soggetti locali e l’impiego delle risorse potenziali del milieu locale. Un impiego del modello del STL viene spesso ravvisato proprio nella progettazione e sviluppo di competenze e risorse culturali e turistiche di un dato territorio.
Alcuni dei vantaggi connessi allo sviluppo del STL sono:
• accrescimento del numero (spesso migliaia) di imprese e assenza di un’impresa leader (alto livello di concorrenza);
• una più elevata specializzazione a livello di impresa e di servizi/prodotti offerti, inerenti l’offerta turistico-culturale e tipicità del territorio (che potrebbe consentire elevate economie di scala);
• un più efficiente sistema di circolazione delle informazioni a vantaggio delle attività economiche locali (le conoscenze sono “patrimonio comune” delle imprese);
• rafforzamento delle relazioni tra gli attori economici del territorio che agevolano il miglioramento dei processi organizzativi e tecnologici;
• crescita delle conoscenze e competenze tecniche a livello locale;
• possibile ampliamento dei sistemi produttivi e commerciali del sistema locale (introduzione di nuovi settori e comparti produttivi) con ricadute positive sulla crescita globale.
Delineati gli aspetti di carattere generale che caratterizzano un STL, si procede ad applicare il modello di analisi strategico-gestionale (per la sezione 1) al STL F3 Miglio D’oro – Torrese Stabiese.

Modello di analisi strategico-gestionale del STL
Sezione 1.
Sistema Territoriale Locale: Overview

Sezione 2.
Pianificazione Strategica

Sezione 3.
Azioni di Supporto
• Patrimonio tangibile e rete infrastrutturale
• Patrimonio intangibile
• Marketing e comunicazione verso l’esterno
Sezione 4.
Gestione e Governance

Sezione 5.
Analisi Economico-Finanziaria

Sezione 1.
Sistema Territoriale Locale: Overview

Inquadramento del sistema territoriale
– Caratteristiche del territorio
L’area del STL Miglio d’oro si estende nel versante costiero del Vesuvio, partendo dalla zona orientale di Napoli fino a raggiungere l’agro-nocerino per una superficie di 133,24 mq. Il territorio si innesta tra il Vesuvio e il mare e viene considerato altamente attrattivo per la sua bellezza paesaggistica. Le infrastrutture principali per la mobilità territoriale sono rappresentate dalla linea ferroviaria della Circumvesuviana, dall’asse autostradale della Napoli-Salerno e dai sistemi locali di trasporto su ruota. Nell’immediato dopo guerra il territorio ha subito un forte processo di urbanizzazione, che ha comportato un’eccessiva edificazione, prevalentemente di natura residenziale, con ripercussioni negative sull’equilibrio delle diverse componenti territoriali che caratterizzavano il tessuto paesaggistico. Il crescente andamento demografico ha significativamente contributo a modificare l’aspetto territoriale, convertendo molti terreni agricoli in edilizia industriale e residenziale. L’area, pertanto, si presenta come una delle più densamente abitate della provincia di Napoli in cui la superficie urbanizzata rappresenta circa il 70% del totale. La Tavola n. 1 evidenzia il rapporto tra la popolazione e la superficie dell’area.

Tavola 1 – Densità popolazione
TAVOLA 1

Fonte: M. Spano (Benecon scarl), 2015.

Per quanto concerne l’andamento demografico i dati al 31.12. 2013 mostrano un basso tasso di crescita (in alcuni casi negativi) per tutti i comuni dell’area (Tavola n.2).

Tavola 2 – Tasso di crescita popolazione
TAVOLA 2

Fonte: M. Spano (Benecon scarl), 2015.

Sotto tale profilo, appare opportuno segnalare come la Regione Campania, in cui è localizzata il STL in questione, presenta una dimensione demografica elevata, che non appare equilibrata nei valori della capacità produttiva interna né, quindi, nelle opportunità di lavoro e di reddito a disposizione dei cittadini.
Il rapporto tra crescita demografica e sviluppo economico è ampiamente dibattuto nella letteratura accademica. Tuttavia, sebbene non esista una visione condivisa sulla relazione tra crescita demografica e sviluppo economico, si può comunque sostenere che entrambi i fattori sono tra loro legati. In effetti, se in un dato territorio non cresce né la popolazione né l’economia, questo rappresenta un segnale della difficoltà di sviluppo del territorio stesso. Nel caso del STL in esame, si può sostenere che una bassa crescita demografica può, verosimilmente, generare uno squilibrio a favore di persone adulte o anziane con un potenziale incremento del costo relativo alla sicurezza sociale (pensioni, sussidi, ecc.) e alla spesa sanitaria. Tale circostanza deve essere opportunamente considerata al fine di valutare in che modo tali costi tendono ad incidere sulla futura distribuzione di risorse per spese correnti e investimenti nel territorio. D’altra parte, un incremento delle nascite (e quindi di popolazione giovane) potrebbe creare un aumento delle spese per educazione e formazione, che andrebbero, però, interpretate come forme di investimento in capitale umano, finalizzate ad avere effetti fortemente positivi sulla crescita economica e sociale del territorio. Giusto a titolo informativo, si segnala che nell’anno 2013, nella STL si è registrato un rapporto nascite/popolazione pari a circa il 9,1%. Appare quindi necessario, ai fini di un’equilibrata strategia di sviluppo economico-sociale dell’area, che gli organi politici del STL, in accordo con enti sovraordinati (Regione-Stato), tengano monitorata la spesa pubblica volta a mantenere la popolazione improduttiva (distinguendola da popolazione di bambini e anziani) o scarsamente produttiva.

– Caratteristiche socio-economiche del territorio
L’area territoriale del STL F3 – Miglio d’oro mostra un difficile quadro economico e sociale, alimentato anche dalla presenza di un basso livello di scolarizzazione, forme diffuse di criminalità organizzata ed elevato tasso di disoccupazione . Tali circostanze influiscono negativamente sulla capacità competitiva, imprenditoriale e commerciale dell’area nei confronti del Paese e di altre regioni del contesto europeo.
Secondo recenti dati diffusi della regione Campania , nell’ambito della regione le attività economiche risultano così distribuite :
a) le attività commerciali incidono per il 35%;
b) le attività legate ai servizi incidono per del 25%;
c) le attività legate all’edilizia e costruzioni indicono per il 10%;
d) l’industria in senso stretto rappresenta il 9%;
e) le attività di alloggio e ristorazione il 9%;
f) I trasporti e magazzinaggio (7%);
g) sanità e assistenza (5%), altri servizi (4%) e istruzione (1%).
Tuttavia, è importante segnalare che la stessa analisi individua nella provincia di Napoli (dove è appunto localizzata il STL F3-Miglio d’oro) l’area di maggiore concentrazione d’imprese della regione dove si addensa circa il 51% di esse.
Prendendo ad esame la struttura economico-produttiva del STL F3-Miglio d’oro le attività sviluppate nel suo ambito territoriale possono essere invece essere così riassunte:
• settore manifatturiero, caratterizzato dalla presenza di micro-imprese spesso a conduzione familiare;
• settore agricolo ed enologico-gastronomico (in non pochi casi in grado di competere sui mercati nazionali e internazionali con prodotti di eccellenza riconosciuti) ;
• settore dell’artigianato, caratterizzato anche in questo caso da punte di eccellenza (ad esempio prodotti del corallo);
• settore turistico, che rappresenta ancora un’area sottosviluppata in rapporto alla presenza di numerosi e rilevanti siti archeologici, chiese, palazzi storici, parchi naturalistici.
Sulla base dei dati ISTAT al 31.12.2103, si è proceduto a rielaborare la suddivisione degli occupati del STL in relazione alle attività economiche. La Tavola n. 3 evidenzia che la maggior parte degli occupati si ha nell’industria e nelle attività commerciali.

Tavola 3 – Distribuzione occupati per attività
TAVOLA 3

La realtà turistica territoriale del STL può, invece, essere analiticamente valutata mediante elaborazioni dei dati di settori.
Di seguito, si riporta la Tavola n. 4 relativa ai dati sulla capacità ricettiva dell’area.

Tavola 4 – Capacità ricettiva
TAVOLA 4

Fonte: M. Spano (Benecon scarl), 2015.

Incrociando i suddetti dati con quelli inerenti la provincia di Napoli, emerge che la percentuale di strutture alberghiere del STL incide solo per il 7,65% sul totale degli alberghi della provincia, mentre il numero di posti letti disponibili nell’area incide per 6,14%. Considerata la rilevanza che può assumere l’area del STL in termini di attrazione dei flussi turistici, tali risultati denotano un limitato sviluppo di attività imprenditoriali turistiche.
Ulteriori rielaborazioni riportate nella Tavola n. 5 forniscono, invece, alcuni importanti indicatori statistici riguardanti l’analisi del settore turistico nel STL F3-Miglio d’oro esame.

Tavola 5 – Indicatori turistici

TAVOLA 5

TAVOLA 5

Fonte: M. Spano (Benecon scarl), 2015.

Con riferimento agli indicatori riportati nella Tavola n. 5, si segnala che il TASSO DI RICETTIVITA’ è ottenuto dividendo il numero dei letti negli esercizi ricettivi (escluse le seconde case) per gli abitanti della stessa area. Esso esprime la potenzialità turistica di un’area, relativamente alle altre risorse economiche.
L’INDICE DI QUALITA’ è la media, in termini di stelle, dei pernottamenti effettuati dai turisti di una certa regione italiana o di uno stato estero. La valutazione che si ottiene è quindi limitata ai turisti reali di un anno.
Il TASSO DI UTILIZZO è il rapporto tra i risultati, in termini di presenze effettivamente conseguiti da quella struttura, in un determinato periodo e le sue potenzialità massime teoriche che si ottengono moltiplicando i letti per i giorni del periodo considerato (anno, mese). Si può anche sostenere che questo indicatore esprime la probabilità che ha il generico letto di una struttura di essere occupato da un cliente durante il periodo considerato.
In estrema sintesi, gli indicatori statistici sopra riportati (che sono principalmente legati alle attività del comune di Pompei e di Castellamare di Stabia) raggiungono valori bassi, il che dimostra la difficoltà di questo territorio di offrire e catturare i flussi turistici nazionali e internazionali, in considerazione del suo rilevante patrimonio culturale-turistico. Tale situazione ha una condizione bivalente e, cioè, è da considerarsi sia come elemento di criticità che di sviluppo del STL F3-Miglio d’oro.

Sezione 2.
Pianificazione Strategica

Nel mese di febbraio 2015, si è proceduto a sviluppare la sezione n. 2 del modello di analisi strategico gestionale relativa all’analisi e alla pianificazione strategica.
Tale sezione fornisce informazioni riguardanti i possibili obiettivi e interessi da soddisfare per una concreta valorizzazione e sviluppo delle risorse culturali e turistiche del territorio. A partire dalle informazioni di contesto rilevate nell’area, si offrono spunti e linee d’indirizzo, affinché il sistema dei beni culturali locali sia opportunamente valorizzato per incrementare il flusso di visitatori italiani e stranieri e diventare una risorsa critica del territorio sulla quale investire. Per meglio definire le azioni strategiche e operative da realizzare, si propone una matrice in grado di sintetizzare eventuali potenzialità e criticità del territorio (la cosiddetta SWOT Analysis).
In via generale, si segnala che una gestione efficace ed efficiente del sistema territoriale locale deve concretizzarsi nel raggiungimento dei seguenti obiettivi di lungo termine:
• esternalità positive di sistema, generate da preesistenti e nuovi legami culturali-turistici che si intendono instaurare tra le diverse aree del territorio e tra queste ed altri assets culturali-turistici dei territori confinanti.
• esternalità positive di consumo, derivanti da attesi incrementi di flussi turistici per la domanda dei beni culturali del territorio;
• economie di scala e/o di scopo, generate da riduzioni di spesa legate all’integrazione gestionale di funzioni, servizi (ad esempio i trasporti e la mobilità sul territorio) e altre attività connesse a processi comuni di valorizzazione dei beni culturali e servizi turistici dell’area.
Per realizzare ciò è, tuttavia, necessario supportare la realizzazione delle seguenti forme di integrazione:
Sistema integrato politico – organizzativo, finalizzato alla realizzazione di una cabina di regia comune, al fine di realizzare un processo decisionale unitario e condiviso tra i diversi enti pubblici e soggetti imprenditoriali private operanti nell’ambito del sistema territoriale;
Sistema integrato gestionale-produttivo, finalizzato alla condivisione e messa a sistema dell’insieme degli agenti, soggetti pubblici e delle operazioni che concorrono alla formazione ed al trasferimento di un prodotto o servizio fino alla sua utilizzazione finale (filiera produttiva);
Sistema integrato di offerta culturale-turistica, finalizzato alla gestione comune delle modalità di funzionamento e di offerta dei beni culturali, dei servizi turistici e delle opportunità di investimento sul territorio;
Sistema integrato dei processi di comunicazione e di promozione, finalizzato a valorizzare all’esterno l’immagine degli assets culturali e turistici del territorio.
Da quanto esposto, si percepisce che il raggiungimento di concreti benefici per l’area dipende, in larga parta, dalla capacità (o volontà) degli attori pubblici di promuovere una gestione congiunta dei mezzi, delle risorse e del capitale umano presenti sul territorio.
Tuttavia, è altresì importante che nelle scelte di carattere strategico vi sia una chiara comprensione delle possibili minacce e opportunità dell’ambiente esterno, in relazione all’area territoriale. Sotto tale profilo, si segnala che le analisi e le informazioni raccolte durante l’attività di ricerca consentono di definire una preliminare mappatura dello stato in cui si trova l’area F3 – Miglio d’oro. Tale mappatura viene definita mediante l’impiego di uno strumento largamente diffuso nelle discipline economico-aziendali, comunemente noto come analisi SWOT (Strenghs, Weacknesses, Opportunities, Threats).
L’analisi SWOT consente di delineare le opportunità e le minacce dell’area, partendo dai punti di forza e di debolezza attribuiti al territorio. Nello specifico, i punti di forza e di debolezza, le opportunità e le minacce possono essere esaminati secondo i seguenti aspetti:
• Analisi delle risorse del patrimonio;
• Analisi dei fattori esterni (fattori politici, economici, socio-culturali, ecologici);
• Analisi dei progetti in corso;
• Individuazione di possibili eventi o caratteristiche attrattori di nuovi investimenti pubblici o private.
Ciò posto, si presenta ora la matrice SWOT per il sistema F-3 Miglio d’oro.

PUNTI DI FORZA

PUNTI DI DEBOLEZZA

Ø Analisi generale dell’area territoriale:

  1. Presenza di più siti
    archeologici di rilievo internazionale in parte patrimonio Unesco.
  2. Presenza di monumenti storici
    e ville vesuviane.
  3. Presenza di aree ad alto
    valore naturalistico ( Parco Nazionale del Vesuvio e Monti Lattari).
  4. Presenza di siti religiosi di
    rilievo internazionale (AD ES.
    Santuario Pompei).
  5. Presenza di porti turistici
    (Castellamare).
  6. Presenza e diffusione tramite
    associazioni di valori e idee a contrasto di attività illegali.
  7. Presenza di Zone Franche
    Urbane (ZFU)[1]

Ø Analisi
dei progetti in corso:

  1. Presenza di progetti
    finalizzati a rafforzare l’efficacia delle azioni e degli interventi di
    tutela di aree archeologico (ad esempio Il Grande Progetto Pompei)

Ø Analisi dei fattori esterni:

  1. Fattori socio-culturali: Immagine del sistema
    territoriale come paese di arte, cultura, archeologia e turismo.
  2. Fattori Politici: sistema territoriale
    localizzato nell’area mediterranea e in ambito UE.
  3. Fattori Economici: Spinta del processo di
    globalizzazione alla mobilità internazionale e impiego della moneta
    unica europea (Euro).

Ø Analisi generale dell’area territoriale:

  1. Elevata Urbanizzazione
    dell’area territoriale.
  2. Presenza di fenomeni di abusivismo edilizio.
  3. Inclusione di diversi comuni nella zona rossa del Vesuvio.
  4. Sistema di trasporto pubblico locale non efficiente.
  5. Incidenza negativa sull’immagine del territorio
    generata dalla gestione dei rifiuti e problemi di inquinamento (ad.
    Esempio cosiddetta Terra dei fuochi).
  6. Presenza di degrado urbano in diverse aree del
    territorio.
  7. Ridotta qualità della vita nelle aree urbane.
  8. Presenza di fenomeni di micro-criminalità, criminalità
    organizzata e attività illegali.
  9. Elevata disoccupazione giovanile e femminile.
  10. Basso tasso di permanenza dei turisti nelle strutture
    ricettive dell’area.
  11. Ridotta presenza di strutture ricettive nell’area.
  12. Mancanza di idonee forme di integrazione e
    collegamento nel campo museale-turistico tra i diversi comuni dell’area.

Ø Analisi dei fattori esterni:

  1. Instabilità politica dell’area mediterranea
    (ripercussioni negative su mobilità dei flussi turistici).
  2. Perdurare del fenomeno della recessione economica e
    riduzioni sensibili di spese per attività turistico culturali.

OPPURTUNITA’

MINACCE

  1. Valorizzazione dell’area
    territoriale come sistema integrato.
  2. Immagine dell’area nel mondo
    come territorio di cultura e di turismo.
  3. Incrementi negli investimenti
    in cultura e conoscenza.
  4. Possibilità di integrazione di
    offerte/pacchetti turistici multiprodotto nell’area virtuale.
  5. Crescente attenzione da parte
    degli organismi internazionali al “turismo sostenibile”
  6. Presenza di programmi per
    riqualificare aree e risorsa mare
  7. Bonifica e valorizzazione del
    fiume Sarno.
  8. Valorizzazione delle tradizioni
    popolari a fini turistici.
  9. Spinta alla valorizzazione e
    diffusione nel mercato esterno di prodotti tipici territoriali.
  10. Condizioni
    climatiche favorevoli
  11. Integrazione sistema turistico
    archeologico-culturale con quello balneare delle aree vicine.
  12. Rafforzamento ed
    efficientamento del sistema di trasporto locali già esistenti
    (Circumvesuviana).
  13. Ampliamento delle ZFU per
    incentivare investimenti private.
  14. Creazione sportello unico di
    consulenza per imprese operanti nell’area.

  1. Rischio vulcanico e
    idrogeologico.
  2. Carenza di una programmazione dell’attività turistica
    congiunta ed eccessiva focalizzazione sui confini amministrativi
    comunali/locali.
  3. Spending review nel bilancio
    nazionale, con incidenze negative per i fondi. destinati ai Beni
    Culturali.
  4. Aumento del turismo di massa a
    basso reddito, limitato a pochi giorni dell’anno
  5. Più accesa concorrenza di
    nuovi mercati turistici extra-nazionali.
  6. Crescita rischio di degrado
    ambientale e inquinamento.
  7. Crescita rischio di degrado
    sociale con accentuazione di fenomeni di criminalità e illegalità.
  8. Lento adeguamento del sistema
    di servizi turistici alle nuove esigenze del mercato.

  9. Rischio instabilità politica
    nazionale e internazionale.

Il contrattista
Dott. Gianluca Ginesti

Strumenti per la fruizione in modalità multisensoriale del sito archeologico di Pompei

Collaboratore: ing. Francesco Sorrentino

Tutor: Prof.Luigi Maffei

Novembre 2014

 

L’obiettivo del presente progetto è quello di implementare soluzioni tecniche che consentano di fornire ai turisti dell’area archeologica di Pompei una fruibilità dell’area in modalità multisensoriale. Nella visita ad un’area archeologica, infatti, le sensazioni legate alla visione sono sempre state considerate prioritarie, se non esclusive. Tuttavia la sola rappresentazione visiva non può risultare ecologicamente valida se non si considera la sua integrazione con l’esperienza acustica dell’area, mediante l’utilizzo di tecniche  di auralizzazione tridimensionali.

L’applicabilità ed il gradimento di alcuni interventi atti a migliorare la qualità acustica dei luoghi all’interno dell’area archeologica, nonché la fruibilità del sito nel suo complesso, devono essere studiati secondo un approccio olistico, come riportato dalla letteratura più recente sul Soundscape. Devono inoltre riguardare, oltre che le aree maggiormente frequentate, anche i luoghi in cui si verifica un minor trasferimento di informazioni al turista e quelli maggiormente disturbati per la presenza di sorgenti sonore esterne e non coerenti con il soundscape atteso.

Parallelamente, esistono ulteriori siti, più specifici e di grande interesse, che non possono in alcun modo essere fruiti dai turisti se non attraverso la loro ricostruzione virtuale integrata con la propria signature acustica. Un esempio è rappresentato dal Teatro Grande di Pompei le cui modellazioni grafiche tridimensionali devono essere inevitabilmente integrate dalle risposte all’impulso binaurali prodotte per ciascuna posizione relativa sorgente-ricevitori oltre che dall’orientamento della testa del soggetto nel piano orizzontale e sagittale. In questo modo ciascun suono anecoico riprodotto potrà essere auralizzato nella sua completezza per essere percepito correttamente dai suoi fruitori.

L’implementazione e l’integrazione di queste tecniche di auralizzazione tridimensionali devono essere testate attraverso la realizzazione di casi studio. Per questo scopo è stata predisposta la modellazione virtuale di un piccolo ambiente dell’area archeologica in cui verranno sperimentate e verificate queste tecniche.

 

1. IL SOUNDSCAPE DEL SITO ARCHEOLOGICO DI POMPEI

La qualità del paesaggio sonoro (soundscape) nell’area archeologica di Pompei può contribuire in maniera importante al giudizio globale del turista relativamente alla gradevolezza della visita. Tale fattore assume importanza anche in relazione alla presenza all’interno del sito dei due antichi teatri all’aperto (il Teatro Grande e l’Odeon). Tuttavia, i rumori dell’ambiente circostante, dovuti alla presenza di infrastrutture stradali e ferroviarie costituiscono una minaccia per le peculiarità acustiche del luogo, rischiando di trasformare l’area archeologica in una sorta di “museo rumoroso”.

Allo scopo di migliorare la gradevolezza dell’area e rendere la visita più piacevole sono state suggerite alcune strategie per la valorizzazione dell’area archeologica indirizzate a distribuire il flusso di visitatori, (evitando che si creino aree maggiormente frequentate, con concentrazioni di voci o rumori turistici, ed aree silenziose meno preferite in quanto poco attrattive), ed inserire suoni informativi (con la finalità di mascherare la loudness prodotta da sorgenti estranee al soundscape o allietare l’ambiente sonoro dell’area archeologica). Un esempio consiste nell’installazione di sculture sonore. Si tratta di oggetti di sound design che, mimetizzandosi con la vegetazione, nascondono degli altoparlanti i cui suoni emessi devono essere calibrati e devono adattarsi in tempo reale in funzione della rumorosità esterna (livello, composizione spettrale, andamento temporale). Altra soluzione può essere rappresentata dalla disposizione di video, con immagini e suoni della vita antica a Pompei, che accompagnano piacevolmente il visitatore lungo il percorso. Altra strategia è quella di allestire nei siti caratterizzati da un’alta densità di stazionamento delle botteghe sonore con i suoni tipici delle attività che si svolgevano in epoca romana. In tal caso la ricostruzione del campo acustico all’interno di questi ambienti diventa determinante al fine di rendere un quadro completo della vita della città storica, definendone non solo il modo di vivere, ma anche il significato del vivere il luogo.

Inoltre, al fine di ricreare la percezione acustica dei teatri romani, così come erano nel passato, può risultare efficace l’installazione di una sorgente sonora che, adeguatamente filtrata attraverso la modellazione acustica tridimensionale del teatro nelle sue configurazioni: 1) passata; 2) attuale, permette di riprodurre in specifiche posizioni spaziali l’esperienza che i cittadini antichi avevano dello svolgimento delle rappresentazioni all’interno del teatro.

L’inserimento di “pietre vive”, ossia  sculture in costume che opportunamente collocate fanno rivivere acusticamente questi luoghi per mezzo di un sistema di altoparlanti nascosti, può soddisfare questa esigenza, oltre che la curiosità dei visitatori sulle capacità acustiche degli teatri.

1

3

Proposte di inserimento di sculture sonore per l’area verde nei pressi dell’anfiteatro e per l’itinerario fuori le mura.

2

4

Proposte di installazioni video per l’itinerario Villa dei Misteri e di soundscape storici informativi all’interno dell’anfiteatro.

 

2. L’ACUSTICA DEL TEATRO GRANDE

Il Teatro Grande di Pompei fu costruito in età sannitica nel II sec a.C. ed ha una forma a ferro di cavallo, distinguendosi dal modello tradizionale romano ad emiciclo. È stato ricostruito nel periodo romano principalmente nella zona della summa cavea e della scaena, la cui altezza fu portata allo stesso livello assumendo una forma scatolare chiusa. L’origine greca del teatro è inoltre denotabile anche dalla pendenza regolare della cavea (non su un arco di più livelli come per i teatri romani).

5

6

Due vedute del Teatro Grande di Pompei.

 

Studi per valutare le proprietà del campo sonoro all’interno del Grande Teatro sono stati condotti, mettendo a confronto attraverso software di modellazione tridimensionale i principali parametri acustici in tre diverse periodi storici: in epoca Romana (prima dell’eruzione del 79 d.C.), ed in epoca moderna, facendo però distinzione tra il periodo precedente e quello successivo i lavori di ristrutturazione che hanno interessato la struttura nel 2010 e che hanno consentito di rendere il Grande Teatro fruibile per eventi quali concerti e manifestazioni.

7

8

Modelli tridimensionali del Teatro Grande di Pompei utilizzati per modellazione acustica in Odeon.

 

9

10

Valori del tempo di riverbero e del tempo di primo decadimento in funzione della frequenza per le tre diverse configurazioni.

 

La modellazione acustica del sito ha consentito di valutare le differenze di alcuni parametri acustici (in figura sono riportati il Tempo di riverbero ed il Tempo di primo decadimento)  che si sono determinate a seguito delle modificazioni subite dal teatro nelle diverse epoche storiche.. È possibile notare come il tempo di riverbero in epoca romana fosse sensibilmente più alto sia dei valori ante-intervento 2010 che post-intervento 2010.

 

3. INTRODUZIONE ALLA REALTA’ VIRTUALE

La progettazione e l’implementazione di tecniche e strumenti di scenari di Realtà Virtuale ha visto negli ultimi anni un crescente interesse e un conseguente notevole miglioramento nei risultati, grazie anche alla grande disponibilità di potenza computazionale, fornita dalle architetture multiprocessore e soprattutto dalle recenti schede programmabili per il processamento in tempo reale di dati.

Il livello e la qualità dell’interazione, che a loro volta determinano il grado di immersione e coinvolgimento, distinguono le due fondamentali tipologie di Realtà Virtuale.

Un primo approccio prevede l’utilizzo di apparecchiature di dimensioni medio-piccole quali casco, guanti o tuta, cuffie o sistemi ambisonic per  mezzo dei quali l’utente percepisce completamente l’ambiente fisico virtuale. La possibilità di interagire con movimenti di corpo, testa e arti aumenta la sensazione di presenza in quella dimensione che comportano l’utilizzo di un singolo utente per volta: esempi tipici di queste strumentazioni sono: Head Mounted Display (HMD), casco dotato di monitor LCD posizionati davanti agli occhi, o Cave Automatic Virtual Environment (CAVE), una vera e propria piccola stanza in cui le pareti sono schermi a retro-proiezione. L’HMD è un dispositivo che presenta un piccolo display ottico (LCD o OLED) posizionato frontalmente ad ogni occhio. Allo scopo di creare la percezione di profondità delle immagini, viene mostrata sul display un’immagine stereoscopica dei dati visivi generati dal computer, L’immagine stereoscopica è ottenuta attraverso la vista di due immagini distinte, ognuna con prospettiva differente dello stesso oggetto, tale visione è in grado così di simulare la visione ottica dell’uomo.

Il CAVE consiste in una sala progettata per immergere completamente le persone nell’ambiente virtuale. Esso consente ad una o più persone di sperimentare la sensazione di essere completamente circondato da un video 3D ad alta risoluzione. La stanza è costituita da tre schermi a proiezione posteriore per pareti ed uno schermo a proiezione inferiore per il pavimento, i videoproiettori ad alta risoluzione mostrano immagini stereo generate da computer. Il punto di vista è determinato da un “dispositivo di inseguimento” indossato sulla testa e le mani dell’utente, mentre la visione è resa possibile da un paio di occhiali stereo.

Entrambe le tecniche devono essere necessariamente integrate con sistemi capaci di fornire all’utente una stimolazione binaurale tridimensionale. Ciò può essere realizzato per mezzo di cuffie, procedendo alla convoluzione dei segnali anecoici con le specifiche risposte all’impulso dell’ambiente e con le funzioni di trasferimento HRTF dovute alla presenza del soggetto nel campo acustico in cui è immerso. Alternativamente la medesima ricostruzione del campo acustico tridimensionale può essere realizzata per mezzo di un sistema multicanale Ambisonic system, capace di riprodurre esattamente l’ambiente sonoro esistente o ricostruito. Per l’utilizzo di tale sistema è necessario combinare i suoni prodotti da sorgenti puntuali con quelli ambientali utilizzando le diverse tecniche di registrazione ed i diversi formati audio più adatti alla ricostruzione acustica virtuale (es.  B-Format, D-Format) secondo le specifiche esigenze.

11

12

Sistemi di riproduzione degli ambienti di realtà virtuale: Head Mounted Display (HMD) e Cave Automatic Virtual Environment (CAVE).

 

Il secondo approccio, molto limitativo, prevede la simulazione di un ambiente che viene sperimentato dall’utente attraverso un video e delle cuffie. Tale sistema è noto come modalità Desktop. Esso comporta una bassa percezione dell’ambiente virtuale circostante o della collocazione degli oggetti virtuali in quanto la visione della realtà non è direttamente legata al soggetto.

1314

15

Rappresentazione di un sistema ambisonic; Esempio di Soundfield microphone; Flow-Chart del processo di riproduzione dello stimolo uditivo tridimensionale.

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

MAFFEI L., DI GABRIELE M., BRAMBILLA G., DE GREGORIO L., NATALE R. (2012). Valutazione del paesaggio sonoro dell’area archeologica di Pompei. Atlante di Pompei. p. 321-330, Napoli:La scuola di Pitagora editrice.

BRAMBILLA G., DE GREGORIO L., MAFFEI L., MASULLO M. (2007).Soundscape in the archeological area of Pompei. Proceedings of the 19th International Congress on Acoustics ICA 2007, Madrid 2-7 September 2007.

IANNACE G., MAFFEI L., TREMATERRA P. (2011), The acoustic evolution of the large theatre of Pompeii. Proceedings of The Acoustics of Ancient Theatres EAA Conference, Patras, September 18-21, 2011,

IANNACE G., TREMATERRA A. (2012). “Pompei: i luoghi dello spettacolo”. Atlante di Pompei. Napoli: La scuola di Pitagora editrice

KALAWSKY R. S. (1993), The science of Virtual Reality and Virtual Environments, Addison-Wesley.

KIM G. (2005), Designing virtual reality systems : the structured approach, Springer.

BURDEA G. e COFFET P. (2003), Virtual Reality Technology, 2° Edizione. Wiley-IEEE Press.

Analisi di contesto dei comuni del Sistema Territoriale di Sviluppo F3-Miglio d’Oro Torrese-Stabiese: Composizione della struttura demografica e analisi del comparto turistico

Titolo dell’incarico: “Attività di acquisizione ed elaborazione statistica dei dati nell’ambito delle attività del Connected Park Environment (CPE) e del Heritage Environment Link Program (HELP)”

Tutor: Prof.ssa Rosanna Verde

Collaboratore: Dott.ssa Maria Spano

La città di Pompei vanta la presenza di uno dei principali siti archeologici al mondo, ossia l’antica città romana distrutta tragicamente a seguito di una delle eruzioni del Vesuvio, avvenuta nell’anno 79. Gli scavi di Pompei, con quelli di Ercolano ed Oplontis, sono riportati nella lista dei patrimoni dell’umanità dell’UNESCO. Oltre agli scavi archeologici, la città di Pompei vanta anche la presenza del Santuario della Beata Vergine del Rosario.

L’area degli scavi archeologici ed il Santuario della Beata Vergine del Rosario rappresentano un unicum mondiale e la vera opportunità di sviluppo per l’intera zona Vesuviana.

L’area vesuviana, in generale, e quella di Pompei, in particolare, non riescono però a trarre benefici dai propri punti di forza né a porre in essere iniziative in grado di sfruttare le diverse opportunità che il territorio possiede. Questa mancanza rappresenta una minaccia sia per il comune che per il patrimonio naturale e culturale, in quanto l’assenza di strategie di pianificazione territoriale riduce notevolmente le possibilità di sviluppo di questa zona.

Analizzare il contesto locale, attraverso l’uso di metodi di indagine statistica, consente di “fotografare” le dinamiche socio-territoriali, fornendo dati per l’elaborazione di politiche e di piani di turismo, indirizzando scelte di pianificazione a diversi livelli.

Pertanto l’attività di ricerca applicata svolta al 31 gennaio’15 è stata focalizzata proprio sulla pianificazione di un’analisi del contesto locale, concretizzatasi finora nella raccolta ed nell’elaborazione di dati relativi alle caratteristiche sociodemografiche, ai flussi turistici ed alla ricezione alberghiera del comune di Pompei e di tutti gli altri comuni che secondo il Piano Territoriale Regionale della Campania, fanno parte del Sistema Territoriale di Sviluppo F3MIGLIO D’ORO, Torrese-Stabiese.

Il Piano Territoriale Regionale si propone come piano di inquadramento, di indirizzo e di promozione di azioni integrate al fine di determinare coerenza e sinergia tra la pianificazione territoriale e la programmazione dello sviluppo. Nell’ambito del PTR sono stati realizzati 5 Quadri territoriali di riferimento, utili ad attivare una pianificazione d’area vasta concertata con le Province e le Soprintendenze e ad indicare gli indirizzi di pianificazione paesistica.

Tra i quadri di riferimento, i Sistemi Territoriali di Sviluppo rappresentano il riferimento territoriale per tutte le pianificazioni e programmazioni regionali. Nel PTR sono stati identificati 45 STS, classificati in base alla geografia dei processi di autoriconoscimento delle identità locali e di autoorganizzazione dello sviluppo (patti territoriali, contratti d’area, distretti industriali, parchi naturali, comunità montane). In particolare il comune di Pompei fa parte del Sistema Territoriale di Sviluppo F3 – MIGLIO D’ORO, Torrese-Stabiese, dove l’etichetta F indica territori costieri a dominante paesistico ambientale e culturale.

Pertanto l’orizzonte territoriale cui si fa riferimento nell’analisi comprende, oltre a Pompei, i comuni di Boscoreale, Boscotrecase, Castellammare di Stabia, Ercolano, Portici, San Giorgio a Cremano, Torre Annunziata, Torre del Greco e Trecase.

Il reperimento dei dati è stato effettuato facendo riferimento alle principali fonti ufficiali dell’Istat ed altri siti di enti locali. In particolare i dati relativi al bilancio demografico sono stati scaricati dal portale demo.istat.it (demografia in cifre), che mette a disposizione i dati ufficiali più recenti sulla popolazione residente nei Comuni italiani derivanti dalle indagini effettuate presso gli Uffici di Anagrafe. L’obiettivo è osservare la situazione attuale, mettendo in evidenza le principali caratteristiche del tessuto socio-demografico del STS F3, effettuando un confronto tra i diversi comuni che ne fanno parte.

I dati presentati nella seguente tabella sono relativi all’ammontare della popolazione al 31 dicembre 2013 e alla superficie di estensione di ciascuno dei 10 comuni in Km2. Per ciascuno dei comuni è stata calcolata la densità abitativa in termini di numero di abitanti per Km2.

densità

Densità della popolazione residente nei comuni del STS F3 – Anno 2013

I comuni caratterizzati dalla più elevata densità abitativa sono quelli di Portici e San Giorgio a Cremano, che si estendono per soli 4 km2, a fronte di un numero di abitanti tra i 45 e 55 mila. Tra i dieci comuni considerati quello di Torre del Greco risulta essere il più grande, con una superficie di 30,63 km2 e una popolazione di quasi 90000 unità.

Al contempo, i comuni più piccoli in termini di numero di abitanti sono Boscotrecase e Trecase, che estendendosi per una superficie tra i 6 e gli 8 km2, risultano essere anche quelli caratterizzati dalla minore densità di popolazione.

Dai dati riguardanti il bilancio demografico al 2013, riportati qui di seguito, è possibile desumere l’ammontare della popolazione residente, il numero di nati, di morti, il numero di soggetti, provenienti da altri comuni o dall’estero, che durante l’anno si sono iscritti o cancellati dall’Anagrafe del comune, il numero di famiglie e di convivenze.

bilancio demografico

Bilancio demografico – Anno 2013

Per sapere quanto cresce ogni anno la popolazione di una determinata regione o di un determinato comune, occorre conoscere i dati relativi ai nati e ai morti e  quelli relativi agli immigrati e agli emigrati. Complessivamente, quindi, la crescita di una popolazione può essere quantificata in termini di differenza tra la popolazione al 1° gennaio e quella al 31 dicembre.

tasso di crescita

Tasso di crescita nei comuni del STS F3

Come si evince dai dati sopra presentati, nel 2013 il tasso di crescita risulta basso per tutti i comuni considerati. I comuni di Torre del Greco e di Boscoreale risultano caratterizzati dal più alto tasso di crescita, pari rispettivamente a 2,34 e 2,20. Si registra una crescita negativa per i comuni di Torre Annunziata, Pompei e Boscotrecase.

Allo scopo di stabilire i fattori che contribuiscono in misura maggiore all’eventuale crescita della popolazione di un territorio, di seguito viene analizzato il movimento naturale della popolazione e i flussi migratori.

Il movimento naturale di una popolazione in un anno è determinato dalla differenza fra le nascite ed i decessi ed è detto anche saldo naturale. Tale differenza può essere negativa quando in un anno le morti superano le nascite: in questo caso, se non intervengono altri fattori come l’immigrazione, la popolazione diminuisce. Tale indicatore esprime la potenzialità di aumento della popolazione in termini assoluti, pertanto non risulta possibile il confronto tra territori di diversa ampiezza demografica.

Tasso di incremento naturale

Tasso di incremento naturale nei comuni del STS F3

La precedente tabella riporta quindi, oltre al saldo naturale, il tasso di incremento naturale, calcolato come rapporto tra il saldo naturale e l’ammontare di popolazione residente. Guardando ai dati si osserva come il tasso di incremento naturale sia prossimo allo zero per tutti i comuni del STS F3.

Su uno stesso territorio è possibile invece confrontare l’andamento temporale del saldo naturale. Guardando ai dati relativi al movimento naturale della popolazione dal 2002 al 2013, non si registrano mutamenti significativi per nessuno dei comuni considerati, pertanto l’andamento della popolazione risulta alquanto stabile.

movimento natulare della popolazione

Movimento natulare della popolazione dal 2002 al 2013

In particolare di seguito sono riportati i grafici relativi ai comuni di Torre del Greco, Ercolano e Boscoreale che, nel periodo di riferimento considerato, evidenziano un saldo naturale sempre positivo. L’unico comune per cui si registra un saldo negativo in tutto il periodo è quello di Portici.

Per ciò che concerne l’andamento dei flussi migratori, nella prossima tabella sono presentati i dati relativi al saldo migratorio e al tasso migratorio dei comuni del STS F3. Il saldo migratorio indica, in valore assoluto, la differenza tra il numero degli immigrati e quello degli emigrati registrati in un anno in un determinato territorio, ossia la differenza tra il numero dei trasferimenti di residenza da e verso ciascuno dei comuni considerati.

tasso migratorio

Tasso migratorio nei comuni del STS F3

In particolare il tasso migratorio nel 2013 risulta positivo per tutti i comuni, fatta eccezione per i comuni di Torre Annunziata, Pompei e Boscotrecase, dato che conferma i valori del tasso di crescita per questi stessi comuni.

In particolare gli iscritti all’anagrafe, sono classificati in: iscritti da altri comuni, dall’estero e per altri motivi. L’incremento di iscritti, avvenuto nel 2013 in quasi tutti i comuni del STS F3, è da attribuirsi alla elevata quota di iscritti per altri motivi.

Le iscrizioni per altri motivi sono dovute non ad un effettivo trasferimento di residenza, ma ad operazioni di rettifica anagrafica. Tra queste sono comprese le iscrizioni di persone erroneamente cancellate per irreperibilità e successivamente ricomparse; le iscrizioni di persone non censite, e quindi non entrate a far parte del computo della popolazione legale, ma effettivamente residenti.

Di seguito i grafici relativi all’andamento dei flussi migratori dal 2002 al 2013, sono riportati unicamente i grafici relativi ai comuni che hanno registrato nel 2013 un considerevole incremento del tasso migratorio, dovuto all’aumento delle iscrizioni all’Anagrafe, probabilmente verificatosi a seguito di procedure di regolarizzazione di immigrati, che non facevano, fino a quella data, parte della popolazione legale.

Flussi migratori 2002-2013

Flusso migratorio dal 2002 al 2013

È possibile inoltre osservare la composizione strutturale dei comuni del STS F3 guardando alla distribuzione della popolazione residente per età.

struttura per età

Struttura per età della popolazione residente nei comuni del STS F3

Come è possibile osservare dal grafico, le differenze riscontrabili tra i diversi comuni, per quanto concerne la distribuzione della popolazione per classi di età, sono minime. Infatti, per ciascuna delle classi di età siamo di fronte a differenze tra i comuni che non superano un punto percentuale. Tale considerazione evidenzia che la composizione strutturale dei 10 comuni presi in esame è molto simile. Per un’analisi più dettagliata della struttura per età di una popolazione si considerano principalmente tre fasce di età: giovani 0-14 anni, adulti 15-64 anni e anziani 65 anni ed oltre. In base alle diverse proporzioni fra tali fasce di età, la struttura di una popolazione viene definita di tipo progressiva, stazionaria o regressiva a seconda che la popolazione giovane sia maggiore, equivalente o minore di quella anziana. Lo studio di tali rapporti è importante per valutare alcuni impatti sul sistema sociale, ad esempio sul sistema lavorativo o su quello sanitario.

In particolare, come illustrato nella seguente tabella, facendo riferimento alla distribuzione della popolazione per età è stato possibile calcolare una serie di rapporti statistici, quali ad esempio l’indice di vecchiaia, il tasso di fecondità, l’indice di dipendenza, l’indice di ricambio della popolazione attiva, etc… Tali indicatori consentono di effettuare confronti tra i diversi comuni e di studiare i cambiamenti nella popolazione.

indici demografici

Principali indicatori demografici – Anno 2013

L’indice di vecchiaia rappresenta il grado di invecchiamento di una popolazione. È il rapporto percentuale tra il numero degli ultrassessantacinquenni ed il numero dei giovani fino ai 14 anni. Guardando ai dati si registra che i comuni caratterizzati dal più alto indice di vecchiaia sono Portici e San Giorgio a Cremano, dove ogni 100 giovani ci sono circa 150 anziani. I comuni “più giovani” sono quelli di Boscoreale ed Ercolano, dove ogni 100 giovani ci sono tra gli 80 e i 90 anziani.

L’indice di dipendenza totale calcola quanti individui ci sono in età non attiva ogni 100 in età attiva, complessivamente per i comuni del STS F3 si registrano valori compresi tra 47 e 57. Ciò vuol dire che nel 2013, 100 persone in età attiva, oltre a dover far fronte alle proprie esigenze, hanno teoricamente “a carico” tra le 47 e 57 persone, che risultano quindi dipendenti.

L’indice di dipendenza totale, oltre a fornire indirettamente una misura della sostenibilità della struttura di una popolazione, corrisponde alla somma degli indici di dipendenza giovanile e senile, pertanto un altro aspetto rilevante è la composizione della popolazione dipendente: a parità di ammontare di questa possiamo avere un maggior peso della componente giovanile o di quella senile. Guardando i dati, è facile intuire come le due componenti siano sostanzialmente equilibrate per quasi tutti i comuni, fatta eccezione per Portici e San Giorgio a Cremano dove la componente giovanile (popolazione tra 0 e 14 anni) è abbastanza è inferiore di 10 punti rispetto alla componente anziana, dato confermato inoltre dal basso tasso di natalità che si registra in entrambi i comuni.

Per quanto riguarda l’indice di ricambio della popolazione attiva, che rappresenta il rapporto percentuale tra la fascia di popolazione che sta per andare in pensione (55-64 anni) e quella che sta per entrare nel mondo del lavoro (15-24 anni), si osserva che la popolazione attiva è più giovane nei comuni di Boscoreale, Boscotrecase e Pompei.

 

Analisi della recettività e dell’offerta turistica nei comuni del STS F3 – Miglio d’Oro Torrese-Stabiese

Il settore turistico è indubbiamente quello dotato di maggiori potenzialità nel territorio di Pompei e nell’intera area vesuviana.

La presenza di un sito archeologico di notorietà mondiale, di un attrattore di turismo religioso a carattere nazionale, come può essere il Santuario della Beata Vergine del Rosario, la prossimità ad altre rinomate destinazioni turistiche (Capri, Napoli, Sorrento, Amalfi), più in generale la varietà delle attrattive turistiche (storia, arte, enogastronomia, paesaggio, folklore, mare, religione) rappresentano la vera opportunità di sviluppo per l’intera zona.

Pertanto l’analisi di questo settore è stata sviluppata valutando da un lato l’offerta turistica, considerando la tipologia delle strutture ricettive, alberghiere ed extra-alberghiere, nonché l’uso che si fa di queste ultime e dall’altro il peso dei visitatori ai principali poli turistici e l’andamento degli arrivi e delle presenze nel comune di Pompei dal 2003 al 2013.

 

Con riguardo all’offerta turistica dei comuni del STS F3 sono presentati i dati al 2013 relativi alla tipologia delle strutture ricettive sul territorio, alberghiere ed extra-alberghiere, con lo scopo di valutare la qualità delle strutture e quanto esse siano state sfruttate per l’utilizzo turistico.

strutture alberghiere

strutture extra-alberghiere

Osservando la capacità delle strutture recettive, è chiaro che il maggior numero di strutture alberghiere e di esercizi complementari si trova nei comuni di Pompei, di Castellammare di Stabia e di Ercolano.

Questi comuni, infatti, sono quelli che, rispetto agli altri, risultano maggiormente attrattivi per i turisti per la presenza dei siti archeologici (Ercolano e Pompei) e del turismo balneare (Castellammare di Stabia).

grafici recettività

Tipologia delle strutture ricettive – Comuni di Pompei, Ercolano e Castellammare di Stabia

Più in dettaglio osservando i grafici relativi alle tipologie di strutture recettive per questi tre comuni, si nota che nel comune di Pompei le strutture alberghiere rappresentano poco più della metà di tutti gli esercizi, con una chiara prevalenza di alberghi di medio livello (3 stelle), che costituiscono ben il 27% del totale. Nel comune di Ercolano, al contempo, la maggior parte degli esercizi è di tipo complementare, infatti costituiscono il 63% del totale, con una prevalenza di Bed and Breakfast.

Nel comune di Castellammare di Stabia il 95% delle strutture ricettive sono alberghi, si registra, infatti, la presenza di un solo Bed and Breakfast.

Per valutare la ricettività di un territorio non è tanto importante il numero di esercizi ricettivi, ma piuttosto il numero di letti resi disponibili da tali esercizi. Pertanto sono stati calcolati una serie di indicatori di recettività che forniscono un’informazione riguardo la “bontà” o meno del “dimensionamento” dei servizi rispetto all’afflusso turistico.

indicatori di recettività

Indicatori di ricettività – Anno 2013

Il tasso di recettività, calcolato come rapporto tra il numero totale di posti letto nelle strutture ricettive, alberghiere ed extra-alberghiere, e l’ammontare della popolazione residente, rappresenta la potenzialità turistica di un’area relativamente alle altre risorse economiche, e assume il valore 0,067 nel 2013 per il comune di Pompei, che registra il valore più alto.

Come si può osservare l’indice di qualità delle strutture non è calcolato per tutti comuni, in quanto tale indicatore è ottenuto come rapporto tra il numero di alberghi 3/4/5 stelle e il numero di alberghi da 1 o 2 stelle. I comuni di Boscotrecase, Portici, San Giorgio a Cremano e Torre Annunziata non hanno sul territorio strutture di basso livello (1 o 2 stelle), pertanto in tal caso l’indice di qualità delle strutture non è definito.

Il tasso di utilizzo dei letti indica il numero di giorni in un anno in cui i letti disponibili nelle strutture recettive sono totalmente utilizzati. Questo indice è calcolato come segue:

tasso di utilizzo letti

dove le presenze sono il numero delle notti trascorse dai clienti negli esercizi ricettivi (alberghieri o complementari). Come si può notare il tasso di utilizzo dei letti è stato calcolato solo per i comuni di Pompei e Castellammare di Stabia, poiché l’ISTAT rileva il numero di presenze solo per i comuni connotati come località turistiche, pertanto questo dato non è disponibile per i restanti comuni del STS F3.

Sia per Pompei che per Castellammare di Stabia, le strutture ricettive sono alquanto sotto utilizzate, infatti, il tasso di utilizzo dei letti è pari rispettivamente a 34,58 e 36,82, il che indica che le strutture, alberghiere ed extra-alberghiere, sono occupate a pieno 34/37 giorni all’anno.

Un valore così basso, soprattutto per il comune di Pompei, avvalora la tesi secondo la quale tale zona è poco attrattiva per i turisti che vi si recano per visitare l’area archeologica.

 

Secondo i dati dell’Ufficio Statistica del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali, ben 20 milioni di euro di introiti lordi e 2.413.515 visitatori nel 2013 per gli Scavi di Pompei, numeri che confermano l’area archeologica al secondo posto nella top 30 nazionale dei siti più visitati.

Di seguito il diagramma dei flussi di visitatori agli scavi dal 2003 al 2013, che restano stabili per tutto il periodo tra 2 e 2,5 milioni di visitatori, con un aumento di circa 100000 visite tra il 2012 e il 2013, cui corrisponde un aumento del 4,64 per cento degli introiti lordi.

Flussi di visitatori a Pompei 2003-2013

Flussi di visitatori a Pompei 2003-2013

Introiti e n.visitatori

 

Confrontando i dati sopra presentati con quelli relativi al movimento turistico nelle strutture ricettive (alberghiere ed extra alberghiere) dal 2003 al 2013, si può osservare come, a fronte di flussi di visitatori consistenti nel sito archeologico e di un bacino potenziale di visitatori ancor più vasto, (rappresentato dall’insieme dei turisti della cosiddetta Baia di Napoli) le ricadute sul territorio in termini economico-sociali siano estremamente ridotte. Infatti, la maggioranza dei visitatori del sito archeologico proviene dall’esterno dell’area in oggetto e si muove su base giornaliera solo per visitare gli scavi, finendo quindi per fruire in maniera molto ridotta dei beni e servizi ivi offerti.

arrivipresenze

In particolare è da sottolineare l’enorme scarto tra il numero di visitatori agli scavi ed il numero di arrivi pari appena a 104.893 nel 2013.

In pratica, attualmente la quota più consistente degli oltre 2 milioni di visitatori annui del sito archeologico di Pompei decide di limitare la visita ad un “day trip” per poi alloggiare nelle località di provenienza, più o meno vicine, ma dotate di una maggiore attrattività turistica (ad esempio la costiera sorrentina, Roma e la stessa Napoli).

Questo dato è confermato anche dal valore della durata media del soggiorno, che risulta pari a 1,8 notti  e  assume  i valori più elevati nel quadrimestre estivo.

presenze mensii

Confrontando i dati mensili relativi alle presenze negli anni 2012-2013, si osserva una diminuzione delle presenze nei mesi primaverili, in particolare ad Aprile si registra una diminuzione del 22%. Al contempo si registra un aumento nei mesi autunnali, in particolare del 12% in ottobre.

presenze per provenienza

Osservando il grafico delle presenze di stranieri per paese di provenienza negli anni 2012-2013 si osserva un aumento delle presenze rispetto al 2012, indipendentemente dalla nazione di provenienza, fatta eccezione per la Spagna, la Svizzera, il Brasile, l’Argentina, il Giappone e la Danimarca.

A partire dai dati sui flussi turistici nel 2013 è possibile calcolare una serie di indicatori che misurano da un lato l’impatto della presenza turistica in un certo territorio evidenziando lo “sfruttamento” del luogo, dall’altro la performance in termini “produttivi” di una località.

indicatori di turisticità

Indicatori di turisticità – Anno 2013

Osservando i valori del tasso di turisticità, dell’indice di affollamento e della densità turistica, è evidente che il territorio di Pompei è caratterizzato da un’elevata pressione turistica, in quanto gli arrivi sono più del triplo della popolazione residente, e si contano quasi 8500 turisti per kmq.

Nel periodo considerato, al contempo l’indice di turisticità territoriale, che riflette la capacità del territorio di sopportare il carico turistico, è molto basso, confermando ulteriormente la forte pressione turistica esercitata sul territorio.

 

Analisi urbanistica multicriteri@ per la lettura e la rappresentazione della città e del territorio metropolitano

Dott. arch. Giuseppe Guida

Il lavoro analitico e progettuale, di seguito sinteticamente riportato, inquadra le questioni territoriali del sito di Pompei a livello metropolitano, utilizzando, in particolare, analisi di tipo “multicreteri@”, implementabili ed interscambiabili. Il tutto mediante una piattaforma GIS in grado di rendere i dati omogenei, georeferenziati e gestibili in maniera integrata, sia ai fini di questo studio, sia per proseguire l’attività di ricerca e fornire un utile supporto al decisore pubblico e agli attori di tipo privato.

Per fornire una cornice territoriale da considerare quale dimensione fisica ottimale nella quale far convergere le analisi e i risultati del Progetto Campus si è ritenuto opportuno relazionarsi alla strumentazione di piani e programmi vigenti, provando ad operare una sorta di interpolazione delle previsioni e degli indirizzi strategici contenuti nei singoli strumenti.

In questo senso, si è innanzitutto delimitato un ambito territoriale di analisi, che è stato identificato con il Sistema Territoriale di Sviluppo “F3 – MIGLIO D’ORO – TORRESE STABIESE” del Piano Territoriale Regionale che comprende i comuni di Boscoreale, Boscotrecase, Pompei, Castellamare di Stabia, Ercolano, Portici, San Giorgio a Cremano, Torre Annunziata, Torre del Greco, Trecase.

In generale i 45 STS previsti nel PTR rappresentano porzioni del territorio regionale omogenei da un punto di vista territoriale, economico, identitario e culturale.

Come azione preliminare, quindi, si sono estratti gli indirizzi e le disposizioni contenute nella pianificazione vigente, utili ai fini del progetto di ricerca. In particolare si sono presi in considerazione i seguenti strumenti di pianificazione urbanistica e di settore: Piano Territoriale Regionale (approvato), Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale (adottato preliminare), mosaico dei piani comunali vigenti, Piano Stralcio dell’Autorità di Bacino della Campania Centrale.

Piani

Tali informazioni territoriali e urbanistiche sono state integrate dai dati Istat riguardanti la popolazione, il patrimonio edilizio, l’occupazione, l’industria, l’agricoltura, il turismo.

Tutti i dati sono georeferiti e confrontabili su piattaforma GIS.

Istat 1    Istat 2

Particolare attenzione è stata dedicata alla identificazione della rete infrastruttuale e di accessibilità, intesa quale struttura imprescindibile per le ipotesi di sviluppo ed implementazione delle potenzialità del territorio.

Rete infrastrutturale

Infine, come si vedrà meglio in seguito, è stato redatto un modello tridimensionale del territorio tipo TIN  (Triangulated Irregular Network).

Le analisi territoriali effettuate, oltre a definire un patrimonio di conoscenze che rende coerenti e sovrapponibili dati di origine diversa, hanno condotto alla definizione di uno schema strategico preliminare, chiamato “Le porte di Pompei” che traccia un percorso lungo il quale si muoveranno le successive fasi dello sviluppo del progetto.

In sostanza, al fine di ridurre le condizioni d’incertezza, in termini di conoscenza e interpretazione del territorio per le azioni dei diversi operatori istituzionali e non, il Piano Territoriale Regionale (PTR) articola le condizioni territoriali e della programmazione e pianificazione urbanistica  su campi territoriali definiti Sistemi Territoriali di Sviluppo (STS).

Ptr

 

Come accennato, il Sistema Territoriale di Sviluppo  che fa riferimento a  Pompei , così come alle altre aree archeologiche dell’area (Ercolano, Oplontis, Stabia) è l’F3 – MIGLIO D’ORO – TORRESE STABIESE. Tale STS appartiene alla tipologia F, e cioè: SISTEMI COSTIERI A DOMINANTE PAESISTICO AMBIENTALE CULTURALE e comprende i comuni di Pompei, Boscoreale, Boscotrecase, Castellamare di Stabia, Ercolano, Portici, San Giorgio a Cremano, Torre Annunziata, Torre del Greco, Trecase.

F3

Da un punto di vista infrastrutturale l’STS F3 è attraversato dalla SS 18 Tirrena Inferiore, sulla quale si immette la variante alla SS 268 dopo aver oltrepassato l’abitato di Boscotrecase, e dall’autostrada A3 Napoli-Pompei-Salerno.

Gli svincoli a servizio del territorio sono S. Giorgio, Portici, Ercolano, Torre del Greco, Torre del Greco Nord, Torre Annunziata Sud, Torre Annunziata Nord e Pompei.

Le linee ferroviarie che servono il sistema territoriale sono:

– la Napoli-Salerno con le stazioni di Torre del Greco, S. Maria la Bruna, Torre Annunziata Città, Torre Annunziata Centrale e Pompei;

– la linea Cancello-Torre Annunziata con le stazioni di Boscoreale e Torre Annunziata;

– la Napoli-Torre Annunziata-Sorrento della Circumvesuviana con le stazioni di S. Giorgio, S. Giorgio Cavalli di Bronzo, Bellavista, Via Libertà, Ercolano, Miglio d’Oro, Torre del Greco, Via S. Antonio, Via del Monte, Via dei Monaci, Villa delle Ginestre, Leopardi, via Viuli, Trecase, Torre Annunziata Oplonti, Villa dei Misteri, Ponte Persica, Pioppaino, Via Nocera, Castellammare di Stabia, Terme e Scrajo.

– la Torre Annunziata-Poggiomarino della Circumvesuviana con le stazioni di Boscotrecase, Boscoreale, Pompei Valle e Pompei Santuario;

L’aeroporto più prossimo è quello di Napoli-Capodichino raggiungibile attraverso l’autostrada A3 ed il raccordo A1-A3, percorrendo circa 17 km dallo svincolo di Torre del Greco a quello di Capodichino.

Da un punto di vista della programmazione infrastrutturale sono previsti alcuni interventi prioritari:

–  potenziamento e adeguamento dell’autostrada A3 Napoli-Pompei-Salerno;

– collegamento della SP Panoramica Boscoreale ed il nuovo casello autostradale Torre Annunziata Nord;

– asse viario di collegamento tra via Scappi e via Nazionale con interconnessione allo svincolo di Torre del Greco;

– raddoppio della linea ferroviaria Circumvesuviana da Pompei a C/Mare.

 

Infine, per predisporre i dati su una piattaforma non solamente bidimensionale, ma in grado di meglio restituire la complessità del territorio analizzato, si è prodotto un modello tridimensionale del territorio tipo TIN  (Triangulated Irregular Network), una struttura digitale di  dati utilizzabili in un sistema di informazione geografica (GIS) per la rappresentazione di una superficie. Il TIN è composto da  nodi e le linee distribuiti irregolarmente su coordinate tridimensionali  (x, y, e z) che sono disposti in una rete di triangoli sovrapposti.

Ad questo modello, sono sovrapponibili, di volta in volta, le risultanze analitiche e progettuali provenienti dagli altri gruppi di ricerca. Nell’immagine che segue si è integrato il modello TIN con un rilievo LIDAR di Pompei e un modello tridimensionale dell’edificato.

Tin 1    Tin 2    Tin 3

L’obiettivo di un’accessibilità sostenibile per l’intero comprensorio di Pompei è centrale per il Progetto Campus Pompei. In questo senso la ricerca di cui questo documento è sintesi fornisce un patrimonio di conoscenze relative ai flussi di accesso, prendendo come punti di riferimento (“porte”) l’accessibilità via ferro (Stazioni FS e AV), via gomma (Autostrade A3 e A30) e via mare (Porti di Napoli e Salerno).

Flussi 1     Flussi 2    Flussi 3

Forme urbane ed architetture nel paesaggio idrografico della valle del Sarno

Una posizione teorica sul paesaggio

Questo saggio si propone di studiare il sistema fluviale del Sarno come una grande opera d’architettura idraulica ed elemento naturale generatore delle forme urbane che si sono insediate nel tempo in questi luoghi. Il paesaggio e la struttura insediativa della valle del Sarno sono da sempre condizionati dal rapporto strettamente dipendente con il fiume; da questa simbiosi, tra struttura del territorio e costruzione dei manufatti, deriva la nascita e lo sviluppo dei centri urbani e la tipologa delle architetture più significativi di questa valle.

Il paesaggio è concepito come una componente indispensabile dell’architettura. E’ pur vero che tutte le discipline che hanno studiato la di città e il territorio hanno esasperato l’uso di questo termine in modo indiscriminato e generico. In architettura questa ipertrofia può essere arginata seguendo un taglio costruttivo. Non ci interessa parlare di paesaggismo o di quelle forme di abbellimento, di arredo arboreo, di elementi effimeri, molto di moda in questi anni, ma di ciò che permette al paesaggio esterno ed interno alle città di essere un impianto di sistema infrastrutturale. C’è un’attitudine tutta italiana nel rapportare l’architettura al paesaggio, che si lega alla trasformazione dell’idea stessa di paesaggio. Ci sono alcuni temi in cui la modificazione alla scala paesaggistica investe specifiche problematiche di tipo architettonico. Questo avviene quando lo stesso paesaggio, che fa da sfondo o da scena, entra in gioco nelle architetture, quando quel paesaggio risolve quello specifico problema divenendo materiale del progetto architettonico.

I muri a secco che delimitano le proprietà nelle campagne del sud, i terrazzamenti della costiera sorrentina con i suoi prevoli, i basamenti, le pavimentazioni, gli argini lapidei dei fiumi nelle città storiche, i viali alberati ed i percorsi campestri extraurbani, ecc..sono quelle infrastrutture che, interagendo direttamente con l’architettura, costruisco e caratterizzano il paesaggio.

In un saggio sul rapporto tra natura e città dal titolo ‘I quattro elementi dell’architettura del territorio’  anche Carlos Martì Aris pone la questione della progressiva conurbazione delle campagne intorno alle città come fondativa per una nuova teoria sul tipo di espansione delle nuove parti di città. Egli dice: ‘la trasformazione del nostro intorno fisico si determina con una rapidità e una intensità sempre maggiori e, allo stesso tempo, accelerano vertiginosamente i fenomeni di occupazione e consumo del territorio. Le strutture metropolitane crescono e si espandono mentre la natura si allontana da noi fino a diventare inaccessibile. Si compie così, come un destino inesorabile, il progressivo avanzare verso una completa artificializzazione del territorio.’ 1

Il paesaggio idrografico della valle del Sarno si è modificato nel tempo attraverso successive trasformazioni del suo corso e delle architetture di tipo infrastrutturali. I mulini, le vasche di recapito, i fossi, i controfossi, le dighe erano un sistema articolato e complesso costruito per sfruttare la forza idraulica; ma anche le traverse, i ponti, la rettifica delle sponde, le strade ripuarie, i filari d’alberi proponevano un uso sia infrastrutturale che di pubblico piacere. Il sistema cresciuto intorno al fiume Sarno, come le grandi architetture alla scala del paesaggio, si è sempre basato sul rapporto tra unico elemento naturale alla scala territoriale ed plurimi elementi architettonici alla scala urbana. Attraverso i principi insediativi agiamo sulla stessa struttura del paesaggio. Le diverse scale del progetto di paesaggio producono reazioni a catena come nel rapporto che si instaura tra le masserie, i confini ed i campi arati in Puglia o tra gli approdi e gli edifici delle tonnare con la linea di costa in Sicilia ed, in genere, tra un sistema infrastrutturale a grande scala ed i suoi nodi di raccordo. Lo studio di questo sistema vuole ripercorrere una modalità di riscoperta delle potenzialità di questi luoghi ed un metodo di lavoro da applicare in un possibile progetto di riqualificazione del fiume Sarno, partendo dalla possibilità di riconnettere il fiume alla città metropolitana che in questi anni si è costruita negando la presenza degli elementi naturali facendo in modo che la natura idrografica dei luoghi entri in contatto con i luoghi urbani essi siano residenze o spazi pubblici. Così il corso del fiume diviene il luogo in cui l’architettura si riappropria della natura definendo un preciso carattere idrico, un paesaggio costruito sull’acqua.

Struttura idrografica ed archeologia: in rosso Pompei, Moreggine (porto romano) e Nucera con le vie di collegamento; in azzurro il tracciato sinuoso del paleo fiume; in nero il tracciato attuale di canali e rii

Struttura idrografica ed archeologia: in rosso Pompei, Moreggine (porto romano) e Nucera con le vie di collegamento; in azzurro il tracciato sinuoso del paleo fiume; in nero il tracciato attuale di canali e rii

Allora, come dice Carlo Alessandro Manzo, in un sistema aperto e discontinuo, policentrico e disarticolato come quello della valle del Sarno acquista importanza il sistema degli spazi liberi e degli elementi naturali che partecipano al disegno dei nuovi insediamenti con un ruolo non accessorio, ma strutturante del progetto. ’Paesaggi costruiti e paesaggi della natura, sagome edificate e spazi vuoti sono visti come antinomie dello stesso problema compositivo, efficacemente sintetizzato nella fortunata espressione del rapporto tra figura e fondo.’ 2

 

La forma urbana

L’idea di città storica, compatta e monocentrica, fatta di parti definite è ormai superata. Gli agglomerati urbani si sono fusi con il territorio sia per il loro riversarsi verso le campagne, sia per la rinaturalizzazione di parti interne. Questa nuova identità, che io chiamo la ‘città paesaggio’, è una città che si è ramificata sul territorio fondendosi completamente con il paesaggio, è caratterizzata da parti discontinue ed aperte, inoltre, non ha più figure geometriche che possano descriverla ma elementi di varia scala che s’intrecciano tra di essi: quartieri, cunei verdi, infrastrutture, aree residenziali, borghi storici tenuti insieme dalle trame agricole, nel nostro caso dalla centuria, dal sistema orografico e dagli assi storici. ‘La trasformazione del nostro intorno fisico si determina con una rapidità e una intensità sempre maggiori e, allo stesso tempo, accelerano vertiginosamente i fenomeni di occupazione e consumo del territorio. Le strutture metropolitane crescono e si epandono mentre la natura si allontana da noi fino a diventare inaccessibile. Si compie così, come un destino inesorabile, il progressivo avanzare verso una completa artificializzazione del territorio.3

Così come nella maggior parte delle periferie delle città italiane anche la forma urbana della Valle del Sarno si è dileguata in una conurbazione diffusa tra capannoni industriali, edilizia residenziale, campagna ed infrastrutture nell’impossibilità di definirne i limiti della città contemporanea.  In realtà, la valle, fino all’inizio del dopoguerra, era conformata da un sistema di poli urbani che ruotavano intorno al fiume Sarno collegate da due strade storiche la ‘Consolare’ e la ‘Poupilia’. La veloce ed incontrollata espansione urbana dal dopoguerra ad oggi ha provocato la quasi totale saldatura dei centri urbani attraverso la minuta e filamentosa rete stradale di collegamento.

Quest’ampia parte di territorio campano tra il Vesuvio, i Monti Lattari, i Monti di Sarno e la costa è attraversato dal fiume Sarno che trancia la valle in due sottosistemi, l’uno gravitante sulla provincia di Napoli, l’altro su quella di Salerno. Nonostante questa divisione amministrativa, l’agro nocerino/sarnese ha caratteri paesaggistici, architettonici ed urbani univoci sia per la presenza della fitta rete idrografica, che non ha confronto con altri luoghi,  sia per la forte relazione con le colture come risorsa produttiva primaria. Tale sistema cambia con il variare della permeabilità dei terreni e gli orti e le floricolture in vicinanza del fiume cedono il posto dapprima al seminativo arborato e successivamente, sulle pendici dei monti, al frutteto e al vigneto. Anche le architetture e le residenze rurali subiscono questo passaggio nel rapporto che stabiliscono con il suolo in funzione della profondità della falda freatica. Così in vicinanza del fiume le case agricole storiche non hanno interrati e hanno due piani fuori terra, sulle pendici dei monti le case hanno alti scantinati scavati negli strati di limo grigio ed un piano fuori terra. La complessa rete di infrastrutture a scala locale e sovra regionale attraversa tale territorio sovrapponendosi in modo indiscriminato alle presenze urbane, ai tracciati e alle emergenze naturali. Fra tutte l’autostrada Napoli – Reggio Calabria che si unisce con la Caserta – Salerno all’altezza di Nola e la Ferrovia dello Stato che costeggia l’antica strada Consolare accentuano la divisione in fasce separate parallele all’andamento del fiume.  Lo storico sistema territoriale fatto di poli, che si erano costruiti su emergenze orografiche bilanciati dall’asta fluviale, è oramai praticamente irriconoscibile. Le propaggini più esterne dei piccoli centri urbani sono esplose in un sistema pulviscolare di piccole residenze e capannoni ed il sistema di strade di collegamento si condensa di volumi edilizi come una rete filamentosa che urbanizza la campagna. La fascia costiera tra Torre Annunziata e Castellammare è un’unica grande area industriale in fase di dismissione.  Pompei e Scafati si sono saldate sulla vecchia strada consolare che tiene collegate anche Angri, Pagani e Nocera in un unico sistema lineare. Le distanze tra i poli diventano più nette verso nord tra Poggiomarino e Sarno dove possiamo ancora individuare i nuclei distinti ed isolati di San Marzano, San Valentino e Striano e, infine, sulle pendici dei monti Lattari si rileva il sistema pedemontano formato dai comuni di Santa Maria La Carità, Sant’Antonio Abate e Corbara.

 

Struttura idrografica e architetture

Le vicende topografiche ed urbane di questa valle sono indissolubilmente legate alla forma, all’andamento e al disegno che nei secoli l’imponente infrastruttura idrica del Sarno ha assunto al di là della volontà dell’uomo di governarlo. La piana è marcata dal corso del fiume e da una connessa intricata rete idrografica minore di canali, fossi e rii, la quale ha da sempre rappresentato, sin dal periodo protostorico e fino ai tempi attuali, un fattore di criticità ambientale da governare e da regolamentare. Per tale ragione dal 1998 questo territorio, che si estende su un’area che occupa una superficie complessiva di circa 715 kmq, con una popolazione di 1.300.635 abitanti (ISTAT 2000), si è istituita l’Autorità di Bacino del Sarno e nel 2003 la Regione Campania riconosce istituzionalmente il Parco Regionale del Bacino Idrografico del Fiume Sarno ente che ha come obiettivo principale quello di attuare una politica di sviluppo e salvaguardia del territorio attraverso la valorizzazione ambientale del percorso fluviale e del patrimonio storico, culturale, archeologico del territorio per migliorare il livello occupazionale dell’area. Il corso principale del fiume è lungo circa 24 km e nasce da  tre sorgenti alla base del gruppo montuoso del Pizzo d’Alvano (Palazzo, Marino e Foce) per sfociare tra i due poli industriali di Castellamare di Stabia e Torre Annunziata di fronte allo scoglio di Rovigliano. Il fiume Sarno, dall’antichità fino all’inizio del novecento, è stato navigabile. Attraverso il ‘lontro’, tipica imbarcazione a ‘pescaggio piatto’, si poteva solcare l’acqua del sistema di collegamento più importante di questo territorio.

Il Sarno, chiamato nel medioevo Dragone per lo svolgersi sinuoso del suo corso, oggi è quasi del tutto artificiale per le opere di bonifica che ne hanno rettificato il suo andamento naturale succedutesi nel tempo. In origine sappiamo che il villaggio paleolitico di Longola, vicino Poggiomarino, era costruito da capanne lignee su palafitte per sopraelevarsi rispetto alle acque del fiume e alla formazione di aeree paludose. Nel periodo romano le fortune di Pompei si costruirono anche per la sua posizione strategica  rispetto al fiume ed alla sua navigabilità con il porto nell’area di Moreggine divenendo un grande emporio del retroterra nocerino, nolano e acerrano costituendo l’elemento su cui era incentrata l’economia anche per la presenza di un Porto Fluviale a Pompei in località Moreggine4 (De Spagnolis 2001). La rappresentazione più antica del fiume compare nella Tabula Peutigeriana risalente all’incirca tra il XII e XIII secolo dove si illustra il suo percorso tortuoso che costeggia Pompei e sfocia in mare vicino Castellammare5. Ma per analizzare l’assetto territoriale poco prima degli stravolgimenti

ottocenteschi si possono studiare un disegno del 1789  intitolata ‘Pianta Topografica per dimostrare tutte le acque che compongono il fiume Sarno’ (fig.3) ed un documento notarile con piantina del 1828  dal titolo ‘Cenno sull’origine delle acque del Sarno’ (fig. 4). In entrambi le cartografie possiamo rilevare informazioni sulla disposizione dei centri abitati il percorso del fiume, le strade di collegamento, il tipo e le aree coltivate, alcuni punti significativi come ponti, mulini, canali. In particolar modo nella sconda carta sono evidenziati l’unico centro urbano, con il suo impianto, la chiesa madre ed il ponte che è Scafati; ed il sistema dei mulini che in questo periodo raggiunge il suo massimo apice. Il fiume, oggi, scorre tra sponde naturali fino all’altezza di S. Marzano dove si immette un affluente che convoglia, all’altezza di Nocera, i torrenti Solofrana e Cavaiola e, da questo punto in poi, il sistema è artificiale grazie alle numerose opere idrauliche di canali di bonifica, alcuni costruiti già nel secolo scorso allo scopo di assicurare le condizioni per la coltivazione della fertile piana. Il complesso sistema idrografico del fiume e dei suoi affluenti disegna sul territorio un fitto reticolo di vie d’acqua, in gran parte frutto dell’intervento umano.

Come si vede anche dalla tavola storica del 1828 tra i comuni della valle solo Scafati ha fondato le sue radici storiche sulle acque fluviali sviluppando un rapporto diretto con esso. Il ponte, il sistema di chiuse e d’incanalamento del fiume intorno al ponte e al Palazzo Meyer, il profilo della Cattedrale, i giardini della villa Comunale, l’isola dei mulini formano un nucleo urbano unitario che caratterizza il cuore della città. E’ il punto più significativo dell’attraversamento del fiume Sarno nella piana. Qui ancora si percepisce il rapporto diretto che la città godeva con l’acqua attraverso le paratie ed i sistemi meccanici che venivano azionati per il troppo pieno, il disegno pregiato del bordo dei canali con i muri di pietra lavica, i resti dei vecchi mulini parte integrante del disegno dei muri di contenimento, le case costruite sul bordo del fiume. Nel medioevo, proprio in questo nucleo urbano, vengono costruiti alcune Architetture Religiose significative per i nostri studi perchè poste in stretto rapporto con il fiume: la chiesa ed il chiostro dell’Abbazia Cistercense di Realvalle, fu costruita da Carlo I D’Angiò per celebrare la vittoria nella battaglia di Benevento nel 1270 nel borgo di San Pietro a nord di Scafati, mentre la chiesa di Santa Maria delle Vergini, sorta nel 1524 proprio vicino al ‘Pons Sarni’, viene dallo storico Gaetano Pesce una ‘chiesa sul fiume’. Quest’ultimo sistema urbano viene reappresentato in una ‘guaches’ del 1686 ed in un dipinto di Jacob Philipp Hackert della fine del ‘700 con, in entrambi i casi, il rapporto che si stabilisce tra il ponte romano, la Cattedrale di Scafati ed il fiume. Una ricca iconografia dell’ottocento, invece, ritrae alcuni aspetti urbani dei paesaggi fluviali del Sarno. In questo periodo la baronessa Nathaniel De Rothschild con Léon Gaucherel (fig. 7) dipinge vedute delle case di Scafati per il Salone di Parigi dove si può notare come le residenze vivano in stretto rapporto con il fiume. Le case, di cui sono superstiti ancora pochi frammenti nel centro di Scafati, sono costruite su archi rampanti per sospendere il piano di calpestio dal livello del fiume in altri casi gli accessi sono direttamente collegati al fiume che era usato per spostamenti rapidi con l’uso del ‘lontro’. In un disegno anonimo della prima metà del ‘900 (fig. 8) viene disegnato un suggestivo scorcio di una casa, in una località non bene definita, tra due ponti. E’ disposta su due livelli come le case rurali e probabilmente il piano basso, a stretto contatto con uno spazio tra la casa ed il fiume, viene utilizzato come deposito ed il piano alto come residenza. Lo spazio ibrido che si viene a creare tra la casa ed il fiume sembra la trasposizione di una corte rurale sul fiume, una corte fluviale, usata probabilmente come approdo e luogo di lavoro.

La conformazione orografica della Piana, che dolcemente degrada verso il mare con una pendenza media dello 0,1%, ha disegnato un andamento del fiume lento, sinuoso e invasivo. Questa sezione che dal monte arriva a mare con dislivelli minimi è stata la causa di  frequenti esondazioni provocate nei secoli anche dalle palizzate che deviavano il corso del fiume poste dalle famiglie baronali per procurare energia motrice ai mulini. Il sistema delle acque, quale “dominante” ambientale, ha favorito Io sviluppo di attività produttive, quali i mulini ad acqua situati lungo il fiume, le filande ottocentesche, Ie cartiere, i cotonifici e l’industria tessile. L’insediarsi e Ia diffusione delle diverse produzioni, in relazione all’ampia disponibilità della risorsa idrica ed alla particolare morfologia del territorio, si affianca ai numerosi interventi idraulici Iungo i corsi d’acqua che modificano il regime degli alvei ed aprono numerosi contenziosi intorno ai mulini ed ai canali a partire dal 1600. I Mulini di Scafati (Abenante, Piscitelli, De Sio), i Mulini sul Bottaro a Moreggine (fig.6) e a Ponte della Persica (fig. 7), fino all’ottocento, furono il motore del sistema economico della valle. Gestiti dai signorotti dei poderi permettevano la produzione di grano, orzo e granoturco come vere e proprie strutture industriali che utilizzavano la forza idraulica del fiume disponendosi sulle sue sponde.

 

L’ampia area a ridosso del centro cittadino di Scafati presso il vecchio ponte e nelle vicinanze dello scalo ferroviario venne utilizzato nel primo Ottocento per la creazione di un notevole opificio per la filatura, tra i principali della zona. Distrutti i padiglioni della fabbrica, del complesso resta la residenza di Giovanni Giacomo Meyer, il fondatore dell’industria, sorta sulla sponda del fiume presso il ponte e accanto al sito della vecchia torre di Scafati e che oggi ospita il Municipio ed il giardino è dal 1933 Villa comunale. L’assetto idrografico del Bacino si interconnette, inoltre, alle questioni legate alla navigabilità del fiume, agli interventi legati all’utilizzo delle acque del Sarno e alle opere di canalizzazione e di bonifica borbonica. Infatti agli inizi dell’ottocento Ferdinando II di Borbone decise di costruire nei pressi di Scafati un nuovo polverificio in sostituzione e di maggiori dimensioni rispetto a quello esistente a Torre Annunziata. Il grande recinto della Real Polveriera6 diviene un intervento strategico e di fondamentale importanza per il ridisegno e la riconfigurazione del canale Bottaro e del corso principale del fiume. La rettifica e la canalizzato per la navigazione alterano definitivamente il suo sviluppo originario da Scafati al mare. Nell’ottocento il fiume diviene motore propulsore ed infrastruttura per le nascenti industrie delle filande tra Sarno e Scafati. In questo periodo nasce anche il Polverificio Borbonico tra il canale Bottaro ed il Sarno per sfruttare la forza motrice e per salvaguardare il circondato da possibili esplosioni incendiarie. Di recente meno diretto e costruttivo con l’uso per fini industriali e la rete di canali irrigui che ne hanno stravolto il suo naturale percorso.

La “lettura” del territorio di bacino svolta attraverso riferimenti all’assetto originario dell’area ha voluto evidenziare le profonde trasformazioni avvenute in questo particolare ambito fluviale. Una prima considerazione che emerge riguarda il rapporto ”fiume/territorio” e in particolare il ruolo e l’influenza del fiume sull’evoluzione dell’area (sulla storia, l’economia e la comunità locale). Una seconda considerazione attiene il rapporto tra i caratteri “identitari”, originari deIl’area, e i processi di trasformazione territoriale avvenuti nel corso degli anni; infine, una terza è riferita al rapporto tra uso delle risorse ed alterazione degli equilibri ecologici. In questo contesto il rapporto “fiume/territorio” ha fortemente connotato l’ambito.

Relazione attività di ricerca

Contrattista: Flavia Leone

Tutor: Prof. Maria Rita Pinto

 

Beneficiario: BENECON scarl

POR CAMPANIA FSE 2007/2013 A VALERE SULLE RISORSE DEGLI O.O. 2.1 E 2.2

TITOLO DELL’OPERAZIONE: ECOTURISMO URBANO PER LA FRUIZIONE DEI BENI CULTURALI IN CAMPANIA

 

TITOLO DELL’INCARICO 9)

Attività di elaborazione dati finalizzati al riuso del Patrimonio costruito da valorizzare e alla redazione di piani di manutenzione certificati.

 

Tutor: Prof. Arch. Maria Rita Pinto

Contrattista: Arch. Flavia Leone

 

Premessa

L’obiettivo dell’attività di ricerca è quello di definire metodi e strumenti di supporto decisionale e operativo alla programmazione delle attività manutentive dei Beni Culturali diffusi nel territorio campano. Gli interventi di manutenzione, a diversa intensità e frequenza, sono diretti a tenere sotto controllo le azioni degli agenti di degrado allo scopo di prolungare il ciclo di vita del bene, garantirne la conservazione entro logiche di sostenibilità e favorirne la fruizione.
Modalita’ di svolgimento della ricerca
L’attività di ricerca svolta è stata finalizzata alla redazione dello Stato dell’Arte relativo alle tematiche oggetto del presente Programma di Ricerca, all’individuazione delle criticità riguardanti la programmazione degli interventi manutentivi, alla selezione dei Casi Studio nell’ambito del Patrimonio archeologico Campano, alla redazione di Schede Tecniche “dedicate” per il Piano di Manutenzione.

In particolare il lavoro si è articolato nelle fasi di seguito riportate:

1) Definizione del campo di applicazione.

2) Analisi del quadro normativo per la manutenzione dei Beni Culturali.

3) Individuazione delle criticità del quadro normativo relativo alla programmazione degli interventi manutentivi.

4) Analisi dei processi di manutenzione: scenario di riferimento, strumenti di controllo tecnico, piani di manutenzione certificati.

5) Individuazione dei Casi Studio e delle criticità in atto: Sito Archeologico di Pompei.

6) Descrizione del ruolo del Piano di Manutenzione nel Processo di recupero del Patrimonio Archeologico e delle fasi nelle quali interviene il Piano di Manutenzione.

7) Definizione della rilevanza dei processi di conoscenza nella strutturazione del Piano di Manutenzione per i beni archeologici.

8)  Identificazione della documentazione tecnica relativa al Manuale di Manutenzione fornita

dalla Norma UNI 10874:2000.

9) Osservazione delle problematiche inerenti la strutturazione della documentazione tecnica relativa al Piano di Manutenzione e valutazione delle varianti da introdurre nel caso specifico del Patrimonio Archeologico.

10) Elaborazione della documentazione Tecnica del Piano di Manutenzione del Bene archeologico (Area Anagrafica)

a. Scheda Identificativa bene archeologico;

b. Piano di Scomposizione e Classificazione del Sistema Tecnologico;

c. Scheda di Elemento Tecnico del Bene Archeologico;

Di seguito si riporta una descrizione delle attività svolte e dei risultati raggiunti, per ciascuna delle fasi precedentemente elencate.

 

Descrizione dell’attività di ricerca e dei risultati raggiunti
1. Definizione del campo di applicazione

In questa fase è stata svolta un’indagine conoscitiva riguardante le tematiche inerenti la manutenzione del Patrimonio Culturale allo scopo di rilevare le problematicità concernenti gli interventi manutentivi, prevalentemente legate ad una prassi della manutenzione intesa come attività riparatoria piuttosto che come attività programmatoria. E’ stato, inoltre, circoscritto il campo di applicazione della ricerca alla vulnerabilità del Patrimonio Archeologico Campano, al fine di garantirne le migliori condizioni di utilizzazione e fruizione pubblica.

Il Patrimonio in oggetto risulta, infatti, interessato da fenomeni di degrado diffuso dovuti ai carenti interventi di tipo manutentivo, che non sono stati in grado di contrastarne le progressive azioni determinate dall’aggressività ambientale e dalla crescente pressione antropica.

La particolare complessità e rilevanza del Patrimonio Archeologico Campano pone in evidenza come le questioni legate alla Tutela, alla Conservazione e alla Valorizzazione dei Beni Culturali, non possono essere disgiunte da quelle connesse alla “piena fruizione” dello stesso. È in questa logica che si ritiene necessario prendere in esame anche le opere funzionali all’utilizzo e all’accessibilità del suddetto Patrimonio.

Lo studio ha rilevato come negli ultimi anni, il tema della manutenzione appare uscito dall’ambito puramente tecnico-operativo per assumere valenze di carattere programmatorio, strategico e organizzativo. Le motivazioni che impongono di favorire processi finalizzati alla previsione e prevenzione del deterioramento dei Beni Culturali con attività programmate di tipo ispettivo e manutentivo, piuttosto che interventi di urgenza a guasto avvenuto, sono largamente condivise dalla comunità scientifica, ma non sempre hanno trovato apporti di tipo attuativo in grado di rispondere a pieno alla pluralità e alla complessità dei Beni diffusi sul territorio.

In particolare, le pratiche relative alla strutturazione di Piani di Manutenzione solo da qualche decennio hanno trovato determinati impulsi, prevalentemente dovuti a dettati normativi che hanno introdotto l’obbligatorietà delle pianificazione delle attività manutentive, anche nell’ambito dei Beni Culturali. Le componenti innovative che sono emerse riguardano il superamento delle tradizionali categorie della manutenzione ordinaria e straordinaria e della concezione della prassi manutentiva intesa come sommatoria di interventi isolati, puntuali e circoscritti nel tempo, a favore di un’idea di manutenzione quale processo costante e continuativo nel tempo, che rappresenta la garanzia di conservazione del Patrimonio Culturale.

È stato constatato, inoltre, che se da un lato la manutenzione sta assumendo i connotati di un servizio offerto per prolungare il “tempo di vita” del Bene, al fine di garantirne sia la fruizione che la trasmissione alle generazioni future, dall’altro, i principi posti alla base della normativa cogente sui Lavori Pubblici, sono indirizzati principalmente agli interventi di nuova realizzazione e, pertanto, è necessario fornire adeguate indicazioni sulla pianificazione delle attività, in conformità ai  riferimento presenti nel codice dei BBCC.

Le attività svolte hanno consentito di individuare nella programmazione della manutenzione due rilevanti principi: il primo è l’applicazione di una strategia di gradualità di attuazione, ossia l’articolazione delle strategie manutentive in base alle capacità conoscitive sviluppate nel tempo con la costituzione dell’apparato informativo di supporto al Piano di manutenzione, il secondo è l’utilizzo di una logica di razionalizzazione nella esecuzione degli interventi e nella raccolta e gestione delle informazioni di ritorno dagli interventi, con l’obiettivo di approfondire il quadro diagnostico del Patrimonio Culturale attraverso la conoscenza ex-post.

Il Patrimonio Culturale presenta, infatti, un linguaggio strutturato, un sistema di segni e di significati, risultato del processo che lo ha configurato lungo il suo ciclo di vita, pertanto, pone la necessità di rispettarne le condizioni vincolo costituite dalla configurazione, garantirne l’autenticità e massimizzarne la permanenza materica, operando attraverso attività programmatorie e azioni preventive. La riduzione dei livelli di vulnerabilità del Bene da tutelare e valorizzare richiede di verificare la compatibilità delle soluzioni da adottare con il sistema di vincoli riferito dallo stesso.

In risposta a tali considerazioni, l’obiettivo dell’incarico di ricerca è quello di reperire i dati necessari ai Piani di Manutenzione “dedicati”,  sistematizzarli e testarli sui Casi Studio individuati nel contesto delle aree archeologiche campane, con il fine di attivare strategie di manutenzione in grado ottimizzare la qualità degli interventi e garantire la fruibilità del Patrimonio in oggetto.

 

2. Analisi del quadro normativo per la manutenzione dei Beni Culturali

In questa fase dell’attività di ricerca è stata esaminata la normativa tecnica sul tema della manutenzione, allo scopo di individuarne le potenzialità e le criticità.

In particolare, va riferito che il concetto di manutenzione considerato anche in riferimento agli interventi sui Beni Culturali è stato introdotto dal D.P.R. 554/99, nel quale si specifica che “la manutenzione consiste in una serie di operazioni tecniche specialistiche periodicamente ripetibili volte a mantenere i caratteri storico-artistici, la materialità e la funzionalità del manufatto garantendone la conservazione”.

Il più recente D.P.R. 207/2010, Regolamento di attuazione del D.L.163/06, tuttavia afferma che i contenuti qualificanti e le finalità della manutenzione sono definiti all’articolo 29 del Codice dei beni culturali e del paesaggio (D.L 42/2004 e s.m.i.). Tale articolo individua nella manutenzione “il complesso delle attività e degli interventi destinati al controllo delle condizioni del bene culturale e al mantenimento dell’integrità, dell’efficienza funzionale e dell’identità del bene e delle sue parti” rafforzandone il legame di reciprocità con la conservazione, sia dal punto di vista dei principi che operativo, senza però che a questo faccia seguito la predisposizione di strumenti attuativi realmente efficaci.

Va specificato, inoltre, che anche per l’intervento sui Beni Culturali, il D.P.R 554/99 introduce l’obbligo di redazione del Piano di manutenzione in fase di progettazione esecutiva. Il D.L. 163/06, abrogando la L. 109/94, ne conferma le disposizioni, aggiungendo che nella progettazione di interventi sui Beni Culturali, l’obbligo vige comunque, anche in caso di assenza di progetto esecutivo.

Sulla scorta di queste riflessioni, è importante mettere in luce che si riconoscono le grandi potenzialità che lo strumento del Piano di manutenzione potrebbe assumere in relazione alle caratteristiche specifiche degli interventi sui Beni Culturali, i quali comportano sempre lo sviluppo di una consistente attività conoscitiva. Se concepito in chiave evolutiva ed opportunamente integrato nei contenuti, il Piano potrebbe, infatti, rivelarsi uno strumento di grande utilità, oltre che per il perseguimento delle attività di conservazione, anche per la raccolta di informazioni, la registrazione delle attività ispettive e manutentive progressivamente attuate ed il monitoraggio delle condizioni di stato del bene edilizio.

Avendo, dunque, riconosciuto nel Piano di manutenzione la traduzione operativa delle premesse teoriche poste a fondamento della cultura della manutenzione e, al tempo stesso, il principale strumento per l’attuazione della manutenzione programmata, ne è stato definito il quadro legislativo di riferimento.

Dai provvedimenti normativi di natura cogente (L. 109/94, D.P.R 554/99, D.L. 163/06 e D.P.R. 207/2010) e di natura contestuale e volontaristica (Norma UNI) sono state ricavate le indicazioni sui contenuti e le modalità di attuazione del Piano di manutenzione.

I primi provvedimenti delineano il ruolo e le finalità del Piano di manutenzione, i secondi testimoniano un interesse crescente per la manutenzione e una esigenza di regole certe e condivise a cui rapportarsi.

In particolare è operata una disanima e una sistematizzazione della Normativa cogente riportata e della Normativa Tecnica di Consiglio.

L’analisi della normativa cogente ha posto in evidenza che il Piano di Manutenzione dell’opera e delle sue parti è un documento obbligatorio (L. 109/94 – art. 16, comma 5), stilato in fase progettuale e indirizzato alla futura gestione del Bene, al fine di garantirne le condizioni di efficienza. Tale elaborato interviene in ogni fase del Processo edilizio e seleziona la conoscenza prodotta durante la progettazione dell’intervento, aggiornandola e implementandola con i dati provenienti dall’esecuzione dello stesso. Esso diviene, pertanto, lo strumento d’ausilio per il governo del futuro ciclo di vita degli edifici.

L’analisi dei documenti normativi di consiglio ha consentito di individuare le procedure per elaborare e gestire le attività manutentive.

 

3) Individuazione delle criticità del quadro normativo relativo alla programmazione degli interventi manutentivi.

L’attività di ricerca svolta in questa fase ha consentito di identificare le criticità del quadro legislativo relativo alla programmazione della manutenzione finalizzata alla conservazione, rispetto: alle carenze riscontrate nel Piano di Manutenzione, alla valutazione del degrado degli elementi tecnici del Sistema Edilizio e all’individuazione di parametri di sostenibilità. In particolare tali problematiche sono riferite agli elementi di seguito riportati:

1. Il Piano di Manutenzione viene richiesto soltanto per le opere progettate e non per l’intero edificio. Tale elemento, non contemplato dalla normativa vigente, risulta di fondamentale importanza nel caso in cui l’ambito di riferimento è quello dei Beni Culturali. Il fine della conservazione dei caratteri storico-artistici, di quelli materico costruttivi e funzionali dello stesso, presuppone, infatti, che si debba tener conto sia dei singoli elementi tecnici interessati dall’intervento, che degli altri elementi ad esso contigui con i quali possono generarsi delle interazioni a costituire nodi tecnologici dei manufatti archeologici.

2. La normativa vigente rende obbligatori sia la redazione del Piano di Manutenzione durante la fase progettuale dell’intervento che l’aggiornamento del Piano a conclusione dei lavori, ma non ne rende cogente l’attuazione. Ciò limita la valenza di tale strumento, che potrebbe risultare strategico per garantire la conservazione del Bene.

3. Il Piano di Manutenzione viene attuato soltanto in relazione alla progettazione di un nuovo intervento o alla esecuzione di un progetto di riuso, riqualificazione o restauro. Sarebbe opportuno, invece, prevederne la redazione indipendentemente dall’esecuzione di un progetto, al fine di garantire la “cura” nel tempo del Bene in oggetto, favorendo il ricorso alla logica del “minimo intervento”.

4. Nella redazione del Piano di manutenzione non viene operata la valutazione dei guasti in relazione alle variabili di vulnerabilità, che vengono riconosciute nel ruolo degli elementi tecnici del sistema tecnologico, nelle patologie di degrado, nelle tipologie diverse di unità tecnologiche analoghe, nelle tecnologie di posa in opera, nei nodi/relazioni tra elementi tecnici, nelle compatibilità tra sistema esistente e interventi di retrofit.

5. Nella normativa cogente e tecnica di consiglio in materia di manutenzione si registra l’assenza della valutazione dei parametri di sostenibilità relativi all’intervento. In particolare, si segnala che i requisiti di durabilità, affidabilità e manutenibilità, previsti dalla normativa tecnica di consiglio, devono essere integrati con requisiti che prevedono i livelli di vulnerabilità, per conseguire la completezza del Piano di Manutenzione e per migliorare l’efficacia e l’efficienza del Cronoprogramma e dello Scadenzario, in un’ottica di sostenibilità. Pertanto, in relazione all’obiettivo di garantire strategie manutentive efficaci ed efficienti, adeguate al Bene, per il quale prolungare il ciclo di vita in un’ottica di sostenibilità, la ricerca si pone l’obiettivo di individuare ulteriori requisiti che gli interventi devono possedere in termini di sostenibilità.

Si può, inoltre, osservare che, il Piano di manutenzione nella prassi operativa viene spesso considerato, da parte dei soggetti promotori di interventi sui Beni Culturali, come un adempimento burocratico e che per il progettista rappresenta un onere economico non adeguatamente compensato dai tariffari professionali; pertanto, nella maggior parte dei casi, viene sviluppato e compilato in modo puramente formale e non secondo gli obiettivi e le potenzialità che gli sono proprie.

 

4) Analisi dei processi di manutenzione: scenario di riferimento, strumenti di controllo tecnico, piani di manutenzione certificati

Questa fase l’attività di ricerca è stata finalizzata all’analisi e alla valutazione degli impatti dei processi manutentivi sul Patrimonio Culturale.

Per definire i diversi approcci ed approfondimenti alle tematiche in oggetto, sono stati analizzati i seguenti aspetti:

1.        lo scenario di riferimento relativo alla manutenzione/conservazione programmata del Patrimonio Culturale;

2.        i contributi teorici e operativi della Tecnologia dell’Architettura;

3.        i Piani di Manutenzione Certificati.

Rispetto al primo punto sono state indagate le esperienze fondative svolte all’estero e in Italia, a partire dall’esempio olandese del “Monumentenwacht” alla “Carta del Rischio del Patrimonio Culturale”, che, in Italia, rappresenta il cuore degli strumenti tecnici per l’attuazione della conservazione programmata. Ciò ha consentito l’individuazione degli strumenti operativi finalizzati ad ottimizzare gli interventi di conservazione del Patrimonio Architettonico mediante attività programmate di cura del Bene.

L’organizzazione olandese e belga di Monumentenwatch  è stata la prima in Europa a dimostrare il potere di un metodo pragmatico incentrato sulla manutenzione sistematica e preventiva del bene.

Si tratta di una fondazione mista pubblico-privato promossa dal Ministero della Cultura olandese che svolge un servizio di monitoraggio, prevenzione e manutenzione del patrimonio architettonico di pregio.

Alla base di tale iniziativa c’è la volontà di prevenire il deterioramento del patrimonio storico immobiliare grazie ad un servizio capillare di supporto ed informazione indirizzato ai proprietari (o gestori) degli immobili.

In Italia, le questioni ed il dibattito sviluppatosi intorno a tale tema trovano le più lontane radici insite nel concetto di “restauro preventivo” elaborato da Cesare Brandi e passano per il primo tentativo di attuazione di Giovanni Urbani di valutazione globale dei fattori di degrado esteso ad un intero territorio. La metodologia di intervento che fa riferimento alla cosiddetta “conservazione/manutenzione programmata”, fondata sull’analisi e sulla valutazione dei fattori di rischio e deterioramento dei beni e sullo sviluppo di tecniche manutentive utili a posticipare gli interventi di restauro e massimizzare la durata del bene stesso, si articola, infatti, a partire dall’importanza fondamentale acquisita dalla prevenzione ai fini della conservazione.

In questo scenario si sviluppa la “Carta del Rischio del Patrimonio Culturale”, redatta nel 1997, dopo una gestazione ventennale, che si fonda sull’idea di individuare sistemi e procedimenti che consentano di programmare gli interventi di manutenzione e restauro sui beni culturali. Ne ripropone l’elencazione della composizione e distribuzione, nonché dell’entità e localizzazione dei fattori ambientali che possono produrre degrado. E’ strutturata in schede conservative e in un sistema di “mappe tematiche” che creano una banca dati indicante i “fattori di rischio” e un “modello di rischio”, consentendo la creazione di un Sistema Informativo Territoriale, messo a punto dalla Regione Lombardia in collaborazione con l’Istituto Regionale di Ricerca (IreR) e il Dipartimento BEST del Politecnico di Milano, che permette, quindi, di razionalizzare gli interventi di conservazione.

Il tracciato schedografico della Carta del Rischio costituisce, dunque, un fondamentale riferimento per gli strumenti tecnici della conservazione/manutenzione programmata, di cui viene garantito il costante aggiornamento attraverso il Programma di conservazione, che prevede attività di ispezione e manutenzione, in funzione del livello di rischio del Bene.

Rispetto al secondo punto è stata operata una ricognizione degli apporti teorici e delle prassi operative maturati nell’ambito della Tecnologia dell’Architettura e condivisi dalla comunità scientifica nazionale, che hanno prodotto strumenti a sostegno della manutenzione e gestione del Bene. La Tecnologia dell’Architettura ha, infatti, sviluppato la cultura della manutenzione programmata con l’obiettivo di garantire l’efficienza del Bene edilizio, introducendo la scomposizione del Sistema Edilizio e la valutazione prestazionale.

Le ricerche sono originate dai criteri che ispirano la manutenzione nel settore industriale, per costruire procedure e strumenti applicabili al Sistema Edilizio, elaborando Piani di manutenzione “dedicati”, in cui sono presenti le variabili legate all’unicità del Bene, alle tecnologie preindustriali, ai vincoli espressi dal Bene Culturale oggetto dell’intervento.

La stesura di tali Piani si traduce in un lavoro di censimento, raccolta ed elaborazione dei dati relativi alle suddette variabili, strutturati in sistemi informativi e di gestione degli interventi, sia nell’esecuzione che nella gestione temporale. In un’ottica di tipo conservativo, risulta necessario registrare sia i problemi connessi al degrado che quelli relativi all’obsolescenza funzionale del Bene edilizio e dei suoi componenti, al fine di tenere sotto controllo gli eventi di adeguamento e di trasformazione.

Sulla tematica in oggetto sono stati visionati i seguenti Programmi di Ricerca Nazionali (PRIN), relativi agli interventi di manutenzione e conservazione del Patrimonio Culturale.

Un apporto significativo alla programmazione degli interventi manutentivi sul Patrimonio Culturale è stato fornito dagli studi condotti dal Politecnico di Milano, dal 1999 partner della Regione in numerose ricerche sulla manutenzione degli edifici storici e dalle ricerche condotte dal Laboratorio di Riuso, Riqualificazione e Manutenzione dell’Università degli Studi di Napoli Federico II.

Rispetto al terzo punto, la ricerca ha indagato le possibilità che vengono offerte dal Piano di Manutenzione Certificato, ponendo in evidenza come il Sistema di Gestione della Qualità applicato alla redazione del Manuale di Manutenzione si è dimostrato un modello gestionale flessibile ed adattabile, oltre che di grande efficacia per le ricerche nell’ambito della programmazione degli interventi manutentivi sul Patrimonio costruito. Per quanto riguarda la normativa sui Sistemi di Gestione della Qualità si è operata un’analisi delle norme a carattere volontario della serie ISO 9000 ed in particolare sono stati individuati i requisiti generali richiesti dalla Norma UNI EN ISO 9001:2008, che hanno consentito al Laboratorio di Riuso, Riqualificazione e Manutenzione del Dipartimento di Architettura dell’Università degli Studi di Napoli Federico II (ex Dipartimento di Configurazione e Attuazione dell’Architettura) di conseguire la certificazione di qualità per l’attività di ricerca relativa all’elaborazione di “Procedure e strumenti operativi per la manutenzione edilizia”. A questo scopo il Laboratorio ha sviluppato una Procedura Operativa per la redazione di un Manuale di Manutenzione certificato per gli edifici. La procedura definisce la metodologia operativa che, partendo dalle peculiarità dell’organismo edilizio e sulla base delle indicazioni fornite dalla normativa UNI, guida la redazione del Manuale di Manutenzione[1], contenente procedure, criteri e strumenti operativi attraverso i quali attuare la manutenzione programmata di un bene immobile. Il Sistema di Gestione della Qualità applicato alla redazione del Manuale di Manutenzione si è dimostrato un modello gestionale flessibile ed adattabile, oltre che di grande efficacia per le ricerche nel campo del recupero edilizio ed ambientale.[2] La ricerca che ha consentito di sperimentare l’applicazione del Sistema di Gestione della Qualità (SGQ), è stata finanziata dal Centro Regionale di Competenza BENECON ed ha riguardato il recupero del sistema dei mulini del Comune di Ottati, nel Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano, costituito da manufatti rurali testimonianza della tradizione produttiva legata alle risorse locali. Lo stato di conservazione dei manufatti edilizi ha reso necessario un progetto di recupero e riuso in funzione del quale sono state sviluppate le strategie manutentive ed è stato redatto il Piano di manutenzione.

Il Sistema di Gestione della Qualità (SGQ) messo in atto dal DICATA, con la certificazione delle procedure e strumenti operativi per la manutenzione edilizia, è stato utilizzato anche nel caso delle procedure sperimentali per la conoscenza di parametri ambientali significativi per gli spazi semiconfinati, costituiti dalle tipologie edilizie a corte del centro storico di Napoli. In questo caso, il Piano di Gestione della Qualità ha riguardato la, programmazione, pianificazione e gestione delle attività di monitoraggio delle condizioni ambientali. Esso rappresenta uno strumento di supporto all’organizzazione dell’informazione e dell’attuazione degli interventi di monitoraggio, fornendo un quadro aggiornato delle attività di controllo e di correzione delle ipotesi di programma.

 

5) Individuazione deli Casi Studio e delle criticità in atto

Sito Archeologico di Pompei

In riferimento all’obiettivo dell’incarico di ricerca di reperire i dati necessari ai Piani di Manutenzione “dedicati”, sistematizzarli e tesarli su Casi Studio individuati nel contesto delle aree archeologiche campane, è stato preso in esame il Caso Studio dell’area archeologica di Pompei. Il fine è attivare strategie di manutenzione in grado ottimizzare la qualità degli interventi e garantire la fruibilità del Patrimonio in oggetto.

La scelta di operare su un sito di particolare complessità e rilevanza, nel quale le principali cause di degrado e di dissesto delle strutture archeologiche sono dovute principalmente a mancate manutenzioni, è dettata dalla volontà di declinare i temi della conoscenza, della prevenzione e della gestione della manutenzione in relazione alla peculiarità di ogni bene, ipotizzando scenari d’intervento misurati sulle specificità di volta in volta emergenti.

È evidente come la complessità dell’oggetto di studio impedisca l’utilizzo di strumenti standardizzati e necessita di un approccio multidisciplinare indirizzato a testare e validare gli strumenti messi in campo attraverso l’integrazione di diverse ed articolate competenze, presenti nel progetto Campus.

Il carattere rudeale, defunzionalizzato e particolarmente fragile rispetto all’aggressività ambientale del contesto preso in esame, a fronte di un’enorme pressione fruitiva, costituisce un importante fattore anche nella scelta delle logiche di programmazione delle attività previste nel Piano di Manutenzione, in termini del tipologia, estensione e cadenza diversificata degli interventi manutentivi da eseguire.

La necessità di intervenire attraverso tempestive azioni di manutenzione è dettata dalla situazioni potenzialmente critiche all’interno dell’area archeologica nella quale si sono verificati diversi crolli, tra i quali gli ultimi nel marzo 2014, che hanno spinto il governo ad emanare provvedimenti per la manutenzione ordinaria e l’avvio degli interventi «di somma urgenza».

Alla luce di tali considerazioni, sono state individuare le principali cause dirette di degrado e dissesto delle strutture archeologiche, e le pressioni naturali ed antropiche che impattano sulle condizioni di equilibrio delle strutture archeologiche, al fine di poter individuare strategie manutentive efficaci ed efficienti.

In questa fase della ricerca particolare attenzione è stata rivolta alla valutazione dei processi di manutenzione relativi al Caso Studio. È stato preso in esame il “Grande Progetto Pompei”, nato da una azione del Governo italiano che, attraverso il decreto legge n. 34/2011 (art. 2), ha inteso rafforzare l’efficacia delle azioni e degli interventi di tutela nell’area archeologica di Pompei mediante la elaborazione di un Programma straordinario ed urgente di interventi conservativi, di prevenzione, manutenzione e restauro.

Sono state individuate le linee fondamentali del Grande Progetto Pompei, che è accompagnato da un piano di studio scientifico e tecnico finalizzato alle diagnosi, all’approfondimento della conoscenza scientifica e all’indicazione delle scelte operative. Attraverso la piattaforma ‘open government’ della Soprintendenza speciale per i beni archeologici di Napoli e Pompei sono stati individuati i dati relativi ai singoli interventi ed è stata presa visione dei bandi di gara relativi ad opere di restauro, manutenzione e valorizzazione previste nel “Grande Progetto Pompei”.

È stata, inoltre, approfondita la conoscenza dell’area archeologica di Pompei attraverso la registrazione dello stato di conservazione di alcune insulae appartenenti agli scavi archeologici di Pompei, al fine di poter definire strategie di prevenzione e manutenzione. Tra tali beni saranno selezionati edifici rappresentativi per tipologia, materiali, stato di degrado e caratteri ritenuti significativi,  su cui delineare le modalità di intervento per la programmazione delle attività di manutenzione. Lo scopo prioritario della costruzione di una base conoscitiva, con la sistematizzazione e recupero dei dati sul Caso studio, è fondamentale per testare lo sviluppo di una metodologia di supporto decisionale e operativo agli interventi da attuarsi sui beni archeologici. Il fine è orientare gli operatori che intervengono nella tutela verso azioni di salvaguardia preventiva mediante una programmata opera di manutenzione dello stesso. Tali dati saranno finalizzati all’obiettivo realizzativo di programmazione delle attività manutentive per incrementare il ciclo di vita utile del Bene Archeologico, favorirne la fruizione e ottimizzare le risorse economiche a disposizione, attraverso la razionalizzazione delle ispezioni e degli interventi di manutenzione necessari alla conservazione della loro consistenza materico-costruttiva e dell’identità storico-culturale. Nell’ambito del processo manutentivo, la fase della conoscenza è strategica, in quanto ha come esito il sistema informativo che guida l’iter di pianificazione e programmazione delle attività manutentive e ne consente il monitoraggio.

In tale fase è stata raccolta la documentazione relativa a:

– l’acquisizione di cartografie e aerofotogrammetrie;

– lo studio della documentazione grafica;

– l’approfondimento della cartografia archeologica prodotta nell’ambito del grande Progetto Pompei nel 2011;

– la ricognizione diretta dello stato dei luoghi attraverso sopralluoghi.

Sono state individuate tre macrocategorie di manufatti per la valutazione di edifici  rappresentativi su cui delineare le modalità di intervento manutentivo:

– manufatti recentemente restaurati, in corso di restauro o comunque in buono stato di conservazione,  sui quali si ha conoscenza delle condizioni di stato e per i quali è possibile avviare la procedura per la redazione del Piano di Manutenzione;

– manufatti sui quali non è stato eseguito di recente un intervento di restauro, che si trovano in buono o discreto stato di conservazione, ma sui quali non si ha conoscenza adeguata delle condizioni di stato. Per tali manufatti non è possibile redigere nell’immediato il Piano di Manutenzione ma è necessario attivare prima un monitoraggio attraverso ispezioni, per un periodo adeguato di tempo, al fine di approfondire le condizioni di degrado del manufatto.

– manufatti che si trovano in precario stato di conservazione, per i quali è necessario attivare l’intervento di restauro che, come previsto dalla normativa cogente , richiede la stesura del Piano di Manutenzione a completamento del progetto esecutivo. Nel caso in cui non fosse possibile prevedere l’intervento di restauro nell’immediato, è possibile attivare ispezioni ed eventuali interventi di manutenzione al fine di mitigare le condizioni di rischio.

 

6)  Definizione del ruolo del Piano di Manutenzione nel Processo di recupero del Patrimonio Archeologico: fasi nelle quali interviene il Piano di Manutenzione.

Sono state analizzate le fasi del processo di intervento sul Patrimonio Archeologico ed è stato rilevato come, in di tale processo, il Piano di Manutenzione seleziona la conoscenza prodotta durante fase progettuale e la implementa e aggiorna con i dati provenienti dalla fase cantieristica dell’intervento. È stato, inoltre, esaminato in che modo la qualità del progetto esecutivo e la presenza di varianti in corso d’opera hanno delle ripercussioni sulla validità del Piano di manutenzione del Bene Archeologico.

 

7) Definizione della rilevanza dei processi di conoscenza nella strutturazione del Piano di Manutenzione per i beni archeologici.

È  stato indagato il ruolo della conoscenza nella redazione del Piano di Manutenzione e si posta in evidenza l’importanza della qualità delle informazioni rilevate prima dell’intervento (conoscenza ex-ante), al fine di ottimizzare le azioni di manutenzione e dei dati ricavabili dopo l’intervento (conoscenza ex-post), allo scopo di migliorare l’affidabilità delle previsioni nella programmazione degli interventi.

In particolare, si è posto in rilievo come, nel caso della manutenzione programmata dei Beni Archeologici, risulta fondamentale elaborare dati statistici e storici per conseguire una pianificazione efficace delle attività da svolgere. I sistemi informativi e di gestione risultano, infatti, strumenti strategici per il censimento, la raccolta e l’elaborazione di dati per il controllo degli interventi sia nell’esecuzione che nella gestione temporale.

 

8)  Individuazione della documentazione tecnica relativa al Manuale di Manutenzione fornita dalla Norma UNI 10874:2000.

È stata analizzata la documentazione tecnica prevista dal Manuale di Manutenzione, nella quale sono state individuate le schede da redigere per la strutturazione del Piano di Manutenzione. Le informazioni in esse contenute riguardano: l’individuazione dei principali dati identificativi del bene immobile; l’identificazione delle Unità Funzionali, degli elementi e dei componenti da sottoporre a manutenzione, delle Unità Ambientali e degli elementi spaziali; la localizzazione spaziale degli elementi tecnici manutenibilità; l’elaborazione della documentazione relativa allo stato di fatto del sistema costruttivo; la sistematizzazione delle informazioni per la conoscenza tecnologico/prestazionale del sistema costruttivo, rilevanti a fini manutentivi; la diagnosi dello stato di degrado fisico e/o funzionale; l’analisi degli eventi e dello stato di guasto del Sistema Edilizio;  i dati normativi.

 

9) Valutazione delle problematiche inerenti la strutturazione della documentazione tecnica relativa al Piano di Manutenzione del Patrimonio Archeologico e valutazione delle possibili varianti da introdurre.

È stata operata una prima valutazione delle criticità legate alla redazione della documentazione tecnica relativa allo strumento Piano di Manutenzione, concepito per le attività mauntentive sul bene edilizio, affinché possa essere rielaborato con caratteristiche tali da essere applicato con efficacia ed efficienza ai Beni Archeologici. Le problematicità rilevate sono principalmente legate:

– alla peculiarità dei dati identificativi del bene archeologico, che può presentarsi quale edificio completo o ruderizzato;

– alla codifica degli elementi tecnici e degli elementi spaziali del bene archeologico, che richiede un sistema di classificazione univoco per poter trattare (aggregare/selezionare/aggiornare) le informazioni a diversi livelli di articolazione;

– al riconoscimento dei vincoli percettivo-culturali, morfologico-dimensionali e materico-costruttivi posti dal bene archeologico nel suo complesso, delle Unità Ambientali, dagli elementi tecnici e dai componenti da sottoporre a manutenzione, che impongono la necessità di operare tener conto sia del singolo elemento/componente tecnico interessato dall’intervento, che degli altri ad esso contigui, con i quali possono generarsi delle interazioni;

– alla necessità di mettere a punto una procedura che consenta di valutare l’estensione e la gravità dei fenomeni di degrado, delle anomalie e dei guasti determinati da cause dirette e dalla presenza di variabili di vulnerabilità predisponenti o aggravanti.

– all’individuazione del quadro delle regole di riferimento, che devono comprendere le norme cogenti, quelle volontarie da applicare o applicabili, in rapporto alla gestione del bene.

 

10. Elaborazione della documentazione Tecnica del Piano di Manutenzione del Bene archeologico (Area Anagrafica).

Per la gestione delle attività di manutenzione del bene, nella fase anagrafica, le azioni da espletare riguardano: l’individuazione dei principali dati identificativi del bene archeologico; l’identificazione delle Unità Ambientali e degli elementi spaziali; degli elementi e dei componenti da sottoporre a manutenzione, la localizzazione spaziale degli elementi tecnici manutenibili; l’elaborazione della documentazione relativa allo stato di fatto del sistema costruttivo; la sistematizzazione delle informazioni per la conoscenza tecnologico/prestazionale del sistema costruttivo, rilevanti a fini manutentivi.

L’area anagrafica articola la fase di conoscenza attraverso strumenti specifici quali: Scheda Identificativa bene archeologico; Piano di scomposizione e classificazione del Sistema Tecnologico; Ricognitori delle Unità Tecnologiche e degli elementi tecnici; Piano di scomposizione e di classificazione del Sistema Ambientale, Ricognitori delle Unità Ambientali e degli elementi spaziali.

Lo studio ha previsto la strutturazione e redazione, a partire dalla Normativa Tecnica di consiglio per il bene edilizio (Norma UNI 10874:2000), da esempi significativi di beni archeologici dei quali si dispone della documentazione necessaria allo scopo (Villa di Oplonti – Torre Annunziata e Casa di Trebio – Pompei), dalle indicazioni fornite dalle schede della Carta del rischio del patrimonio archeologico e dalle Linee Guida per il Piano di Manutenzione, di quattro documenti dedicati al bene archeologico:

1. Scheda Identificativa del bene archeologico;

2. Piano di scomposizione e classificazione del Sistema Tecnologico del bene archeologico;

3. Scheda di Elemento tecnico del Bene Archeologico;

Per la strutturazione e redazione della scheda identificativa del bene archeologico, divisa in 6 sezioni, si è assunto come riferimento il contenuto della scheda Identificativa del Bene Immobile prevista dalla Norma UNI 10874:2000 e sono state apportate revisioni e integrazioni in relazione alle specificità dei beni archeologici. Si riportano le informazioni relative a: localizzazione dell’edificio; dati dimensionali; morfologia del bene; caratteristiche materico-costruttive del Sistema Tecnologico, delle Unità Tecnologiche e degli Elementi Tecnici che lo costituiscono; dati giuridico normativi; dati funzionali; sistemi di protezione e di sicurezza.

Per la strutturazione e redazione del Piano di scomposizione e classificazione del Sistema Tecnologico (PSCT) del bene archeologico si è fatto riferimento alla Norma UNI 8290:1981 – parte I e alle indicazioni fornite dalle Linee Guida per il Piano di Manutenzione. Sono stati utilizzati codici alfanumerici per l’individuazione e la lettura di tutte le parti (classi di unità tecnologiche, unità tecnologiche, classi di elemento tecnico e elemento tecnico) in cui è possibile discretizzare il sistema tecnologico del bene archeologico.

Valutate le indicazioni fornite dalla Normativa Tecnica di Consiglio, si è ritenuto di dover integrare la codifica con una ulteriore classe di unità tecnologiche relativa agli apparati decorativi.

Per la strutturazione e redazione della Scheda di Elemento tecnico del Bene Archeologico, divisa in 6 sezioni, si è assunto come riferimento il contenuto delle Schede tecniche per unità funzionale e Elemento tecnico previste dalla Norma UNI 10874:2000 e sono state apportate revisioni e integrazioni in relazione alle specificità dei beni archeologici. I dati contenuti in questa scheda rappresentano un archivio di informazioni utili a definire un quadro informativo sulla consistenza tecnologica e materica degli elementi tecnici costituenti il bene in esame.

Tali dati sono indispensabili a definire successivamente i livelli di manutenibilità e a valutare la compatibilità con le tecnologie da utilizzate nell’intervento di manutenzione.

 

Aversa, Gennaio 2015

 

Tutor: Prof. Arch. Maria Rita Pinto                                               Contrattista: Arch. Flavia Leone

 

[1] Norma UNI 10874:2000, Manutenzione dei patrimoni immobiliari – Criteri di stesura dei Manuali d’uso e di Manutenzione.
[2] Pinto, M.R., Fabbricatti, K., Viscardi, C. 2007. “Il processo di certificazione per la redazione del manuale di manutenzione: il sistema dei mulini di Ottati”, in Fiore, V. (a cura di). La cultura della manutenzione nel progetto edilizio e urbano. Atti del convegno nazionale. LetteraVentidue Edizioni, Palermo, pp. 382-387.