La fiscalità di vantaggio per i beni culturali come strumento per il potenziamento degli interventi di manutenzione, recupero e restauro del patrimonio edilizio storico.

Il tema della “fiscalità di vantaggio per i beni culturali” richiede una necessaria breve premessa di ordine terminologico, al fine di definire il concetto stesso di fiscalità di vantaggio impiegato nel prosieguo del lavoro.
L’espressione “fiscalità di vantaggio” è divenuta di uso frequente nei diversi contesti del cd. federalismo fiscale nonché, con precipuo riguardo all’ordinamento comunitario, delle misure fiscali favorevoli adottate in un determinato territorio e tali da poter incorrere nel divieto comunitario di aiuti di Stato (1).
Anche rispetto a tali assetti ordinamentali, tuttavia, è stato precisato come non esista una nozione giuridicamente rilevante di fiscalità di vantaggio (2), la quale si presta, per contro, a ricomprendere ogni misura agevolativa, derogatoria rispetto alle ordinarie regole di funzionamento del tributo, che obbedisca ad un finalità (anche) extrafiscale (3).
Il termine sarà, dunque, utilizzato in maniera descrittiva e tale da ricomprendere in esso fattispecie anche strutturalmente disomogenee, identificate per comune natura di essere misure fiscali in senso lato agevolative, rispondenti alla finalità extrafiscale di tutela e valorizzazione del patrimonio culturale.
La tutela, costituzionalmente garantita, dei beni di interesse storico e artistico può e deve, infatti, trovare nella disciplina fiscale degli stessi, e degli interventi volti alla loro valorizzazione e salvaguardia, un potente strumento di attuazione.
E’ questa la prospettiva che orienta il presente lavoro volto, da una parte, a ricostruire la disciplina fiscale vigente, contenuta in maniera frammentaria, e per ciò solo di difficile sistematizzazione, in plurimi testi normativi, e dall’altra a sollecitare una più attenta meditazione delle esigenze di semplificazione e chiarezza che potrebbero orientare e favorire scelte di investimento in un settore cruciale della economia italiana.
Il lavoro non può che procedere dall’inquadramento costituzionale del tema della conservazione e fruizione dei beni culturali, entro il quale si deve collocare quello settoriale del modo in cui la disciplina fiscale può sostenere interventi di recupero e restauro nonché lo sviluppo di nuovi modelli gestionali dei beni culturali.
Il lavoro di ricerca si completa, tuttavia, di una prospettiva de jure condendo, atteso che da anni, in specie con le linee programmatiche dell’azione del Ministro per i Beni culturali pubblicate nel maggio 2013, si segnala la necessità di rilanciare il tema della fiscalità di vantaggio per i beni culturali nella triplice direzione di favorire il partenariato pubblico privato, anche istituzionalizzato in fondazioni; assicurare adeguata considerazione alle dimore storiche nell’ambito del riordino della disciplina del sistema del catasto; sostenere il mecenatismo e le sponsorizzazioni onde favorire la manutenzione programmata ed i restauri.
La necessità di un “rilancio” del tema della fiscalità di vantaggio, per vero, già denuncia la consapevolezza di un progressivo peggioramento, nel corso degli ultimi anni, del trattamento fiscale riservato al settore.
La ricostruzione, anche storica, della disciplina fiscale di vantaggio acquista, in tale seconda prospettiva, la funzione di evidenziare il progressivo deterioramento del trattamento fiscale dei beni culturali e di sostenere la necessità di un complessivo riordino e ripensamento.
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Il punto di partenza dell’indagine è costituito dalla definizione di beni culturali e dal valore costituzionale della loro tutela nonché dai capisaldi della legislazione attuativa dell’art. 9, comma 2, della Costituzione ed in specie del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio.
L’obiettivo fondamentale della tutela amministrativa dei beni culturali è stato, tradizionalmente, quello della loro conservazione. Una connotazione della disciplina più remota, ed ante Costituzione, fortemente “difensiva”, come sottolineato da attenta dottrina(4), volta dunque in maniera eminente a garantire la conservazione, l’integrità e la sicurezza del bene, affinchè ne sia assicurata la pubblica fruizione e la preservazione del valore culturale.
In tale prospettiva la disciplina amministrativa dei beni culturali in funzione della loro tutela è essenzialmente volta alla conformazione della proprietà ed a porre limiti alla libertà d’uso degli stessi (5).
Proprio in ragione della pervasività della legislazione di tutela posta dalla legislazione statale è stato elaborato – nella teoria dei beni pubblici – il concetto di “proprietà divisa”, con ciò volendo alludere alla coesistenza sul bene di due diritti a struttura reale, l’uno del privato, l’altro dello Stato, che comporta la coesistenza di poteri e facoltà che reciprocamente si condizionano (6).
Al concetto di tutela, sin dalla introduzione della Carta Costituzionale, si è poi affiancato quello di “valorizzazione”, inteso come potenziamento del valore culturale del bene, anche se la sede di emersione legislativa del concetto di valorizzazione dei beni culturali è stata affatto peculiare, ossia quella del riparto di funzioni amministrative tra Stato e Regioni. L’art. 148, comma 1, lett. e) del d. Lgs. 112/1998 definiva “valorizzazione” ogni “attività diretta a migliorare le condizioni di conoscenza e conservazione dei beni culturali e ad incrementarne la fruizione”. Così intesa la valorizzazione si esprimeva nella attività non autoritativa delle regioni, volta alla erogazione di sussidi, utilità, servizi ed incentivi alle attività di gestione dei beni culturali (cd. amministrazione di prestazione) (7).
La riforma del titolo V della Costituzione, Legge costituzionale n. 3/2001, pare aver accentuato la divaricazione tra i concetti di tutela e di valorizzazione dei beni culturali, assegnando alla potestà legislativa statale esclusiva la materia della tutela dei beni culturali, ed attribuendo alla potestà legislativa concorrente la valorizzazione dei beni culturali (art. 117, comma 2, lett. S) e 3 comma, Cost.).
La contrapposizione tra i due concetti, che presentano per contro tratti di indubbia complementarietà e profili di ineliminabile sovrapposizione, è stata variamente criticata in dottrina; nondimeno è stata in qualche misura “ricucita” dal Codice dei Beni Culturali attraverso la individuazione del concetto di fruizione e di una serie di strumenti di programmazione negoziata e di accordi interistituzionali per la gestione condivisa dei beni culturali.
Come osservato da alcuni (8), la fruizione del bene intesa come servizio pubblico di offerta del bene alla pubblica fruizione, costituisce l’obiettivo ultimo così della tutela (art. 3 del Codice) così della valorizzazione (art. 6 del Codice)
Tali preliminari indagini di matrice costituzionale ed amministrativistica, consentono di meglio comprendere la ratio delle scelte operate dal legislatore fiscale con riguardo alla tassazione dei beni culturali (sia ai fini delle imposte dirette che indirette).
La tutela dei beni culturali si esplica mediante una rigida regolamentazione di carattere giuridico amministrativo relativa all’uso, alla conservazione ed alla circolazione dei beni culturali, ed importa interventi volti non solo alla individuazione dei beni, ma anche intesa a prevenirne il degrado ed a favorirne la conservazione ed il restauro.
Ne discendono, per i privati proprietari, una serie di obblighi e di vincoli che trovano piena giustificazione nel valore del bene per la collettività, ma che si traducono in un aggravio di oneri e costi.
In particolare, sono posti a carico dei proprietari obblighi di conservazione, divieti di uso incompatibile con il carattere storico o artistico dell’edificio e, comunque, di uso pregiudizievole alla loro conservazione; gli interventi edilizi, di qualsiasi entità, devono essere preventivamente autorizzati previa valutazione della adeguatezza dei progetti proposti alla migliore salvaguardia delle caratteristiche del bene; vi sono limiti alla libera circolazione degli edifici conseguenti al riconoscimento di un diritto di prelazione dello Stato (9).
In diverse occasioni, sia la Corte di Cassazione (ex pluribus, Cass. civ., sez. trib., 16 novembre 2012, n. 20117; Cass., SS.UU., 9 marzo 2011, n. 5518) (10), che la Consulta (Corte Cost., 28 novembre 2003, n. 346), hanno sottolineato nelle loro pronunce che la disciplina fiscale di favore in questo ambito non rappresenta certo un privilegio, bensì una sorta di “equa compensazione” per i pregiudizi che il gravoso complesso di vincoli e di obblighi, previsto dalla legislazione speciale, provoca ai proprietari anche sul piano economico, incidendo conseguentemente sulla relativa capacità contributiva.
Una volta delineato il quadro ordinamentale generale entro il quale inquadrare il tema della fiscalità di vantaggio per i beni culturali, può procedersi alla analisi della disciplina fiscale vigente.

LE IMPOSTE SUI DIRETTE. IL REDDITO DEI BENI SOTTOPOSTI A VINCOLO.
In ordine al reddito dei beni vincolati, sarà necessario, pur sommariamente, procedere ad una preliminare analisi della evoluzione storica della disciplina fiscale di favore, giacchè, in una prospettiva de jure condendo, non potrà non evidenziarsi come le scelte del legislatore fiscale, che hanno delineato l’attuale assetto della disciplina fiscale de quo, appaiano in qualche misura contraddittorie rispetto alle esigenze di tener in adeguato conto la gravosità degli obblighi che comporta l’assoggettamento ai vincoli di tutela, ed abbiano condotto, per altro verso, a creare un sistema che presenta particolari difficoltà applicative, per la sua complessità ed il coinvolgimento – pur con i ripetuti tentativi di semplificazione succedutisi nel tempo – di soggetti diversi (Agenzia delle Entrate e Sopraintendenze), che comporta rischi di disomogeneità di trattamento.

Ai fini delle imposte sui redditi, l’art. 11, comma 2, della L. n. 413/1991, stabiliva, che “in ogni caso, il reddito degli immobili riconosciuti di interesse storico o artistico (…) è determinato mediante l’applicazione della minore tra le tariffe d’estimo previste per le abitazioni della zona censuaria nella quale è collocato il fabbricato”.
Tale disposizione aveva dato adito a molte discussioni. Inizialmente, l’Amministrazione finanziaria aveva sostenuto che la più bassa delle tariffe d’estimo della zona si applicasse solo agli immobili non locati; successivamente, ha riconosciuto che, per i beni appartenenti a persone fisiche o Enti non commerciali, il medesimo criterio potesse valere (anche) nel caso di locazione, a prescindere dal canone e dalla destinazione dell’immobile; da ultimo, aveva ritenuto di poter estendere il regime di favore anche alle imprese (singole o societarie), ma solo limitatamente ai beni (immobili) d’investimento (e, dunque, con l’esclusione di quelli strumentali e dei beni-merce).
Distinzioni e cautele – quelle sopra richiamate – che mal si conciliavano con l’orientamento della Corte Costituzionale, secondo cui: “nessun dubbio può sussistere sulla legittimità della concessione di un beneficio fiscale relativo agli immobili di interesse storico o artistico, apparendo tale scelta tutt’altro che arbitraria o irragionevole, in considerazione del complesso di vincoli ed obblighi gravanti per legge sulla proprietà di siffatti beni quale riflesso della tutela costituzionale loro garantita dall’art. 9 Cost., comma 2”(11). Distinzioni e cautele che contrastavano anche con le condizioni e motivazioni che la Corte di Cassazione aveva espresso a Sezioni Unite; infatti, in linea con le valutazioni della Consulta, la Suprema Corte aveva affermato che il regime di tassazione degli immobili in questione, ai fini delle imposte sui redditi, non integra una agevolazione, ma una specialità: è, cioè, un regime tributario “sostitutivo” di quello ordinario. Tesi, questa, ribadita, come innanzi visto, dalle Sezioni Unite della Suprema Corte di Cassazione (12).
Un regime fiscale “sostitutivo” è, infatti, un regime calibrato esclusivamente sulla natura del bene che ne costituisce oggetto e non è influenzato dalla qualità del soggetto proprietario ovvero dalla destinazione d’uso dello stesso.
Questa era la situazione fino al 31 dicembre 2011.
Sennonché, il citato art. 11 della L. n. 413/1991, recante il predetto “regime speciale” è stato inopinatamente abrogato dall’art. 4, comma 5-quater, del D.L. n. 16/2012 a partire dal periodo di imposta 2012.
E’, dunque, venuto meno il precedente “regime tributario sostitutivo” e, al suo posto, sono state introdotte una serie di agevolazioni che si “innestano” nel regime tributario ordinario. Le regole di determinazione dell’imponibile non sono più sostituite in funzione della natura vincolata del bene, ma restano in vigore, aprendosi solo ad una limitata disciplina di favore. Tale radicale “cambio di prospettiva” ha comportato non solo una disciplina significativamente più severa e spesso penalizzante, ma ha cambiato la stessa “natura” del “regime di favore” da regime speciale a regime agevolato (13).
La nostra legislazione è diventata, in tal guisa, ancora più articolata e complessa.
Il nuovo trattamento tributario è diverso a seconda che gli immobili siano posseduti e utilizzati dal proprietario (o dall’avente un diritto reale sugli stessi) o siano concessi in locazione:
• nel caso di immobili non locati:
– per le persone fisiche la tassazione ai fini Irpef è “assorbita” da quella ai fini Imu;
– per le società e gli enti non commerciali, il reddito medio ordinario è costituito dalla rendita catastale rivalutata ridotta del 50% e “non si applica comunque l’art. 41”, cioè la maggiorazione di un terzo (cfr. artt. 90 e 144 del Tuir);
• nel caso di immobili locati: sia le persone fisiche che gli enti non commerciali – e anche le imprese (e soprattutto le società), per gli “immobili patrimonio” – sono assoggettati a una imposizione su una base imponibile determinata nella misura maggiore fra quella del canone risultante dal contratto di locazione al netto della riduzione forfettaria del 35% (anziché nella ordinaria misura del 5%) e la rendita catastale rivalutata ridotta del 50% . Nel caso di canone concordato, ai sensi della legge 431/1998, è prevista una ulteriore riduzione del 30%.
L’Imu sostituisce, oltre che l’Ici, anche l’Irpef (e le relative addizionali) sui redditi fondiari dei beni non locati (per i quali risulta dovuta, di regola, la sola Imu).
La base imponibile dell’Imu è costituita dal “valore dell’immobile”, che, per i fabbricati iscritti in catasto, è determinato applicando, all’ammontare della rendita risultante in catasto al 1° gennaio dell’anno di riferimento (rivalutata del 5%), i moltiplicatori previsti dal citato art. 13 (nel caso di fabbricati classificati nel gruppo catastale “A” – esclusa la categoria A/10 – il moltiplicatore è pari a 160).
I fabbricati di interesse storico o artistico, ai sensi dell’art. 13 comma 3 D.L. 201/2011 (L 214/2011) godono della riduzione del 50% della base imponibile; su questa si applicano le aliquote dello 0,76%, dello 0,4% o quelle modificate – in aumento o in diminuzione, entro determinati limiti – dai Comuni.
Anche ai fini IMU trova applicazione l’esenzione, già prevista per l’ICI, per i fabbricati destinati ad usi culturali di cui all’art. 5 bis DPR 601/1973, ossia fabbricati totalmente adibiti a sedi, aperte al pubblico, di musei, biblioteche, emeroteche di privati, enti pubblici, fondazioni e istituzioni, quando al possessore non derivi alcun reddito dalla utilizzazione dell’immobile.

LE IMPOSTE INDIRETTE.
Anche il regime delle imposte sui trasferimenti immobiliari ha subito un significativo deterioramento nella legislazione più recente.
In ordine ai trasferimenti a titolo di successione, la presenza del vincolo all’atto della apertura della successione determina il beneficio della esclusione del bene dall’attivo ereditario, sul quale va determinata l’imposta dovuta. La fruizione del detto beneficio comporta, peraltro, la necessità che il vincolo già sussista al momento dell’apertura della successione, che siano stati regolarmente assolti gli obblighi di protezione e conservazione, che sia stato denunciato alla Sopraintendenza il trasferimento di proprietà. A tal fine deve essere allegata alla denuncia di successione una attestazione conforme rilasciata dall’Autorità preposta alla tutela del vincolo, attualmente producibile anche in forma di autocertificazione vistata dalla competente Sopraintendenza, dalla quale risulti l’esistenza del vincolo, che non sono stati eseguiti opere o mutamenti di destinazione non autorizzati, che siano stati rispettati gli obblighi di conservazione e manutenzione.
Se, per contro, il bene non è vincolato al momento dell’apertura della successione è possibile ottenere una riduzione del 50% della imposta eventualmente dovuta, previa esibizione, anche in tal caso, di una attestazione della Sopraintendenza preposta che certifichi l’esistenza delle caratteristiche di cui alla normativa in materia di beni culturali e che sia in corso la procedura per l’apposizione del vincolo (14).
In caso di donazioni o atti gratuiti non donativi, indipendentemente dal valore del bene o dal beneficiario dell’atto, risulta applicabile ai beni sottoposti a vincolo solo l’imposta in misura fissa (art. 59 T.U. 346/1990), mentre per i beni non vincolati ma aventi le caratteristiche di bene culturale, sarà possibile una riduzione del 50% dell’imposta, al pari di quanto avviene in caso di imposta di successione (15).
Nel caso di trasferimenti a titolo oneroso, invece, il trattamento fiscale dei beni sottoposti a vincolo è significativamente peggiorato a far data dall’1 gennaio 2014, ad esito delle novità introdotte dal D. Lgs. 23/2011 (art. 10) e del D.L. 104/2013 (art. 26).
Le modifiche introdotte alla tariffa allegata al T.U. 131/1986 hanno fatto venir meno l’agevolazione in passato prevista per il pagamento della imposta di registro sui trasferimenti di beni sottoposti a vincolo culturale (determinata nella misura ridotta del 3% del valore in luogo della misura ordinaria del 7%), assimilando il trattamento fiscale del trasferimento degli immobili di interesse storico-artistico a quello ordinario e prevedendo, pertanto, il pagamento della imposta di registro nella misura del 9% del valore, con un minimo pari ad € 1.000,00. Sui detti trasferimenti le imposte ipotecaria e catastale saranno, invece, determinate non più in misura proporzionale, bensì nella misura fissa di € 50,00.
Non solo, dunque, un significativo incremento della imposizione sugli atti di trasferimento a titolo oneroso, ma anche la definitiva abrogazione di ogni agevolazione per gli immobili di interesse storico – artistico, che contraddice il riconoscimento giurisprudenziale della incidenza sulla capacità contributiva dei costi che i proprietari sono tenuti a sostenere per preservare le caratteristiche dell’immobile.

Fiscalità di vantaggio e interventi sui beni di interesse storico – artistico.

L’altro aspetto della fiscalità di vantaggio per i beni culturali che è necessario affrontare è quello direttamente connesso agli interventi di salvaguardia, sia che essi siano attuati dai proprietari o dai possessori di essi, sia che siano attuati da soggetti terzi rispetto ai proprietari o ai detentori. In tale ultima prospettiva, peraltro, lo strumento fiscale potrebbe rappresentare un potente incentivo a consolidare il ruolo del settore privato nell’ambito dell’arte e della cultura. Proprio in tale direzione, peraltro e come meglio appresso si dirà, si è mosso il legislatore del cd. decreto cultura (d.l. 83 del 31 maggio 2014), istituendo misure di favore, temporanee, volte a favorire il mecenatismo nel settore culturale.
In ordine al trattamento fiscale delle spese sostenute dai soggetti obbligati alla manutenzione, alla protezione o al restauro dei beni vincolati, il regime di favore è fruibile dai soggetti che vantano un titolo giuridico che gli attribuisca la proprietà, il possesso o la detenzione del bene oggetto di intervento (16).
Reddito delle persone fisiche e degli enti non commerciali.
L’art. 15 lett. G) TUIR prevede una detrazione di imposta pari al 19% delle spese “effettivamente rimaste a carico” relative alla manutenzione, al restauro e alla protezione delle cose vincolate ai sensi delle legge 1089/193 e del d.P.R. 1409/1963 (ma il richiamo deve estendersi ai vincoli di cui al nuovo codice dei beni culturali d. lgs. 42/2004).
La detta detrazione è cumulabile con quella prevista per le spese di ristrutturazione edilizia (36-50%), ma in tal caso la detrazione è ridotta alla metà

Redditi delle imprese soggette ad ires
L’art. 100 lett. E) prevede la deducibilità delle suddette spese senza limiti e secondo il principio di cassa.

Le condizioni per la fruibilità della detrazione sono:
1. la necessità della spesa, che deve risultare da apposita certificazione rilasciata dalla Sopraintendenza;
2. la congruità della spesa, che deve essere accertata d’intesa con il competente ufficio del territorio.
Peraltro nella prassi dei vari uffici permangono rilevanti difformità sia in ordine alla procedura da seguire sia in ordine ai criteri di giudizio circa l’ammissibilità e la congruità degli interventi.
Anche per rimediare a tali difformità e difficoltà applicative è intervenuto il d.l. 201 del 2011 (riduzione degli adempimenti amministrativi per le imprese), il cui art. 40, al comma 9, ha stabilito che “la documentazione e le certificazioni richieste ai fini delle agevolazioni fiscali in materia di beni ed attività culturali sono sostituite da apposita dichiarazione sostitutiva dell’atto di notorietà presentata dal richiedente al Ministero per i beni e le attività culturali, relativa alle spese effettivamente sostenute per lo svolgimento degli interventi e delle attività cui le spese si riferiscono”.
L’intervento normativo, apprezzabile nelle intenzioni, presenta tuttavia controversi profili applicativi.
Parrebbe, infatti, anche leggendo le istruzioni per la compilazione delle dichiarazioni dei redditi, che l’autocertificazione possa esplicare efficacia solo con riferimento al requisito della necessità delle spese – requisito che di regola viene attestato dal MIBAC, mentre il giudizio sulla congruità delle spese, rimesso all’Ufficio del Territorio, parrebbe rimanere di sua competenza e non sarebbe sostituibile attraverso procedure semplificate.

Quanto alle spese sostenute da terzi, vale rammentare come il codice dei beni culturali (D. Lgs. 22 gennaio 2004, n. 42), all’art. 6, preveda la partecipazione dei soggetti privati alla valorizzazione dei beni culturali e contempli (artt. 115 e 117) un’ampia gamma di concessioni e convenzioni per la gestione, da parte dei privati, di attività di valorizzazione e di servizi per il pubblico.
Il legislatore pare, dunque, aver inteso favorire apporti di capitali e professionalità da parte di soggetti privati nella gestione e valorizzazione del patrimonio culturale, in un momento storico in cui il tradizionale strumento della sovvenzione diretta da parte dello Stato risente di un significativo e considerevole ridimensionamento (17).
Gli oneri e i costi degli interventi di salvaguardia dei beni artistico-culturali (e, in particolare, degli edifici storici), possono essere sostenuti anche da soggetti non proprietari (né possessori, né detentori) di quei beni attraverso:
• le liberalità (propriamente dette) o il mecenatismo (che è una particolare forma di liberalità) cui ricorrono, di solito, le persone fisiche “private” (o gli Enti non commerciali), ma anche, talvolta, le imprese;
• la sponsorizzazione (che è una forma di promozione giuridicamente più complessa), cui ricorrono, con una certa frequenza le imprese (individuali e, soprattutto, societarie, anche di grandi dimensioni e famose).
Quanto alle liberalità, l’art. 15, lettera h), del D.P.R. n. 917/1986, prevede la detraibilità (nella misura del 19%), delle erogazioni liberali fatte da persone fisiche o Enti non commerciali a favore dello Stato, delle Regioni, degli Enti locali territoriali, di Enti o Istituzioni pubbliche, Fondazioni o Associazioni, che svolgono direttamente o promuovono (senza scopo di lucro) l’attività di studio, ricerca e documentazione di rilevante valore culturale e artistico; l’art. 100 del D.P.R. n. 917/1986 prevede la deducibilità, nella determinazione del reddito (imponibile) di impresa, di alcune erogazione liberali; l’art. 14 del d.l. 14 marzo 2005, n. 35 riconosce, a certe condizioni ed entro determinati limiti, la deducibilità delle erogazioni liberali effettuate a favore di Onlus o di Asp, nonché di fondazioni e associazioni riconosciute, aventi per oggetto statutario la tutela, la promozione e la valorizzazione dei beni di interesse artistico, storico e paesaggistico (18).
La L. 512 del 1982 ha introdotto nella disciplina delle imposte sul reddito una disposizione diretta a riconoscere la deducibilità delle erogazioni liberali effettuate a determinati soggetti pubblici e privati a sostegno di interventi sui beni culturali e di manifestazioni culturali. Successivamente, il beneficio ai fini Irpef è stato trasformato in detrazione d’imposta, nella misura del 27%, poi ridotta al 22%, e, infine, al 19%.
L’art. 15, lettera h), del D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917 – Testo Unico delle Imposte sui Redditi, prevede, infatti, una detrazione Irpef del 19% delle erogazioni liberali in denaro a favore dello Stato, delle regioni e degli altri enti locali territoriali, enti o istituzioni pubbliche, comitati organizzatori appositamente istituiti con decreto del Ministero dei beni e attività culturali, di fondazioni e associazioni legalmente riconosciute senza scopo di lucro che svolgono o promuovono, organizzano e realizzano attività culturali, effettuate in base ad apposita convenzione, per l’acquisto, la manutenzione, la protezione e il restauro delle cose, mobili e immobili, di interesse culturale, nonché le erogazioni effettuate per l’organizzazione di mostre e di esposizioni di rilevante interesse scientifico-culturale delle cose anzidette, e per gli studi e le ricerche eventualmente a tal fine necessari, nonché per ogni altra manifestazione di rilevante interesse scientifico-culturale anche ai fini didattico-promozionali, ivi compresi gli studi, le ricerche, la documentazione e la catalogazione, e le pubblicazioni relative ai beni culturali.
Tali iniziative culturali devono essere autorizzate dal MIBAC (Ministero per i Beni e le Attività Culturali), che approva la previsione di spesa, il rendiconto e stabilisce i tempi di utilizzo delle erogazioni e ne controlla l’impiego. Il Ministero comunica, altresì, entro il 31 marzo di ogni anno, al Ministero delle Finanze l’elenco dei soggetti erogatori e le erogazioni effettuate nell’anno precedente.
L’art. 40, comma 9, del D.L. 6 dicembre 2011, n. 201, convertito con modificazioni dalla L. 22 dicembre 2011, n. 214, al fine di semplificare le procedure amministrative in materia, ha previsto che la documentazione e le certificazioni attualmente richieste ai fini del conseguimento delle agevolazioni di cui all’art. 15, comma 1, lettere g) e h), e all’art. 100, comma 2, lettere e) ed f) del Testo Unico delle imposte sui redditi – D.P.R. n. 917 del 1986, sono sostituite da un’apposita dichiarazione sostitutiva dell’atto di notorietà, presentata dal richiedente al MIBAC, ai sensi dell’art. 47 del D.P.R. n. 445 del 2000, relativamente alle spese effettivamente sostenute per lo svolgimento delle attività cui il beneficio si riferisce.
In relazione a ciò, le istruzioni al Modello UNICO di dichiarazione per i redditi dell’anno 2012 chiariscono che “La documentazione richiesta per fruire della detrazione è sostituita da una dichiarazione sostitutiva dell’atto di notorietà, presentata al Ministero per i beni e le attività culturali e relativa alle spese effettivamente sostenute per le quali si ha diritto alla detrazione”.
Da parte sua, il MIBAC, con la circ. n. 222 dell’11 giugno 2012, ha rivisto l’iter procedimentale da seguire per usufruire dell’agevolazione in commento, prevedendo in particolare che “al termine dell’iniziativa culturale” il soggetto beneficiario presenta alla Soprintendenza una dichiarazione sostitutiva dell’atto di notorietà relativa alle spese effettivamente sostenute per lo svolgimento delle attività cui i benefici si riferiscono.
Quindi, la Soprintendenza, valutata la documentazione ed effettuate le verifiche opportune, concede l’autorizzazione all’iniziativa culturale, approva il preventivo di spesa e invia il preventivo di spesa appositamente vistato al soggetto erogatore e al soggetto beneficiario dell’erogazione. Se l’erogazione liberale è finalizzata a un’iniziativa culturale, l’autorizzazione non può prescindere dall’acquisizione del parere del competente comitato di settore del Consiglio superiore per i beni culturali e paesaggistici, da richiedersi tramite le relative direzioni generali competenti per settore. La circolare citata precisa, infine, che l’invio del preventivo di spesa vistato dalla Soprintendenza al soggetto erogatore costituisce autorizzazione alla richiesta di detrazione fiscale.
Analoga disposizione agevolativa è prevista per i soggetti titolari di reddito d’impresa dall’art. 100, lettera f), dello stesso T.U., con la differenza che per questi è prevista l’integrale deducibilità dal reddito delle erogazioni effettuate.
Altra difformità tra le due disposizioni consiste nella possibilità – ammessa per persone fisiche ed enti non commerciali e non, invece, per i soggetti titolari di reddito d’impresa – di portare in detrazione non solo erogazioni in denaro, ma anche erogazioni in natura. Infatti, la detrazione del 19% è riconosciuta anche “per il costo specifico o, in mancanza, per il valore normale dei beni ceduti gratuitamente”, in base ad apposita convenzione, ai soggetti e per le attività di interesse culturale sopradescritte (art. 15, lettera h-bis) del T.U.), mentre analoga disposizione non è contenuta nella disciplina del reddito d’impresa.
Infine, la l. n. 342 del 2000 (c.d. Legge Melandri) ha introdotto una disposizione agevolativa, oggi contenuta nell’art. 100, comma 2, lettera m) del Testo Unico delle imposte sui redditi, che riconosce ai soggetti titolari di reddito d’impresa la deducibilità dal reddito delle erogazioni liberali in denaro a favore dello Stato, regioni ed enti locali territoriali, enti e istituzioni pubbliche, fondazioni e associazioni legalmente riconosciute, per lo svolgimento dei loro compiti istituzionali e per la realizzazione di programmi culturali nel settore dei beni culturali.
A tal fine, è prevista una particolare procedura.
Il MIBAC individua periodicamente i soggetti che possono beneficiare delle erogazioni e determina le quote assegnate a ciascun ente beneficiario.
È previsto, inoltre, che, nel caso in cui le somme complessivamente erogate abbiano superato la somma allo scopo indicata o determinata, i singoli soggetti beneficiari che abbiano ricevuto somme di importo maggiore della quota assegnata dal MIBAC, versano allo Stato un importo pari al 37% della differenza.
Per beneficiare della deduzione, i soggetti erogatori devono dichiarare per via telematica tramite un apposito software all’Agenzia delle Entrate entro il 31 gennaio dell’anno successivo a quello dell’erogazione, l’ammontare delle erogazioni effettuate e l’elenco dei soggetti beneficiari. Questi ultimi, da parte loro, devono comunicare al MIBAC, entro lo stesso termine, l’ammontare delle erogazioni ricevute e dei soggetti eroganti. Quindi il MIBAC comunica entro il 31 marzo all’Agenzia delle Entrate l’elenco dei soggetti erogatori aventi titolo a beneficiare dell’agevolazione e l’ammontare delle erogazioni effettuate.
Il sistema delle deducibilità delle erogazioni a favore del settore culturale è stato successivamente integrato ad opera del D.L. n. 35 del 2005, convertito dalla L. n. 80 dello stesso anno, in materia di ONLUS e Terzo Settore. Ai sensi dell’art. 14, commi da 1 a 6, di detto decreto, possono essere dedotte dal reddito le erogazioni liberali (in denaro o in natura) effettuate da persone fisiche o da enti soggetti all’imposta sul reddito delle società in favore di ONLUS (Organizzazioni non lucrative di utilità sociale) disciplinate dall’art. 10 del D. Lgs. n. 460 del 1997, nonché di associazioni di promozione sociale iscritte nell’apposito registro di cui all’art. 7 della L. 383 del 2000, in favore di fondazioni e associazioni riconosciute aventi per oggetto statutario la tutela, promozione e valorizzazione dei beni di interesse artistico, storico e paesaggistico.
Tali erogazioni sono deducibili dal reddito complessivo del soggetto erogante nel limite del 10 % del reddito complessivo dichiarato, e comunque nella misura massima di 70.000 euro annui.
Il beneficio è alternativo agli altri analoghi fin qui esaminati. Infatti, la deducibilità di dette erogazioni non può cumularsi con ogni altra agevolazione fiscale prevista a titolo di deduzione o di detrazione di imposta da altre disposizioni di legge. Pertanto, se il soggetto erogatore usufruisce di detta deduzione non potrà usufruire, per analoghe erogazioni effettuate a beneficio degli stessi soggetti indicati nel comma 1 dell’art. in commento, di deduzioni o detrazioni fiscali previste da altre norma agevolative.
La non cumulabilità prescinde dall’importo delle liberalità erogate. Ove, ad esempio, il contribuente eroghi, anche a più beneficiari, liberalità per un valore superiore al limite massimo consentito di 70.000 euro, non potrà avvalersi, per la parte eccedente, del beneficio della deduzione o detrazione ai sensi di altre disposizioni di legge.
Resta, peraltro, ferma per l’erogante, titolare di reddito d’impresa, in relazione alle liberalità erogate, la facoltà di avvalersi delle deduzioni previste dall’art. 100, comma 2, lettera m), in alternativa alla norma in commento.
Il sistema delle agevolazioni appena descritto risente, come evidente, non solo di un progressivo decremento della quota delle erogazioni liberali detraibili, ma di una complesso sistema di autorizzazioni e di verifiche di congruità delle spese per gli interventi, che vede parallelamente coinvolte Sopraintendenze e Agenzie fiscali, che – nonostante gli sforzi di semplificazione compiuti negli ultimi anni dal legislatore – determina aggravi e rischi di trattamenti disomogenei.
Un incentivo al mecenatismo: il cd. ART BONUS di cui al d.l. n. 83 del 31 maggio 2014.
Con l’intento di rilanciare lo sviluppo della cultura e del turismo e di favorire gli apporti di privati a sostegno degli interventi di valorizzazione dei beni culturali, il cd. “decreto cultura”, d.l. 31 maggio 2014, convertito con modificazioni nella legge 29 luglio 2014, n. 106, ha introdotto misure fiscali temporanee volte a favorire le erogazioni liberali in denaro nel settore della cultura e dello spettacolo.
Lo strumento giuridico individuato è quello del credito di imposta, in misura variabile a seconda del periodo di imposta considerato (19). In particolare la norma dispone che il credito fruibile sia pari al 65% della erogazione liberale effettuata per gli anni di imposta 2014 e 2015 e del 50% della medesima erogazione per l’anno di imposta 2016.
L’agevolazione riguarda esclusivamente le erogazioni in denaro che abbiano una specifica finalità, ovvero quella di finanziare: i. interventi di manutenzione, protezione e restauro di beni culturali pubblici; ii. sostenere istituti e luoghi di cultura pubblici (e dunque, come chiarito nella prima Circolare dell’Agenzia delle Entrate di interpretazione del nuovo istituto (20), musei, biblioteche, aree e parchi archeologici, complessi monumentali, come definiti dall’art. 101 del Codice dei Beni Culturali); iii. realizzazione di nuove strutture ovvero restauro o potenziamento di quelle esistenti, delle fondazioni lirico sinfoniche o di enti ed istituzioni pubbliche che, senza scopo di lucro, svolgano esclusivamente attività nello spettacolo.
Il comma 2 precisa, poi, che l’introduzione della misura del credito di imposta per le erogazioni liberali in denaro determina la temporanea disapplicazione delle norme di cui all’art. 15, comma 1, lett. h) e i), ai fini Irpef, ed all’art. 100, comma 2, lett. f) e g), ai fini ires, senza possibilità, dunque, di cumulo delle misure agevolative (21).
La sovrapposizione tra le norme TUIR e l’art. 1 del d.l. 83/2014 non pare, tuttavia, integrale, posto che, come osservato, la detrazione del 19% ai fini irpef è ammessa non solo per le liberalità in denaro ma anche per quelle in natura. Per queste ultime (22), al pari che per le erogazioni per l’acquisto di beni culturali, dunque, resteranno applicabili le norme del TUIR.
Quanto all’ambito di applicazione soggettivo della norma, essa costituisce una interessante sperimentazione di introduzione di un regime fiscale uniforme per i soggetti irpef e ires, a differenza delle disposizioni del TUIR innanzi richiamate, infatti, il credito di imposta si applica a beneficio di qualsiasi soggetto, indipendentemente dalla forma giuridica (23) e dalla natura. La qualifica del soggetto che effettua la erogazione influisce, nondimeno, sul regime di fruibilità del credito di imposta, sia in punto di limite massimo del credito riconoscibile sia in punto di modalità di utilizzo del medesimo.
Alle persone fisiche ed agli enti che non svolgono attività commerciale il credito è riconosciuto in una misura massima pari al 15% del reddito imponibile, mentre per i titolari di reddito di impresa (24) il credito massimo riconosciuto è pari al 5% dei ricavi.
Il credito è ripartito in tre quote annuali di uguale importo e, per i soli titolari di reddito di impresa, potrà essere fruito anche mediante la compensazione di cui all’art. 17 g. Lgs. 241/1997 (25), senza peraltro soggiacere al limite di cui all’art. 31 d.l. 78/2010 (26), né a quello di cui all’art. 34 legge 388/2014 (27) ed a quello di cui all’art. 1, comma 3, legge 244/2007 (28).
Gli enti non commerciali e le persone fisiche potranno fruire del credito di imposta nella dichiarazione dei redditi annuale, ai fini del versamento delle imposte sui redditi, riportando la quota di credito non utilizzata per i periodi di imposta successivi, senza limitazioni temporali.
Ulteriore previsione agevolativa è, poi, contenuta al comma 3, dell’art. 1 in commento, che esclude la rilevanza del credito di imposta nella determinazione della base imponibile ai fini delle imposte sui redditi e della determinazione della produzione netta ai fini della imposta regionale sulle attività produttive, né, come precisata dall’Agenzia delle Entrate, nella determinazione della quota di interessi passivi né della quota di spese e altri componenti deducibili dal reddito di impresa, ai sensi degli artt. 61 e 191, comma 5, T.U.I.R.
Il contratto di sponsorizzazione.
L’altro strumento che si presta, come visto, ad essere utilizzato per sostenere interventi di recupero di beni di interesse storico – artistico, è il contratto di sponsorizzazione, il cui impiego è finanche favorito e promosso dallo stesso Ministero per i Beni Culturali.
Nondimeno, tale contratto sconta un trattamento fiscale ambiguo, segnato da orientamenti giurisprudenziali altalenanti e da atteggiamenti egualmente disomogenei dell’Agenzia delle Entrate, sovente mossi più dalla esigenza di contrastare usi distorti del contratto che dall’inquadramento corretto delle sua caratteristiche strutturali e causali, sussumendole entro gli ordinari criteri di qualificazione delle spese dell’impresa, con la conseguenza di scoraggiare sovente il ricorso ad esso.
Il patto di sponsorizzazione è un contratto, di origine anglosassone, atipico o innominato, che costituisce uno strumento di commercializzazione e di promozione dei prodotti dell’impresa.
Nella pratica commerciale esso si atteggia come l’accordo mediante il quale una impresa (sponsor) paga un corrispettivo in danaro, in beni o in servizi , ricevendone ln corrispettivo la pubblicizzazione del suo marchio o prodotto, da parte di soggetti estranei (sponsorizzati o, con terminologia anglosassone, sponsee) scelti in base alla loro attività e notorietà.
Con riguardo alla teoria generale delle obbligazioni e all’art. 1174 cod. civ., secondo cui la prestazione, oggetto dell’obbligazione, deve essere suscettibile di valutazione economica e corrispondere ad un interesse del creditore, è certamente possibile registrare come acquisita la natura contrattuale della sponsorizzazione in ragione del carattere patrimoniale della “commercializzazione” del nome o dell’immagine dello sponsee a fronte del pagamento di un corrispettivo e, quindi, ritenere vincolante gli obblighi assunti con il patto di commercializzazione del nome o dell’immagine.
Nella prassi commerciale sono, poi, sono emerse diverse configurazioni del contratto in parola. Si individua, così, una sponsorizzazione “tecnica”, che si atteggia come una forma di partenariato estesa alla progettazione e alla realizzazione di parte o di tutto l’intervento a cura e a spese dello sponsor, ed una sponsorizzazione “pura”, in cui lo sponsor si impegna unicamente a finanziare, anche mediante accollo, le obbligazioni di pagamento dei corrispettivi dell’appalto dovuti, nonchè sponsorizzazione “mista” (ossia risultante dalla combinazione delle prime due) in cui lo sponsor può – per esempio – curare direttamente e fornire la sola progettazione, limitandosi ad erogare il finanziamento per le lavorazioni previste.
Essenziale alla tipologia contrattuale in esame è che la controprestazione resa dallo sponsee, rivesta le forme della promozione del nome, dell’immagine, del marchio, dell’attività, dei prodotti dello sponsor e sia oggetto di un preciso obbligo giuridico gravante in capo al soggetto sponsorizzato.
Le molteplici forme in cui il contratto può atteggiarsi lo rendono uno strumento particolarmente versatile e ben adeguato all’impiego nel settore degli interventi di ristrutturazione, restauro e valorizzazione dei beni culturali.
Guardano alla causa del contratto di sponsorizzazione, che richiama un interesse alla promozione della immagine dello sponsor, esso pare riconducibile nell’ambito delle attività di pubblicità di un marchio o di un prodotto.
Come noto la legge fiscale non offre una definizione delle spese di pubblicità, ma si limita a ricomprenderle nella più ampia disciplina delle spese relative a più esercizi, salvo precisare il diverso regime fiscale della pubblicità e propaganda rispetto alle spese di rappresentanza(29).
Ed è proprio sulla riconducibilità delle spese sostenute in forza del contratto di sponsorizzazione alle spese di rappresentanza ovvero a quelle di pubblicità che si registrano le principali difficoltà applicative.
Per principio generale devono essere, comunque, tutti costi inerenti l’attività dell’impresa (cioè idonei a promuovere, in via diretta o indiretta, un incremento degli affari ovvero una utilità per l’impresa) (cfr. art. 109 c. 5 D.P.R 917/1986).
Quanto alla distinzione, entro il più generale contesto delle spese inerenti, tra le spese di pubblicità e quelle di rappresentanza un criterio ermeneutico (unico) è dettato dalla prassi amministrativa; si tratta di un criterio fondato sostanzialmente sull’esigenza di rassicurare il Fisco della serietà dell’operazione. La Ris. Min. 8 settembre 2000, n. 137/E individua e distingue:
– le spese di rappresentanza in ragione della loro gratuità, cioè la mancanza a carico dei beneficiari di un obbligo di dare, fare o permettere (art. 108 c. 2 D.P.R 917/1986). A differenza della pubblicità che reclamizza il marchio, il prodotto, ecc., la rappresentanza è diretta ad offrire al pubblico una immagine positiva dell’impresa e della sua attività in termini di efficienza, organizzazione, competitività, ecc. Le spese di rappresentanza sono interamente deducibili esclusivamente nell’esercizio di sostenimento nel limite dell’1,3% dei ricavi e altri proventi dell’attività caratteristica entro i 10 milioni di euro, dello 0,5% per i ricavi e altri proventi eccedenti i 10 milioni di euro e sino a 50 milioni e dello 0,1% per la parte di ricavi e proventi eccedenti 50 milioni di euro (cfr. DM 19/11/2008) Sono, comunque, deducibili le spese relative a beni distribuiti gratuitamente di valore unitario non superiore ad € 50,00;
– le spese di pubblicità e propaganda (tra cui parrebbero rientrano, salvo quanto appresso si dirà, i costi di sponsorizzazione) in conseguenza della loro fonte contrattuale, vale a dire che sono il corrispettivo pagato a fronte di un obbligo contrattuale di fare, non fare o permettere.
Con provvedimento di prassi successivo, in specie con la circolare 34/E/2009. l’Agenzia delle Entrate ha poi precisato che le spese di sponsorizzazione, per essere deducibili come spese di pubblicità, devono: avere come scopo quello di reclamizzare un prodotto commerciale oppure il nome o il marchio dell’impresa; essere corrisposte a fronte di un obbligo sinallagmatico del soggetto beneficiario.
Come anticipato, rispetto al trattamento fiscale delle spese di sponsorizzazione, tuttavia, le prese di posizione dell’Amministrazione finanziaria e della Corte di cassazione che si sono succedute non sono state sempre univoche e convergenti tra di loro e sono, di conseguenza, sorti diversi dubbi tra gli operatori in merito alla disciplina da applicare ai fini sia delle imposte sui redditi che dell’IVA.
Invero, come acutamente osservato in dottrina (30), le spese di sponsorizzazione sembrano divenute uno dei “cavalli di battaglia” delle riprese fiscali, per motivi che attengono da un lato alla facilità del loro rilievo (posto che si tratta di spese che lo stesso contribuente dichiara) e rispetto alle quali si formulano esclusivamente rilievi di tipo interpretativo, efficaci anche dal punto di vista del budget.
Il timore che si intravede – nelle scelte di recupero a tassazione dell’Agenzia delle Entrate, così come nelle pronunce giurisdizionali – è che lo strumento della sponsorizzazione venga piegato a finalità affatto differenti da quelle propriamente pubblicitarie, e che, specie allorchè il soggetto sponsorizzato sia soggetto ad una tassazione forfettaria, dietro una sponsorizzazione possa celarsi una retrocessione allo sponsor della somma versata.
In tale prospettiva, si sono aperti gli spazi della valutazione – da parte dell’Agenzia delle Entrate, prime, e dell’Autorità giurisdizionale, poi – della sussistenza di un interesse imprenditoriale sostanziale al contratto. Valutazione che apre ineliminabili spazi di incertezza.
Proprio il timore di un impiego distorto del contratto sembra – pur in maniera implicita – aver orientato i più recenti orientamenti della Suprema Corte di Cassazione sul tema (31), che sembra ormai consolidata nel qualificare le spese di sponsorizzazione come spese di rappresentanza (32).
Con l’ordinanza 3433 cit. la Corte ha accolto il ricorso dell’Agenzia rilevando che “alle sponsorizzazioni sportive si applica l’attuale art. 108 (ex art. 74, comma 2) del T.U.I.R. essendo, in tutto e per tutto, equiparate alle spese di rappresentanza in quanto effettuate senza che vi sia una diretta aspettativa di ritorno commerciale… (e) idonee al più ad accrescere il prestigio dell’impresa”.
Secondo la Suprema Corte costituiscono spese di rappresentanza quelle affrontate per iniziative volte ad accrescere il prestigio e l’immagine dell’impresa ed a potenziarne le possibilità di sviluppo, mentre vanno qualificate come spese pubblicitarie o di propaganda quelle erogate per la realizzazione di iniziative tendenti, prevalentemente anche se non esclusivamente, alla pubblicizzazione di prodotti, marchi e servizi, o comunque dell’attività svolta.
In quest’ottica, devono quindi farsi rientrare tra le spese di rappresentanza “quelle effettuate senza che vi sia una diretta aspettativa di ritorno commerciale”, mentre vanno considerate spese di pubblicità o propaganda “quelle altre sostenute per ottenere un incremento, più o meno immediato, della vendita di quanto realizzato nei vari cicli produttivi ed in certi contesti, anche temporali”.
Si dismette e sconfessa, per tale via, il criterio discretivo suggerito dalla stessa A.f., e fondato sul titolo di giustificazione della spesa, per ancorare la distinzione alla utilità futura attesa dalla spesa sostenuta. Secondo la Corte, infatti, “il criterio discretivo va, dunque, individuato nella diversità, anche strategica, degli obiettivi che, per le spese di rappresentanza, possono farsi coincidere con la crescita d’immagine ed il maggior prestigio nonché con il potenziamento delle possibilità di sviluppo della società; laddove, per le spese di pubblicità o propaganda, di regola, consiste in una diretta finalità promozionale e di incremento commerciale, normalmente, concernente la produzione realizzata in un determinato contesto”.
Per altro verso, poi, l’Agenzia delle Entrate supporta frequentemente le proprie contestazioni allegando un difetto di inerenza delle spese di sponsorizzazione desunto dal comportamento antieconomico delle spese, sproporzionate rispetto all’utile dell’impresa ovvero inidonee a far far conseguire un adeguato ritorno sui ricavi dell’impresa (33).
Invero, rimettere la qualificazione della tipologia di spesa a concetti elastici e valutativi, che impingono nella definizione delle strategie dell’impresa e degli obiettivi imprenditoriali espone il trattamento fiscale delle scelte operative dell’imprenditore a margini di incertezza che non possono che scoraggiare il ricorso ad uno strumento giuridico che pure, come detto, si presterebbe ad un proficuo impiego nel settore del recupero e della valorizzazione dei beni culturali.
Si può tuttavia affermare, come abbiamo già innanzi rilevato che, che in linea generale le caratteristiche essenziali delle spese di rappresentanza sono costituite dalla natura gratuita delle erogazioni effettuate e dalla finalità di pubbliche relazioni, elementi questi che certamente risultano carenti nella fattispecie del contratto di sponsorizzazione; le spese di sponsorizzazione si inseriscono invece in un contratto sinallagmatico di prestazione di servizio e sono quindi sostanzialmente assimilabili alle spese di pubblicità.
Anche il Ministero, a motivo della sostanziale identità dello scopo perseguito, aveva considerato spese di pubblicità – e non di rappresentanza – non solo le spese sostenute per reclamizzare prodotti dell’azienda, ma anche quelle di pubblicizzazione del marchio d’impresa. E alla pubblicizzazione del marchio si riferiscono appunto, pur con tutti i sospetti che le circondano, le spese di sponsorizzazione.
Una ulteriore conferma deriva dal decreto del Ministro per i beni e le attività culturali del 19 dicembre 2012, contenente le norme tecniche e le linee guida in materia di sponsorizzazioni di beni culturali. In questo provvedimento, infatti, nell’allegato A è espressamente riconosciuto che “la causa del negozio atipico di sponsorizzazione è il fine di pubblicità per il quale lo sponsor si impegna a finanziare lo sponsee e a provvedere alle attività richieste da quest’ultimo”.
L’elemento distintivo del contratto di sponsorizzazione rispetto a quello di pubblicità vero e proprio, a ben vedere, è rinvenuto proprio nella maggiore idoneità di ritorno pubblicitario del primo rispetto al secondo, per il suo maggior legame tra sponsor e soggetto sponsorizzato; rileva, infatti, il suddetto decreto che “mentre per i contratti di pubblicità … l’evento pubblicizzato è mera occasione di manifestazione del messaggio divulgativo, e funge da mero contenitore e spazio di esposizione, nella sponsorizzazione si realizza un vero e proprio processo di abbinamento o di associazione, per cui lo sponsor trae direttamente dall’iniziativa sponsorizzata vantaggi promozionali ulteriori, legati alla notorietà dell’evento, con effetti potenzialmente molto più intensi o protratti nel tempo rispetto a quelli garantiti da una mera comunicazione pubblicitaria. Inoltre, se la pubblicità tende a privilegiare lo sviluppo e la creazione delle vendite del prodotto identificato dal marchio divulgato, la sponsorizzazione è uno degli strumenti più utili per creare le condizioni migliori per la vendita promuovendo l’immagine dello sponsor, e solo indirettamente i suoi prodotti”.
Altra questione, pure affrontata nell’ordinanza in esame, è quella di valutare la forza promozionale dell’abbinamento con l’iniziativa sponsorizzata, cioè la maggior visibilità che attraverso di essa è conseguita dall’azienda. Secondo la Corte, infatti, i costi di sponsorizzazione potrebbero essere fiscalmente assimilati ad una spesa di pubblicità solo nelle ipotesi in cui sussista un legame tra l’attività caratteristica dell’impresa che sostiene i costi e l’attività promozionale effettuata. Le spese di sponsorizzazione diventerebbero spese di pubblicità perché specificamente attinenti alla specifica attività dell’impresa, alle sue dimensioni, alla sua localizzazione geografica e alle sue esigenze; in sostanza dunque la natura delle spese di sponsorizzazione muterebbe in ragione della sua inerenza ed al giudizio che di questa è dato tanto dall’Amministrazione finanziaria quanto dagli organi giudiziari.
E’ chiaro, dunque, che allo stato attuale, in difetto di una definizione legislativa del trattamento fiscale delle spese di sponsorizzazione (opportunamente sollecitato come essenziale da alcuni interpreti (34)) e soprattutto in ragione del valore ermeneutico assegnato alla caratteristiche del soggetto finanziato, l’impiego del contratto nel settore dei beni culturali non può che risultare fortemente scoraggiato e sostanzialmente precluso a quei soggetti economici la cui attività di impresa non abbia specifica attinenza con il settore dei beni culturali.

(1) In tema di aiuti di Stato si veda, INGROSSO, La comunitarizzazione del diritto tributario e gli aiuti di Stato, in AA.VV. a cura di Ingrosso e Tesauro, Napoli, 2009; CARINCI, Il divieto di aiuti di Stato quale limite all’autonomia tributaria degli enti infrastatali, in Giur. Imp., 2008; DEL FEDERICO, Agevolazioni fiscali nazionali e aiuti di Stato, tra principi costituzionali e ordinamento comunitario, in Riv. Dir. Trib. Int., 2006; SALVINI, Aiuti di Stato in materia fiscale, Padova, 2007.
(2) FIORENTINO, Agevolazioni fiscali e aiuti di Stato, in AA.VV., Agevolazioni fiscali e aiuti di Stato, cit., 375 e ss., il quale sottolinea come “è inutile tentare, oggi come per il passato, una qualche forma di ricostruzione istituzionale fondando un approccio esegetico alla stregua di una analisi normativa, vista l’assoluta perdurante imprecisione del legislatore nel definire le diverse fattispecie sottrattive del carico tributario”; BASILAVECCHIA, Agevolazioni, esenzioni ed esclusioni, in Rass. Trib. 2002.
(3) Deve segnalarsi come di una qualche utilità ai fini ricostruttivi che qui interessano sia la nozione di agevolazione adottata da LA ROSA, Le agevolazioni tributarie, in Trattato di diritto tributario, diretto da A. Amatucci, I, Padova, 1994, 410 e ss. Secondo il citato Autore la qualifica di agevolazione va riconosciuta in tutti quei casi in cui il legislatore introduce una spesa fiscale, usando la disciplina del prelievo per concedere in forma diretta, non mediata da un provvedimento di concessione, sovvenzioni che avrebbero potuto essere disposte anche in forme non tributarie, mediante contributi o simili erogazioni pubbliche. Questa ricostruzione ben si presta a ricomprendere le agevolazioni concesse a favore dei beni culturali entro i confini costituzionali dell’intervento statale di tutela del patrimonio artistico e culturale della Nazione, evidenziando le diverse forme che l’intervento statale può assumere.
(4) CARPENTIERI, in AA.VV. Il Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio, Milano, 2005; PIVA, Cose d’arte, in Enc. Dir., XI, Milano, 1962, 93 e ss.
(5) La prima normativa organica in tema di tutela dei beni culturali e paesaggistici risale al 1902, ed è introdotta con la legge 185 del 12 giugno 1902 e dal correlato regolamento approvato con r.d. 17 luglio 1904, n. 431. Successivamente, con la legge Bottai, n. 1089 dell’1 giugno 1939, si riaffermò una impostazione di tipo conservativo delle cose d’arte, articolata essenzialmente su un regime di vincoli e divieti di alterazione ed esportazione, fortemente ancorata alla materialità del bene. Così osserva CERULLI IRELLI, I beni culturali nell’ordinamento italiano vigente, in Beni Culturali Comunità Europea, 1994, 3, “il valore culturale di una pittura o di una scrittura, e quindi il suo essere bene culturale, è intrinsecamente legato alla cosa pittura, alla cosa scrittura, e la tutela del primo si identifica con la tutela della cosa in quanto tale…”.
(6) Ad una primigenia concezione monistica del diritto di proprietà sulle cose d’arte come diritto di proprietà sottoposto a limitazioni amministrative, successivamente alla introduzione della legge Bottai, si elaborò una concezione di proprietà funzionale che lasciava emergere la compresenza di un interesse della collettività sui beni di interesse storico e artistico come beni di interesse pubblico. In tal senso GRISOLIA, La tutela delle cose d’arte, Milano, 1952, 183 e 197 e ss., discorre di “due poteri sullo stesso bene: quello pubblico di tutela e quello privato di appartenenza…due diritti garantiti entrambi dall’ordinamento, di cui uno ha carattere funzionale, l’altro ha carattere signorile, ed appartengono il primo allo Stato ed il secondo ad un diverso soggetto”. GIANNINI, I Beni Culturali, in RTDP, 1976, 3 e ss. evidenzia, così, che su un medesimo bene materiale possono coesistere più beni giuridici, ossia più utilità, valori e diritti: il diritto dominicale, pubblico o privato, e la qualità di bene culturale, per definizione pubblica.
(7) AICARDI, L’ordinamento amministrativo dei beni culturali, Torino, 2002; CASINI, La valorizzazione dei beni culturali, in Riv. Trim. dir. Pubbl., 2001, 698
(8) CARPENTIERI, Fruizione, valorizzazione, gestione dei beni culturali, relazione al convegno Il nuovo codice dei beni culturali e del paesaggio. Prospettive applicative.
(9) In tale prospettiva si apprezza un notevole, e spesso sottovalutato, contributo dei privati alla tutela dei beni culturali di proprietà. Come si vedrà, il legislatore, anche di recente, ha tentato di incentivare il ricorso a taluni istituti di “mecenatismo” favorendo il contributo delle imprese alla tutela e valorizzazione dei beni culturali, dimenticando, tuttavia, che il primo e principale intervento sui beni culturali è quello dei privati proprietari. Il progressivo deterioramento del regime fiscale agevolato per gli interventi di ristrutturazione e restauro mostra, appunto, la sottovalutazione dell’impegno speso dai proprietari nella direzione di una efficace tutela conservativa dei beni.
(10) Così afferma la S.C., nella sentenza 20117/2012 cit. che “la normativa fiscale di agevolazione …trova la sua “ratio” nella necessità di contemperare l’entità del tributo con le ingenti spese che i proprietari sono tenuti ad affrontare per preservare le caratteristiche degli immobili stessi”, la sentenza richiamata nega, tuttavia, in ossequio al principio di stretta interpretazione che deve presiedere la definizione dell’ambito applicativo delle norme tributarie di agevolazione, che le agevolazioni correlate a vincoli diretti apposti ai sensi della legge 1089 del 1939 possano essere estese anche ai beni sottoposti a vincolo indiretti di cui all’art. 21 della medesima legge. In termini diffusi, le SS. UU., nella sentenza 5518/2011 evidenziano come “D’altro canto, come ha chiarito la Corte costituzionale nella sentenza n. 346 del 2003, la scelta del legislatore appare “tutt’altro che arbitraria o irragionevole, in considerazione del complesso di vincoli ed obblighi gravanti per legge sulla proprietà di siffatti beni quale riflesso della tutela costituzionale loro garantita dall’art. 9 Cost., comma 2”. Ed è chiaro che questo “complesso di vincoli ed obblighi gravanti per legge sulla proprietà di siffatti beni quale riflesso della tutela costituzionale loro garantita dall’art. 9 Cost., comma 2”, non muta, ne’ nella sostanza, nè nella gravosità, a seconda della destinazione, ad uso abitativo o ad uso diverso, o anche della categoria catastale di classificazione dell’immobile che ne sia specificamente oggetto, costituendo gli immobili di interesse storico-artistico, sotto l’indicato aspetto, una categoria omogenea….È evidente che la disomogeneità che distingue gli immobili di interesse storico o artistico, da un lato, dagli immobili che non siano tali, dall’altro, e che legittima il diverso trattamento fiscale degli uni e degli altri, prescinde necessariamente dalla destinazione d’uso ed anche dalla classificazione catastale che abbiano gli immobili di interesse storico o artistico, essendo tale destinazione, o classificazione, ininfluente al fine di determinarne l’appartenenza alla categoria “protetta”. A tanto si aggiunge l’estrema difficoltà di una precisa determinazione del reddito degli immobili in questione “per la forte incidenza dei costi di manutenzione e conservazione di tali beni”. Da tali affermazioni si ricava che la ratio legis della disposizione di cui alla L. n. 413 del 1991, art. 11, comma 2, è data dalla necessità di tenere conto del fatto che i proprietari degli immobili appartenenti alla tipologia considerata dalla norma in questione debbono affrontare, nell’interesse pubblico alla conservazione dei beni culturali, costi di manutenzione così rilevanti da rendere non sicuramente determinabile il reddito effettivo: una riprova può essere data dalla disposizione di cui alla L. n. 133 del 1999, art. 18, lett. c), che conferma il principio stabilito dalla L. n. 413 del 1991, art. 11, comma 2, per il reddito degli immobili riconosciuti di interesse storico o artistico, ai sensi della L. n. 1089 del 1939, art. 3, “inteso a tenere conto dei vincoli gravanti su di essi nonché dell’interesse pubblico alla loro conservazione”. Se ciò è vero, come è vero, ha affermato questa Corte, con orientamento che il Collegio condivide e conferma, “non avrebbe senso logico introdurre, all’interno dell’unitaria categoria degli immobili di interesse storico-artistico, una distinzione tra detti immobili secondo la loro destinazione d’uso o la loro classificazione catastale: ne’ l’interesse pubblico alla conservazione dell’immobile di interesse storico-artistico, ne’ i costi di manutenzione, finalizzati alla tutela di tale interesse, ne’ l’incertezza sulla determinazione del reddito effettivo che l’incidenza di tali costi causa, dipende (nè può dipendere) dalla diversa destinazione, abitativa o meno, o dalla diversa classificazione catastale dell’immobile. Sicché limitare l’applicazione della disposizione di cui alla L. n. 413 del 1991, art. 11, comma 2, ai soli immobili di interesse storico-artistico destinati ad uso abitativo o a quelli classificati in una determinata categoria catastale (ad es. la categoria “A”), significherebbe introdurre nel sistema una distinzione non ragionevole – tenuto conto della ratio legis della norma speciale – e optare, di conseguenza, per un’interpretazione della stessa norma che non sarebbe costituzionalmente orientata” (Cass. n. 14149 del 2009, in motivazione)”
(11) Corte Costituzionale, 28 novembre 2003, n. 346.
(12) Espressamente la sentenza della S.C. SS. UU. N. 5518/2011 chiarisce che “la tassazione degli immobili di interesse storico o artistico, ai fini delle imposte sui redditi, non è ispirata ad una regola di “a-gevolazione”, bensì ad una regola di “specialità”, cioè all’istituzione di “un regime tributario sostitutivo” di quello ordinario” di guisa che, ai fini dell’applicazione di siffatto regime impositivo non assumono rilevanza la destinazione, abitativa o non abitativa, dell’immobile soggetto a vincolo, né la circostanza che il medesimo sia locato a terzi, né la categoria catastale nella quale lo stesso sia classificato.
(13) Con la conseguenza che assumono rilevanza la qualità del soggetto proprietario o possessore, la destinazione d’uso dell’immobile soggetto a vincolo, la circostanza che il medesimo sia locato a terzi, la categoria catastale nella quale lo stesso sia classificato.
(14) In tal caso, ove l’apposizione del vincolo non sopravvenga e venga documentata nel termine di due anni dalla registrazione, si decade dall’agevolazione.
(15) E, dunque, alle medesime condizioni, previste per il caso di successione (autocertificazione vistata dalla Sopraintendenza che attesti la esistenza del vincolo e l’osservanza degli obblighi di conservazione e manutenzione).
(16) Diritti reali limitati, quali uso, usufrutto, abitazione, ovvero titoli contrattuali quali, ad esempio, la locazione o il comodato.
(17) Come osservato alla nota 3) le misure di agevolazione fiscale possono essere ricostruite come “spese fiscali”, ossia misure alternative alla sovvenzione diretta da parte dello Stato.
(18) Le liberalità, in denaro o in natura, sono deducibili dal reddito complessivo del soggetto erogatore nel limite del dieci per cento del reddito complessivo dichiarato, e comunque nella misura massima di 70.000 euro annui.
a. E’ necessario, altresì, che il soggetto che riceve le erogazioni tenga scritture contabili atte a rappresentare con completezza e analiticità le operazioni poste in essere nel periodo di gestione, e rediga, entro quattro mesi dalla chiusura dell’esercizio, un apposito documento che rappresenti adeguatamente la situazione patrimoniale, economica e finanziaria. La misura non è cumulabile azione alle erogazioni effettuate ai sensi del comma 1 la deducibilità di cui al medesimo comma non può cumularsi con ogni altra agevolazione fiscale prevista a titolo di deduzione o di detrazione di imposta da altre disposizioni di legge.
(19) Il comma 1 del citato art. 1 d.l. 83/2014 dispone che “Per le erogazioni liberali in denaro effettuate nei tre periodi d’imposta successivi a quello in corso al 31 dicembre 2013, per interventi di manutenzione, protezione e restauro di beni culturali pubblici, per il sostegno degli istituti e dei luoghi della cultura di appartenenza pubblica e per la realizzazione di nuove strutture, il restauro e il potenziamento di quelle esistenti delle fondazioni lirico-sinfoniche o di enti o istituzioni pubbliche che, senza scopo di lucro, svolgono esclusivamente attivita’ nello spettacolo, non si applicano le disposizioni di cui agli articoli 15, comma 1, lettere h) e i), e 100, comma 2, lettere f) e g), del testo unico delle imposte sui redditi, approvato con decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917, e spetta un credito d’imposta, nella misura del:
a) 65 per cento delle erogazioni liberali effettuate in ciascuno dei due periodi d’imposta successivi a quello in corso al 31 dicembre 2013;
b) 50 per cento delle erogazioni liberali effettuate nel periodo d’imposta successivo a quello in corso al 31 dicembre 2015”.
(20) Circolare 24/E del 31 luglio 2014.
(21) Come correttamente sottolineato da SACRESTANO, Spinta al “mecenatismo” con il nuovo “art-bonus”, in Corr. Trib., 2014, 35, 2711 e ss. “deve ritenersi che il detto divieto di applicazione riguardi le sole fattispecie che possono (ora) utilizzare il nuovo Art-bonus”.
(22) Come visto in precedenza, infatti, la detrazione del 19% è riconosciuta alle persone fisiche anche “per il costo specifico o, in mancanza, per il valore normale dei beni ceduti gratuitamente”, in base ad apposita convenzione, ai soggetti e per le attività di interesse culturale sopradescritte (art. 15, lettera h-bis) del T.U.I.R.).
(23) Come innanzi visto, invece, nel regime ordinario le erogazioni liberali soffrono un trattamento fiscale differenziato; se effettuate da soggetti irpef, agli stessi è riconosciuta una detrazione nella misura del 19%, mentre per i soggetti ires la misura agevolativa è costituita dalla integrale deducibilità della erogazione liberale dalla base imponibile.
(24) La citata circolare 24/E ha, peraltro, precisato che per gli imprenditori individuali e gli enti non commerciali che esercitano, anche marginalmente, attività commerciale (e che, dunque, sono titolari anche di reddito di impresa), occorrerà distinguere al fine di determinare la misura del credito di imposta riconoscibile: se le erogazioni liberali sono effettuate nell’ambito della attività commerciale, il credito massimo fruibile sarà determinato con le modalità e nei limiti previsti per i percettori di reddito di impresa, nel diverso caso le erogazioni liberali siano riconducibili alla attività personale o istituzionale, si applicheranno i limiti previsti per le persone fisiche e gli enti non commerciali.
(25) Pertanto per le imprese il suddetto credito di imposta potrà essere fruito in compensazione in sede di versamenti per imposte sui redditi e ritenute alla fonte riscosse mediante versamento diretto, imposta sul valore aggiunto, contributi previdenziali e , premi per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali.
(26) Norma che esclude la compensazione di cui al citato art. 17 in presenza di debiti iscritti al ruolo per imposte erariali e accessori, in misura superiore ad € 1.500,00.
(27) Norma che dispone un limite generale alla compensabilità dei crediti di imposta e contributivi nella misura, a far data dall’1 gennaio 2014, di € 700.000,00.
(28) Per espressa previsione del comma 4 della norma in commento, di modo che il credito fruito potrà eccedere la misura di € 250.000,00 ordinariamente prevista per i crediti di imposta agevolativi.
(29) Il trattamento fiscale delle due tipologie di spese è definito dal comma 2 dell’art. 108 TUIR a mente del quale “Le spese di pubblicità e propaganda sono deducibili nell’esercizio in cui sono state sostenute o in quote costanti nell’esercizio stesso e nei quattro successivi. Le spese di rappresentanza sono deducibili nel periodo d’imposta di sostenimento se rispondenti ai requisiti di inerenza e congruità stabiliti con decreto del Ministro dell’economia e delle finanze, anche in funzione della natura e della destinazione delle stesse, del volume dei ricavi dell’attività caratteristica dell’impresa e dell’attività internazionale dell’impresa. Sono comunque deducibili le spese relative a beni distribuiti gratuitamente di valore unitario non superiore a euro 50.”
(30) VIGNOLI – LUPI, Sponsorizzazioni, riserve mentali e motivazioni esplicite, in Dialoghi Tributari, 2/2013.
(31) Una compiuta ed analitica ricostruzione degli orientamenti giurisprudenziali recenti in tema di spese di sponsorizzazione si rinviene in FERRANTI, Le spese di sponsorizzazione devono risultare effettivamente utili per l’impresa che le sostiene, in Corr. Trib. 7/2015, 479 e ss.
(32) Si vedano al riguardo ord. 14252/2014, ove si afferma che l’equiparazione è motivata dalla considerazione che le dette spese “sono idonee al più ad accrescere il prestigio dell’impresa, ove il contribuente non provi che all’attività sponsorizzata sia riconducibile una diretta aspettativa di ritorno commerciale”. Analoga osservazione è formulata dalla Suprema Corte nella sentenza 25100 del 2014, che pure subordina la deducibilità all’assolvimento dell’onere, da parte del contribuente, di provare che la sponsorizzazione sia idonea a condizionare le scelte dei potenziali clienti, da valutare in base alla effettività delle prestazioni, alla tipologia ed al luogo di svolgimento dell’evento sponsorizzato, alla visibilità del marchio sponsorizzato e alla congruità della spesa sostenuta. Le pronunce indicate, per vero, confermano una tendenza, già invalsa (ordinanza 3433/2012; sentenze 8679/2011, 2790/2009, 21270 e 17602 del 2008, 9567/2007). Come è stato correttamente osservato, tuttavia, la giurisprudenza della Suprema Corte si è formata con riguardo a periodi di imposta anteriori al 2008, “anno a partire dal quale ha trovato applicazione la vigente disciplina di tali spese, nell’ambito della quale è stato affermato con chiarezza che il carattere essenziale delle stesse (spese di rappresentanza, ndr)è costituito dalla mancanza di un corrispettivo o di una controprestazione da parte dei destinatari dei beni e servizi erogati. Il D.M. 19 novembre 2008, di attuazione di tale disciplina, come confermato dall’Agenzia delle Entrate nella circolare 14 luglio 2009, n. 34/E – ha stabilito che le spese di pubblicità sono invece caratterizzate dalla circostanza che il loro sostenimento è frutto di un contratto a prestazioni corrispettive, la cui causa va ricercata nell’obbligo della controparte di pubblicizzare/propagandare, a fronte della percezione di un corrispettivo, il marchio o il prodotto dell’impresa”, cosi FERRANTI, op. ult. cit.
(33) Così Cass. ord. 24478/2014 ha ritenuto l’inesistenza stessa della sponsorizzazione rilevando un comportamento antieconomico del contribuente che aveva erogato un importo rilevante a fronte di una ridotta controprestazione dei destinatari dei beni erogati. In particolare la Suprema Corte ritiene decisivo osservare come “La denominazione dell’impresa figurava soltanto una volta e per di più mai sulle magliette degli atleti, come invece avveniva per altri sponsor, che pagavano addirittura importi inferiori. La ragione sociale della società era comparsa unicamente su uno striscione affisso una sola volta nella palestra”.
(34) Sul punto FERRANTI, op. ult. cit., 480, ove si evidenzia come per ovviare alle criticità emerse in sede di qualificazione delle spese di sponsorizzazione sarebbe opportuno stabilire, nell’ambito della revisione del reddito di impresa prevista nella legge delega fiscale (art. 12 legge 11 marzo 2014, n. 23), che le spese di sponsorizzazione siano equiparate a quelle di pubblicità, limitandone la deducibilità ad un certo ammontare dei ricavi dell’impresa erogante. Proposta, per vero, già avanzata da LUPI, Forzature interpretative, per sospetti di frode e “sponsorizzazioni pilotate” di terzi, in Dialoghi Tributari, 6/2013, 602 e ss., ove si osserva come “sarebbe allora forse più opportuno definire legislativamente il trattamento fiscale delle spese di sponsorizzazione, senza arbitrarie differenziazioni basate sul soggetto “finanziato”, eventualmente stabilendo un ammontare iuris et de iure deducibile – determinato, ad esempio, attraverso una proporzione tra il volume di affari e l’ammontare del costo sostenuto – e consentendo al contribuente di provare l’”economicità” dell’eventuale “eccedenza”.

Le zone franche urbane. Agevolazioni fiscali e contributive fruibili dalle imprese allocate in area F3

Autore: Marcella Ferrante

Le Zone Franche Urbane sono state istituite con l’art. 1, commi 340 e ss. della legge finanziaria per il 2007 (legge 296/2006), allo scopo di favorire lo sviluppo economico e sociale, anche tramite interventi di recupero urbano di areee quartieri degradati nelle città del Mezzogiorno.
Si tratta di un istituto che si compendia in una serie di misure di agevolazione fiscale, diretto a favorire lo sviluppo e la competitività delle imprese entro determinati territori.
La fiscalità di vantaggio a favore delle imprese sconta, come noto, notevoli limitazioni derivanti dall’appartenenza dell’Italia alla Unione Europea.
Il principio comunitario fondamentale della liberà di concorrenza tra le imprese nel mercato comune è presidiato, tra l’altro, da una norma di divieto, lart. 107 del Trattato U.E.. (già art. 87 Trattato CE) che definisce, in termini generali, incompatibili con il mercato comune “nella misura in cui incidano sugli scambi tra gli Stati membri, gli aiuti concessi dagli Stati ovvero mediante risorse statali, sotto qualsiasi forma che, favorendo talune imprese o talune produzioni, falsino o minaccino di falsare la concorrenza”. Il divieto così posto soffre, tuttavia, di non poche deroghe. E’, infatti, di immediata evidenza come gli aiuti di Stato possono finanche favorire la realizzazione del mercato, se e nella misura in cui sono diretti a favorire il recupero di concorrenzialità delle imprese ubicate in zone svantaggiate, caratterizzate da crisi strutturale (1).
Lo stesso art. 107 del Trattato contempla, al paragrafo 2, alcune fattispecie di aiuti considerati compatibili de jure, nonché, al paragrafo 3, ipotesi in cui, pur in presenza di fattispecie di aiuti vietati, astrattamente idonei a falsare il gioco della concorrenza, è possibile che la Commissione esprima un giudizio di compatibilità delle misure con il mercato comune (2).
La normativa istitutiva di cui alla legge 296/2006 cit. espressamente prevedeva che la agevolazioni concedibili avrebbero dovuto essere conformi agli orientamenti della Commissione in materia di aiuti di Stato a finalità regionale, riferiti al sostegno delle piccole e medie imprese di nuova costituzione.
Successivamente sono stati meglio definiti gli obiettivi perseguibili attraverso la fruizione di agevolazioni fiscali e contributive alle imprese insediate entro ZFU, chiarendo come essi siano quelli di contrastare fenomeni di esclusione sociale e favorire l’integrazione culturale e sociale, mentre era stato espunto ogni riferimento alle Regioni del Mezzogiorno d’Italia.
La Commissione Europea, cui la legge 296/2006 nella parte in cui prevedeva la istituzione di zone franche urbane era stata notificata, con provvedimento C (2009)8126, ha ritenuto la misura agevolativa compatibile con il mercato unico, pur escludendo che le ZFU possano essere ricondotte alla figura degli aiuti a finalità regionale (3), ha autorizzato l’aiuto, ai sensi dell’art. 87. Paragrafo 3, lett. c) del Trattato, ritenendo che il regime consenta di perseguire un obiettivo comunitario, qual è il rafforzamento della coesione economica e sociale (4), che sia necessario e proporzionato rispetto all’obiettivo di una rivitalizzazione economica e sociale mediante il mantenimento e lo sviluppo di un tessuto di attività , e non sia tale da incidere, in maniera significativa e contraria al comune interesse, sugli scambi intracomunitari.
L’esperimento delle ZFU è stato rifinanziato con il DL Crescita, n. 179 del 18 ottobre 2012, in attuazione del quale, con decreto del Ministro dello sviluppo economico di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze 10 aprile 2013 sono state stabilite le condizioni, i limiti, le modalità e i termini di decorrenza delle agevolazioni fiscali e contributive.
Il decreto ministeriale reintroduce la rilevanza della misura agevolativa per le ZFU già individuate con la delibera CIPE 14/2009 che siano collocate nelle regioni Calabria, Campania, Puglia e Sicilia.
Delimitazione delle ZFU
La delimitazione delle zone franche urbane è avvenuta sulla base dei criteri definiti dal CIPE con delibera del 30 gennaio 2008 n. 5 e del MISE, che con la circolare 1418/2008 ha integrato la detta delibera CIPE individuando gli elementi tecnici e procedurali per la preparazione e presentazione delle proposte progettuali delle ZFU.
In estrema sintesi, i criteri definiti dalla delibera CIPE 5/2008 procedono dalla individuazione delle condizioni di ammissibilità minime dei comuni eleggibili, costituite da 1. Dimensione demografica minima di 25 mila abitanti (5); 2. Tasso di disoccupazione comunale superiore alla media nazionale (6).
Nell’ambito dei Comuni eleggibili, la perimetrazione della ZFU deve avvenire in aree caratterizzate: 1. da una dimensione demografica minima di 7.500 abitanti (ferma la soglia massima di 30.000 abitanti stabilita dalla legge istitutiva), con l’ulteriore vincolo che la popolazione residente nelle aree interessate dalle agevolazioni previste dalle ZFU non può superare il 30% del totale della popolazione residente nell’area urbana interessata; 2. da un tasso di disoccupazione superiore alla media comunale.
La perimetrazione dell’area non deve avvenire necessariamente sulla base di confini amministrativi (quartiere o circoscrizioni), ma è possibile che la ZFU intersechi più quartieri e circoscrizioni, purchè sia assicurata una dettagliata perimetrazione, circoscritta attraverso la aggregazione di zone censuarie ed un elenco scritto delle direttrici stradali e degli altri elementi urbanistici e catastali.
E’, peraltro, prevista espressamente la necessità che i Comuni, cui spetta la redazione delle proposte di individuazione delle ZFU, identifichino in modo dettagliato e particolareggiato le aree urbane e/o i quartieri eleggibili, anche attraverso l’utilizzo di strumenti cartografici digitalizzati, in scala 1:10.000, con chiara individuazione del perimetro esterno e delle denominazioni di ciascun indirizzo stradale ammissibile (7).
I Comuni, cui è rimesso il compito di individuare in prima istanza “le aree urbane e i quartieri caratterizzati da particolari svantaggi sotto il profilo sociale ed economico, e da un marcato bisogno di strategie e interventi per lo sviluppo produttivo e l’occupazione” potranno a tal fine utilizzare indicatori statistici ulteriori, quali le unità locali delle imprese attive, la distanza media della popolazione da alcuni servizi primari (8), nonché dati reperibili in sede locale, quali la diffusione della microcriminalità, la disponibilità e/o le carenze nei servizi pubblici, informazioni sulla popolazione immigrata, le caratteristiche del patrimonio immobiliare non residenziale o di aree non utilizzate e disponibili per l’insediamento di attività economiche.
In tal guisa i Comuni dovrebbero procedere alla formulazione di proposte progettuali che evidenzino adeguatamente le condizioni di disagio sociale del territorio interessato e le potenzialità di sviluppo del tessuto economico e produttivo, così da collocare la istituzione della ZFU entro specifiche strategie di riqualificazione delle aree attraverso l’incentivazione, il rafforzamento, la regolarizzazione di attività imprenditoriali localizzate in quelle aree e attraverso la realizzazione di interventi socio-assistenziali volti a ridurre le condizioni di disagio della popolazione ivi residente. Ancora, come precisato nella circolare 1418/2008, la proposta potrà funzionalizzare – benché tanto non condizioni la ricevibilità della stessa – l’incentivazione di attività imprenditoriali all’interno dei perimetri individuati a strategie di sviluppo o di pianificazione urbana di scala più ampia, che perseguano la riqualificazione complessiva delle aree pur assegnando loro una vocazione produttiva e/o commerciale.
In tale prospettiva si sottolinea come il contestuale impegno delle amministrazioni comunali ad investire risorse locali o della politica regionale in infrastrutture e servizi pubblici in modo coerente con questi piani e queste strategie, possa rappresentare un “indicatore collaterale della qualità e della credibilità della proposta progettuale per la ZFU.
L’elaborazione della proposta progettuale, affidata ai Comuni, è il primo passaggio procedurale per la istituzione della ZFU. Il secondo momento è costituito dalla valutazione delle proposte da parte delle Regioni, chiamate a verificare:
a. La rispondenza ai criteri demografici, dimensionali e socioeconomici;
b. La corretta misurazione del livello di esclusione sociale;
c. La coerenza e compatibilità con le politiche di sviluppo ed inclusione sociale promosse a livello regionale e nazionale;
d. La opportunità, ed eventualmente le modalità, di un cofinanziamento del progetto, per ampliarne l’impatto socio economico.
La misurazione del livello di esclusione sociale, il CIPE ha definito un indice di disagio sociale (IDS), che risulta da un algoritmo (9) che tiene conto di quattro indicatori di esclusione calcolati per le sezioni censuarie interessate:
1. Tasso di disoccupazione, misurato con il rapporto tra la popolazione di 15 anni e più in cerca di occupazione, e le forze di lavoro della stessa classe di età (DIS).
2. Tasso di occupazione, misurato con il rapporto tra la popolazione occupata con 15 anni e più, ed il totale della popolazione della stessa classe di età. Individua le potenzialità e le difficoltà del mercato del lavoro (OCC).
3. Tasso di concentrazione giovanile, misurato dal rapporto tra la popolazione residente di età inferiore a 24 anni sul totale della popolazione (GIOV).
4. Tasso di scolarizzazione, misurato con il rapporto tra la popolazione maggiore di 6 anni con almeno un diploma di scuola secondaria, ed il totale della popolazione della stessa classe di età (SCOL).
Soggetti beneficiari
Le agevolazioni possono essere concesse in favore di micro e piccole imprese localizzate all’interno delle Zone franche urbane delle regioni Calabria, Campania e Sicilia riportate in allegato al decreto ministeriale 11 aprile 2013, nonché, in via sperimentale come disposto dalla norma sopra indicata, nel territorio dei comuni della provincia di Carbonia-Iglesias, nell’ambito dei programmi di sviluppo e degli interventi compresi nell’accordo di programma “Piano Sulcis”.
La dotazione finanziaria per gli interventi da attuare nell’ambito delle Zone franche urbane, così come individuata nel “Piano Azione Coesione: terza e ultima riprogrammazione”, ammonta a complessivi 303 milioni di euro, integrabile con risorse messe a disposizione dalle Regioni interessate.
Alla Regione Campania sono state attribuite risorse per 98 milioni di euro, da suddividere nelle seguenti ZFU: Aversa, Benevento, Mondragone, Casoria, Napoli, Portici (centro storico), Portici (zona costiera), Torre Annunziata, San Giuseppe Vesuviano (10).
E’ allo studio un rifinanziamento delle ZFU per ulteriori 175 milioni di euro.
Le agevolazioni previste dal decreto sono rappresentate dalle esenzioni consistenti in:
esenzione dalle imposte sui redditi (IRPEF, IRES);
esenzione dall’imposta regionale sulle attività produttive (IRAP);
esenzione dall’imposta municipale propria (IMU);
esonero dal versamento dei contributi sulle retribuzioni da lavoro dipendente.
Le agevolazioni sono concesse alle imprese a titolo di “de minimis” (tali si intendono gli aiuti di importanza minore, in quanto tali compatibili con il mercato comune). Pertanto, ciascun soggetto ammesso alle agevolazioni potrà beneficiare delle predette esenzioni, tenuto conto di eventuali ulteriori agevolazioni già ottenute dall’impresa sempre a titolo di “de minimis” nell’esercizio finanziario in corso alla data di presentazione della richiesta di agevolazione nei due esercizi finanziari precedenti, fino al limite massimo di 200.000,00 euro.
Sono ammesse alla agevolazione esclusivamente le micro e le piccole imprese(11), già costituite al momento della presentazione dell’istanza e che non risultino in liquidazione volontaria ovvero sottoposte a procedure concorsuali. Ulteriore limitazione riguarda i settori in cui operano le imprese, atteso che sono escluse le imprese che operano nel settore della pesca e dell’acquacoltura, nel settore della produzione primaria dei prodotti agricoli, le imprese del settore carbonifero. Per assicurare la compatibilità con i vincoli comunitari a presidio della libertà di concorrenza è stato anche escluso che le agevolazioni possano essere concesse per lo svolgimento di attività connesse all’esportazione verso paesi terzi o Stati membri della U.E. e che si risolvano in aiuti collegati ai quantitativi esportati o alla costituzione e gestione di una rete di distribuzione connessa all’attività di esportazione
Per fruire dell’agevolazione è necessario che la impresa abbia nel territorio della ZFU un ufficio o un locale destinato alla attività, anche amministrativa. Nel caso di soggetti che svolgano attività non sedentaria è necessario, inoltre, che ricorra alternativamente uno dei seguenti requisiti: 1. Che presso l’ufficio o locale sito nella ZFU sia impiegato almeno un lavoratore dipendente a tempo pieno o parziale che vi svolga la totalità delle ore; 2. Che il 25% del volume di affari sia rappresentato da operazioni svolte all’interno della ZFU.
La domanda di accesso all’agevolazione è presentata al Ministero dello Sviluppo Economico nei termini previsti da un apposito bando. Il bando per le ZFU della Regione Campania è scaduto il 30 aprile 2014.
Le agevolazioni in concreto fruibili sono costituite da:
Esenzione dalle imposte dirette: Il reddito derivante dallo svolgimento dell’attività svolta dall’impresa nella ZFU, fino a concorrenza dell’importo di 100.000,00 euro per ciascun periodo di imposta, è esente dalle imposte sui redditi, a decorrere dal periodo di imposta di
accoglimento della istanza, nei limiti delle seguenti percentuali:
a) 100% (cento percento), per i primi cinque periodi di imposta;
b) 60% (sessanta percento), per i periodi di imposta dal sesto al decimo;
c) 40% (quaranta percento), per i periodi di imposta undicesimo e dodicesimo;
d) 20% (venti percento), per i periodi di imposta tredicesimo e quattordicesimo.
2. Ai fini della determinazione del reddito per cui è possibile beneficiare dell’esenzione di cui
al comma 1, non rilevano le plusvalenze e le minusvalenze realizzate ai sensi degli articoli 54, 86 e 101 del Testo Unico sulle Imposte sui Redditi (nel seguito TUIR), né le sopravvenienze attive e passive di cui agli articoli 88 e 101 del medesimo TUIR.
Peraltro è previsto un innalzamento della soglia dei 100.000,00 euro, nella misura di € 5.000 per ciascun anno per ogni nuovo dipendente, residente all’interno del Sistema Locale di Lavoro in cui ricade la ZFU, assunto a tempo indeterminato dall’impresa beneficiaria.
Esenzione dall’Irap: Per ciascuno dei primi cinque periodi di imposta decorrenti da quello di accoglimento dell’istanza di cui accesso all’agevolazione, dall’imposta regionale sulle attività produttive è esentato il valore della produzione netta nel limite di euro 300.000,00 così come previsto all’articolo 1, comma 341, lettera b), della legge 27 dicembre 2006, n. 296. Per la determinazione del valore della produzione netta non si tiene conto di plusvalenze e minusvalenze.
Esenzione dall’IMU: Per gli immobili situati nella ZFU, posseduti e utilizzati dai soggetti beneficiari per l’esercizio dell’attività d’impresa, è riconosciuta l’esenzione dall’imposta municipale propria per i primi quattro anni a decorrere dal periodo di imposta di accoglimento della istanza.
Esonero dal versamento dei contributi sulle retribuzioni da lavoro dipendente: Relativamente ai soli contratti a tempo indeterminato, ovvero a tempo determinato di durata
non inferiore a 12 mesi, e a condizione che almeno il 30% (trenta percento) degli occupati risieda nel Sistema Locale di Lavoro in cui ricade la ZFU, è riconosciuto, nei limiti del massimale di retribuzione fissato dall’articolo 1, comma 1, del decreto del Ministro del lavoro, della salute e delle politiche sociali 1 dicembre 2009, a decorrere dal periodo di imposta di accoglimento della istanza di accesso alle agevolazioni, l’esonero dal versamento dei contributi sulle retribuzioni da lavoro dipendente nelle seguenti percentuali:
a) 100% (cento percento), per i primi cinque anni;
b) 60% (sessanta percento), per gli anni dal sesto al decimo;
c) 40% (quaranta percento), per gli anni undicesimo e dodicesimo;
d) 20% (venti percento), per gli anni tredicesimo e quattordicesimo.

Quanto ai risultati allo stato conseguiti in Campania ad esito del nuovo bando emesso nel 2014 essi sono sintetizzati nel quadro che segue:
ISTANZE AGEVOLATE ZFU DELLA REGIONE CAMPANIA
NOME ZFU NUMERO TOTALE ISTANZE AGEVOLATE IMPORTO MEDIO PER IMPRESA
ZFU di Aversa 472 23.819,30
ZFU di Benevento 425 25.189,10
ZFU di Casoria 538 26.671,80
ZFU di Mondragone 234 34.223,97
ZFU di Napoli 785 20.255,62
ZFU di Portici (Centro storico) 186 48.184,76 (totale 9.106.919)
ZFU di Portici (Zona costiera) 79 111.243,41 (totale 8.788.229)
ZFU di San Giuseppe Vesuviano 317 25.818,66 (totale 9.135.515)
ZFU di Torre Annunziata 229 51.783,06 (totale 11.858.320)
TOTALE 3.265

Quello che pure interessa sottolineare è che si tratta di agevolazioni concesse ad imprese singole, al di fuori di ogni progettualità di sviluppo di un sistema di offerta integrata, di modo che permane l’esigenza di un coordinamento delle imprese intorno a progetti condivisi che consentano di implementare le capacità delle imprese di accrescerne la capacità innovativa e la competitività sul mercato.
Le Zone a Burocrazia Zero
Prima di analizzare gli strumenti di questo coordinamento tra imprese, è tuttavia utile un accenno ad un altro strumento di sostegno alle imprese entro determinati contesti territoriali, ancora privo di concreta attuazione e che, tuttavia, strettamene ed espressamente si coordina sia con il tema delle ZFU che con quello dei distretti turistici, ossia le Zone a Burocrazia Zero (ZBZ).
Al riguardo deve darsi conto di notevoli sovrapposizioni normative, che hanno progressivamente modificato l’originario disegno dell’istituto.
Introdotte con l’art. 43 del D.L. 78/2010, le ZBZ sono disegnate come volte a favorire le nuove iniziative produttive fruendo di particolari vantaggi, costituiti essenzialmente da uno snellimento burocratico, ossia dalla possibilità che i provvedimenti amministrativi di qualsiasi natura (con eccezione di quelli di natura tributaria, di pubblica sicurezza e di incolumità pubblica), avviati su istanza di parte, fossero adottati in via esclusiva da un Commissario di Governo, con l’operatività di un meccanismo di silenzio assenso per il caso di mancata conclusione dei procedimenti nei termini di trenta giorni.
Le ZBZ avrebbero dovuto essere istituite con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro dell’Economia, di concerto con il Ministro dell’Interno ed era espressamente previsto che, ove fossero coincise con ZFU le risorse finanziarie per queste ultime fossero utilizzate dal Sindaco per la concessione di contributi diretti alle nuove iniziative produttive avviate nelle zone a burocrazia zero. Ad esito di un giudizio di costituzionalità che aveva dichiarato la parziale incostituzionalità della norma istitutiva della ZBZ nella parte in cui se ne prevedeva l’operatività anche rispetto ai procedimenti amministrativi che riguardavano materie di competenza regionale, concorrente e residuale, l’istituto è stato oggetto di un restyling ad opera della legge 182/2011 (legge di stabilità 2012). E’ stata prevista la sostituzione del Commissario di Governo con l’Ufficio locale del Governo, istituito in ciascun capoluogo di Provincia su richiesta della Regione, d’intesa con gli altri enti interessati e su indicazione del Ministro dell’Interno. L’Ufficio locale di Governo avrebbe dovuto essere presieduto dal Governo e composto da un rappresentante della Regione, un rappresentante della Provincia ed uno della città metropolitana ovvero del Comune interessato. Non è mai stata emanata la normativa di attuazione, ed il disegno di semplificazione è restato lettera morta, per essere poi fatto oggetto di un nuovo intervento legislativo ad opera del D.L. 179 del 2012.
La possibilità di istituire SBZ viene ora prevista, dall’art. 37 d.l. 21.6.2013, n. 69 (convertito con modificazioni con legge 9 agosto 2013, n. 98) nell’ambito delle sperimentazioni avviate sulla base di apposite convenzioni di cui al decreto legge 5/2012, ossia delle convenzioni tra le Regioni, le Camere di commercio industria agricoltura e artigianato, i comuni e le loro associazioni, le agenzie per le imprese ove costituite, le altre amministrazioni competenti e le organizzazioni e le associazioni di categoria interessate possono stipulate su proposta dei Ministri per la pubblica amministrazione e la semplificazione e per lo sviluppo economico, sentita la Conferenza unificata Stato regioni ed autonomie locali, per attivare percorsi sperimentali di semplificazione amministrativa per gli impianti produttivi e le iniziative ed attività delle imprese sul territorio, in ambiti delimitati e a partecipazione volontaria, anche mediante deroghe alle procedure ed ai termini per l’esercizio delle competenze facenti esclusivamente capo ai soggetti partecipanti.
Queste convenzioni dovrebbero individuare ZBZ a condizione di preservare la tutela in dei principi fondamentali della Costituzione, della sicurezza, libertà e dignità dell’uomo e dell’utilità sociale, nonché il rispetto della salute, dell’ambiente, del paesaggio e del patrimonio artistico e culturale.
Marcella Ferrante
(1) P. Coppola, Nuove forme agevolative: la sperimentazione italiana di zone franche urbane, in AA.VV., Agevolazioni fiscali e aiuti di Stato, a cura di M. Ingrosso e G. Tesauro, Napoli, 2009, 574.
(2) Le fattispecie contemplate al paragrafo 3 sono costituite dal”a) gli aiuti destinati a favorire lo sviluppo economico delle regioni ove il tenore di vita sia anormalmente basso, oppure si abbia una grave forma di sottoccupazione,
b) gli aiuti destinati a promuovere la realizzazione di un importante progetto di comune interesse europeo oppure a porre rimedio a un grave turbamento dell’economia di uno Stato membro,
c) gli aiuti destinati ad agevolare lo sviluppo di talune attività o di talune regioni economiche, sempre che non alterino le condizioni degli scambi in misura contraria al comune interesse,
d) gli aiuti destinati a promuovere la cultura e la conservazione del patrimonio, quando non alterino le condizioni degli scambi e della concorrenza nella Comunità in misura contraria all’interesse comune,
e) le altre categorie di aiuti, determinate con decisione del Consiglio, che delibera a maggioranza qualificata su proposta della Commissione”. In tali ipotesi la compatibilità con il mercato unico deve essere vagliata dalla Commissione che esprime un giudizio discrezionale che procede dalla verifica dell’impatto economico e sociale dell’aiuto e dalla rispondenza di esso ad altri obiettivi comunitari meritevoli.
(3) Sottolinea la Commissione, infatti, come il regime delle ZFU non miri tanto ad incentivare gli investimenti e a creare occupazione in una prospettiva di sviluppo economico regionale, quanto piuttosto a porre rimedio a fenomeni di esclusione di natura territoriale e sociale, riferiti a zone svantaggiate molto circoscritte
(4) Il perseguimento della coesione economica e sociale comporta, infatti, da un lato la necessità di ridurre il divario tra i livelli di sviluppo delle varie regioni, dall’altro l’eliminazione dell’esclusione sociale all’interno delle regioni stesse.
(5) La fonte da utilizzare è il dato ISTAT dell’analisi della popolazione residente
(6) L’indicatore da utilizzare al riguardo è il valore del Sistema Locale del Lavoro (SSL) nel quale ricade il Comune interessato.
(7) Per la delimitazione cartografica delle ZFU istituite in Campania, si veda oltre nota n. 10.
(8) Cd. Indicatore di Accessibilità Urbana.
(9) L’indice risulta dalla media ponderata degli scostamenti dei valori dei quattro indicatori dai
rispettivi valori medi nazionali secondo la formula:
IDS nella zona (i) = = 0,40*(DIS(i) – DISNAZ)+ 0,30*(OCCNAZ – OCC(i))+ 0,15*(GIOV(i) –
GIOVNAZ)+ 0,15*(SCOLNAZ – SCOL(i))
(10) La perimetrazione delle ZFU nella Regione Campania è reperibile su: http://www.arcgis.com/home/webmap/viewer.html?webmap=e8be79d149054d45b785844017295fa3&extent=13.4401,40.5399,15.213,41.35
L’elenco delle sezioni censuarie interessate in Campania è reperibile su: http://www.sviluppoeconomico.gov.it/images/stories/Bandi/Zone_Censuarie_Campania_v2.pdf
(11) Sono micro imprese quelle con un fatturato inferiore a due milioni di euro l’anno e meno di dieci dipendenti, mentre si considerano piccole imprese quelle con meno di cinquanta dipendenti ed un fatturato annuo o un totale di bilancio inferiore a 10 milioni di euro

Organizzazione del sito di Pompei durante le visite dei viaggiatori illustri (dalla fine del Settecento al 1864)

Collaboratore: Dott.ssa Lamia Hadda

Tutor: Prof.ssa Danila Jacazzi

 

Dall’inizio del progetto di ricerca lo studio ha posto l’attenzione ai documenti dell’Archivio di Stato di Napoli relativi all’organizzazione del sito di Pompei durante le visite dei viaggiatori illustri.

Al fine di condurre al meglio la ricerca sono state individuate le tre diverse raccolte di fonti dalla fine del Settecento al 1864. In particolare le fonti riguardano:

  1. Ministero della Pubblica Istruzione;
  2. Ministero degli Interni;
  3. Casa Reale.

E’ stata condotta una prima analisi sulle fonti relative al Ministero della Pubblica Istruzione dove sono state individuate varie tipologie di documenti, dei quali:

 

a. Permessi per la visita di viaggiatori illustri al sito di Pompei :

 

  1. Permessi per visitare gli scavi di sera, al chiaro di luna e a cavallo, per assistere alle operazioni di scavo e per accedere ai magazzini dei depositi.
  2. Permessi per poter visitare l’antica città di Pompei su dorso di mulo.
  3. Permessi per poter consumare colazioni, pasti, oppure semplicemente per prendere un rinfresco all’interno delle antiche mura di Pompei.
  4. Permessi per assistere direttamente agli scavi archeologici in corso.

Ex.

Archivio di Stato di Napoli (= ASN), Fondo Ministero della Pubblica Istruzione (= MPI), busta 317, inc. 2.

 1852-1858

Soprintendenza Generale degli scavi Pompei. Permessi per visitare gli scavi di sera, al chiaro di luna e a cavallo, per assistere alle operazioni di scavo e per accedere ai magazzini dei depositi.

  •  3 luglio 1852, permesso al Signor Principe Doria con sua compagnia di poter visitare con gli asini l’antica città di Pompei.
  • 8 aprile 1853, permesso al Duca di Luynes di poter assistere a uno scavo in Pompei e di prendere una colazione con la sua compagnia.
  • 27 luglio 1853, permesso al Sig. Barone Ciccarelli Reggente del Banco delle Due Sicilie con la sua famiglia, di poter visitare gli scavi di Pompei facendo uso degli asinelli e anche di potervi prendere una colazione.
  • 12 agosto 1853, permesso al Sig. Vittorio Manassei e persone di sua compagnia, di poter percorrere Pompei trasportati dagli asini non potendolo fare a piedi per motivi di salute.
  • 17 ottobre 1853, permesso al Lord Vernon, essendo ammalato in modo da non poter camminare, di potere visitare Pompei a cavallo di un somaro e prendere qualche rinfresco se ne fosse stato necessitato.
  • 27 gennaio 1854, permesso al Generale Sabatelli con una famiglia inglese, di poter prendere un rinfresco a Pompei, con l’occasione di osservare quelle antichità.
  • 6 marzo 1854, permesso al Marchese di Campomarino di poter con la sua compagnia prendere un déjeuner in Pompei ed assistere agli scavi ordinari che si stanno facendo.
  • 8 marzo 1854, permesso al Principe di S. Angelo di assistere con la sua compagnia a uno scavo ordinario in Pompei.
  • 26 giugno 1854, permesso al Duca e alla Duchessa di Casigliano di percorrere le vie di Pompei a cavallo o a dorso d’asino, e ciò per una volta sola.
  • 12 giugno 1854, permesso alla Signora Marchese di Serlupi di poter girare in carrozza l’antica città di Pompei.
  • 28 luglio 1854, permesso al Sig. W. Lowther, incaricato d’affari di I.M. Britannica, di poter visitare l’antica città di Pompei al chiaro di luna e trattenersi per prendere qualche ristoro.
  • 3 agosto 1854, permesso al Principe di Roviano Romano di girare a Pompei in vettura. Questo permesso si vuol dare solo a persone Reali estere o a qualche altro forestiere di somma distinzione, com’è peraltro il richiedente.
  • 4 dicembre 1855, permesso alla Signora Schermerhorn degli Stati Uniti d’America di osservare gli ultimi scavi eseguiti in Pompei.
  • 10 marzo 1856, permesso al Conte di Fuentes Pignatelli e famiglia di poter assistere a soli scavi ordinari quando e come si faranno in Pompei.
  • 19 aprile 1856, permesso al Sig. Leyland per poter con sua compagnia visitare le rovine di Pompei a chiaro di luna e per poter trattenersi anche prendendo qualche ristoro.

La richiesta di tale permesso e stata effettuata dal Ministro d’Inghilterra: Napoli 18 aprile 1856.

  • A S.E. Il Principe di Bisignano

Il sottoscritto Ministro d’Inghilterra, ha l’onore di pregare Sua Eccellenza il Principe di Bisignano, Maggiordomo Maggiore di Sua Maestà Siciliana, affinché si compiaccia accordare al Signor Leyland un permesso per potere visitare con la sua compagnia le rovine di Pompei al chiaro di luna e per poter trattenersi anche prendendo qualche ristoro.

Il sottoscritto si avvale di questa occasione per rinnovare a Sua Eccellenza le assicurazioni della Sua alta considerazione.

  • 15 aprile 1856, permesso ai Signori Marchese di Jonsselin e Garsant di poter assistere a qualche scavo ordinario in Pompei.  Napoli 2 maggio 1953
  • A S.E. Il Principe di Bisignano maggiordomo maggiore e Soprintendente Generale di Casa Reale.

“Eccellenza

Nelle varie gite a Pompei ho osservato che vari viaggiatori portavano di piccoli involti a mano con oggetti da mangiare per poi prendere una colazione nel recinto di quell’antica Città. Siccome il permesso di poter prendere colazione in Pompei è riservato esclusivamente all’E.V., cosi io ho creduto conveniente dare la disposizione all’Ingegnere di dettaglio di non permettere più che tali involti s’introdussero in Pompei, anche per prevenire ogni altro inconveniente che per quel mezzo avrebbe potuto accadere.

Rassegno quindi all’E.V. tale disposizione affinché si compiaccia rifermarla colla sua superiore autorizzazione”. Il Direttore e Soprintendente generale

  • 12 febbraio 1859, permesso al Ministro di Portogallo di poter assistere per una sola volta con la sua compagnia ad uno scavo ordinario in Pompei.
  • 20 ottobre 1853, Permesso per la visita del principe di Lord Vernon

“Eccellenza

Il sottoscritto ha richiesto nei giorni passati un permesso per visitare Pompei a cavallo, ad un asino, ed ivi prendere qualche rinfresco, se ne fosse stato necessario, e questo gli fu cortesemente da V.E. accordato.

Ma siccome il permesso è per una sola volta e il suddetto passerà tutta la stagione d’inverno alla campagna, pregherebbe V.E. a volergli prolungare questo permesso almeno per sei mesi.

Sicuro d’essere compiaciuto egli offre anticipatamente i suoi ringraziamenti e ossequio”.

  • 11 ottobre 1853, A sua Eccellenza il Signor Principe di Bisignano

“Eccellenza

Lord Vernon, essendo ammalato in modo da non poter camminare, desidererebbe da V.E. il permesso per potere visitare Pompei a cavallo, con un somaro e prendere ivi qualche rinfresco, e ciò durante l’inverno, ossia fino al mese di aprile anno 1854 epoca in cui lascerà Napoli”.

 

Alcuni viaggiatori hanno lasciato la testimonianza del loro passaggio con un graffito che riproduce la firma e riporta l’anno della visita.

Graffito-firma di un visitatore (1798 Chlopicki), nel bagno della villa di Diomede

Graffito-firma di un visitatore (1798 Chlopicki), nel bagno della villa di Diomede

Graffito-firma di un visitatore (H. Vamour 1801), nel bagno della villa di Diomede

Graffito-firma di un visitatore (H. Vamour 1801), nel bagno della villa di Diomede

Graffito-firma di un visitatore (d'Hautefort, 1825), nel bagno della villa di Diomede

Graffito-firma di un visitatore (d’Hautefort, 1825), nel bagno della villa di Diomede

Graffito-firma, la Va armata dell'esercito americano (Seconda Guerra Mondiale), nel bagno della villa di Diomede

Graffito-firma, la Va armata dell’esercito americano (Seconda Guerra Mondiale), nel bagno della villa di Diomede

 

b. Regolamenti per la visita di viaggiatori illustri al sito di Pompei:

 

Ex.: Regolamento per la visita del Granduca di tutte le Russie nel giorno di Lunedì 17 di maggio 1852:

  • È stato ordinata una tenda reale per difendere gli Augusti ospiti dai raggi solari provvista da uno strato sul suolo. Sono state indicate le modalità per il montaggio a Pompei ove dovrà praticarsi uno scavo alla presenza dei Reali visitatori.
  • Sono state anche ordinate alla Real Tappezzeria otto-dieci sedie a braccioli per le regali persone.
  • Nel detto giorno di lunedì tutti gli impiegati addetti agli scavi pompeiani vestiranno in uniforme e anche i veterani saranno in gran tenuta quivi distaccati.
  • I custodi ordinari e straordinari dovranno, a cura e responsabilità dell’architetto Direttore, essere disposti a due a due accanto le porte delle case pompeiane sopra indicate, e non sarà ad essi permesso di muoversi dal luogo loro assegnato senza un espresso ordine superiore.
  • Nel caso che, durante la vista dei Reali visitatori, entrassero in Pompei alcune compagnie di forestieri, l’architetto Direttore avrà cura di guidarle accompagnate dai custodi in tutte quelle strade e quelle case dove non sono presenti gli Augusti personaggi, e fare in modo che con essi non s’incontrino.

 

Un attento studio sui costumi utilizzati dai custodi, uscieri e altri addetti al sito archeologico di Pompei è stato condotto dalla prof.ssa Ornella Cirillo, che attraverso i disegni pubblicati ci permette di avere un’idea diretta sull’organizzazione e lo stile delle maestranze del sito.

CIRILLO O., Per una storia del costume a Pompei: le uniformi dei responsabili degli scavi in età borbonica, in C. Gambardella (ed.), Atlante di Pompei, Napoli 2012, pp. 151-162.

Facchino del Real Museo / Custode degli scavi di Pompei (BNN, Banc. Palat. III, 16.1).

Facchino del Real Museo / Custode degli scavi di Pompei (BNN, Banc. Palat. III, 16.1).

Uniforme pel Soprastante di Pompei. N. 1 (BNN, Banc. Palat. III, 16.4).

Uniforme pel Soprastante di Pompei. N. 1 (BNN, Banc. Palat. III, 16.4).

 

– Alcuni viaggiatori impressionati dai numerosi scavi in atto al loro ritorno in patria disegnavano a memoria il sito indicando le aree oggetto di ricerche archeologiche, ad esempio: Pianta di Pompei realizzata dal viaggiatore F. Latapie nel 1776.

– Altri ancora ricostruivano, a partire dalle rovine, i lussosi ambienti interni delle case pompeiane, ad esempio: Restituzione di un atrio e di un peristilio disegno da Bouchet, Compositions antiques, 1851, tav. 10

– Uno dei tanti illustri viaggiatori del sito archeologico di Pompei è il noto architetto svizzero Le Corbusier, che ha ritratto con schizzi alcune zone del sito quali: piazze, strade, case a peristilio …

 

Le Corbusier, Schizzi di alcune piazze a Pompei

Le Corbusier, Schizzi di alcune piazze a Pompei

Le Corbusier, schizzi di case pompeiane

Le Corbusier, schizzi di case pompeiane

 

 

Itinerari delle visite dei viaggiatori

Sono stati appositamente selezionati alcuni itinerari di viaggiatori illustri che presentano maggiori dettagli sulle modalità del percorso seguiti durante la loro visita al sito archeologico di Pompei tra la fine del Settecento e il 1864. Al contempo, seguendo il loro percorso sulla planimetria generale del sito (ortofoto), saranno messi in evidenza i monumenti visitati e le aree scavate in loro presenza.

 

  1. Visita dei Gran Duchi di Russia

Data: Lunedì 17 maggio 1852

Tipo di permesso: Permesso di visitare l’antica città di Pompei in carrozza e di poter assistere a un scavo ordinario.

Percorso della visita:

  1. Il convoglio Reale entrerà in Pompei per la porta cosiddetta di Ercolano, che mena alla via dei Sepolcri.

Avanti la qual porta le illustri persone saranno ricevute dal Direttore del Real Museo e Soprintendente Generale dei Reali Scavi delle Antichità del Regno, dal Segretario della Direzione della Soprintendenza Generale medesima e dall’architetto funzionario Direttore degli Scavi di Pompei.

  1. Gli Augusti Personaggi percorreranno lentamente in carrozza la lunga strada dei Sepolcri e sosterranno e discenderanno un momento avanti la Porta Ercolanea per osservare le mura della città.

Quindi, in carrozza continueranno a percorrere la strada che mena a quella della Fortuna e discenderanno dal carrozza sotto l’antico Arco di Trionfo posto sul principio della strada di Mercurio.

Osserveranno, quindi, le seguenti case che sono in questa nobilissima strada:

Casa della Fontana Grande

Casa di Apollo

Casa di Meleagro

Casa di Castore e Polluce

Ritornando sulla strada della Fortuna, si osserveranno le Terme Pubbliche, e poi quelle case del Vicolo Storto, dissotterrate avanti l’Augusta presenza delle Loro Maestà, l’Imperatore e l’Imperatrice di tutte le Russie.

  1. Dopo ciò gli Augusti Personaggi saranno condotti sulla strada delle Suonatrici, dove, osservata la casa di Marco Lucrezio, assisteranno ad uno scavo che si farà in loro presenza col massimo ordine e senza confusione e rumore.

Terminato lo scavo, gli Augusti Personaggi saliranno nuovamente in carrozza, e così percorreranno il Foro civile e tutta la strada che mena al portico del Foro Triangolare e del Teatro tragico, quivi discenderanno per osservare questo classico monumento, non che il detto Foro, e poi il Foro ordinario o quartiere dei Soldati.

Qui di nuovo saliranno in carrozza per recarsi all’Anfiteatro, col quale avrà termine la visita di Pompei.

 Regolamenti per la visita: 

  1. Nel detto giorno di lunedì tutti gli impiegati addetti agli scavi pompeiani vestiranno d’uniforme ed anche i veterani in gran tenuta quivi distaccati.
  2. Il Comandante dei veterani si farà trovare all’ingresso della strada dei Sepolcri nel momento del ricevimento.

Dopo si recherà con gli stessi individui sul luogo dello scavo per circondare quel sito e impedire che vi accedano persone estranee.

  1. I soprastanti saranno sempre fissi sul luogo dello scavo, intenti ad eseguire sotto le disposizioni dell’architetto-direttore lo sgombro del terreno delle stanze che dovranno interamente essere messe in luce alla presenza degli Augusti viaggiatori. Avranno cura e saranno responsabili della buona esecuzione dello scavo, senza confusione e senza grida da parte degli operai, e prenderanno nota degli antichi oggetti a misura che usciranno dal terreno.

Per lo scavo sono stati ordinati alla Real Tappezzeria una piccola tenda e otto o dieci sedie a braccioli per persone reali.

La lettera del Direttore della Soprintendenza alla Casa Reale il 10 maggio 1852 riporta:

“Eccellenza

Essendo cosa indispensabile aversi una piccola tenda sul luogo ove dovrà praticarsi uno scavo in Pompei alla presenza delle LL.AA.II. i Gran Duchi di Russia, per difendere gli Augusti ospiti dai raggi solari, prego l’E.N. degnarsi ordinare dalla Real Tappezzeria che faccia costruire la detta tenda con strato sul suolo. Il sito preciso dove si dovrà porre la detta tenda sarà indicata dall’architetto Cav. Bechi, dopo che l’E.V. si degni di approvare questa mia proposizione alla quale aggiungo quella di doversi anche portare a cura della Real Tappezzeria otto o dieci sedie a braccioli per persone Reali.”

  1. I custodi ordinari e straordinari dovranno, a cura e responsabilità dell’architetto-direttore, essere collocati a due a due accanto le porte delle case pompeiane sopra indicate, e non sarà ad essi permesso di muoversi dal luogo loro assegnato senza un espresso ordine superiore.
  2. Nel caso, durante la vista degli illustri Viaggiatori entrassero in Pompei alcune compagnie di forestieri, l’architetto Direttore avrà cura di farle guidare dai custodi in quelle strade e in quelle case dove non sono presenti gli Augusti personaggi, ed in modo che con essi non s’incontrino.

 Archivio di Stato di Napoli (= ASN), Fondo Ministero della Pubblica Istruzione (= MPI), fs. 318, inc. 10.

 

Percorso dei Gran Duchi di Russia

Percorso dei Gran Duchi di Russia

 

Monumenti visitati dai Gran Duchi di Russia

 

– Via dei Sepolcri

La via dei Sepolcri si trova nel sobborgo settentrionale fuori Porta Ercolano, include la necropoli più completa e più famosa di Pompei, legata alla prima scoperta della città. Gli scavi realizzati tra il 1763 ed il 1838 hanno messo in luce più di 400 metri di strada sulla quale trovano posto cospicue ville signorili e sepolcri monumentali pubblici e privati. Nel suo complesso, la via dei Sepolcri presenta le caratteristiche tipiche di una via suburbana in vicinanza di una città.

1-Via dei Sepolcri3

1-Via dei Sepolcri4

1-Via dei Sepolcri5Pompei, Via dei Sepolcri

 

– Porta Ercolano

La Porta si apre nell’estremo angolo nord-ovest della città sulla Via dei Sepolcri, settore scavato per la prima volta negli anni 1763-1769. La Porta è datata alla prima età coloniale ed è stata edificata dopo la conquista della città da parte del generale romano Silla nell’89 a.C. La sua costruzione è composta da tre fornici di cui due laterali per i pedoni mentre quello centrale per i carriaggi. A destra c’è un tratto della gradinata che conduce al cammino di ronda.

2-Porta Ercolano2

2-Porta Ercolano3

2-Porta Ercolano5Pompei, Porta Ercolano

 

– Arco di trionfo

L’Arco collocato sul principio della strada di Mercurio, probabilmente eretto in onore di Giulio Cesare Germanico detto Caligola, poiché nelle vicinanze fu trovato una statua equestre, forse raffigurante l’imperatore Caligola, che probabilmente era posta sulla sommità dello stesso arco.

3-Arco di trionfo 1Pompei, Arco di Caligola

 

– Casa della Fontana grande

L’abitazione fu scavata per la prima volta negli anni 1826-1827. Si tratta di una nobile dimora dell’inizio del II sec. a.C. Questa casa, denominata così dalla presenza di una fontana monumentale collocata in un ninfeo sulla parete di fondo dell’atrio. La fontana è interamente rivestita di mosaico realizzato con paste vitree policrome e ornata da sculture in bronzo di un putto con delfino posto all’interno della vasca e da tre maschere teatrali in marmo sporgenti dagli stipiti della nicchia. Degna anche di essere osservata è la facciata esterna della casa, realizzata interamente a bugnato in opera quadrata in tufo e pilastri terminali.

4-casa della Fontana grandePompei, casa della Fontana grande

 

– Casa di Apollo

La casa di Apollo è stata scavata la prima volta negli anni 1830-1840 e prende il nome della stessa divinità poiché Apollo è raffigurato frequentemente al suo interno sia tramite pitture sia per mezzo di statue. Probabilmente l’abitazione apparteneva ad A. Herenulei Communis come si ricava da un anello-sigillo ritrovato proprio nella casa durante gli scavi del 1830. Il tablino è decorato con gradevoli pitture che rappresentano un quadretto di Venere. L’ingresso si segnala per la presenza di due statue, una di Apollo e una di un Fauno a caccia di una cerva, oggi conservate al Museo archeologico nazionale di Napoli.

5-casa di Apollo

Pompei, casa di ApolloPompei, casa di Apollo

 

– Casa di Meleagro

La Casa scavata per la prima volta tra il 1829 e il 1830, è una nobile abitazione a peristilio con impluvium centrale risalente alla metà del III sec. a.C.. L’abitazione prende il suo nome dalla pittura con Meleagro e Atalanta, posta sul lato sinistro dell’ingresso.

6-casa di Meleagro2Pompei, casa di Meleagro

 

– Casa di Castore e Polluce

Scavata nel 1828-1829 e nel 1837, è tra le case più sontuose e grandi di Pompei grazie all’unificazione di tre abitazioni preesistenti avvenuta dopo il periodo augusteo. L’abitazione è famosa per il suo atrio corrispondente all’ingresso principale con dodici colonne di tufo e per la ricchezza delle pitture in cui quella dipinta nel vestibolo dell’ingresso con i Dioscuri, Castore e Polluce.

7-Casa di Castore e PollucePompei, Casa di Castore e Polluce

 

– Terme pubbliche

Le Terme pubbliche dette anche Terme del Foro furono scavate tra il 1823 e il 1824. L’edificio è stato costruito dopo l’80 a.C. come dimostra l’iscrizione trovata lungo Via del Foro. Le Terme sono divise, come la maggior parte delle terme romane, in sezioni maschile e femminile ed entrambe dotate di un apoditerium, di un frigidarium, un tepidarium ed un calidarium. Anche se di superfici ridotte rispetto a quelle Stabiane, le Terme del Foro presentano fini decorazioni e conservano ancora un buono stato di conservazione.

8-Terme pubbliche 1

8-Terme pubbliche 2

8-Terme pubbliche 3Pompei, Terme pubbliche

 

– Casa di Marco Lucrezio

Detta anche Casa delle Suonatrici dal nome della strada dove si trova. La dimora fu scavata negli anni 1846-1847 e 1851-1852 in occasione della visita dei Gran Duchi di Russia che assistettero ad uno scavo ordinario del 17 maggio 1852. È un’abitazione nobile con due atri disposti ad angolo retto su due livelli, molto nota per la bella e ricca decorazione parietale di cui la pittura delle pareti laterali del vestibolo raffigura alcune suonatrici.

9-Casa di Marco Lucrezio1

9-Casa di Marco Lucrezio2Pompei, Casa di Marco Lucrezio

 

– Foro civile

Scavato per la prima volta negli anni compresi tra il 1813 e il 1818, è una grande area rettangolare orientata da nord a sud di cui la sua prima disposizione risale al II secolo a. C. Il foro, posto al centro del nucleo urbano pompeiano, era la piazza principale della città. Originariamente l’edificio era circondato da un porticato a doppio ordine di colonne di tufo e tutt’intorno si elevavano gli edifici pubblici destinati alla vita politica, civile, economica e religiosa.

10-Foro civile 1

10-Foro civile 2Pompei, Foro civile

 

– Foro Triangolare

Il Foro Triangolare è stato più volte indagato archeologicamente mediante numerose campagne di scavo negli anni 1765, 1767-1768, 1773, 1796-1797 e negli anni 1813 e 1899. Il monumento, utilizzato per le corse equestri e come luogo di svago, è situato sulle pendici meridionali della collina di Pompei, dalla quale si domina la valle e la foce del fiume Sarno. Nell’area del Foro Triangolare era concentrato, dopo il Foro civile, il maggior numero di monumenti pubblici e religiosi della città. È una piazza dalla forma triangolare con accesso mediante porte abbellite da colonne ioniche e con un porticato di 95 colonne doriche.

11-Foro Triangolare3

11-Foro Triangolare 1

11-Foro Triangolare 2Pompei, Foro Triangolare

 

– Teatro tragico

Detto anche il Teatro Grande, scavato tra il 1764 e il 1794. L’edificio costruito nel II secolo a.C., utilizza il pendio naturale della collina per la realizzazione delle gradinate a forma di ferro di cavallo. Il Teatro ampliato nell’età augustea con l’aggiunta della galleria superiore e dei tribunalia, posti al di sopra dei due ingressi laterali al piano dell’orchestra in modo da contenere fino a 5.000 spettatori circa. Pochi sono i resti dei gradini inferiori e della gradinata della parte mediana della cavea e sotto il piano dell’orchestra si conservano vasche e bacini d’acqua che intrattenevano gli spettatori durante le pause.

12Teatro tragico1

12-Teatro tragico3Pompei, Teatro tragico

 

– Quadriportico dei teatri

L’area archeologica del Quadriportico dei teatri fu scavata tra il 1766 e il 1795. Si tratta di una grande piazza quadrata circondata sui quattro lati da portici, ubicata alle spalle del Teatro Grande e collegata al Foro Triangolare tramite una rampa di scale. Secondo Vitruvio nel suo libro De architectura, il Quadriportico dei teatri venne usato dagli spettatori dei due teatri (il Teatro Tragico e il Teatro Odeion) per passeggiare avanti e durante l’intervallo dello spettacolo o ricoverare sotto i portici in caso di pioggia. Nell’età neroniana il monumento si è trasformato in una caserma dei gladiatori.

13-Quadriportico dei teatri

13-Quadriportico dei teatri2

13-Quadriportico dei teatri3Pompei, Quadriportico dei teatri


– Anfiteatro

Situato nell’angolo sud-est della città, all’estremo tratto orientale della Via dell’Abbondanza e la via trasversale che sbocca sulla gran piazza dell’Anfiteatro, l’edificio è stato scavato negli anni 1748 e 1813-1814. Edificato verso l’anno 80 a. C., è considerato uno tra gli anfiteatri più antichi e meglio conservati del mondo romano. L’Anfiteatro era destinato ai combattimenti tra gladiatori e accoglieva più di 20.000 spettatori.

14-Anfiteatro2

Pompei, AnfiteatroPompei, Anfiteatro

 

 

2. Visita della Regina d’Inghilterra

Data: 6 novembre 1838

Tipo di permesso: Permesso per visitare Pompei in carrozza e per poter assistere a un scavo ordinario e fare una colazione o un pranzo nel recinto dell’antica città.

Percorso della visita:

La Regina vedova d’Inghilterra fu ricevuta dall’architetto Direttore degli scavi Carlo Bonucci all’ingresso della Strada delle Tombe (chiamata oggi Via dei Sepolcri) e venne accompagnata a visitare i monumenti più classici del Sobborgo Augusto Felice. Fu felice nel vedere l’abitazione recentemente scoperta, ove si rinvennero le colonne e la fontana a mosaico assistendo ad uno scavo praticato in una bottega, ove un tempo avveniva la cottura di ceramiche ad uso domestico messe in luce in grandi quantità. In seguito si trasferì nell’interno della città e ammirò la magnifica Strada di Mercurio, cinta dalle più ricche e nobili dimore fermandosi soprattutto in quella denominata di Apollo, ove osservò le pareti del Tablino decorato di ornamenti e quadri pregiati. Notò, inoltre, con la stessa particolare soddisfazione, le nuove metodologie adottate per proteggere dalle intemperie quegli avanzi preziosi delle arti del periodo greco e romano. Visitata la Casa del Labirinto entrò in quella del Gran mosaico (detta anche la casa del Fauno), ove fu gradevolmente sorpresa da quella grandiosa rappresentazione della battaglia tra Greci e Persiani. Alla visita dei monumenti privati seguirono quelli pubblici, pertanto fu percorso il Foro, la Basilica e il Tempio di Venere e poi il Tempio di Giove dove lo sguardo fu volto alle sorprendenti scene paesaggistiche che circondano Pompei: il Vesuvio, i monti Lattari, lo scoglio di Rovigliano, e quel mare che retrocede spaventato dall’ultima catastrofe che colpì di morte e di distruzione. A questo punto la Regina si riposò nelle Terme, per prendere una fugace colazione. All’officina salì sulla vettura della Reale Corte attesa da alcuni cocchieri, e giunta nella Strada dei Mercanti presenziò a un altro scavo ottenendo in copia diversi oggetti di bronzo e di marmo. Si diresse poi al Foro Triangolare e al Tempio Dorico e ai Teatri (Teatro Grande e Teatro Piccolo (Odéion)). Infine, attraversando tutta l’antica pianta della città raggiunse l’Anfiteatro fissandosi a osservare con attenzione quel monumento. Percorse l’Arena e salita sull’ultima cavea diede un ultimo addio a quella città irta ancora più bella dai suoi diciotto secoli di sonno e di tomba. Ormai il giorno era appena terminato e Sua Maestà abbandonando il sito di Pompei si degnò esprimere all’architetto Bonucci la Sua piena soddisfazione e fece ritorno alla Capitale.

 Regolamenti per la visita:

I regolamenti della visita della Regina vedova d’Inghilterra all’antica città di Pompei sono stati redatti dell’architetto Direttore degli scavi Carlo Bonucci che ha accolto personalmente Sua Maestà.  Il Bonucci si occupò di stabilire il percorso con una carrozza reale, di preparare uno scavo ordinario alla presenza del visitatore illustre e di organizzare un pranzo sul sito.

La lettera del 5 novembre 1838 dell’architetto di Pompei Carlo Bonucci al Ministro Segretario di Stato degli affari interni riporta:

“Ho allestito lo scavamento da eseguirsi alla sua Reale presenza. Ed io stesso nell’accoglierla e guidarla avrò cura, se essa percorra quell’antica città in carrozza e che facci colazione o pranzo in quel monumento, che più le sarà a grado. Infine le si praticheranno tutti gli oneri e le attenzioni convenienti ad un tanto importante  ospite della Maestà del nostro Sovrano”.

Al Direttore degli scavi di Pompei venne ordinato dal Ministro Segretario di Stato degli Affari Interni di aprire nuovi scavi e di offrire alla Regina qualche oggetto rinvenuto.

 Archivio di Stato di Napoli (= ASN), Fondo Ministero della Pubblica Istruzione (= MPI), busta 336, fasc. 9.

Percorso della Regina d'Inghilterra

Percorso della Regina d’Inghilterra

 

 

Monumenti visitati dalla Regina d’Inghilterra

 

– Strada delle Tombe (Via dei Sepolcri)

La via dei Sepolcri si trova nel sobborgo settentrionale fuori Porta Ercolano, include la necropoli più completa e più famosa di Pompei, legata alla prima scoperta della città. Gli scavi realizzati tra il 1763 ed il 1838 hanno messo in luce più di 400 metri di strada sulla quale trovano posto cospicue ville signorili e sepolcri monumentali pubblici e privati. Nel suo complesso, la via dei Sepolcri presenta le caratteristiche tipiche di una via suburbana in vicinanza di una città.

1-Via dei Sepolcri (2)

1-Via dei Sepolcri5

1-Via dei Sepolcri4

Pompei, Via dei Sepolcri

 

– Sobborgo Augusto Felice

Il sobborgo Augusto-Felice è quello della Necropoli di Porta Ercolano. L’area, scavata tra il 1763 e il 1838, presenta edifici dalla metà del I secolo a.C. al I secolo d.C. In quel tempo era uso collocare i defunti lungo le principali arterie in uscita dalla città. Vi si trovano ville, case, botteghe e tombe. Queste ultime, costruite d’una fattura semplice diventano dei veri monumenti, secondo lo stile dell’architettura ellenistica; lungo la via, infatti, ci sono mausolei di differenti stili e forme.

2-Sobborgo Augusto Felice1

2-Sobborgo Augusto Felice2

2-Sobborgo Augusto Felice3

2-Sobborgo Augusto Felice4Pompei, sobborgo Augusto-Felice

 

– Strada di Mercurio

La via inizia con l’Arco onorario in opus latericium, cosiddetto Arco di Caligola, che delimita scenograficamente il Foro a settentrione ed è chiusa in fondo da una delle torri delle mura, Torre di Mercurio XI.

Superato l’Arco si affacciano i thermopolia dove venivano serviti all’aperto bevande e cibi caldi. Sono ancora visibili i dolia che contenevano le giare. Sul lato ovest dell’uinsula vi era la tipica Casa del Poeta tragico ad atrio e pseudo peristilio indagata archeologicamente negli anni 1824-1825. All’ingresso della casa vi è il noto mosaico di un grande cane alla catena posto a controllo della abitazione. Notevoli poi sono le pitture e i pavimenti del tablinio. Proseguendo verso nord, trova posto la Casa della Fontana piccola, scavata negli anni 1826-1827, che conserva l’impianto tipico fondato sull’asse ingresso-atrio-tablinio con due atri e un piccolo peristilio nella zona posteriore. Dopo aver superato il vicolo di Mercurio che taglia quasi ortogonalmente la strada vi è, ad angolo la Casa dei Dioscuri, indagata nel 1826, negli anni 1828-1829 e nel 1837, tra le più grandi e sontuose della città scavata nel 1828-1829. Più a nord, nella stessa insula, la Casa del Meleagro, scavata negli anni 1829-1830, 1837 e 1962, con atrio e ambienti con impluvium. Dal lato opposto all’interno della estremità settentrionale dell’altra insula, la Casa di Apollo (scavata negli anni 1830-1840 e nel 2004) con giardino, articolato su due livelli, e fontana marmorea.

3-Via di Mercurio 1

3-Via di Mercurio 3

3-Via di Mercurio 2Pompei, Via di Mercurio

 

– Casa di Apollo

La casa di Apollo è stata scavata la prima volta negli anni 1830-1840 e prende il nome della stessa divinità poiché Apollo è raffigurato frequentemente al suo interno sia tramite pitture sia per mezzo di statue. Probabilmente l’abitazione apparteneva ad A. Herenulei Communis come si ricava da un anello-sigillo ritrovato proprio nella casa durante gli scavi del 1830. Il tablino è decorato con gradevoli pitture che rappresentano un quadretto di Venere. L’ingresso si segnala per la presenza di due statue, una di Apollo e una di un Fauno a caccia di una cerva, oggi conservate al Museo archeologico nazionale di Napoli.

4-casa di Apollo3

Pompei, casa di ApolloPompei, casa di Apollo

 

– Casa del Labirinto

L’abitazione scavata nel 1831 e negli anni 1834-1835, fu edificata in epoca sannitica nel tardo II secolo a.C. presenta un doppio atrio; uno principale tetrastilo e un altro secondario tuscanico in fondo al quale trovavano posto le lussuose sale di ricevimento. L’edificio ha subito nei secoli varie trasformazioni con aggiunte di vari ambienti e, verso la fine del I secolo a.C., anche di un impianto termale.

5-casa del LabirintoPompei, Casa del Labirinto

 

 – Casa Gran mosaico (casa del Fauno)

Indagata archeologicamente negli anni 1829-1833, nel 1900 e negli anni 1960-1962, la nobile abitazione prende il nome dal famoso bronzetto danzante esposto in origine nell’atrio principale conservato presso il Museo archeologico nazionale.

La casa del Fauno è considerata, per la sua mole e la bellezza degli apparati decorativi, uno dei punti di riferimento dell’architettura domestica romana. Dalla stessa abitazione proviene anche il famoso mosaico della Battaglia di Alessandro, sempre conservato al MANN. La sua costruzione (II sec. a.C.), risultato di due momenti costruttivi che ebbero una forte influenza ellenistica, risale al periodo sannitico.

Il fronte anteriore della casa presenta la tipica cortina con le tabernae che si aprono sulla via di mercurio con all’interno due atri; il primo, di tipo toscanico che segue la tipologia della casa italica con vasca centrale e impluvium: il secondo, tetrastilo, con colonne che sorreggono un tetto. Il pavimento è in opus sectile con tasselli di marmo colorati.

Proseguendo verso l’interno della casa che si sviluppa lungo tutta l’insula, trovano posto due peristili con portici di colonne. Molto fine è l’exedra posta nello spazio centrale della parete di fondo del peristilio più piccolo. Ai due lati dell’exedra si aprono due sale triclinari utilizzate nei mesi estivi.

6-casa del Fauno1

6-casa del Fauno2

6-casa del Fauno3

   Pompei, casa del Fauno

 

– Foro civile

Scavato per la prima volta negli anni compresi tra il 1813 e il 1818, è una grande area rettangolare orientata da nord a sud di cui la sua prima disposizione risale al II secolo a. C. Il foro, posto al centro del nucleo urbano pompeiano, era la piazza principale della città. Originariamente l’edificio era circondato da un porticato a doppio ordine di colonne di tufo e tutt’intorno si elevavano gli edifici pubblici destinati alla vita politica, civile, economica e religiosa.

7-Foro civile

7-Foro civile3Pompei, Foro civile

 

 – la Basilica

Uno degli edifici pubblici più monumentali del sito è rappresentato appunto dalla Basilica. Strutturato attraverso una grande superficie rettangolare con portico interno costituito da tre navate divise da due file di colonne con basi e capitelli ionici in tufo e fusto in opus latericium sagomato in maniera tale da ricavarne le scanalature. L’accesso alla Basilica, che in origine era coperta a capriate, avviene mediante cinque ingressi segnati da pilastri in tufo; l’ingresso sul lato corto, prevedeva all’interno del vestibolo uno spazio destinato ai cambiavalute mentre dalla parte opposta in fondo vi era il tribunal occupato dai magistrati durante le udienze giudiziarie.

8-Basilica 1

8-Basilica 2

8-Basilica 3Pompei, la Basilica

 

– Tempio di Venere

Sono poche le testimonianze architettoniche del monumento scavato numerose volte negli anni 1852, 1869, 1872, 1898, 1937, 1952-1953, 1984-1985, 2004-2006. Esso occupa ancora un grande terrazzamento artificiale destinato appunto al culto di Venere. L’area è ancora recentemente indagata portando alla luce documentazioni archeologiche che hanno attestato testimonianze in età arcaica, una fase sannitica rappresentata da alcuni edifici e, infine, individuato il primo nucleo monumentale del santuario (II secolo a.C.). Il Tempio era circondato da un porticato che poneva al centro il manufatto ormai distrutto.

9-Tempio di Venere1

9-Tempio di Venere2Pompei, Tempio di Venere

 

– Tempio di Giove

Il Tempio è collocato in posizione dominante sul lato settentrionale del Foro. Scavi archeologici hanno ricostruito le fasi dell’edificio dal tardo II secolo a.C. fino alla sua completa distruzione del 79 d.C.

La prima fase è rappresentata dall’alto podio a doppia gradinata e da un pronao circondato da 6×3 colonne corinzie e da un’ampia cella con colonnato interno. Durante la fase silliana il tempio fu destinato al culto della triade capitolina di Giove, Giunone e Minerva.

10-Tempio di Giove0

10-Tempio di Giove1

10-Tempio di Giove2Pompei, Tempio di Giove

 

 – Terme pubbliche

Le Terme pubbliche dette anche Terme del Foro furono scavate tra il 1823 e il 1824. L’edificio è stato costruito dopo l’80 a.C. come dimostra l’iscrizione trovata lungo Via del Foro. Le Terme sono divise, come la maggior parte delle terme romane, in sezioni maschile e femminile ed entrambe dotate di un apoditerium, di un frigidarium, un tepidarium ed un calidarium. Anche se di superfici ridotte rispetto a quelle Stabiane, le Terme del Foro presentano fini decorazioni e conservano ancora un buono stato di conservazione.

8-Terme pubbliche 2

8-Terme pubbliche 3

8-Terme pubbliche 1Pompei, Terme pubbliche

 

– Foro Triangolare

Il Foro Triangolare è stato più volte indagato archeologicamente mediante numerose campagne di scavo negli anni 1765, 1767-1768, 1773, 1796-1797 e negli anni 1813 e 1899. Il monumento, utilizzato per le corse equestri e come luogo di svago, è situato sulle pendici meridionali della collina di Pompei, dalla quale si domina la valle e la foce del fiume Sarno. Nell’area del Foro Triangolare era concentrato, dopo il Foro civile, il maggior numero di monumenti pubblici e religiosi della città. È una piazza dalla forma triangolare con accesso mediante porte abbellite da colonne ioniche e con un porticato di 95 colonne doriche.

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11-Foro Triangolare 1

11-Foro Triangolare3Pompei, Foro Triangolare

 

– Tempio Dorico

Al momento dell’eruzione del 79 d.C. l’edificio, dedicato a Minerva, era ormai abbandonato anche se è certo che, secondo l’impianto tipologico greco, fosse circondato da colonne con capitelli dorici in travertino 7×11 con l’ingresso rivolto verso la terrazza. L’origine della edificazione potrebbe risalire alla fine del VI secolo a.C. e più volte decorato fra il V e il II secolo a.C. Attualmente si individua la cella mentre quattro capitelli originari sono stati collocati agli angoli del Tempio.

13-Tempio Dorico

13tempio dorico 2Pompei, Tempio Dorico

 

– Teatri (Teatro Grande e Teatro Piccolo (Odéion))

Teatro Grande (Teatro tragico)

Detto anche il Teatro Grande, scavato tra il 1764 e il 1794. L’edificio costruito nel II secolo a.C., utilizza il pendio naturale della collina per la realizzazione delle gradinate a forma di ferro di cavallo. Il Teatro ampliato nell’età augustea con l’aggiunta della galleria superiore e dei tribunalia, posti al di sopra dei due ingressi laterali al piano dell’orchestra in modo da contenere fino a 5.000 spettatori circa. Pochi sono i resti dei gradini inferiori e della gradinata della parte mediana della cavea e sotto il piano dell’orchestra si conservano vasche e bacini d’acqua che intrattenevano gli spettatori durante le pause.

14-Teatro tragico 3

12Teatro tragico1

12-Teatro tragico2

12-Teatro tragico3Pompei, Teatro tragico


– Teatro Piccolo (Teatro Odéion)

Scavato negli anni 1769 e negli anni 1792-1975. Il piccolo teatro, attiguo al Teatro Grande, fu coperto che si trova ad est del teatro grande. La costruzione era destinata ad essere coperta ed utilizzata per le manifestazioni musicali e i mimi. Anche se di piccole dimensioni, con una capienza massima di circa 1000 spettatori, è un singolare esempio di teatro dell’antichità. Si conserva quasi intatta la gradinata della cavea e i due telamoni in tufo tipici della decorazione plastica ellenistica.

Pompei, Teatro Piccolo

15-Teatro Piccolo 3

15-Teatro Piccolo 2Pompei, Teatro tragico

 

– Anfiteatro

Situato nell’angolo sud-est della città, all’estremo tratto orientale della Via dell’Abbondanza e la via trasversale che sbocca sulla gran piazza dell’Anfiteatro, l’edificio è stato scavato negli anni 1748 e 1813-1814. Edificato verso l’anno 80 a. C., è considerato uno tra gli anfiteatri più antichi e meglio conservati del mondo romano. L’Anfiteatro era destinato ai combattimenti tra gladiatori e accoglieva più di 20.000 spettatori.

14-Anfiteatro2Pompei, Anfiteatro

 

 

3. Visita del Generale Giuseppe Garibaldi

Data: 22 ottobre 1860

Percorso della visita:

Durante la vista al sito archeologico di Pompei il Generale Giuseppe Garibaldi ha visitato il Foro civile, le Terme sulla via della Fortuna, le Fontane a Mosaico nella strada di Mercurio, la casa di Sallustio e la Necropoli con la casa di Diomede.

Il rapporto del 23 ottobre 1860, a firma dell’Architetto di Pompei Campanelli, inviato il 25 dello stesso mese dal Direttore del Museo e Soprintendente Generale Domenico Spinelli Principe di San Giorgio al Direttore del Ministero della Pubblica Istruzione, riporta:

“Signore, Ho l’onore passare alla di Lei superiore conoscenza che ieri verso le ore 2½ p.m. si recò in questo sito il Sig. Generale Dittatore Garibaldi con suo seguito, e vi si trattenne fino alle ore 5 p.m. per visitare il Foro civile, le Terme sulla via della Fortuna, le Fontane a Mosaico nella strada di Mercurio, la Casa di Sallustio, e la Necropoli con la Casa di Diomede. Egli entrò ed uscì per la Porta del Rapillo. Giunto nelle menzionate terme gli si presentò l’ex-serviente Arcangelo Tarallo per domandare la sua reintegra in questi scavi, ed il preludiato Dittatore gliela concesse, imponendo rapportarsi tale sua determinazione. Adempio quindi a tale dovere sommettendole che il Tarallo ha già ripreso il suo servizio nella qualità di serviente come lo era.”

 

Il 16 settembre 1860 Garibaldi a proposito degli scavi di Pompei commentava: «Visto che gli scavi di Pompei sono miseramente abbandonati da più mesi con dolore del mondo studioso e con danno delle popolazioni circostanti, considerando che la nostra rivoluzione deve essere veramente italiana, cioè degna della patria delle arti e degli studi, decreta che agli scavi di Pompei, proprietà nazionale, sono consacrati cinquemila scudi annui, ed i lavori debbono essere immediatamente ripresi. I ministri delle Finanze e dei Lavori Pubblici faranno eseguire, per quanto spetta a ciascuno, il presente decreto».

II 22 ottobre, successivamente alla firma del decreto, Giuseppe Garibaldi insieme al figlio visitarono l’area archeologica di Pompei. Il fotografo napoletano, Giorgio Sommer, incaricato a quel tempo dal governo di effettuare un servizio sulla città romana, ritrasse il Generale con il figlio e i suoi ufficiali.

C’è da sottolineare l’importante presa di coscienza dell’importante valore del patrimonio culturale della città romana fino a quel tempo resa noto al mondo grazie ai Borbone. Proprio a questi ultimi infatti, Garibaldi «sottrae» il Museo di Napoli e gli scavi di Ercolano e Pompei donandoli al re d’Italia Vittorio Emanuele II e dichiarandoli così «beni nazionali». Oltre al noto stanziamento di cinquemila scudi (annui) il Generale ordinò l’immediata ripresa degli scavi, nominando il romanziere francese Alexandre Dumas (padre) alla direzione dell’area archeologica e del Museo Borbonico divenuto Museo Nazionale di Napoli. Nel piano di rilancio degli scavi archeologici anche l’imposizione del pagamento ai visitatori di una tassa di due lire, domenica esclusa, per finanziare restauri e nuove indagini.

 

– Archivio di Stato di Napoli (= ASN), Fondo Ministero della Pubblica Istruzione (= MPI), fasc. 753, inc. 9.

– Avvisati C., Una camicia rossa a Pompei, Roma 2010.

– Esposito M.R., Garibaldi, Pompei e il Museo di Napoli, in «Rivista di studi pompeiani», XIX, 2008, pp. 69-75.

 

Pompei, il Generale Giuseppe Garibaldi con il suo Stato Maggiore in visita agli scavi, 22 ottobre 1860. Foto stereoscopica di Giorgio Sommer – Roma, Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano

Pompei, il Generale Giuseppe Garibaldi con il suo Stato Maggiore in visita agli scavi, 22 ottobre 1860. Foto stereoscopica di Giorgio Sommer – Roma, Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano

Pompei, il Generale Giuseppe Garibaldi con i suoi ufficiali, si nota un custode degli scavi in divisa. Foto stereoscopica di Giorgio Sommer conservata nelle collezioni della Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia.

Pompei, il Generale Giuseppe Garibaldi con i suoi ufficiali, si nota un custode degli scavi in divisa. Foto stereoscopica di Giorgio Sommer conservata nelle collezioni della Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia.

Pompei, Pantheon, il monumento che nel Macellum fece da scena per la foto di Giorgio Sommer al Generale Garibaldi e al suoi ufficiali

2-Macellum1 Pompei, Pantheon, il monumento che nel Macellum fece da scena per la foto di Giorgio Sommer al Generale Garibaldi e al suoi ufficiali


Percorso del Generale Giuseppe Garibaldi

Percorso del Generale Giuseppe Garibaldi

 

Monumenti visitati dal Generale Giuseppe Garibaldi


– Foro civile

Scavato per la prima volta negli anni compresi tra il 1813 e il 1818, è una grande area rettangolare orientata da nord a sud di cui la sua prima disposizione risale al II secolo a. C. Il foro, posto al centro del nucleo urbano pompeiano, era la piazza principale della città. Originariamente l’edificio era circondato da un porticato a doppio ordine di colonne di tufo e tutt’intorno si elevavano gli edifici pubblici destinati alla vita politica, civile, economica e religiosa.

2-Foro civile 1

Pompei, Foro civile3-Foro civile 2 Pompei, Foro civile

 

Il Macellum

 Il macellum è il mercato coperto di alimentari che occupa un angolo del foro della città. Costruito in età imperiale nel II secolo a.C., con successivi rifacimenti, presenta sul prospetto nord un portico d’ingresso con ancora le basi che un tempo reggevano le statue di personaggi illustri. L’interno, a corte porticata, era organizzata con le tabernae. Al centro dell’area scoperta si elevava una costruzione con un tetto conico sorretta da strutture lignee. Dei tre ambienti opposti all’ingresso, quello centrale era destinato a celebrare i fasti della casa imperiale, quello sul lato destro utilizzato per la vendita della carne e, infine, quello sul lato sinistro serviva alla vendita e alla pulizia del pesce.

Pompei, Il Macellum

Pompei, Il Macellum

 

– Terme pubbliche

Le Terme pubbliche dette anche Terme del Foro furono scavate tra il 1823 e il 1824. L’edificio è stato costruito dopo l’80 a.C. come dimostra l’iscrizione trovata lungo Via del Foro. Le Terme sono divise, come la maggior parte delle terme romane, in sezioni maschile e femminile ed entrambe dotate di un apoditerium, di un frigidarium, un tepidarium ed un calidarium. Anche se di superfici ridotte rispetto a quelle Stabiane, le Terme del Foro presentano fini decorazioni e conservano ancora un buono stato di conservazione.

3-Terme pubbliche 3

Pompei, Terme pubbliche

3-Terme pubbliche 1

3-Terme pubbliche 2Pompei, Terme pubbliche

 

– Case della Fontane a Mosaico

Casa della Fontana grande

L’abitazione fu scavata per la prima volta negli anni 1826-1827. Si tratta di una nobile dimora dell’inizio del II sec. a.C. Questa casa, denominata così dalla presenza di una fontana monumentale collocata in un ninfeo sulla parete di fondo dell’atrio. La fontana è interamente rivestita di mosaico realizzato con paste vitree policrome e ornata da sculture in bronzo di un putto con delfino posto all’interno della vasca e da tre maschere teatrali in marmo sporgenti dagli stipiti della nicchia. Degna anche di essere osservata è la facciata esterna della casa, realizzata interamente a bugnato in opera quadrata in tufo e pilastri terminali.

4-casa della Fontana grande

4-casa della Fontana grande2Pompei, casa della Fontana grande


Casa della Fontana piccola

Scavata negli anni 1826-1827 e datata agli inizi del I secolo a.C. conserva l’impianto tipico fondato sull’asse ingresso-atrio-tablinio con due atri e un piccolo peristilio nella zona posteriore. Essa presenta due atri e un piccolo peristilio nella zona posteriore. Sull’atrio si affacciano quasi tutte le stanze. La fontana, ampiamente decorata con prospettive di edifici marittimi e rurali, è ornata di statuette bronzee e addossata alla parete di fondo con nicchia interamente rivestita in mosaico e paste vitree policrome.

5-Casa della Fontana piccola

5-Casa della Fontana piccola2 Pompei, Casa della Fontana piccola


– Casa di Sallustio

 Scavata negli anni 1806-1808, 1969-1971, 2005-2006, la casa posta ad angolo tra la via Consolare e il vicolo di Mercurio si adatta alla conformazione dell’insula di forma trapezoidale con tabernae ai lati dell’ingresso e due giardini porticati che circondano su tre lati il grande atrio tuscanico. La planimetria della dimora presenta uno degli esempi più rappresentativi di casa sannitica che ha conservato fino all’eruzione del 79 d.C. molto della decorazione parietale I stile.

6-Casa di Sallustio3

6-Casa di Sallustio4       Pompei, Casa di Sallustio

 

– Necropoli e la casa di Diomede

Necropoli

Si trova nella via dei Sepolcri nel sobborgo settentrionale fuori Porta Ercolano, la necropoli più completa e più famosa di Pompei, legata alla prima scoperta della città. Gli scavi realizzati tra il 1763 ed il 1838 hanno messo in luce più di 400 metri di strada sulla quale trovano posto cospicue ville signorili e sepolcri monumentali pubblici e privati. Nel suo complesso, la via dei Sepolcri presenta le caratteristiche tipiche di una via suburbana in vicinanza di una città.

7-la Necropoli

7-la Necropoli1

7-la Necropoli 2

7-la Necropoli 3Pompei, la Necropoli di Via dei Sepolcri

 

Casa di Diomede

Scavata negli anni 1771-1774, la villa disposta obliquamente rispetto alla via dei Sepolcri. L’ingresso, preceduta da un protiro, introduce direttamente al peristilio. Intorno a esso di disponevano gli ambienti più importanti, a ovest il tablinio e il retrostante triclinio, a sud il cubicolo preceduto da un’anticamera che reca sul fondo un’abside. Sull’angolo sud-ovest vi è una scala che permette l’accesso al grande giardino sottostante costruito su un criptoportico con al centro un triclinio protetto da una pergola e una grande piscina.

8-Casa di Diomede1Pompei, Casa di Diomede

Un parco idrografico: tra la foce del fiume Sarno e l’ex Polverificio Borbonico

Contrattista: dott. arch. Andrea Santacroce

Tutor: prof. arch. Carlo A. Manzo

Parte I

1.1 Una posizione teorica sul paesaggio

Questo ricerca si propone di studiare il sistema fluviale del Sarno come una grande opera d’architettura idraulica ed elemento naturale generatore delle forme urbane che si sono insediate nel tempo in questi luoghi. Il paesaggio e la struttura insediativa della valle del Sarno sono da sempre condizionati dal rapporto strettamente dipendente con il fiume; da questa simbiosi, tra struttura del territorio e costruzione dei manufatti, deriva la nascita e lo sviluppo dei centri urbani e la tipologia delle architetture più significativi di questa valle.

 

Fig. 0 _  schizzo dell’area studio

Fig. 0 _ schizzo dell’area studio

Il paesaggio è concepito come una componente indispensabile dell’architettura. E’ pur vero che tutte le discipline che hanno studiato la di città e il territorio hanno esasperato l’uso di questo termine in modo indiscriminato e generico. In architettura questa ipertrofia può essere arginata seguendo un taglio costruttivo. Non ci interessa parlare di paesaggismo o di quelle forme di abbellimento, di arredo arboreo, di elementi effimeri, molto di moda in questi anni, ma di ciò che permette al paesaggio esterno ed interno alle città di essere un impianto di sistema infrastrutturale. C’è un’attitudine tutta italiana nel rapportare l’architettura al paesaggio, che si lega alla trasformazione dell’idea stessa di paesaggio. Ci sono alcuni temi in cui la modificazione alla scala paesaggistica investe specifiche problematiche di tipo architettonico. Questo avviene quando lo stesso paesaggio, che fa da sfondo o da scena, entra in gioco nelle architetture, quando quel paesaggio risolve quello specifico problema divenendo materiale del progetto architettonico.

I muri a secco che delimitano le proprietà nelle campagne del sud, i terrazzamenti della costiera sorrentina con i suoi prevoli, i basamenti, le pavimentazioni, gli argini lapidei dei fiumi nelle città storiche, i viali alberati ed i percorsi campestri extraurbani, ecc..sono quelle infrastrutture che, interagendo direttamente con l’architettura, costruisco e caratterizzano il paesaggio.

In un saggio sul rapporto tra natura e città dal titolo ‘I quattro elementi dell’architettura del territorio’  anche Carlos Martì Aris pone la questione della progressiva conurbazione delle campagne intorno alle città come fondativa per una nuova teoria sul tipo di espansione delle nuove parti di città. Egli dice: ‘la trasformazione del nostro intorno fisico si determina con una rapidità e una intensità sempre maggiori e, allo stesso tempo, accelerano vertiginosamente i fenomeni di occupazione e consumo del territorio. Le strutture metropolitane crescono e si espandono mentre la natura si allontana da noi fino a diventare inaccessibile. Si compie così, come un destino inesorabile, il progressivo avanzare verso una completa artificializzazione del territorio.’ 1

Il paesaggio idrografico della valle del Sarno si è modificato nel tempo attraverso successive trasformazioni del suo corso e delle architetture di tipo infrastrutturali. I mulini, le vasche di recapito, i fossi, i controfossi, le dighe erano un sistema articolato e complesso costruito per sfruttare la forza idraulica; ma anche le traverse, i ponti, la rettifica delle sponde, le strade ripuarie, i filari d’alberi proponevano un uso sia infrastrutturale che di pubblico piacere. Il sistema cresciuto intorno al fiume Sarno, come le grandi architetture alla scala del paesaggio, si è sempre basato sul rapporto tra unico elemento naturale alla scala territoriale ed plurimi elementi architettonici alla scala urbana. Attraverso i principi insediativi agiamo sulla stessa struttura del paesaggio. Le diverse scale del progetto di paesaggio producono reazioni a catena come nel rapporto che si instaura tra le masserie, i confini ed i campi arati in Puglia o tra gli approdi e gli edifici delle tonnare con la linea di costa in Sicilia ed, in genere, tra un sistema infrastrutturale a grande scala ed i suoi nodi di raccordo. Lo studio di questo sistema vuole ripercorrere una modalità di riscoperta delle potenzialità di questi luoghi ed un metodo di lavoro da applicare in un possibile progetto di riqualificazione del fiume Sarno, partendo dalla possibilità di riconnettere il fiume alla città metropolitana che in questi anni si è costruita negando la presenza degli elementi naturali facendo in modo che la natura idrografica dei luoghi entri in contatto con i luoghi urbani essi siano residenze o spazi pubblici. Così il corso del fiume diviene il luogo in cui l’architettura si riappropria della natura definendo un preciso carattere idrico, un paesaggio costruito sull’acqua. Allora, come dice Carlo Alessandro Manzo, in un sistema aperto e discontinuo, policentrico e disarticolato come quello della valle del Sarno acquista importanza il sistema degli spazi liberi e degli elementi naturali che partecipano al disegno dei nuovi insediamenti con un ruolo non accessorio, ma strutturante del progetto. ’Paesaggi costruiti e paesaggi della natura, sagome edificate e spazi vuoti sono visti come antinomie dello stesso problema compositivo, efficacemente sintetizzato nella fortunata espressione del rapporto tra figura e fondo.’ 2

 

Fig. 1 _  Disegno tratto dal Prin 2009 delle linee strategiche per la piana del Sarno: direttrici longitudinali e ‘pendoli’ trasversali al fiume

Fig. 1 _ Disegno tratto dal Prin 2009 delle linee strategiche per la piana del Sarno: direttrici longitudinali e ‘pendoli’ trasversali al fiume

 

1.2 I termini della ricerca

Da tempo lavoriamo, con l’Unità di ricerca del Dipartimento Architettura e Disegno Industriale coordinata dal Prof. C. A. Manzo, alla predisposizione di progetti di riqualificazione del complesso sistema paesaggistico ed architettonico della valle del Sarno ed in particolare delle aree a ridosso del Sarno tra Pompei e Scafati. Già nel 2008 con il workshop “Attraversare Pompei” curato da Emanuele Carreri si individuavano quattro aree sensibili nelle frange periferiche di Pompei con l’intento di superare le diverse fratture urbane provocate dalla costruzione delle infrastrutture metropolitane, mentre nella Ricerca Nazionale Prin 2009 “Dalla campagna urbanizzata alla città in estensione: norme compositive dell’architettura del territorio e dei centri minori” si approfondivano alcuni temi di carattere  urbano compositivo per ‘studiare modelli di urbanizzazione della campagna che rispondano in modo sostenibile e progressivo alle esigenze residenziali, produttive e paesaggistiche delle aree periurbane’ 3. Partendo da queste considerazioni, si proponeva la riconnessione strutturale ed identitaria dei territori solcati dal Sarno attraverso un progetto di grande scala che, utilizzando il fiume come cerniera territoriale, proponeva una ipotesi di espansione urbana dei piccoli centri della valle concentrata su stringhe trasversali al fiume ed alcune ipotesi puntuali poste in stretta relazione con il sistema idrico. Di questo ultimo sistema ne abbiamo disegnato una carta dove sono evidenziate le aree studio d’interesse strategico. (fig. 1)

Allora, questa Ricerca, nell’ambito del tema portante ‘Ecoturismo urbano per la fruizione dei beni culturali in campania’, amplia, rivede ed approfondisce alcuni miei studi analitici e progettuali affrontati per la ricerca Prin 2009. L’ipotesi teorica è che il Parco Fluviale del Sarno sia rappresentato come un sistema infrastrutturale storico dal carattere leggero, vegetale e di parti costruite nel tempo. Questo sistema unitario composto da nodi può essere descritto attraverso una serie di sezioni urbane trasversali che ne determinano il carattere, la forma e lo spessore variabile. La riscoperta del significato storico di questi luoghi attraverso il recupero dei punti significativi, pensiamo possano favorire lo sviluppo turistico/economico della Valle dell’Agro Nocerino Sarnese. Lo studio ha osservato i processi di trasformazione delle città di pianura tra Castellammare e Sarno, sul limite provinciale di Napoli e Salerno, proponendo un aggiornamento dell’analisi tipo-morfologica, funzionale e paesaggistica da approfondire in condizioni-tipo significative degli insediamenti della valle del Sarno. I temi architettonici svilupperanno problematiche urbane generiche:

  • il recupero e la riconversione delle aree libere e intercluse e delle zone rurali periurbane;
  • la valutazione dei modelli di espansione sulle frange esterne sulla base di esperienze anche a livello europeo;
  • linee di intervento per la ricomposizione, e l’inserimento dell’architettura contemporanee nel ristrutturazione dei tessuti della città consolidata;
  • innovazione tipologica, adeguamento tecnologico e ambientale e procedimenti di contaminazione architettonica nelle strutture residenziali e produttive;
  • i criteri per l’intervento sui vuoti e sulle aree a ridosso del fiume Sarno, con particolare attenzione alle caratteristiche e all’urbanizzazione del territorio pompeiano e scafatese;
  • l’irrisolto rapporto tra la natura funzionale dell’Infrastruttura e i tanti paesaggi dell’area periurbana dei piccoli centri della Valle del Sarno (paesaggio agricolo, paesaggio urbano, paesaggio collinare…);
  • il recupero dei quartieri economici e popolari a partire dalle nuove esigente tecnologiche, dalla mancanza di servizi e dalle nuove esigenze tipologiche e funzionali delle residenze.

A partire da questi temi più generici la ricerca si pone due obbiettivi che possiamo definire di rifondazione dei principi e delle strategie urbane (fig. 2):  il primo parte dall’idea di riportare nel dominio dell’architettura i temi della sistemazione idraulica del Sarno e del canale Bottaro in modo da proporre una nuova forma del paesaggio predisponendo un abaco di punti sensibili della infrastruttura fluviale e gli elementi rendono praticabile la navigabilità:

  • gli attracchi, gli attraversamenti, i ponti, le sponde, le paratie;
  • la risagomatura, la naturalizzazione e la ricostruzione delle sezioni degli argini;
  • le operazioni per la difesa delle piene, le vasche di laminazione

il secondo, è il recupero degli edifici architettonici fluviali come elementi interni al Parco con funzioni di scala territoriale intrecciando la questione del parco come attrattore turistico alle tematiche del recupero dei volumi industriali di pregio e alla rivitalizzazione ambientale e paesaggistica degli elementi naturali:

  • la costruzione della seconda foce ed il recupero dello ‘Stagnone’ ;
  • il recupero dei volumi industriali esistenti per attività culturali;
  • il recupero della ‘Darsena al Ponte Nuovo’;
  • il recupero dell’ex Polverificio Borbonico come ‘museo dell’ambiente’;
  • il recupero dell’isola dei mulini nel centro di Scafati:
  • il recupero dell’abazia di Realvalle come polo museale della storia della valle del Sarno;
  • la sistemazione del sito archeologico paleolitico degli scavi di Longola.

 

Fig. 2  Disegno dell’individuazione dei nuovi punti strategici sul fiume Sarno

Fig. 2 Disegno dell’individuazione dei nuovi punti strategici sul fiume Sarno

 

1.3 Approccio metodologico e riferimenti

Ci interessano i lavori progettuali di alcuni architetti che hanno sviluppato studi analoghi ai temi che stiamo trattando in questa ricerca. Queste riflessioni teoriche ed, che in alcuni casi hanno trovano un’applicazione concreta attraverso sperimentazioni progettuali realizzate, trovano riscontro con l’approccio metodologico usato nel nostro caso studio che affonda le sue ragioni nel tema più generale del rapporto tra elementi architettonici e corsi d’acqua. Nel 1980 J.N. Baldeweg, nel dottorato di progettazione presso la ETSAM di Madrid, studia e rileva il Canale di Castiglia a partire dalla sua ideazione avvenuta nel 1753 ad opera di re Ferdinando IV fino ai progetti di ristrutturazione di alcuni mulini. Pone in questo studio la necessità della rinascita della vita del canale, anche parziale, anche potenziando funzioni diverse da quelle che a suo tempo erano state prioritarie innanzi tutto per il ripristino del suo valore paesaggistico. ‘I filari di alberi, per esempio piantati lungo gli argini del canale, oltre a fruttare il legname sono diventati un importante elemento ambientale. Seguendo il corso del canale hanno una funzione viva e una funzione emotiva; essi fanno parte e identificano le zone sulle quali sono stati tracciati, e sono l’impronta visibile del territorio.’ 4 Il Canale di Castiglia è un’opera ciclopica rispetto al Canale del Sarno costruito dai Borbone per rettificarne il suo tragitto: costruito in più fasi fino al suo completamento avvenuto nel 1849 si svolge, lungo tutto il percorso di circa duecentosette chilometri, con una larghezza che varia da un massimo di ventuno metri a un minimo di undici. Si possono contare quarantanove chiuse che segnano i punti di maggiore complessità costruttiva e su questi salti di quota vengono costruiti i mulini per la produzione della farina, le abitazioni degli addetti alle chiuse e ai ponti.

 

Fig. 3  Percorso del canale di Castiglia con indicazione enumerazione delle chiuse

Fig. 3 Percorso del canale di Castiglia con indicazione enumerazione delle chiuse

Dello stesso autore è anche il progetto del 1984 per la ristrutturazione dei Mulini Vecchi di Murcia. Anche la storia del fiume Sarno è contrassegnata da uno stretto rapporto di necessità economica della valle, fino alla fine dell’ottocento, tra i Mulini ed il fiume anche se rimangono pochi resti da recuperare. Con questo progetto J. N. Baldweg recupera  l’edificio come centro culturale e museo idraulico ripristinando la sua forma originaria eliminando tutte le superfetazioni successive alla sua dismissione come mulino preservando tutte quelle sue parti che ancora sono importanti come archeologia industriale. ‘I criteri seguiti da questo progetto di recupero si orientano in direzioni opposte: si vuole ottenere un rigore nel restauro dell’ordine fisico originale dei mulini e al tempo stessosi propone di costruire in piena libertà un’aggiunta che senza disturbare sostanzialmente questa immagine di base, permetta il miglior uso del centro.’ 5

 

Fig. 4  Sezioni e veduta del modello dei Mulini Vecchi di Murcia

Fig. 4 Sezioni e veduta del modello dei Mulini Vecchi di Murcia

 

Sempre di J. N. Baldweg tra il 2001 e il 2005 è il progetto di recupero del Mulino di Martos ed il lungofiume del Guadalquivir a Cordoba. E’ un intervento urbano con un effetto poderoso che si riverbera su tutto il centro storico a partire dalla sistemazione del parco lungo il fiume strettamente collegato al recupero del mulino come museo idraulico. Il parco del lungofiume diviene un belvedere che permette la vista del profilo della città antica. Anche in questo caso il mulino con la sua nuova funzione permette di recuperare la memoria industriale e produttiva della città ed il rapporto naturale con il fiume. Il parco è organizzato da tre direttrici che si aprono a ventaglio da uno spazio sistemato con tre vasche parallele al fiume.

Fig. 5  Immagine del Parco lungofiume del Guadalquivir a Cordoba

Fig. 5 Immagine del Parco lungofiume del Guadalquivir a Cordoba

Nel 1991, invece, Francesco Venezia all’interno di una più ampia iniziativa pilota della Regione Valenciana per il recupero del centro storico di Alcoy lavora alla sistemazione dell’alveo dei rii Barxell e Molinar partendo dall’idea di riportare nel dominio dell’architettura il tema della sistemazione idraulica e trasformando difese e presidi contro piene e inondazioni in fattori di forma del paesaggio. La caratteristica dei due alvei è la forte pendenza, anche con salti d’acqua, determinati nel passato per lo sviluppo industriale della città, potendo essi fornire l’energia necessaria al funzionamento di filande e opifici così come è avvenuto nella valle del Sarno nell’ottocento. Esaurita questa funzione, si è scelto di convertire il vallone in parco per la città, con il recupero parziale delle vecchie strutture industriali. Il progetto ha studiato una serie di sezioni d’inondazione controllata, con lo scopo di mantenere inalterato l’andamento naturale dei meandri. Lo studio del periodo e dell’intensità delle piene ha determinato la scelta dei materiali dei terrazzamenti e delle scarpate e dell’uso differenziato della vegetazione.

Fig. 7  Tavola sinottica con pianta del vallone e le sezioni di inondazione controllata

Fig. 7 Tavola sinottica con pianta del vallone e le sezioni di inondazione controllata

 

Nello stesso periodo aveva progettato un edificio nel quartiere Buida Oli nel cuore di Alcoy che permetteva l’accesso dalla città al parco della vallata dall’alto, mediante un parcheggio e una torre con scale e ascensore. ‘La nuova forma architettonica consolidava l’immagine della città vecchia proprio nella parte dove essa è attualmente più fragile e discontinua, rinnovando una pratica tradizionale che ha sempre considerato le infrastrutture e, più in generale, le opere don consolidamento del suolo, determinanti per la bellezza della città’. 7 Già nel 1984 aveva scritto a proposito del progetto di recupero dell’acquedotto Carolino a Caserta sul rapporto tra architettura ed acqua nel saggio ‘Il regno dell’acqua’ confrontando gli archi del Ponte della Valle a Maddaloni con il rudere della Piascina Mirabilis a Bacoli. Il progetto per il recupero del Belvedere di San Leucio prevedeva una grande cisterna che sarebbe stata il naturale punto di arrivo e di accumulo dell’acqua del condotto e che al contempo, con il suo mondo di penombra e di riflessi, avrebbe costituito una terza ‘stazione’ dell’architettura dell’acqua, dopo il Ponte della Valle e la cascata e le vasche artificiali nel Parco della Reggia a Caserta. 8

Fig. 9  Disegno del corridore che collega San leucio con la fontana di Diana e Attone del parco della Reggia .

Fig. 9 Disegno del corridore che collega San leucio con la fontana di Diana e Attone del parco della Reggia .

Nei progetti a grande scala di Alvaro Siza, quasi sempre, l’impianto urbano, il tessuto residenziale, gli edifici pubblici sono corpi aggiunti ad un sistema infrastruturale formato da strutture tecnico/funzionali e spazi pubblici come l’acquedotto nel Quartiere della Malagueira ad Evòra. Il disegno di tali elementi selezionati crea equilibri urbani dinamici ed assialità bilanciate alla maniera di Alexander Calder. Per il Concorso della Nuova Biblioteca di Parigi schematizza un diagramma dove gli edifici, per dimensione ed importanza storica, sono controbilanciati come pesi attraverso il rapporto che il sistema degli assi e degli attraversamenti stabiliscono con la Senna. L’inserimento del nuovo edificio pubblico da una parte altera i rapporti tra i poli preesistenti dall’altra ne rinnova e ne stabilisce nuovi. Il disegno ci indica il principio insediativo utilizzato da questi edifici speciali in rapporto al fiume elemento artificiale/naturale e di cesura/connessione attraverso la definizione delle giaciture, degli assi urbani e dei tracciati regolatori.9

Fig. 10  Sistema degli assi in rapporto agli attraversamenti della Senna.

Fig. 10 Sistema degli assi in rapporto agli attraversamenti della Senna.

Altro interesse, invece, rivestono gli studi condotti dall’Unità di Ricerca coordinata da Giorgio Lombardi presso lo IUAV di Venezia per il Prin 2002 ‘INFRA’ che trattano, a partire dalla vicenda relativa alla mancata realizzazione dell’idrovia Padova-Venezia, del recupero di una fascia di suoli espropriati per la costruzione di quest’infrastruttura  e di quel che resta di due tratti del canale navigabile alle estremità di questa fascia. Nel primo tratto del canale i suoi argini diventano supporto di attività ricreative, nuove superfici ‘dure’ da usare nel tempo libero; parallelamente si agisce sul potenziamento del carattere ambientale ampliando le aree verdi e modificando il bacino con una nuova darsena. Sulla traccia dell’idrovia non realizzata si disegna un parco lineare attraverso l’uso di materiali e spessori del suolo diversi che si intrecciano all’orditura dei campi e delle strade poderali, si disegna una nuova strada che infrastruttura un’area destinata ad attività produttive. Nel secondo tratto di idrovia esistente viene utilizzato il bordo come supporto per residenze ed officine le prime poste sulla sommità dell’argine ed aperte verso il canale, le seconde sono incassate nell’argine ed aperte verso il paesaggio rurale. 10

Fig. 11  Progetto di recupero dell’idrovia Padova-Venezia

Fig. 11 Progetto di recupero dell’idrovia Padova-Venezia

L’area di Moreggine è già stata studiata per il  Workshop “Attraversare Pompei” curato da Emanuele Carreri. In quel contesto l’intervento, cercando di risolvere il problema delle ri–connessioni con i borghi limitrofi, individuava alcuni temi architettonici disposti lungo gli assi di collegamento che attraversavano sia il Sarno che il Canale Bottaro; il quartiere, così, veniva dotato di quelle funzioni minime che consentivano di ripristinare una nuova identità. Un piccolo museo archeologico, il mercato coperto, il centro scolastico, la biblioteca, un auditorium ed un centro di ricerche ambientali come poli del Parco Agricolo Diffuso divenivano gli elementi atti a definire la nuova organizzazione spaziale e urbana. Tra le proposte di ricucitura dell’area si dava maggiore forza  al sistema nord – sud formato da sottopassaggi, sovrappassi e ponti che consentivano: una maggiore permeabilità verso l’area degli scavi di Pompei, l’attraversamento del Sarno, il collegamento dell’area mercatale con la fascia a sud del fiume. Le  architetture partecipavano a consolidare questo sistema di superamenti e ricuciture. 11

 

 

 

Parte II

2.1 Vincolistica e realisticità dei temi

La nostra ipotesi prende spunto dalle reali esigenze trasformative dei comuni e delle provincie interessate e recepisce le direttive di due progetti dell’Autorità di Bacino: il Grande Progetto Fiume Sarno del 2009 dove si prevede la sistemazione idraulica dell’intero bacino con alcuni interventi di bonifica mirati alla rimozione dei sedimenti inquinati ed il Progetto di Piano Stralcio Difesa delle Coste dove è presente uno studio sulla ‘Navigabilità’ del fiume. Le opere del Grande Progetto, proprio per le loro peculiarità strutturali, interessano direttamente il sistema territoriale prevedendo: la riqualificazione idraulica ed ambientale del basso corso del fiume Sarno con la realizzazione della seconda Foce mediante la rifunzionalizzazione dei canali Bottaro, Conte Sarno e la riqualificazione dell’ambito costiero; un sistema di vasche di laminazione ed aree di espansione controllata per il trattenimento a monte dei volumi di piena; riqualificazione dell’ambiente fluviale al fine di ricostituire continuità delle aree di bordo e connessioni trasversali.

Il ‘Grande Progetto’ partecipa direttamente all’attuazione degli obiettivi della vigente pianificazione di Area Vasta del “Piano Territoriale Regionale” ricadendo in parte nelle perimetrazioni del Parco Regionale del Bacino Idrografico del fiume Sarno, salvaguardando le aree della “Rete Natura 2000”.

Fig. 13  Inserimento urbano dell’individuazione dei nuovi punti strategici sul fiume Sarno

Fig. 13 Inserimento urbano dell’individuazione dei nuovi punti strategici sul fiume Sarno

 

La ricerca Prin 2009 intendeva ridefinire le direttrici trasversali del fiume attraverso il bilanciamento dei nuovi pesi urbani della valle con il potenziamento dei cunei verdi e dei corridoi ecologici e la valorizzazione della direttrice longitudinale al fiume con un sistema di nuove attrezzature a scala sovra comunale. Questo sistema ricuciva i nuovi nuclei urbani relazionandoli con le emergenze ambientali, prevedendo il recupero delle matrici storiche del paesaggio rurale come le centuriazioni, le canalizzazioni, il reticolo idrografico, le architetture rurali al fine di stabilire interconnessioni con il patrimonio architettonico, naturalistico ed ambientale. Così diviene una base di ragionamento la vincolistica esistente che prevede la delimitazione delle aree del Parco Fluviale, le aree a rischio esondazione, le aree rosse del Piano Emergenza Vesuvio in sinergia con i due Piani a scala provinciale dei PTCP di Napoli e Salerno.

 

2.2 Trasformazioni urbane tra Scafati e la foce del Sarno

Sul carattere architettonico e paesaggistico della Valle del Sarno rimando ad un mio articolo dal titolo ‘Un paesaggio idrografico. Studi topografici ed urbani nella valle del Sarno’ che descrive in modo generico le trasformazioni della valle. Invece per questa ricerca, in relazione al quadro d’esperienze del Progetto Campus, abbiamo focalizzato la nostra attenzione al tratto di territorio che da Scafati arriva alla costa. Ci è sembrato indispensabile mettere a fuoco alcuni momenti storici salienti, facendo ricorso a quadri, incisioni, documenti e cartografie storiche (quest’ultime dell’archivio IGM), che ci hanno permesso di delineare le trasformazioni urbane di quest’area a partire dall’intervento Borbonico di rettifica dell’alveo del Sarno al tentativo di utilizzarlo come via d’acqua, dalla realizzazione dell’ex Polverificio alle realizzazioni infrastrutturali per renderlo efficiente, dalle evoluzioni urbane degli anni ’60 di Pompei, Scafati e Castellammare fino alla realizzazione dei giorni nostri della rete complessa del sistema delle infrastrutture. Abbiamo esaminato tre passaggi temporali prima e dopo l’intervento Borbonico e subito dopo la guerra fino ad oggi.

Fig. 14 _ IGM 1818 e due disegni anonimi dell’800: i Mulini Bottaro (sopra) e del Ponte Persico (sotto) rintracciabili nella planimetria

Fig. 14 _ IGM 1818 e due disegni anonimi dell’800: i Mulini Bottaro (sopra) e del Ponte Persico (sotto) rintracciabili nella planimetria

Il primo momento è fissato nella carta ‘Castellammare e dintorni – Foglio 1’ edita dall’Igm nel 1818. Sono perfettamente leggibili il sistema dei canali e cioè il Real Canale Conte di Sarno, il Bottaro ed il Fiume Sarno. Spesso si è fatta confusione tra la posizione del Canale del Conte e del Fiume Sarno. Il primo su fatto costruire nel secolo XVI dai Conti Tuttavilla sotto la direzione di Domenico Fontana per portare l’acqua ai propri mulini a Torre Annunziata. Cosa che fa di quest’opera un momento significativo dell’evoluzione della valle è il suo legame con la scoperta dei resti archeologici di Pompei. Infatti per poter attraversare la collina su cui sorge la città romana gli scavi rivelarono la presenza di templi, case, strade, portici ed altri monumenti antichi, e per non danneggiarli, proseguirono costruendo lunghe gallerie’18 . Così come sembra importante la presenza di questo corso d’acqua perché è il segno della probabile sede dell’originario corso del fiume Sarno che definiva il fronte sud est del promontorio di Pompei e sulle cui sponde vi era l’antico porto. In seguito alla devastante eruzione del 74 d.c. la lava modificò l’orografia della valle spostando più a sud, nell’attuale posizione del letto del fiume.

Fig. 15 _  IGM 1909 e due immagini: il Ponte Nuovo (sopra) e il disegno della Vasca di Navigazione (sotto)

Fig. 15 _ IGM 1909 e due immagini: il Ponte Nuovo (sopra) e il disegno della Vasca di Navigazione (sotto)

L’altro elemento che caratterizza l’importanza di questa tavola storica è il rilievo del tracciato originario del Sarno e del Canale Bottaro con la presenza dei Mulini di Scafati, i Mulini del Bottaro ed i Mulini ed il Ponte Persica ed la foce descritta da una lunga ansa parallela alla costa detta dello Stagnone. La costruzione del Canale Bottaro risale al 1620 circa quando i Conti di Celano e feudatari di Scafati costruirono al confine con Torre Annunziata i loro opifici causando l’innalzamento del pelo dell’acqua e l’impaludamento delle campagne verso la foce.

La Rettifica del Fiume Sarno avviata da Ferdinando II di Borbone intorno al 1850 in concomitanza della costruzione del Real Polverificio di Scafati permise la bonifica della foce e l’utilizzo dell’acqua per l’attivazione delle macchine dei mulini e degli opifici della valle.

Questa decisiva trasformazione si può rilevare nella Carta Igm del 1909 dove sono oramai completate tutte le opere di rettifica borboniche del fiume Sarno. Della Pompei di Bartolo Longo sono evidenti il Santuario e l’Ospizio mentre la ferrovia già definisce un primo taglio netto nella valle. Ci interessa, innanzitutto, evidenziare la trasformazione  dei tre nodi che intendiamo approfondire come nodi strategici per il progetto di riqualificazione del Parco fluviale del Sarno sono:

1 – nell’area della foce sul versante nord si può individuare lo Stagnone, il sistema di acque retrodunali che si armonizzava con la vecchia foce del Sarno ed oggi area naturalistica e riserva; sul lato sud l’edificio a corte quadrata dello stabilimento Cattori. Questo fu fondato dal belga Charles Finet  nel 1870 sulla spiaggia di Castellammare di Stabia era una officina per il trattamento del ferro di prima lavorazione, sotto la direzione dell’ingegnere Alfredo Cottrau che nel 1865 aveva disegnato la tettoia della stazione centrale di Napoli e si apprestava a progettare il ponte Politetragonale Portatile che venne utilizzato per la costruzione della ferrovia Napoli – Salerno.

2 – il nodo del Ponte Nuovo, la Vasca di Navigazione ed il Mulino De Rosa che definiscono il punto in cui il Canale di rettifica si tripartisce sotto le tre arcate del ponte per consentire da un lato il passaggio di carico del Mulino, al centro la prosecuzione del fiume e dall’altro lato la costruzione del canale e della vasca di navigazione che permetteva alle imbarcazioni di superare il dislivello creato per fornire maggiore forza motrice al mulino.

3 – l’ex Polverificio che già in questa carta è indicato come Real Istituto dei Tabacchi ma che conserva quasi inalterato l’impianto storico: il nucleo edificato su bordo strada della grande corte allungata nord – sud ed il recinto murato tra il canale Bottaro ed il Sarno.

Fig. 16 _ Aerofotogramma IGM 1956 e foto anni ‘60: Istituto Sperimentale di Tabacchi (sopra) e Ponte Nuovo (sotto)

Fig. 16 _ Aerofotogramma IGM 1956 e foto anni ‘60: Istituto Sperimentale di Tabacchi (sopra) e Ponte Nuovo (sotto)

 

Il  terzo periodo che analizziamo si evince dalla lettura di una foto aerea zenitale del 1956 dell’archivio Igm e da due foto coeve. Ad una prima indagine non vi sono ancora i grandi stravolgimenti degli anni successivi al ‘boom economico’. Ma possiamo notare al cune significative variazioni nei tre punti da noi studiati: alla foce si intensifica la costruzione di capannoni industriali sia sul versante di Torre Annunziata che di quello di Castellammare; il nodo del Ponte Nuovo è ancora ben visibile anche se il Mulino De Rosa è in disuso come si può notare anche dalla foto, in basso, di quegli stessi anni così il canale di carico è già del tutto interrato; l’istituto Sperimentale di Tabacchi, invece, utilizza la porzione di spazio prospiciente l’edificio dell’ex Polverificio per ampliare i propri edifici e chiudendo la strada di collegamento nord – sud così come si può notare dalla foto in basso.

Come accennavamo in precedenza gli stravolgimenti degli ultimi anni hanno nascosto le tracce storiche di questo territorio ed ancor di più l’opera borbonica di rettifica del fiume come sistema infrastrutturale. Dagli anni ’60 in poi i piani di lottizzazione residenziale e una dissennata politica industriale hanno trasformato la valle ed in particolar modo la porzione di territorio, da noi indagata tra Scafati e la Foce del Sarno, in un crogiuolo di pezzi diffusi di ‘micro città’ e di ‘recinti metropolitani’ in una città diffusa. Il paesaggio è tra le cose, e la stessa città può essere definita ‘città paesaggio’; i due termini si compenetrano in modo in districabile, sta a noi riconoscerne le parti sane. Dopo gli anni ’60 l’Autostrada Napoli-Salerno solca tale paesaggio correndo da Pompei  a Nocera quasi parallelamente alla Ferrovia che viene supportata dalla Ciucumvesuviana lungo la costa. Nonostante questi stravolgimenti urbani il corpo della nostra indagine è ancora evidente e vivo; allora ragionare al suo recupero all’interno del Parco del Fiume Sarno ci sembra una necessità ineluttabile. Sui Piani e la vincolistica già abbiamo discusso, ma pensiamo anche che tali Piani non tengano conto della possibilità di immaginare, in modo razionale, un futuro migliore.

 

2.3 La navigabilità del Sarno ed il progetto borbonico ottocentesco

 “Subito dopo [Napoli] c’è il castello Eracleo con un promontorio che si protende nel mare, su cui spira meravigliosamente il libeccio, tanto da rendere salutare il centro abitato. Sia questo sia Pompei che vien dopo, presso la quale scorre il fiume Sarno, li possedettero gli Osci, poi gli Etruschi e i Pelasgi, quindi i Sanniti, che pure furono cacciati da quei luoghi. Pompei, presso il fiume Sarno che accetta e spedisce merci, è il porto di Nola, di Nocera e di Acerra, centro omonimo di quello presso Cremona. Sovrasta tutti questi luoghi il monte Vesuvio”. 15

Il paesaggio fluviale è caratterizzato dal percorso tortuoso del fiume con una vegetazione naturale costituita da formazioni ripariali a vari stadi di conservazione e naturalità. Presenta un valore medio per composizione floristica e per complessità e pregio delle associazioni fitosociologiche e per presenza di biodiversità, ma si connota comunque come paesaggio tipico e come elemento di discontinuità rispetto al paesaggio della pianura alluvionale circostante. La presenza di attività umane che purtroppo insistono, fin sul ciglio delle sponde, con fabbricati destinati a vari usi, residenziali e non, con reflui di scarichi urbani, industriali e acque di drenaggio dei suoli agrari contribuisce tuttavia a determinare un elevato stato di degrado ambientale con forte riduzione degli habitat idonei ad accogliere specie faunistiche tipiche di questo ecosistema.

La nostra ipotesi si basa sugli studi già pubblicati dall’Autorità di Bacino. In questo senso va inquadrato il Progetto di realizzazione della seconda Foce che assume il “sistema fiume” come elemento di riqualificazione e di recupero del patrimonio storico-ambientale fluviale, nonché quale generatore di “sviluppo” in un’ottica di sostenibilità ambientale. Si ritiene che l’area della confluenza possegga numerose potenzialità grazie al valore rappresentato dalle specificità del suo paesaggio nel suo rapporto con l’ambito fluviale. I territori interessati sono caratterizzati, nel loro insieme, da una forte potenzialità di sviluppo che apparentemente è in contrasto con l’attuale situazione territoriale, connotata dalla presenza di elementi di interesse non adeguatamente valorizzati ma di grande pregio e, da elementi di degrado che vanno recuperati e/o eliminati ai fini della riqualificazione complessiva del “sistema fiume” e del recupero del suo originario valore.

Nell’ambito del Progetto Integrato (P.I.) “Parco Regionale del Fiume Sarno”, l’Autorità di Bacino del Sarno, la Provincia di Napoli, il Comune di Torre Annunziata e l’Ente Parco Regionale del Bacino idrografico del fiume Sarno, nell’ottica di un approccio integrato, hanno sviluppato la proposta progettuale “Delta del Sarno. Recupero e riqualificazione dell’area costiera dello Stagnone mediante la realizzazione di ambienti umidi naturali e/o artificiali”.

L’area di intervento è situata in un contesto territoriale di rilevanza centrale rispetto all’intero corso del fiume Sarno, posta tra la fascia costiera e l’estremo nord dell’agronocerino sarnese, compresa nell’ambito dei comuni di Castellammare di Stabia (Na), Pompei (Na), Scafati (Sa) e Torre Annunziata (Na). In particolare, l’area ricade interamente nel territorio di competenza dell’Autorità di Bacino del Sarno ed è inclusa, in parte, nel “Parco Regionale del Bacino Idrografico del Fiume Sarno”. L’ambito, caratterizzato da una elevata pressione antropica e da fenomeni di forte urbanizzazione, è segnato da un continuum urbano, con forte commistione tra insediamenti produttivi e residenziali ed aree di valore storico-paesistico e naturalistico-ambientale. L’attuale assetto insediativo è il risultato di processi di trasformazione che hanno determinato, nel corso degli anni, rilevanti modificazioni territoriali, alterando peculiarità e caratteristiche ambientali e paesaggistiche dell’area.

L’area cosiddetta dello “Stagnone”, situata nel comune di Torre Annunziata (Na), lungo la fascia costiera a nord della foce del fiume Sarno, in località Rovigliano, ambito di particolare rilevanza all’interno del Parco Regionale del fiume Sarno. Ha costituito un’antica “zona palustre”, residuo delle paludi costiere che caratterizzavano il litorale torrese-stabiano prima della rettifica al corso terminale del fiume Sarno voluta dall’ultimo Borbone nel 1855 (che ha subito nel corso degli anni, in seguito agli interventi di rettifica del fiume Sarno), una trasformazione dell’assetto originario. L’area, attualmente in stato di degrado, si colloca lungo la fascia costiera, con un’estensione di circa 3 ettari, in una posizione di particolare pregio naturalistico-ambientale.

L’area compresa tra il corso del fiume Sarno e il Canale Bottaro che si estende dalla traversa di Scafati sino alla re immissione del Bottaro nel Sarno. Questo ambito, interamente compreso nelle fasce di esondazione A e B del “Piano Stralcio di Bacino per l’Assetto Idrogeologico”, è caratterizzato da condizioni di rischio “molto elevato” ed “elevato” per gli insediamenti esistenti ed interessato dai lavori di sistemazione idraulica. L’ambito comprende parte del centro storico di Scafati, già oggetto del Piano di Recupero predisposto dal Comune che prevede la riqualificazione del parco urbano in prossimità della biforcazione tra il fiume Sarno e il Canale Bottaro. Più a valle, nel comune di Pompei e in prossimità della foce a Torre Annunziata, l’area è occupata da insediamenti industriali, alcuni dei quali in via di dismissione o riconversione, con indici di copertura fondiaria pari almeno al 50%. Nell’approccio integrato adottato in sede di progettazione degli interventi di difesa e regimazione si è tenuto conto delle opportunità di riqualificazione dell’area che assume valenza di itinerario privilegiato, di connessione anche visuale, tra il centro di Scafati, la rocca degli scavi archeologici di Pompei e il mare.

Le trasformazioni preferenziali sono da indirizzare quindi verso una progressiva riduzione delle superfici edificate e dismissione degli impianti produttivi più impattanti, favorendo l’eventuale recupero con attività che non comportino aggravio del carico antropico e/o interventi sulla rete infrastrutturale che implichino ulteriori interferenze con il reticolo fluviale. La visione preferenziale tende a estendere il Parco come naturale prosieguo di quello di Scafati, annettendo a tutti gli effetti l’intero ambito al “Parco Regionale del Bacino Idrografico del Fiume Sarno” che attualmente ne comprende solo alcune porzioni. 16

L’intento complessivo della proposta di fruizione è stato rivolto, non già, verso l’individuazione di percorsi alternativi agli esistenti itinerari turistici, bensì alla realizzazione di un circuito che costituisse, di per sé, elemento di pregio e di valorizzazione per la valle del fiume Sarno anche in prospettiva dell’entrata a regime del Parco Regionale. Nello specifico, la proposta di navigabilità, schematicamente riportata nell’allegata “mappa degli approdi”, individua due percorsi principali che si snodano lungo il basso ed il medio corso del fiume Sarno connettendo il centro storico di Scafati, rispettivamente, alla foce ed al sito archeologico di Longola. Il primo percorso, di circa sei chilometri, individua, come punti terminali, gli approdi dello Stagnone e della Villa Comunale di Scafati, proponendo una serie di “scali” intermedi in corrispondenza di punti strategici per la mobilità e la fruizione turistica dell’area; in quest’ottica, sono stati individuati percorsi pedonali e ciclabili che, partendo dai punti di approdo, consentissero di raccordare le emergenze storico-culturali e valorizzare gli elementi di archeologia fluviale (mulini, paleoalvei, canali di bonifica); suggestivo l’itinerario che, sfruttando le opportunità di riqualificazione derivanti dall’adeguamento del canale Bottaro a seconda foce del fiume Sarno, permetterebbe di connettere il centro storico di Scafati all’area archeologica di Pompei; in questo caso, la parziale navigabilità del canale, possibile fino al sito dell’ex ATI Carta, richiederebbe l’interscambio con un percorso “terrestre” al quale, tuttavia, ben si presta l’attuale stato dei luoghi.

La navigabilità del corso inferiore del fiume Sarno è stata pensata per imbarcazioni di piccole dimensioni (basso pescaggio) ed in prospettiva dell’adeguamento idraulico del corso d’acqua; la riprofilatura delle attuali sezioni, infatti, verrebbe concretamente a migliorare le possibilità di fruizione, tanto in termini di facilità di approdo, quanto di incremento dei franchi di sicurezza rispetto alle esistenti opere di attraversamento; a tal riguardo, il ponte ferroviario sulla foce costituirebbe il principale ostacolo all’ipotesi di mobilità. Quanto all’accessibilità dal litorale torrese- stabiese, resta inteso che il terminale fissato in corrispondenza dell’area dello Stagnone dovrà costituire un idoneo approdo per l’interscambio tra i natanti in arrivo dalle vicine strutture portuali (Marina di Stabia e approdi torresi) e le imbarcazioni leggere per la risalita del fiume Sarno.

La seconda parte del percorso è stata pensata, invece, per la navigabilità della parte di maggior pregio del fiume Sarno; quella che, per una lunghezza di circa sette chilometri, dal sito storico della “draga” (appena fuori dall’abitato di Scafati) perviene all’area archeologica di Longola, tra sponde naturali, attraversando la campagna scafatese; per tale tratto è stato previsto un unico approdo intermedio, in corrispondenza dell’abbazia della Realvalle; anche in questo caso, l’adeguamento idraulico del corso d’acqua, risagomando le sezioni utili al deflusso, è risultato determinante per il miglioramento delle condizioni di navigabilità; a tal proposito, il ponte di S. Marzano costituirebbe il principale ostacolo all’ipotesi di mobilità. Le possibilità di riunire i due percorsi illustrati in un unico grande sistema di navigazione leggera per la connessione del mare alla piana, anche includendo la via d’acqua del “nuovo” canale Bottaro, restano, chiaramente, subordinate alla rimozione della traversa di Scafati ed alla relativa riconfigurazione dei profili di fondo alveo. 17

 

Fig. 17 _ Giovanni Sarritelli, 1858 ‘Rettifica del fiume Sarno’, olio su tela, Museo Nazionale di San Martino, Napoli

Fig. 17 _ Giovanni Sarritelli, 1858 ‘Rettifica del fiume Sarno’, olio su tela, Museo Nazionale di San Martino, Napoli

C’è una data che lo storico Luca Savarese, in uno scritto del 1858 ‘Annali delle Bonificazioni che si vanno operando nel Regno delle due Sicilie per cura del Real Governo’, individua come il momento in cui il fiume Sarno non è più navigabile e cioè l’apertura del Canale Bottaro ad opera del Conte di Celane per portare acqua al suo mulino nel 1629: “La navigazione fu del tutto impedita; il livello del pelo delle acque fu artificialmente elevato; la pendenza diminuita a capriccio, ed il fondo interrito. Quindi gli straripamenti ad ogni più leggiera piena, gli stagni, la cattiva aria e lo infrigidimento dè campi circostanti. I quali danni, comuni e generali, non eran neppure scusati dal profitto che i privati usurpatori delle acque del Sarno ricavavano dalle dighe abusive; perché, non essendo quel loro possesso fondato sopra titolo legittimo, e venendo quotidianamente turbato da nuovi e scambievoli fatti abusivi, tutto il profitto andava presso che sisperso in liti, tutte egualmente ingiuste ed interminabili.”

In precedenza fonti storiche confermano che il lontro, imbarcazione a pescaggio basso, permetteva lo spostamento lungo le rive del fiume sin dall’antichità. Sul sorgere della dinastia borbonica nel 1734 il peggioramento ambientale della valle del Sarno, evidenziato da un saldo demografico negativo, era decisamente condizionato dalle ripetute alluvioni; nel 1745 gli affluenti Cavaiola e Solofrana avevano devastato la via Consolare e reciso i collegamenti con Salerno. Quindi nel 1803 la Soprintendenza dei Ponti e Strade produsse un progetto redatto dagli Ingegneri Matteo D’Amato e Nicola Leandro per incanalare in un nuovo alveo i torrenti di Cavaiola, Citola e Solofrana, soluzioni che si rivelarono parziali e inadatte a risolvere il problema delle esondazioni. Inoltre ad aumentare la pericolosità delle acque del Sarno rimanevano gli abusi perpetrati dai Baroni del luogo che continuavano a costruire paratie per i propri mulini ostruendo il decorso delle acque.18

Nel 1847 Antonio Maiuri, su incarico della Direzione Generale di Ponti e Strade, redasse una relazione che, evidenziando i difetti delle precedenti opere di canalizzazione proponeva delle soluzioni alternative, ma le consuete azioni di resistenza legale dei proprietari di mulini bloccarono l’avvio dei lavori. Bisogna attendere l’istituzione dell’Amministrazione Generale delle Bonificazioni nel 1855 per vedere l’avvio dei lavori di rettifica del Basso Sarno. La decisione di incanalare le acque del fiume, fu presa già nel 1854 quando l’architetto Luigi Manzella, direttore dei lavori per la costruzione del Polverificio, pretendeva più forza idraulica per mettere in moto le macchine, e quindi la rettifica del fiume dette l’opportunità di rendere di nuovo navigabile il canale ‘per barche di una certa dimensione onde trasportare a mare la polvere da sparo, eliminando il rischio connesso al transito dei centri abitati’.

A questo complesso è strettamente legata la rettifica del basso corso del Sarno avvenuta nell’ottocento nell’ambito del ‘Piano di bonificazione teso ad eliminare le aree paludose fonti di malaria per i valligiani’ avviati da Ferdinando II di Borbone nel quadro di un ‘Piano generale di bonificazione delle aree acquitrinose e pertanto malsane del Regno delle due Sicilie’ ad opera di Carlo Afan de Rivera, Ingegnere e Direttore Generale del Corpo di Ponti e Strade, Acque, Foreste e Caccia del Regno delle Due Sicilie dal 1824.

Quest’opera di bonifica, avviata nel 1856, fu progettata e diretta da due ingeneri reali: il primo lotto dei lavori relativo allo scavo del tratto tra la foce e la strada che da Torre Annunziata arrivava a Castellamare fu dato all’Ingegnere del Corpo di Ponti e Strade Agostino della Rocca, mentre il secondo lotto dal Ponte Nuovo fino al Polverificio ed il terzo lotto che ricongiunge il canale al Fiume nei pressi dell’isola di mulini a Scafati fu dato ad Annibale Corrado, ingegnere di Acque e Strade del Regno. Così nel 1858, come documentato dal quadro di Giovanni Serritelli custodito al Museo Nazionale di San Martino di Napoli, il canale fu inaugurato alla presenza del Re.

Il progetto originario prevedeva la realizzazione di diverse opere accessorie a completamento dei collegamenti viari, degli attraversamenti del fiume con nuovi ponti, le vere e proprie opere di bonifica delle anse da colmare e di quei sistemi che permettessero la navigazione come le chiuse e le conche di navigazione. L’interesse per quest’opera consiste principalmente nella capacità di infrastrutturale e bonificare il territorio attraverso una rete di elementi dal valore architettonico e paesaggistico.

Tra questi elementi  va segnalata la via Ripuaria che, oltre a servire come strada di alaggio lunga circa 4 Km era disegnata con un sezione che prevedeva un parapetto in pietra verso il fiume e un doppio filare di Pioppi e la via di Schito parallela alla linea di costa e nuovo collegamento tra Torre Annunziata e Castellammare.

La ricognizione di questi eventi ci permette, attraverso il progetto di riqualificazione paesaggistica ed architettonico, di riscoprire questi punti sensibili e recuperandoli in virtù di un programma più generale. Là dove possibile, si intende ripristinare la funzione originaria come nel caso della via Ripuaria o semplicemente rivelare la loro natura di reperti di archeologia industriale come nel caso della Conca di navigazione e del Mulino De Rosa presso il Ponte Nuovo.

Per verificare le condizioni urbane dei luoghi interessati dalla ricerca abbiamo analizzato due Carte Storiche IGM  ‘Torre Annunziata’ del 1876 e  della serie 185 Carta d’Italia ‘Castellamare di Stabia’ del 1908. Nella prima Carta si leggono chiaramente in rosso le operazioni di rettifica del Sarno ad esclusione dell’ex Polverificio Borbonico: il Canale Bottaro ed il Mulino del Bottaro, nel punto d’incrocio con la strada che collegava Torre Annunziata e Castellammare di Stabia sono ancora ben visibili così come il nodo del Ponte Nuovo con la triforcazione del Canale che serve Il Mulino De Rosa, il corso principale e la Vasca di navigazione. Alla foce compare un primo edificio industriale a corte. Nell’aerofotogramma IGM del 1956 le condizioni urbane ancora non sono cambiate: alla foce si amplia l’area industriale verso Torre del Greco mentre si nota l’espansione tra Pompei e Scafati sulla Strada Nazionale.

 

2.4 L’evoluzione storica dell’ex Polverificio Borbonico

Lungo la sponda orientale del Sarno a pochi passi da Pompei nel 1851, per ordine di Ferdinando II di Borbone si scavano le fondamenta del grande edificio che verrà destinato a produrre la migliore polvere da sparo per uso militare in tutto il Regno delle Due Sicilie. I lavori del primo nucleo terminarono nel 1854. L’area sulla quale venne edificato il Polverificio del sarno, comprendeva un’ampia superficie confinante da un lato (verso Pompei con il Canale del Bottaro e dall’altro verso Castellammare dal greto del nuovo Sarno, deviato dalla stazione ferroviaria. Tutta quest’ampia zona comprendeva l’antico corso del fiume proprio in quell’ansa documentata dalla cartografia dell’epoca che individuò non solo le strutture create all’epoca della ‘strada ferrata’, ma anche della vicina provinciale della Strada della Carità.12 La realizzazione di tale impianto militare fu affidata al colonnello Alessandro Nunziante che, per assolvere al suo incarico, scelse come collaboratori due tecnici napoletani: l’architetto Luigi Manzella ed il chimico pirotecnico Filippo del Grandis. Documentazioni storiche del tempo riportano che al momento di redigere il progetto si cercava di realizzarlo in luogo sicuro e lontano dall’abitato ‘il nuovo opificio doveva essere capace di grande produzione, avendosi allora in mira, di far sÌ che il sorgituro stabilimento rendesse vistoso cespite alle finanze dello Stato, con la vendita delle polveri ai privati nell’interno del regno, e commerciandone anche con le minori potenze. Nulla perciò fu risparmiato affinché il nuovo polverificio, che si stabili costruire fra il fiume Sarno e il canale Bottaro, rispondesse a tutte le esigenze del tempo’. 13

Fig. 18 _  Disegno di ricostruzione dell’ex Polverificio Borbonico e recente trasformazione

Fig. 18 _ Disegno di ricostruzione dell’ex Polverificio Borbonico e recente trasformazione

Molte furono le vicissitudini che accompagnarono la costruzione di tale importante complesso architettonico militare, che secondo le intenzioni del re Borbone, doveva essere caratterizzato da elementi e tecniche nuove rispetto al polverificio di Torre Annunziata, ma soprattutto si doveva estendere su una vasta area in cui i vari laboratori sarebbero stati stanziati e spaziati per i vari gradi di lavorazione per evitare soprattutto che in caso di esplosione di un laboratorio il danno fosse propagato anche ad altri. In conseguenza della costruzione della Real Polveriera di Scafati fu rettificato e canalizzato per la navigazione il tratto terminale del Sarno.

Gli oltre quarant’anni di attività della Real Polveriera di Scafati sono stati caratterizzati da molteplici avvenimenti che, spesso gravemente dannosi, ne hanno comportato poi la soppressione e la conversione in Istituto Sperimentale del Tabacco. Per quanto riguarda le evoluzioni planimetriche ed architettoniche che si sono succedute nel tempo vanno dal 1861 fino all’ultima e più difficoltosa acquisizione di terreno avvenuta nel 1876, che determinò l’assetto territoriale definitivo del polverificio chiudendone il quadrilatero verso l’angolo tra il canale Bottaro e via Astolelle.

Fig. 19 _  Tavola di progetto 1851 dell’architetto Luigi Manzella: prima fase e seconda fase dell’ex Polverificio Borbonico

Fig. 19 _ Tavola di progetto 1851 dell’architetto Luigi Manzella: prima fase e seconda fase dell’ex Polverificio Borbonico

Il progetto dei corpi originari è dell’architetto Luigi Manzella e riguardano i lavori dal 1851 al 1861 che possononessere divisi in due fasi lavorative. La tavola di progetto la prima cosa che si può considerare è che il recinto murario esterno è organizzato come un unico fortino murato al cui interno ci sono alcuni oggetti e due testate sul lato est; nell’asse centrale si organizza l’accesso ed un percorso. Si legge, da tale disegno, il disegno, il funzionamento e l’organizzazione degli spazi esterni e degli edifici: sul lato nord gli edifici di dosamento e miscela, di granimento e di lustramento hanno prese d’acqua dirette dal canale Bottaro e scaricano l’acqua in un canale interno detto vasca impermeabile infine tale canale di servizio si immette nell’alveo del Sarno; invece un ramo del Sarno entra sotto l’edificio principale della raffineria delle componenti delle polveri e delle fornaci per riammettersi, anch’esso nel Sarno. Gli spazi esterni sono caratterizzati dalla presenza del canale interno di cui si sono completamente perse le tracce e che diventa un tema di riflessione per le nostre ipotesi progettuali.

I due edifici principali, l’amministrazione e la raffineria, sono come due testate sulla strada d’ingresso tenute insieme da un recinto alto circa 5 metri. Anche questa nuovo asse è disegnato come un’arteria di collegamento alberato che si collega con la strada Consolare. Nel primo progetto ancora non compare il collegamento tra questi due corpi verso l’interno. Invece, nel progetto di ampliamento elaborato dal Servizio del Genio Militare nel 1870, che indichiamo come terza fase, la prima cosa che si osserva è la netta divisione che viene formalizzata collegando, anche verso l’interno, con un edificio basso, i corpi su fronte strada. In questo disegno ora il grande recinto ampliato verso ovest è organizzato come un grande spazio aperto ed una testata composta da un unico grande edificio a corte allungata.

Nel disegno d’inquadramento che accompagna questo progetto d’ampliamento sono inseriti anche due elementi urbani nuovi e cioè in alto la linea ferroviaria Napoli – Salerno ed in basso un rettangolo che indica un ‘mulino privato’ in realtà Mulino Piscicelli altro punto strategico per il progetto di riqualificazione di qeust’area.

Fig. 20 _  Tavola di progetto del 1870 ad opera del Servizio del Genio Militare: terza fase

Fig. 20 _ Tavola di progetto del 1870 ad opera del Servizio del Genio Militare: terza fase

In seguito all’ampliamento definito come lo vediamo oggi il muro di cinta che prima configurava il termine dell’area su cui insisteva il Polverificio diventa di fatto interno allo stabilimento. Nello specifico il muro demolito per la parte inferiore (verso il fiume Sarno) fu lasciato praticamente intatto per la parte a nord, dove, per consentire l’accesso all’area dell’ampliamento post-1870, fu aperto un varco, peraltro ancora esistente. Nonostante le attenzioni con cui si realizzò questo stabilimento accaddero in ogni modo dei gravi incendi; in particolare nel 1863, nel 1885 e nel 1888; in seguito a questi gravi episodi incominciò a circolare la notizia di una imminente soppressione del polverificio stesso.

Pertanto si decise di convertire tale patrimonio statale ad uso di ricezione, sperimentazione e manifattura di tabacchi. Il Regio Istituto Sperimentale per la coltivazione dei Tabacchi di Scafati ed il Monopolio italiano dei tabacchi, subentrante nel 1862 alle analoghe istituzioni operanti negli Stati della penisola prima dell’unità, dopo un lungo periodo di consolidamento, si convinse dell’opportunità di attivare un Istituto di sperimentazione dei tabacchi, per contribuire al miglioramento della produzione nazionale e ridurre il pesante disavanzo commerciale del settore.

Fig. 21 _  Disegno delle fasi di costruzione del complesso Polverificio Borbonico: 1-1851/55; 2-1855/61; 3-1861/70; 4-dopo il 1870

Fig. 21 _ Disegno delle fasi di costruzione del complesso Polverificio Borbonico: 1-1851/55; 2-1855/61; 3-1861/70; 4-dopo il 1870

B.I.M. e analisi strutturale per la conservazione del patrimonio – La metodologia del Building Information Modeling Strutturale applicata a Villa dei Misteri a Pompei

 

L’attività di ricerca svolta in merito all’incarico dal titolo “Building Information Modeling e Analisi Strutturale per la Conservazione del Patrimonio”, è stata articolata in diverse fasi.
Durante la prima fase è stato approfondito il tema del Building Information Modeling applicato al patrimonio culturale. Sono stati, in particolare, valutati i vari aspetti della rappresentazione digitale applicata ai Beni storico–archeologici. E’ stato verificato come la tecnologia digitale del B.I.M., portatrice di numerosi vantaggi per i progettisti durante il processo progettuale, possa essere declinata con successo anche alle casistiche di intervento strutturale sul patrimonio culturale. La traduzione delle informazioni geometriche degli edifici storici esistenti, acquisite utilizzando le tecniche diffuse di laser scanning costituisce, infatti, ancora una criticità nel processo successivo dell’analisi strutturale.
Con la seconda fase si è quindi iniziato a indagare sui diversi aspetti che caratterizzano l’interazione tra analisi strutturale e rappresentazione digitale e sui possibili approcci metodologici per integrare la rappresentazione geometrica digitale nel campo della disciplina dell’analisi strutturale. L’attività di ricerca della terza fase ha incentrato lo studio sui diversi metodi di analisi strutturale applicata al patrimonio culturale e sui risultati che è necessario ottenere analizzando il comportamento strutturale degli edifici storico–archeologico esistenti.
Successivamente è stato analizzato l’oggetto di intervento del progetto attraverso il metodo della comparazione e quindi attraverso lo studio di strutture simili a quelle da indagare. Sono stati presi in esame Beni storico–archeologici della stessa tipologia e sono stati esaminati dal punto di vista strutturale. Si è proceduto ad approfondire la metodologia più adatta per valutare la sicurezza delle strutture archeologiche, riferendosi in particolare agli aspetti che caratterizzano l’interazione tra analisi strutturale e rappresentazione digitale e sui risultati da conseguire attraverso le tecniche grafiche digitali basate sul rilievo con laser scanner.
Durante la fase suindicata, è stato studiato l’ interfaccia del software Midas GEN ai fini della rappresentazione grafica degli elementi strutturali caratteristici dei Beni archeologici e dell’analisi strutturale degli stessi.
Il software permette di avere a disposizione una libreria di elementi finiti molto vasta (elementi “truss”, “beam”, “wall”, “shell-plate”, “solid”, tutti con molteplici tipi di comportamento). La gestione di tutte le tipologie strutturali è completa e si ha la possibilità di attivare o disattivare in qualsiasi fase gli elementi finiti, i vincoli, i parametri dei materiali, i carichi, il tutto senza creare file multipli o analisi di restart.
La possibilità di importare ed esportare il modello 3D dà origine all’integrazione con Autodesk© Revit Structure, Tekla Structures e tutti i software capaci di elaborare in prima fase la nuvola dei punti di un edificio, generate dal rilievo con laser scanner.
Midas/Gen offre quindi la possibilità di analizzare agevolmente strutture esistenti realizzate in materiali diversi e disomogeni, ipotizzando con qualsiasi intervento di consolidamento e miglioramento sismico.
Ogni materiale è modellato numericamente con gli algoritmi migliori attualmente disponibili a livello mondiale. Nei casi che saranno esaminati nell’ambito del progetto, le murature a conci disomogenei di una Torre e di una Villa rappresentativa saranno elaborate con il modello di materiale “Strumas”, del Prof. Pande, collaboratore di Zienkiewicz all’Università di Swansea (UK). Questo modello, specificamente sviluppato per le murature, presente in MIDAS/Gen sia in versione lineare che non lineare, permette di considerare in dettaglio i blocchi di muratura e i corsi di malta, così come ottenuti da un rilievo in situ (come richiesto da NTC2008).
Tale fase risulta intermedia tra quella che ha caratterizzato i precedenti mesi di ricerca ossia la fase metodologica, fondamentale ai fini del progetto di ricerca e quella applicativa che caratterizzerà i successivi mesi e che porterà ai risultati finali del progetto.
Durante la fase suindicata, è stato realizzato il modello tridimensionale di un Bene Archeologico preso ad esempio (Palazzo di Re Barbaro a Porto Torres in Sardegna).
Attraverso l’elaborazione della nuvola dei punti, è stato possibile ricavate un dettagliato rilievo della costruzione. Con l’utilizzo dei più conosciuti programmi di grafica in 2D e 3D, è stata ricavata la consistenza morfologica e con un passaggio importante dal modello di rappresentazione grafica al modello strutturale, è stato possibile individuare solo le parti strutturali dell’edificio. Tale fase è necessaria ai fini dell’individuazione dell’ossatura della costruzione. Infatti, eliminando tutti gli elementi che, seppur “formando” la costruzione, non partecipano strutturalmente al modello di analisi, sono stati visualizzati sull’ interfaccia del software Midas/GEN tutti gli elementi strutturali caratteristici del Bene archeologico ed è stato possibile precedere all’analisi strutturale degli stessi (fase che verrà approfondita successivamente).
La possibilità di modellare tridimensionalmente un Bene Archeologico, partendo da un rilievo con Laser Scanner e di importare ed esportare il modello 3D da Autodesk© Revit Structure, Tekla Structures a Midas/GEN, dà origine al momento chiave dell’integrazione tra le discipline scientifiche della rappresentazione e delle strutture, caratteristico del progetto di ricerca.

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Area Archeologica di Porto Torres – Definizione con polilinee del profilo murario di Palazzo di Re Bararo

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Area Archeologica di Porto Torres – Mesh spaziale del profilo murario di Palazzo di Re Bararo

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Area Archeologica di Porto Torres – Modello agli elementi finiti (F.E.M.) di Palazzo di Re Bararo

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Area Archeologica di Porto Torres – Assegnazione delle caratteristiche meccaniche ai prismi del modello F.E.M. di Palazzo di Re Bararo

Dopo aver realizzato il modello tridimensionale di un Bene altamente rappresentativo del settore archeologico, attraverso l’elaborazione della scansione effettuata con laser scanner è stata ricavata la consistenza morfologica della costruzione e, con un passaggio fondamentale dal modello di rappresentazione grafica al modello strutturale, è stato possibile individuare le sole parti strutturali, modellate poi mediante elementi finiti solidi ne software di analisi strutturale Midas/Gen.
Grazie alle prestazioni di tale software, si è proceduto quindi all’analisi non lineare del modello 3D strutturale della costruzione, al fine di verificare l’intera procedura messa a punto. Sono stati successivamente verificati gli elementi strutturali al variare delle diverse condizioni di carico, ed è stato possibile evidenziare sia gli stati tensionali sia identificare le porzioni murarie sede di concentrazione di tensioni e le situazioni maggiormente critiche.

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Area Archeologica di Porto Torres – Analisi strutturale di Palazzo di Re Bararo

Il procedimento sperimentato per la realizzazione del modello strutturale di Palazzo Re Barbaro a Porto Torres e per l’analisi strutturale dello stesso, è stato applicato per Villa dei Misteri a Pompei.
La villa di epoca romana è ubicata fuori dalle mura nord dell’antica città di Pompei. Si presenta a carattere rustico-residenziale con pianta quadrata e poggia in parte su un terrapieno ed in parte è sostenuta da un criptoportico, formato da arcate cieche.
Venne sepolta dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. e riportata alla luce a partire dal 1909.
Attualmente il rilievo geometrico digitalizzato presenta parti di struttura ben conservata e parti a rudere.
L’applicazione della metodologia B.I.M. consente la suddivisione del modello tridimensionale in differenti parti, ognuna collegata all’altra per mezzo di punti fissi ma, allo stesso tempo, ognuna indipendente dall’altra per caratteristiche intrinseche (materiche, geometriche, formali, etc…).
Partendo dalla planimetria della Villa, considerando il punto di partenza a quota 0.00m, è stata creata una griglia spaziale 30cmx 30cmx30cm che ha dato origine ad una maglia strutturale.
Dal punto di incontro della griglia con i punti della struttura rilevata in pianta sono stati ricavati punti dai quali sono stati elevati i setti murari.
A tali elementi è stato data una consistenza sia dal punto di vista grafico, con la creazione di solidi pieni, sia dal punto di vista sostanziale con l’attribuzione di caratteristiche materiche e di comportamento meccanico.
Una volta ottenuta la scansione completa della Villa con la strumentazione laser ed è stata definita la nuvola dei punti, è possibile inserire questa all’interno della griglia facendo coincidere punti di riferimento scelti.
Intersecando la griglia spaziale con la nuvola dei punti, viene ricavato il profilo di ciascuna parete muraria, identificato con polilinee. Con la mesh spaziale di base viene ricavato il modello tridimensionale della struttura agli elementi finiti (metodo FEM). Con l ’assegnazione delle caratteristiche meccaniche a ciascun prisma del modello agli elementi finiti si procede all’analisi strutturale per qualsiasi azione esterna (vento, sisma etc..)
Solo attraverso l’integrazione tra il metodo di rappresentazione grafica della struttura realizzato con Midas/GEN e la nuvola dei punti generata dall’elaborazione dei punti di scansione del laser, si riesce a definire completamente e con precisione il modello strutturale della Villa.
Il procedimento sperimentato per la realizzazione del modello strutturale di Palazzo Re Barbaro a Porto Torres e per l’analisi strutturale dello stesso, è stato applicato per Villa dei Misteri a Pompei.
La villa di epoca romana è ubicata fuori dalle mura nord dell’antica città di Pompei. Si presenta a carattere rustico-residenziale con pianta quadrata e poggia in parte su un terrapieno ed in parte è sostenuta da un criptoportico, formato da arcate cieche.
Venne sepolta dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. e riportata alla luce a partire dal 1909.
Attualmente il rilievo geometrico digitalizzato presenta parti di struttura ben conservata e parti a rudere.
L’applicazione della metodologia B.I.M. consente la suddivisione del modello tridimensionale in differenti parti, ognuna collegata all’altra per mezzo di punti fissi ma, allo stesso tempo, ognuna indipendente dall’altra per caratteristiche intrinseche (materiche, geometriche, formali, etc…).
Partendo dalla planimetria della Villa,

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Villa dei Misteri a Pompei – Impianto planimetrico strutturale

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Villa dei Misteri a Pompei – Vista prospettica dell’impianto strutturale planimetrico

considerando il punto di partenza a quota 0.00m, è stata creata una griglia spaziale 30cmx 30cmx30cm che ha dato origine ad una maglia strutturale.

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Villa dei Misteri a Pompei – Schema del reticolo di riferimento a terra

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Villa dei Misteri a Pompei – Particolare del reticolo a terra

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Villa dei Misteri a Pompei – Particolare del reticolo a terra

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Villa dei Misteri a Pompei – Reticolo spaziale visto in prospettiva

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Villa dei Misteri a Pompei – Estrusione delle pareti murarie fino ad un’altezza di 90 cm da terra

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Villa dei Misteri a Pompei – Particolare dell’articolazione delle pareti murarie innalzate fino a 90cm di altezza

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Villa dei Misteri a Pompei – Particolare dell’intersezione tra il reticolo spaziale e le pareti murarie

Dal punto di incontro della griglia con i punti della struttura rilevata in pianta sono stati ricavati punti dai quali sono stati elevati i setti murari.
A tali elementi è stato data una consistenza sia dal punto di vista grafico, con la creazione di solidi pieni, sia dal punto di vista sostanziale con l’attribuzione di caratteristiche materiche e di comportamento meccanico.
Una volta ottenuta la scansione completa della Villa con la strumentazione laser ed è stata definita la nuvola dei punti, è possibile inserire questa all’interno della griglia facendo coincidere punti di riferimento scelti.
Intersecando la griglia spaziale con la nuvola dei punti, viene ricavato il profilo di ciascuna parete muraria, identificato con polilinee. Con la mesh spaziale di base viene ricavato il modello tridimensionale della struttura agli elementi finiti (metodo FEM). Con l ’assegnazione delle caratteristiche meccaniche a ciascun prisma del modello agli elementi finiti si procede all’analisi strutturale per qualsiasi azione esterna (vento, sisma etc..)
Solo attraverso l’integrazione tra il metodo di rappresentazione grafica della struttura realizzato con Midas/GEN e la nuvola dei punti generata dall’elaborazione dei punti di scansione del laser, si riesce a definire completamente e con precisione il modello strutturale della Villa.

La sperimentazione numerica eseguita su parti di muratura particolarmente irregolari ha generato un affinamento della metodologia studiata fino a questo punto della ricerca.

Si era arrivati alla realizzazione di una prima parte del modello strutturale di Villa dei Misteri a Pompei (work in progress).

Si è pensato a questo punto di integrare le operazioni finora elaborate con una fase di sperimentazione.

Le caratteristiche murarie di Villa dei Misteri rendono l’applicazione della metodologia B.I.M. strutturale molto interessanti per la presenza di irregolarità murarie.

La nuvola dei punti elaborata, proveniente dai punti di scansione generati dal rilievo con laser scanner ha la caratteristica di restituire perfettamente “la pelle” della costruzione che va ad indagare.

Grazie alla creazioni di una griglia media spaziale di misura idoneamente scelta ed i punti del modello rappresentativo della nuvola, come descritto in precedenza, sarà possibile andare a modellare perfettamente quelle che sono le reali morfologie murarie della fabbrica.

Più è dettagliato il modello strutturale tridimensionale e più sarà possibile analizzare in modo dettagliato la struttura ed il suo comportamento.

L’intera operazione che si va a sperimentare numericamente parte dal rilievo con laser scanner di una parte di muratura molto irregolare e facente parte di uno scavo archeologico preso ad esempio. L’elemento strutturale grazie ai punti di scansioni e alla meshatura della superficie prende subito un’identità realistica.

Punti rappresentativi della consistenza superficiale della muratura

Punti rappresentativi della consistenza superficiale della muratura

Riproducendo la maglia con solidi prismatici collegati l’uno all’altro per mezzo di punti fissi ed avendo caratteristiche materiche, di forma, geometriche e di comportamento meccanico, si ricava il modello tridimensionale della struttura agli elementi finiti (metodo FEM), e si procede all’analisi strutturale per qualsiasi azione esterna (vento, sisma etc..).

Come mostrano le immagini, una stessa parte di muratura irregolare presenta differenti fasi di graficizzazione. Dai punti della scansione alla realizzazione di una maglia poligonale per arrivare alla meshatura superficiale.

 

Creazione di poligoni di collegamento fra i vari punti di scansione

Creazione di poligoni di collegamento fra i vari punti di scansione

 

Creazione della mesh

Creazione della mesh

A tale fase applicativa di ricerca ne è seguita un’altra caratterizzata dall’approfondimento della normativa vigente in materia di valutazione della sicurezza sismica del patrimonio culturale esistente.

Negli anni ’90 fu elaborata e realizzata dall’Istituto Centrale per il Restauro la Carta del Rischio del Patrimonio Culturale che concretizzava il concetto di “restauro preventivo”, ossia la filosofia della prevenzione anche nel campo dei beni culturali. Il progetto voleva rispondere alla duplice necessità di evitare danni e perdite nel settore delle opere d’arte e dei monumenti e consentire interventi leggeri,di manutenzione e riparazione preventiva, sicuramente più compatibili e meno snaturanti delle operazioni di restauro vere e proprie, oltre ad essere economicamente meno onerosi.

Tutto ciò fu concretizzato nella realizzazione di un sistema di banca dati capace di raccogliere, elaborare e gestire informazioni e dati relativi all’intero patrimonio nazionale archeologico e monumentale, cercando, su base statistica, di individuare i rapporti esistenti tra il patrimonio culturale e il suo stato di conservazione e i fattori che ne possono provocare il deperimento.

Era una classica applicazione del concetto di rischio, inteso come possibilità che un evento possa provocare danni ai beni culturali, e assunto essere una funzione della pericolosità (intensità e probabilità che si verifichino eventi dannosi), e della vulnerabilità (capacità del bene di fronteggiare ciascun evento esterno).

Uno degli assunti di base della Carta del Rischio consisteva quindi nella possibilità di pervenire a misurazione di ciascun aspetto del rischio, compresa la vulnerabilità. Il tracciato del progetto era incardinato su due livelli di analisi: un primo basato su schede sintetiche, i cui dati servivano per il calcolo di un indice di vulnerabilità, e un secondo livello, più approfondito ma sempre basato su un sistema di schedatura, finalizzato alla valutazione dello stato di conservazione.

Nella Carta del Rischio la vulnerabilità era quindi calcolata statisticamente, utilizzando un numero adeguato di variabili che descrivono le condizioni minime necessarie per la conservazione del bene. L’acquisizione delle informazioni necessarie era previsto avvenire attraverso una fase di schedatura (basata su un rilievo geometrico dei singoli elementi, compresi quelli strutturali) e una previsione delle possibili forme di degrado (con specifica attenzione alle azione dei normali fattori climatici, quali pioggia, vento, variazioni di temperatura e umidità).

In tale ambito si può e si deve inserire oggi anche la componente più strettamente strutturale, contemplando, nel calcolo dell’indice di vulnerabilità, anche azioni esterne quali quelle sismiche.

Oggi, e ne è un esempio quanto si sta facendo nell’ambito di questo percorso di ricerca per l’area archeologica di Pompei, è possibile pervenire a una fase di conoscenza (includendovi anche il rilievo geometrico digitale con attrezzature avanzate) molto più approfondita, che sia di base per la valutazione di indici di vulnerabilità o di sicurezza che includano anche quelli statici e sismici. Tutto ciò anche alla luce della procedura messa a punto nel corso di questa attività di ricerca che consente una efficace costruzione di un modello strutturale dettagliato utilizzando, in via pressochè automatica e informatizzata, il rilievo eseguito attraverso attrezzature laser scanner.

La valutazione della vulnerabilità statica e sismica, fondamentale per determinare il livello di sicurezza di ciascuna opera, è oggi parte integrante delle normative vigenti, ma può essere differentemente condotta. In tale ambito, deve essere infatti innanzitutto definito il parametro o i parametri, ritenuti maggiormente rappresentativi e gestibili da un punto di vista operativo, che possono identificare la vulnerabilità stessa.

Per l’azione sismica ci sono diverse possibilità tra cui

Ad esempio, l’intensità macrosismica rappresenta un parametro vantaggioso vista la sua diretta correlabilità attraverso una scala di intensità con i danni causabili da un evento sismico, ma è poco vantaggiosa perchè di difficile correlazione con i valori di tipo spettrale che permettono di definire la pericolosità sismica. Le grandezze spettrali offrono invece tale possibilità di correlazione mediante un’analisi strutturale, avendo un chiaro significato meccanico, ma consentono una minore possibilità di valutare il danno prodotto. Quest’ultimo può tuttavia essere espresso mediante indici, i quali, successivamente, attraverso una scala standardizzata, possono essere correlati a un parametro di tipo economico.

Nell’ultimo trentennio sono state messe a punto diverse metodologie per la stima della vulnerabilità, ovvero di un indice di vulnerabilità. In questa fase della ricerca sono state quindi esaminate in dettaglio quelle maggiormente accreditate (metodo delle matrici di probabilità di danno, metodo delle curve di fragilità, metodo Hazus sviluppato dalla Federal Emergency Management Agency americano, procedure basate sul metodo N2 adottato dall’Eurcodice 8 o più in generale sul metodo dello spettro di capacità), anche se basate su procedure diverse da quella appena introdotta, per valutarne la possibile applicazione al patrimonio archeologico di Pompei.

Tra le possibili procedure si è ritenuto maggiormente opportuno, in questa sede, fare riferimento a una metodologia di tipo meccanico, in cui il danno è valutato per via analitica attraverso un’analisi della struttura del tipo non lineare. Il danno è quindi associato al raggiungimento di uno stato limite, identificato dal raggiungimento di una prestabilita situazione limite o dall’attivazione di un meccanismo di collasso della struttura, mentre l’azione sismica è espressa in termini massima accelerazione al suolo, inquadrando il tutto rigorosamente nello schema delle vigenti normative, NTC 2008 (Norme Tecniche per le Costruzioni) e Direttiva 2011 (Valutazione e riduzione del rischio sismico del patrimonio culturale con riferimento alle NTC 2008). Per tale ragione si è ritenuto opportuno effettuare anche un’analisi comparativa tra le NTC del 2008 e l’aggiornamento attualmente in approvazione, per valutarne le modifiche.
Nella fase precedente erano state collegate le due parti con le quali era stata suddivisa la Villa (per praticità di esecuzione) con una operazione di merging tra le sezioni orizzontali e verticali ricavate dalla nuvola dei punti generata dal rilievo con laser scanner.

In questa fase finale del progetto, le relazioni tra il settore della rappresentazione e quello delle strutture realizzano insieme l’obiettivo della ricerca stessa ossia la Modellazione strutturale agli elementi finiti di Villa dei Misteri in Pompei.

Grazie alla modellazione B.I.M. alla base del progetto di ricerca, si è riprodotto in maniera veritiera tutto l’apparato strutturale della villa. Non sono state tralasciate le variazioni dei paramenti murari che sono stati fedelmente rappresentati da tetraedri.

Le coordinate spaziali sono rimaste invariate nel passaggio dalla digitalizzazione del rilievo geometrico generato dalla nuvola dei punti alla modellazione B.I.M. strutturale della Villa. Questo ha determinato un’ottima riuscita delle reciprocità d’azione dei due settori disciplinari (rappresentazione estrutture) che hanno saputo coniugare insieme i vari aspetti del virtuale e della modellazione e insieme hanno raggiunto un unitario obiettivo che è appunto la tridimensionalità del modello della Villa e l’analisi del modello a elementi finiti sotto carichi verticali e sotto l’azione sismica.

Per completezza di risultati sono elaborate analisi lineari e non lineari della Villa.

Tutto il processo di analisi strutturale è stato guidato dal programma di calcolo Midas /GEN. La precisione di elaborazione dei dati di tale software è elevatissima infatti grazie a questo aspetto, la Villa dei Misteri è stata indagata strutturalmente nella sua interezza e ha generato risultati interessanti dal punto di vista statico e risultati particolarmente attraenti dal punto di vista sismico.

Nelle figure che seguono, la modellazione spaziale generata dal software Midas/GEN evidenzia i particolari paramenti murari con tutte le loro caratteristiche morfologiche ed esalta anche gli elementi costituenti la struttura della Villa diversificando il comportamento meccanico delle parti dalle caratteristiche materiche delle stesse.

Caratteristiche morfologiche dei paramenti murari del modello strutturale di Villa dei Misteri

 

 

Particolare del modello strutturale di Villa dei Misteri

 

L’analisi ecosistemica come supporto per la costruzione della rete ecologica

Arch. Raffaela De Martino

IL TERRITORIO ESAMINATO

La definizione dei limiti e dell’estensione dell’area da analizzare è una fase molto delicata perché è da essa che dipende l’efficacia della successiva valutazione ecologica. La zona oggetto di studio è quella del territorio pompeiano sul quale la ricerca mira a condurre un’analisi ecosistemica e ad individuare i principali elementi della rete ecologica “locale”, capace di agganciarsi a quella di livello superiore. E’ però evidente che una valutazione ambientale esaustiva non può limitarsi al territorio comunale di Pompei ma deve necessariamente considerare un sistema ambientale più ampio del quale esso fa parte e i principali corridoi di collegamento territoriale. Tra questi di particolare rilevanza è il fiume Sarno, che con i suoi affluenti rappresenta, un importante elemento della rete regionale in quanto corridoio di connessione tra il Parco Nazionale del Vesuvio e i Parchi Regionali dei Monti Lattari e dei Monti Picentini. Di qui la necessità di estendere l’area di indagine ad un’area più vasta e precisamente al territorio del Parco regionale del Fiume Sarno di cui la città di Pompei fa parte. Il fiume Sarno, lungo circa 22 km, raccoglie le acque di un vasto bacino imbrifero esteso per circa 600 kmq che interessa le province di Avellino, Napoli e Salerno. Alla provincia di Avellino appartiene la fascia montana ad est, nella quale ricade il polo conciario di Solofra; alla provincia di Salerno appartengono la fascia montana che delimita a sud il bacino e la parte centrale dell’Agro Sarnese Nocerino, nel quale ricade il polo agro-alimentare; alla Provincia di Napoli appartengono la fascia costiera e la zona vesuviana.

Fig. 1 Bacino del Fiume Sarno (Fonte: Palumbo M., Caratterizzazione e trattamento dei sedimenti del bacino idrografico del fiume Sarno, Università di Napoli)

Fig. 1 Bacino del Fiume Sarno (Fonte: Palumbo M., Caratterizzazione e trattamento dei sedimenti del bacino idrografico del fiume Sarno, Università di Napoli)

 

Dal punto di vista politico-amministrativo il bacino si compone di 39 Comuni, di cui 18 appartengono alla Provincia di Salerno, 17 a quella di Napoli e 4 a quella di Avellino. Nel suo percorso il Sarno riceve le acque di due torrenti principali (Solofrana e Cavaiola) e di una sessantina di affluenti minori, 150 tra torrenti e valloni. Fanno parte del suo bacino fossi, controfossi,18 vasche di compensazione. La pianura che attraversa il fiume è uno dei più ricchi distretti agricoli italiani, per numero e qualità delle colture, per fertilità del suolo, per abbondanza di acque irrigue. Il Parco regionale del Fiume Sarno nasce nel 2003 (istituito con Decreto del Presidente della Giunta Regionale della Campania n. 780 del 13 novembre 2003, pubblicato sul BURC n. speciale del 27 maggio 2004) e non comprende tutti i comuni del bacino indicati in figura 1, ma quasi tutti quelli che il fiume Sarno attraversa, dalla sorgente sino alla foce: Sarno, San Valentino Torio, San Marzano sul Sarno, Angri, Scafati, Nocera Inferiore -appartenenti alla Provincia di Salerno- e Striano, Poggiomarino, Pompei, Torre Annunziata e Castellammare di Stabia, appartenenti alla Provincia di Napoli (Figura 2).

Fig. 2 Territori comunali appartenenti al Parco regionale del Fiume Sarno (Fonte: elaborato dall’autrice)

Fig. 2 Territori comunali appartenenti al Parco regionale del Fiume Sarno (Fonte: elaborato dall’autrice)

 

L’istituzione del parco ha l’obiettivo di valorizzare non solo il percorso fluviale ma anche il prezioso patrimonio storico, culturale, ambientale ed archeologico territoriale. Infatti, oltre a Pompei, i cui scavi archeologici sono patrimonio dell’umanità per l’UNESCO, ci sono anche Torre Annunziata e Castellammare di Stabia che rappresentano importanti centri archeologici, l’artistica città di Nocera Inferiore con la Basilica Cattedrale, il Monastero di Sant’Anna, la Chiesa di San Matteo, il Castello medievale, gli scavi archeologici, il Santuario di Montalbino, il Comune di Sarno che presenta luoghi architettonici e archeologici di notevole importanza artistica, tra cui il Duomo, il centro storico di Striano con la Porta civica di San Nicola, il centro medievale di Angri, il sito archeologico di Longola a Poggiomarino, e le località balneari appartenenti al Comune di Castellammare di Stabia. L’area del Parco regionale del Fiume Sarno è suddivisa (fig. 3), ai sensi della L.R. n. 33 del 1°settembre 1993, nelle seguenti zone:

  • zona “A” – Area di riserva integrale;
  • zona “B” – Area di riserva generale orientata e di protezione;
  • zona “C” – Area di riqualificazione dei centri abitati, di protezione e sviluppo economico e sociale

 

Fig. 3 Indicazioni dell’Ente Parco regionale del Fiume Sarno (Fonte: http://www.enteparcodelfiumesarno.it/)

Fig. 3 Indicazioni dell’Ente Parco regionale del Fiume Sarno (Fonte: http://www.enteparcodelfiumesarno.it/)

 

Ciascuna zona viene sottoposta ad un particolare regime di tutela in relazione ai valori naturalistici, ecologici, geomorfologici ed ambientali delle rispettive aree, nonché in rapporto agli usi delle popolazioni locali ed alla situazione della proprietà ed alle forme di tutela già esistenti. Il territorio del bacino idrografico del Sarno risulta fortemente danneggiato dalle continue aggressioni antropiche a cui è stato sottoposto negli ultimi cinquant’anni: approvvigionamenti idrici alle sorgenti, apporto di inquinanti di origine agricola, civile e industriale, scarichi abusivi, cementificazione e rettifica di lunghi tratti spondali hanno portato ad un drastico depauperamento ecologico ed ecosistemico. Molte ricerche hanno evidenziato come la qualità e le dinamiche fluviali siano influenzate dalle condizioni del territorio circostante. Il fiume è infatti un ecosistema vivo, non soltanto al suo interno ma anche nei rapporti che esso instaura fisicamente ed ecologicamente con i territori attraversati. E’ evidente dunque che una riqualificazione ambientale dell’area, finalizzata alla realizzazione di una Rete Ecologica locale, in grado di “agganciarsi” a quella di livello Regionale, deve puntare a ricostruire nel lungo termine l’equilibrio tra territorio e rete fluviale. Per identificare gli interventi più idonei al raggiungimento di tale obiettivo, è necessario preliminarmente analizzare il territorio in esame sia da un punto di vista ecosistemico (analisi ecosistemica) che ecologico (matrice di valutazione).

L’ANALISI ECOSISTEMICA

L’analisi ecosistemica si fonda su indicatori ecologici e metodi analitico-descrittivi, già presenti in letteratura e in grado di evidenziare il livello di equilibrio ecosistemico di un determinato territorio e il livello di frammentazione territoriale. Queste informazioni consentono successivamente, attraverso l’applicazione di criteri di ordine paesaggistico/strutturale e di ordine biologico/funzionale, di individuare gli elementi del sistema ecologico esistente, di comprendere i suoi possibili scenari futuri e di poter offrire linee guida di sviluppo più ade­guate alla salvaguardia e alla riqualificazione degli ambiti naturali urbani. La conoscenza dello “stato di salute” dei territori e delle loro connessioni è una condizione fondamentale per orientare gli interventi di riqualificazione. Lo studio scientifico del funzionamento dei sistemi ambientali viene condotto dall’Ecologia del Paesaggio attraverso modelli spaziali che possano riprodurre il funzionamento, quantificandone i processi grazie all’utilizzo di una serie di indici di controllo già noti in ecologia ma applicati, con le adatte modalità, ai paesaggi. È evidente che i processi ambientali sono complessi e che i modelli sono semplificazioni della realtà, ma la modellizzazione fornisce gli strumenti necessari per riassumere le informazioni ottenute e per dare indicazioni per gli interventi di riqualificazione. Uno degli strumenti più utilizzati per analizzare lo stato di salute ambientale di una determinata area ed in grado di restituire un modello grafico che rappresenti schematicamente il livello di connessione ecologica di un determinato territorio, è il Grafo Ecologico. Esso si basa sulla definizione del sistema ambientale come: combinazione di unità paesistiche differenti per struttura e funzioni, caratterizzate da gradi diversi di connessione e correlate da scambi di energia, con processi evolutivi più o meno veloci (Fabbri P., Principi ecologici per la progettazione del paesaggio, FrancoAngeli, Milano 2007). Tale modello può essere rappresentato da un grafo consistente in nodi (unità di paesaggio), legami (scambi energetici e materici) ed un insieme di regole che disciplinano i rapporti tra nodi e legami. Le unità di paesaggio vengono definite come porzioni di paesaggio naturale costituite da diversi biotopi (unità dell’ambiente fisico in cui si svolgono la vita di una singola popolazione di organismi o di un’associazione biologica) individuate e delimitate da elementi della rete antropica (strade, linee ferroviarie, insediamenti) che sovrapponendosi alla rete naturale la incide e la divide in unità. Mentre all’interno delle singole unità di paesaggio la circolazione di materia e di energia non è ostacolata dalla presenza di barriere significative, la circolazione tra le varie unità è invece fortemente condizionata dagli elementi della rete antropica che producono un effetto barriera la cui maggiore o minore permeabilità dipende dalla tipologia e dalle caratteristiche configurative degli elementi ecotonali. Individuate e definite le unità di paesaggio, la fase successiva riguarda il processo di valutazione.

Processo di valutazione

La valutazione e la quantificazione delle dinamiche territoriali si avvalgono dell’utilizzo di una serie di indici di controllo che consentono in prima istanza di misurare il livello di organizzazione del sistema ambientale in esame e successivamente di verificare il disturbo indotto dalle previsioni di nuovi interventi antropici. I principali indici di controllo utilizzati sono il livello di bioenergia e la connettività. Il primo rappresenta la componente statica del sistema, ossia le risorse presenti nei settori; la connettività, invece, rappresenta la parte dinamica del sistema e stima la quantità di scambi funzionali possibili tra i settori tenendo conto del tipo di confine tra i settori stessi. I risultati di tale valutazione consentono di costruire, attraverso l’uso di un software GIS, un grafo planare, il cosiddetto Grafo Ecologico, per il sistema ambientale in esame. Dal punto di vista operativo i Sistemi GIS (Geographical Information Systems), che nascono con lo scopo di acquisire, elaborare e diffondere informazioni georeferenziate relative ad un territorio, rappresentano gli strumenti di supporto più idonei per lo studio del paesaggio grazie ai quali è possibile la gestione di una grossa mole di dati territoriali precisi ed aggiornati.

Applicazione al territorio del Parco regionale del Fiume Sarno

Per l’applicazione territoriale sono stati utilizzati il software ArcView e i fogli di calcolo elettronici di Microsoft Excel. La prima operazione è consistita nel caricare i temi (tutti in formato vettoriale .shp) in ArcView, creando una mappa dell’intero territorio oggetto di studio. I temi “caricati” contengono informazioni che riguardano la destinazione d’uso del suolo, la presenza di infrastrutture di collegamento viario (specialmente ferrovie, autostrade,  strade statali e provinciali), di aree appartenenti alla rete Natura 2000 (ZPS, SIC), di parchi nazionali, nonché il sistema di corsi d’acqua presenti (naturali e artificiali) e la suddivisione amministrativa dei vari territori comunali. Tutti questi file, inseriti in ArcView, ci consentono di creare la mappa di partenza (fig. 4).

Fig. 4 Mappa di partenza (Fonte: elaborato dall’autrice)

Fig. 4 Mappa di partenza (Fonte: elaborato dall’autrice)

 

La fase successiva è consistita nell’assegnazione delle classi di biopotenzialità a ciascuna delle tipologie di uso del suolo (o ecòtopi), prendendo come riferimento i valori elaborati da Vittorio Ingegnoli nel 1993 (Ingegnoli V., Fondamenti di ecologia del paesaggio, Cittàstudi Edizioni, Milano 1993) e riportati nella tabella seguente:

Classi Tipologia dell’ecòtopo BTC [Mcal/m3/a]
A(bassa) Prevalenza di sistemi con sussidio di energia (industrie, infrastrutture, edificato, aree nude, affioramenti rocciosi 0
B(md-bassa) Prevalenza di sistemi agricoli-tecnologici o ecòtopi degradati (seminativi, edificato sparso, incolti erbacei, corridoi fluviali) 1,5
C(media) Prevalenza di sistemi agricoli seminaturali (seminativi erborati, frutteti, vigneti, siepi) a media resistenza 2,5
D(md-alta) Prevalenza di ecòtopi naturali (arbusteti, vegetazione pioniera, filari, pioppeti, rimboschimenti e arboricoltura, verde urbano) 3,5
E(alta) Prevalenza di ecòtopi naturali senza sussidio di energia (boschi cedui, boschi del piano basale e submontale, zone umide) 5

Allo shapefile “land_use” si è aggiunto un nuovo campo (chiamato “Btc_classi”), all’interno del quale ad ogni riga sono state assegnate le varie classi di biopotenzialità.

Fig. 5 Rappresentazione territoriale della btc (Fonte: elaborato dall’autrice)

Fig. 5 Rappresentazione territoriale della btc (Fonte: elaborato dall’autrice)

 

In questo modo si è potuta realizzare una prima rappresentazione grafica del territorio considerato (fig. 5), in base alla biopotenzialità, attribuendo una specifica colorazione a ogni classe (dal grigio delle aree a bassa biopotenzialità, al verde chiaro per quelle a media fino al verde scuro per quelle ad alta biopotenzialità). Si noti che la maggior parte del territorio esaminato è caratterizzato dal colore giallo, indice di una biopotenzialità media data dalla presenza diffusa di seminativi, frutteti ed agrumeti. Il sistema ambientale in esame è caratterizzato, da un lato, dalla presenza di un interessante sistema fluviale e di un territorio limitrofo di discreto valore ecologico, dall’altro lato da una rete urbanizzata a “macchie” e un articolato sistema infrastrutturale rappresentato dalla presenza di linee ferroviarie, di strade provinciali e statali e di due linee autostradali (A3 e A30). Un sistema quindi in cui la rete antropica, formata da insediamenti e infrastrutture di collegamento, può essere assimilata ad una matrice paesistica che isola parti di paesaggio naturale, interpretabili come unità di paesaggio (settori), ognuna formata da singoli ecotòpi, naturali o seminaturali, dotate di specifiche caratteristiche. Il territorio considerato è stato quindi suddiviso in 17 settori (fig. 6), unità ambientali caratterizzate al loro interno da diverse tipologie d’uso del suolo, delimitate da elementi lineari che possono essere di origine antropica o naturale a permeabilità variabile. Ognuna delle 17 unità individuate, è in grado di produrre, grazie ai processi biologici che si producono all’interno degli ecotòpi,  una diversa quantità di bioenergia (Mcal/anno), che non è data dalla semplice energia sviluppata dalla tessera dell’ecomosaico, cioè la biopotenzialità, ma tiene conto anche della specificità ecologica dell’unità presa in esame.

Fig. 6 Definizione settori (Fonte: elaborato dall’autrice)

Fig. 6 Definizione settori (Fonte: elaborato dall’autrice)

 

Essa rappresenta la capacità di un sistema di “reagire” a eventuali disturbi mantenendo o recuperando la propria uniformità. Raggiungere una soglia di bioenergia significa cambiare il tipo di paesaggio in atto, che tende ad essere rimpiazzato da uno nuovo. Nella rappresentazione del grafo il valore della bioenergia del settore viene rappresentata da un centroide il cui diametro è uguale al suo stesso valore, quindi ogni settore del sistema sarà caratterizzato da un nodo capace di scambiare energia con le altre unità. Lo scambio di energia avrà diverse intensità a seconda delle risorse bioenergetiche proprie del settore e dalla presenza di barriere antropiche o morfologiche che ostacolano lo scambio di energia incidendo sulla permeabilità delle connessioni. Quindi ogni settore può essere connesso agli altri con dei legami che possono essere rappresentati da archi il cui spessore dipende dal maggior o minore passaggio di flusso di energia scambiata. La connessione tra i diversi settori si stabilisce con il calcolo dell’indice di connettività. Verrà ora riportata la procedura seguita per calcolare il valore di bioenergia e quello dei flussi tra le unità.

Valori di bioenergia dei settori
Il valore di bioenergia delle unità di paesaggio è espresso dalla relazione:

BEj = (BTCmedia *Area)j *(1+k) = Bj * (1+k)

dove:

  • Bj (biopotenzialità territoriale) rappresenta la capacità che un sistema ha di mantenersi in un determinato equilibrio biologico. Tale valore è dato come media ponderale delle superfici delle singole tessere dell’ ecotessuto (diversi usi del suolo) per il loro specifico indice di BTC, i cui valori sono tabellati.
  • k è un indicatore strutturale di tipo sintetico, di fatto suddiviso in tre parametri: kF, kP, kD, che rappresentano rispettivamente il coefficiente di forma, quello di permeabilità e quello di biodiversità (o di Shannon).

Si è quindi proceduto calcolando kF, kP, kD per ognuno dei diciassette settori individuati.

  • kF è stato calcolato attraverso la formula kF = 1- (PCj / Pj), nella quale PCj rappresenta il perimetro del cerchio, espresso in metri, avente area pari a quella del settore j, mentre Pj, è il perimetro, espresso in metri, del settore j. Di seguito la tabella utilizzata per calcolare kF.

 

Settore Area (mq) Pj PCj kF
1 5675344,00 24653,00 8442,89 0,66
2 4332957,00 19100,00 7377,12 0,61
3 4266517,00 21037,00 7320,35 0,65
4 8103499,00 18438,00 10088,60 0,45
5 5677769,00 13008,00 8444,69 0,35
6 44352254,00 30313,00 23602,21 0,22
7 19653893,00 21608,00 15711,55 0,27
8 13756594,00 19779,00 13144,69 0,34
9 8086656,00 14326,00 10078,11 0,30
10 3635141,00 12495,00 6757,02 0,46
11 4336462,00 21529,00 7380,11 0,66
12 874025,00 7127,00 3313,27 0,54
13 13566140,00 22142,00 13053,38 0,41
14 19331177,00 26789,00 15582,03 0,42
15 1823823,00 6293,00 4786,15 0,24
16 4945353,00 10032,00 7881,22 0,21
17 4414148,00 12829,00 7445,92 0,42

 

  • Per calcolare kP si è invece utilizzata la formula:

kF = [Σ (Lij * p)] / Pj

nella quale il numeratore viene calcolato facendo la sommatoria della lunghezza delle barriere che separano il settore dagli altri per il coefficiente di permeabilità p di ogni elemento delle barriere. Vengono di seguito riportati i dati riferiti al calcolo nei settori oggetto di studio.

Settore Pj Σ(Lij*p) kP
1 24653,00 3852,40 0,16
2 19100,00 3154,40 0,17
3 21037,00 2857,20 0,14
4 18438,00 4436,20 0,24
5 13008,00 3416,60 0,26
6 30313,00 4686,30 0,15
7 21608,00 6882,00 0,32
8 19779,00 13814,50 0,70
9 14326,00 4828,10 0,34
10 12495,00 2766,60 0,22
11 21529,00 7648,30 0,36
12 7127,00 2250,30 0,32
13 22142,00 11679,00 0,53
14 26789,00 8490,80 0,32
15 6293,00 1440,60 0,23
16 10032,00 243,10 0,02
17 12829,00 333,80 0,03

Per attribuire il coefficiente di permeabilità p si è tenuto conto degli elementi presenti lungo la barriera, pesando i valori sulla base della diversa permeabilità. Nella tabella seguente (Fabbri P. (a cura di), Paesaggio, Pianificazione, Sostenibilità, Alinea Editrice, Firenze 2003) sono riportati i coefficienti di permeabilità che sono stati attribuiti ai diversi confini lineari.

Tipologia di barriera Coefficiente di permeabilità p
Autostrade 0,1
Strade statali o provinciali 0,2
Strade comunali 0,5
Ferrovie 0,5
Canali irrigui 0,8
Fiumi naturali 1
Confini amministrativi senza barriera naturali o antropiche 1

 

  • kD è stato calcolato:

 

Immagine7qq

dove al numeratore vengono calcolati il numero di elementi con btc=0 diviso per il numero totale di elementi presenti in ogni settore per il logaritmo dello stesso rapporto, sommato al medesimo rapporto per le altre classi di btc, quindi con btc pari a 1.5, 2.5, a 3.5 ed a 5. Al denominatore viene invece calcolato il logaritmo di 1 diviso il numero totale di classi di btc.

Settore (ni/n)* (ni/n)* (ni/n)* (ni/n)* (ni/n)* Σ(ni/n)*log(ni/n) log10(1/5) kD
log(ni/n)  log(ni/n) log(ni/n) log(ni/n) log(ni/n)
btc =0 btc =1,5 btc =2,5 btc =3,5 btc =5
1 -0,15 -0,16 -0,10 0,00 -0,15 -0,56 -0,70 0,80
2 -0,14 -0,11 -0,14 0,00 -0,11 -0,50 -0,70 0,72
3 -0,16 -0,11 -0,06 -0,13 -0,16 -0,62 -0,70 0,88
4 -0,16 -0,16 -0,15 0,00 -0,04 -0,51 -0,70 0,73
5 -0,08 -0,13 -0,15 -0,05 0,00 -0,40 -0,70 0,58
6 -0,12 -0,16 -0,13 -0,14 -0,14 -0,68 -0,70 0,98
7 -0,12 -0,16 -0,16 0,00 -0,03 -0,46 -0,70 0,66
8 -0,10 -0,09 -0,12 0,00 -0,02 -0,33 -0,70 0,48
9 -0,15 -0,16 -0,16 0,00 -0,05 -0,52 -0,70 0,74
10 -0,14 -0,14 -0,14 0,00 0,00 -0,43 -0,70 0,61
11 -0,16 -0,15 -0,15 0,00 -0,13 -0,59 -0,70 0,84
12 -0,14 -0,16 -0,16 0,00 0,00 -0,46 -0,70 0,65
13 -0,07 -0,09 -0,14 0,00 -0,01 -0,31 -0,70 0,45
14 -0,08 -0,10 -0,14 -0,01 -0,04 -0,37 -0,70 0,53
15 -0,15 0,00 -0,15 0,00 0,00 -0,30 -0,70 0,43
16 -0,14 0,00 -0,12 0,00 -0,16 -0,42 -0,70 0,59
17 -0,15 -0,16 -0,16 0,00 -0,07 -0,53 -0,70 0,76

Essendo quindi k = (kF + kP + kD)/3 i valori risultanti di k sono:

Settore kF kP kD k
1 0,66 0,16 0,80 0,54
2 0,61 0,17 0,72 0,50
3 0,65 0,14 0,88 0,56
4 0,45 0,24 0,73 0,47
5 0,35 0,26 0,58 0,40
6 0,22 0,15 0,98 0,45
7 0,27 0,32 0,66 0,42
8 0,34 0,70 0,48 0,50
9 0,30 0,34 0,74 0,46
10 0,46 0,22 0,61 0,43
11 0,66 0,36 0,84 0,62
12 0,54 0,32 0,65 0,50
13 0,41 0,53 0,45 0,46
14 0,42 0,32 0,53 0,42
15 0,24 0,23 0,43 0,30
16 0,21 0,02 0,59 0,28
17 0,42 0,03 0,76 0,40

Ottenuti i valori di k per ciascun settore è possibile utilizzare la formula della bioenergia ed ottenere il valore medio per ogni settore:

Settore area (mq) Bj k BEj BEjnorm.
1 5675344,00 11918222,40 0,54 18330584,96 0,11
2 4332957,00 5551601,16 0,50 8321800,87 0,05
3 4266517,00 11732921,75 0,56 18255253,16 0,11
4 8103499,00 10624587,58 0,47 15656462,03 0,10
5 5677769,00 9936095,75 0,40 13883254,19 0,09
6 44352254,00 111000505,96 0,45 161088989,12 1,00
7 19653893,00 33895844,45 0,42 48063559,22 0,30
8 13756594,00 20944027,94 0,50 31479929,49 0,20
9 8086656,00 13285220,57 0,46 19380712,82 0,12
10 3635141,00 6361496,75 0,43 9094041,09 0,06
11 4336462,00 7950180,33 0,62 12865975,32 0,08
12 874025,00 1398440,00 0,50 2100152,71 0,01
13 13566140,00 21980581,27 0,46 32125231,42 0,20
14 19331177,00 32570104,28 0,42 46315663,88 0,29
15 1823823,00 2279778,75 0,30 2962506,16 0,02
16 4945353,00 8830987,50 0,28 11278820,53 0,07
17 4414148,00 7479528,56 0,40 10490514,82 0,07

I valori di bioenergia dei settori, così ottenuti, sono stati normalizzati sulla base del valore maggiore, ovvero quello del settore 6, e ciò per facilitare la rappresentazione grafica dei nodi.

Livelli di connessione dei settori
Successivamente sono stati calcolati i flussi di bioenergia, utilizzando la formula:

Fij = [(BEi + BEj)/2] . [Lij/(Pi+Pj)] . p

a = (BEi + BEj)/2 b = (Lij . p)

Fij = (a . b)/(Pi+Pj)
dove:

  • BEi e BEj esprimono rispettivamente il valore energetico assoluto delle unità adiacenti i e j;
  • Pi + Pj è la somma dei perimetri delle unità adiacenti;
  • Lij rappresenta il perimetro di contatto tra le due unità adiacenti;
  • p è il coefficiente di permeabilità della barriera che separa le unità in esame e che assume valori compresi tra 0 (es. autostrada) e 1 (es. ecosistema fluviale).

Attraverso al calcolo delle lunghezze delle barriere e dei perimetri dei settori è stato possibile calcolare i flussi di bioenergia e quindi lo spessore degli archi del grafo territoriale. Anche in questo caso i valori dei flussi sono stati normalizzati sulla base del valore maggiore, ovvero quello del flusso tra il settore 8 e 13. Sono quindi stati determinati i flussi riportati nella tabella che segue.

Flussi a=(BEi+BEj)/2 Lij p b= Lij*p a*b Pi+Pj Valore dei legami Fij norm.
Fij=a*b/(Pi+Pj)
1-2 13326192,91 3930 0,2 786,00 10474387628,93 43753 239398,16 0,04
1-3 18292919,06 2002 0,2 400,40 7324484791,22 45690 160308,27 0,03
1-4 16993523,49 4960 0,2 992,00 16857575306,82 43091 391208,73 0,07
1-11 15598280,14 1674 1 1674,00 26111520948,84 46182 565404,72 0,11
 2-3 13288527,02 11842 0,2 2368,40 31472547383,85 40137 784128,05 0,15
3-4 16955857,60 442 0,2 88,40 1498897811,69 39475 37970,81 0,01
4-11 14261218,68 3144 1 3144,00 44837271517,34 39967 1121857,32 0,21
 4-5 14769858,11 2118 0,1 211,80 3128255948,43 31446 99480,25 0,02
5-17 12186884,50 3338 0,1 333,80 4067982047,47 25837 157447,93 0,03
5-12 7991703,45 202 1 202,00 1614324097,06 20135 80175,02 0,01
5-13 23004242,81 5338 0,5 2669,00 61398324052,98 35150 1746751,75 0,33
6-7 104576274,17 2990 0,1 299,00 31268305976,44 51921 602228,50 0,11
6-14 103702326,50 7423 0,1 742,30 76978236962,98 57102 1348083,03 0,25
7-14 47189611,55 3944 1 3944,00 186115827956,94 48397 3845606,71 0,72
7-8 39771744,35 2639 1 2639,00 104957633342,94 41387 2536004,86 0,47
8-14 38897796,69 665 1 665,00 25867034795,72 46568 555468,02 0,10
8-13 31802580,45 7068 1 7068,00 224780638647,48 41921 5362005,65 1,00
8-9 25430321,15 3143 1 3143,00 79927499381,59 34105 2343571,31 0,44
8-12 16790041,10 599 0,5 299,50 5028617308,61 26906 186895,76 0,03
9-10 14237376,95 2876 0,1 287,60 4094669612,02 26821 152666,55 0,03
9-12 10740432,76 2795 0,5 1397,50 15009754787,49 21453 699657,61 0,13
10-11 10980008,20 4958 0,5 2479,00 27219440336,90 34024 800007,06 0,15
11-12 7483064,01 3513 0,1 351,30 2628800387,89 28656 91736,47 0,02
13-14 39220447,65 1942 1 1942,00 76166109343,10 48931 1556602,34 0,29
14-15 24639085,02 2395 0,5 1197,50 29505304312,20 33082 891883,93 0,17
15-16 7120663,34 2431 0,1 243,10 1731033259,04 16325 106035,73 0,02

I valori così ottenuti di bioenergia e dei livelli di connessione dei settori sono stati inseriti nel software GIS, in due nuovi shapefiles: uno di tipo lineare e uno di tipo puntuale per la rappresentazione rispettivamente degli archi di connessione e dei nodi di scambio. Le immagini 7a e 7b raffigurano il grafo territoriale planare per il territorio esaminato.

Fig. 7a Grafo territoriale planare per il territorio esaminato

Fig. 7a Grafo territoriale planare per il territorio esaminato

 

 

Fig. 7b Grafo territoriale planare per il territorio esaminato

Fig. 7b Grafo territoriale planare per il territorio esaminato

 

Risultati della valutazione

Il valore complessivo di ogni singola unità è espresso tanto dal valore di bioenergia dell’unità stessa (risorse allocate), quanto dalla possibilità di scambio con le unità limitrofe. Questo valore è espresso dalla formula

VUPi = BEj (∑ Fij1+Fij2+..+Fijn) log N

Nella tabella seguente sono riportati i valori di VUP per ciascuna unità:

Settore Area (mq) BEj n. dei legami per nodo N logN Somma legami pesati per unità Fij1+Fij2+..+Fijn Valore complessivo delle singole unità
1 5675344,00 18330584,96 4 1,39 0,11 2692496,63
2 4332957,00 8321800,87 2 0,69 0,16 923945,21
3 4266517,00 18255253,16 3 1,10 0,17 3374068,76
4 8103499,00 15656462,03 4 1,39 0,27 5826936,27
5 5677769,00 13883254,19 4 1,39 0,39 7479747,74
6 44352254,00 161088989,12 2 0,69 0,36 40613277,44
7 19653893,00 48063559,22 3 1,10 1,30 68774493,35
8 13756594,00 31479929,49 5 1,61 2,05 103786074,19
9 8086656,00 19380712,82 3 1,10 0,60 12690522,35
10 3635141,00 9094041,09 2 0,69 0,18 1119951,57
11 4336462,00 12865975,32 4 1,39 0,42 7473637,85
12 874025,00 2100152,71 4 1,39 0,20 574718,94
13 13566140,00 32125231,42 3 1,10 1,62 57036129,67
14 19331177,00 46315663,88 5 1,61 1,53 113963009,75
15 1823823,00 2962506,16 2 0,69 0,19 382166,87
16 4945353,00 11278820,53 1 0,00 0,02 0,00
17 4414148,00 10490514,82 1 0,00 0,03 0,00

Questa valutazione fornisce una serie di indicazioni per orientare interventi di pianificazione/riqualificazione territoriale di tipo ecologicamente sostenibile. In particolare dall’analisi condotta emerge che:

  • i settori 14, 8, 7 e 13 rappresentano le porzioni territoriali di maggiore valore ecologico e quindi meritevoli di più attenzione, in quanto attraverso essi si sostiene maggiormente l’intero sistema ambientale. Si tratta infatti, di aree caratterizzate da buoni contenuti energetici e nelle quali sono presenti le connessioni più importanti, e quindi da salvaguardare (non co¬struendo strade o altre barriere che possono eliminarli o comunque comprometterli);
  • il settore 6, è sicuramente una parte del territorio sulla quale conviene puntare per mi¬gliorare il sistema. Si tratta infatti di un’area contraddistinta dal più alto valore di bioenergia e da un basso numero di legami (2) caratterizzati da flussi molto deboli. L’elevato valore energetico dell’unità è da attribuire alla consistente presenza di boschi di latifoglie e aree a pascolo naturale e praterie di alta quota. L’esistenza di flussi deboli dipende invece dalla presenza dell’autostrada A30 Caserta-Salerno che costituisce una barriera molto poco permeabile ai flussi. Per rafforzare tali scambi energetici potrebbe essere possibile realizzare opere quali ponti faunistici o ecodotti finalizzati a ricucire gli ecosistemi frammentati;
  • i settori 9 e 5 presentano un valore di bioenergia medio determinato da un uso del suolo caratterizzato dalla presenza prevalente di colture protette e frutteti. I modesti contenuti energetici sono poi accompagnati da flussi abbastanza deboli determinati dalla presenza della linea ferroviaria Napoli-Reggio Calabria e dell’asse autostradale A3. Anche queste aree rappresentano porzioni territoriali sulle quali converrebbe intervenire, attraverso opere di miglioramento ambientale (fasce di vegetazione naturale) tese ad aumentare il livello di stabilità complessiva del sistema.
  • i settori 12, 2 e 15 sono caratterizzati da bassi contenuti energetici, e da flussi molto deboli. In queste unità territoriali l’eventuale trasformazione da seminaturali ad artificiali e il rafforzamento delle connessioni è sicuramente auspicabile. Simili trasformazioni non provocherebbero danni dal punto di vista ecologico.
  • i settori 1, 11 e 2 riportano una valutazione complessiva medio- bassa. Si tratta di aree che presentano contenuti energetici scarsi per la presenza diffusa di ambienti urbanizzati e superfici artificiali.

Infine i risultati della valutazione delle diciassette unità di paesaggio individuate consentono di ottenere dati riepilogativi sul funzionamento dell’intero sistema ambientale preso in esame:

  • BTC media territoriale

BTCmedia = 1,8 Kcal*mq/anno

  • Bioenergia media territoriale BEmedia

BEmedia =ΣBEj /Atot = 2,77 Kcal*mq/anno

  • Connettività pesata che esprime in modo omogeneo il valore di connettività della rete

Cp = (Fp1+Fp2+…+Fpn)/Lgmax = 4,94/3(17-2) = 0,11

dove
Fpi è il valore ponderato dei legami rispetto al legame di valore maggiore trovato nella rete (Fmax).

Quindi:

Fpi = Fi /Fmax

Lgmax = 3(V-2)

V = numero dei nodi

  • Valore Complessivo del Sistema Ambientale (VSA) che tiene conto sia del valore medio di bioenergia quanto della connettività

VSA = BEmedia(1+Cp) = 2,77 *(1+0,11)=2,77*1,11= 3,07 kcal*mq/anno

Questi parametri possono essere confrontati con parametri analoghi calcolati sullo stesso sistema ambientale modificato, a seguito ad esempio degli indirizzi di un Piano di Bacino, in modo da individuarne il trend evolutivo.

Indici spaziali della frammentazione
Gli indici capaci di descrivere oggettivamente il frazionamento del territorio sono molti; tra questi meritano di essere citati gli indici di connessione e di circuitazione. Questi indicatori sono stati utilizzati per la prima volta da Forman e Godron (Forman R.T.T., Godron M., Landscape Ecology, John Wiley & Sons, New York 1986) per l’analisi dei corridoi e delle connessioni territoriali. Per applicare tali indici, si deve costruire preliminarmente, sulla base del mosaico territoriale in esame, il grafo planare attraverso cui evidenziare i legami esistenti fra le diverse macchie naturali e/o rinaturalizzate presenti e i corridoi che le collegano.

• Indice di connessione
L’indice di connessione stima la quantità di scambi funzionali possibili in un paesaggio sulla base del numero di nodi e dei legami presenti nella rete costituita dagli elementi del grafo (macchie e corridoi). L’indice viene indicato con il simbolo γ, ed è dato dal rapporto tra il numero dei legami (corridoi) realmente esistenti tra i vari nodi (macchie) della rete e il numero massimo dei legami possibili all’interno di tale grafo.
γ=  Lg/ Lgmax = Lg/ 3(V-2)

dove:

Lg = numero di legami esistenti

V = numero dei nodi

In un intervallo tra 0 e 1, tanto più alto è il valore di γ, tanto più in “equilibrio” risulta il paesaggio per determinate specie animali e vegetali. Nel caso del Grafo ecologico planare costruito per il territorio appartenente al Bacino del fiume Sarno si ha:

γ = Lg/ Lgmax = Lg/ 3(V-2) =  26/ 3(17-2)= 0,58

cioè la connettività è del 58%.

• Indice di circuitazione
Viene indicato con il simbolo α ed è dato dal rapporto tra circuiti indipendenti realmente esistenti in un territorio ed il massimo dei circuiti possibili. È dato da:

α = (Lg-V+2)/Cmax = (Lg-V+2)/(2V-5)

dove:

Lg = numero di legami

V = numero dei vertici

Cmax = numero massimo di circuiti
Per α=0 siamo in presenza di una rete senza circuiti, per α=1 siamo in presenza di una rete con il massimo numero di circuiti possibili. In quest’ultimo caso il paesaggio risulta “stabile” per determinate specie animali e vegetali. Si precisa che con il termine “stabile” si vuole sottolineare il fatto che le connessioni ambientali presenti assicurano passaggi costanti e durevoli che permettono un regolare svolgimento delle relazioni tra le popolazioni. Nel caso del Grafo ecologico planare costruito per il territorio appartenente al Bacino del fiume Sarno si ha:

α = (Lg-V+2)/(2V-5) = (26-17+2)/(2*17-5) = 0.46

cioè l’efficienza della rete è pari al 46%; ciò significa quindi che le connessioni ambientali presenti non assicurano passaggi continui in grado di consentire un normale svolgimento delle relazioni tra le specie.

 

L’ANALISI ECOLOGICA

Individuata e quantificata la frammentazione territoriale attraverso gli indici spaziali, occorre, al fine di completare la fase di analisi, raccogliere le diverse informazioni relative al sistema ambientale analizzato per definire e valutare la struttura ecologica di partenza. A tale scopo i dati relativi al territorio analizzato vengono raccolti e uniformati attraverso una valutazione di qualità ecologica in grado di delineare la struttura ecologica di partenza e fornire il “valore ecologico” dei singoli settori. Quest’ultimo viene costruito tenendo conto degli indici ecologici applicati e degli aspetti che riguardano la struttura e le funzioni intrinseche dei settori e il loro rapporto con il mosaico ambientale. Al fine di valutare da un punto di vista ecologico il territorio in esame, ogni settore (si utilizza la stessa suddivisione territoriale in n. 17 settori impiegata nell’analisi ecosistemica) è stato valutato secondo 13 parametri attribuendo ad ognuno un punteggio compreso tra 0 e 1; ciascuna zona è stata giudicata per ogni attributo non in modo assoluto ma in relazione alle altre zone, in modo che il punteggio massimo sia stato attribuito alla zona che, rispetto alle altre, ha le condizioni migliori in quel parametro. Il giudizio, quindi, non rappresenta un valore assoluto di qualità dei settori, bensì un valore riferito alle precise condizioni in cui versa la particolare realtà territoriale studiata.

I parametri utilizzati sono:

  1. uso del suolo prevalente;
  2. coerenza funzionale degli elementi;
  3. interesse naturalistico in base all’utilizzo prevalente,
  4. stato di salute della tessera;
  5. stato dei settori circostanti;
  6. posizione del settore all’interno dell’ecotessuto;
  7. qualità delle acque dell’ambito;
  8. qualità delle sponde dell’ambito;
  9. presenza di grosse barriere artificiali;
  10. diversità specifica avifaunistica;
  11. diversità specifica ittica;
  12. ruolo nella rete ecologica;
  13. presenza di elementi rari.

I parametri sono stati messi a sistema in una matrice attraverso cui si sono ottenuti punteggi che hanno permesso di attribuire ad ogni settore un valore a cui corrisponde una classe di qualità ambientale. I risultati di questa valutazione, insieme a quelli derivanti dall’analisi ecosistemica (modello del grafo quali-quantitativo) completano l’analisi iniziale indicando gli elementi e le relazioni di cui tener conto nella successiva fase progettuale della rete ecologica territoriale.

Attribuzione dei punteggi per ciascun parametro

Uso suolo prevalente

Attraverso il software GIS si è proceduto alla lettura dello strato informativo relativo all’uso del suolo e si è attribuito ad ogni settore il valore corrispondente all’uso prevalente, classificando le aree in:

Uso prevalente

Punteggio
aree con attività stressanti per l’ambiente, quali discariche, depositi di rifiuti, aree di cava non recuperate 0
aree degradate, marginali ed in stato di “abbandono amministrativo”, occupate da attività non regolamentate quali orti abusivi, demolitori, campi nomadi e simili 0.3
aree a indirizzo agricolo 0.5
parchi e aree verdi cittadine, con limitate valenze ecologiche 0.7
aree di interesse naturalistico 1

Per il settore 1 l’uso prevalente è ambiente urbanizzato e superfici artificiali quindi il valore attribuito è 0.3. Per il settore 2 l’uso prevalente è boschi di latifoglie quindi il valore attribuito è 1. Per il settore 3 l’uso prevalente è boschi di latifoglie e conifere quindi il valore attribuito è 1. Per il settore 4 l’uso prevalente è seminativi quindi il valore attribuito è 0.5. Per il settore 5 l’uso prevalente è seminativi e colture protette-orticole e frutticole quindi il valore attribuito è 0.5. Per il settore 6 l’uso prevalente è seminativi e frutteti quindi il valore attribuito è 0.5. Per il settore 7 l’uso prevalente è seminativi e frutteti quindi il valore attribuito è 0.5. Per il settore 8 l’uso prevalente è seminativi quindi il valore attribuito è 0.5. Per il settore 9 l’uso prevalente è ambiente urbanizzato e superfici artificiali quindi il valore attribuito è 0.3. Per il settore 10 l’uso prevalente è ambiente urbanizzato e superfici artificiali quindi il valore attribuito è 0.3. Per il settore 11 l’uso prevalente è ambiente urbanizzato e superfici artificiali quindi il valore attribuito è 0.3. Per il settore 12 l’uso prevalente è seminativi quindi il valore attribuito è 0.5. Per il settore 13 l’uso prevalente è seminativi quindi il valore attribuito è 0.5. Per il settore 14 l’uso prevalente è seminativi e frutteti quindi il valore attribuito è 0.5. Per il settore 15 l’uso prevalente è ambiente urbanizzato e superfici artificiali quindi il valore attribuito è 0.3. Per il settore 16 l’uso prevalente è boschi di latifoglie quindi il valore attribuito è 1. Per il settore 17 l’uso prevalente è seminativi e frutteti quindi il valore attribuito è 0.5. L’immagine che segue mostra la graficizzazione territoriale per questo parametro.

uso suolo prevalente

 

Coerenza funzionale degli elementi componenti

E’ stata valutata la caratterizzazione funzionale del settore in base agli elementi che lo compongono e alla loro attitudine funzionale: troppe funzioni di diverso tipo all’interno di un unico ambito, possono portare ad una dissipazione di energia e materiali e ad un’eccessiva frammentazione interna. Il punteggio è stato così ripartito:

Distribuzione funzionale

Punteggio
Presenza di un’unica funzione prevalente 1
Presenza di più funzioni dominanti 0.5
Eterogeneità elevata degli elementi componenti 0

Nei settori 1, 10, 11 e 15 c’è la presenza di un’unica funzione prevalente che è ambiente urbanizzato e superfici artificiali, quindi il valore attribuito è 1. Nei settori 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9, 12, 13, 14, 16 e 17 c’è la presenza di più funzioni dominanti quindi il valore attribuito è 0.5. L’immagine che segue mostra la graficizzazione territoriale per questo parametro.

coerenza funzionale

 

Interesse naturalistico del settore in base all’utilizzo prevalente

Le aree sono state classificate a seconda della loro valenza ecologica:

Grado di interesse

Punteggio
interesse rilevante, prevalenza di aree naturali relativamente disturbate 1
interesse medio, presenza di aree naturali frequentate dall’uomo (parchi cittadini) 0.6
interesse potenziale, presenza di vegetazione spontanea formatasi in zone degradate ed abbandonate 0.5
interesse di tipo agricolo 0.2
interesse scarso o nullo 0

Nei settori 1, 4, 5, 7, 8, 9, 10, 11, 12, 13, 14 e 15 c’è la presenza di aree naturali di interesse di tipo agricolo (colture protette, seminativi, frutteti, agrumeti, oliveti) quindi il valore attribuito 0,2. Nei settori 2, 3, 6, 16 e 17 c’è la presenza di aree naturali di rilevante interesse naturalistico, relativamente disturbate: boschi di conifere, boschi di latifoglie e boschi misti. Il valore attribuito è quindi 1. L’immagine che segue mostra la graficizzazione territoriale per questo parametro.

interesse naturalistico

 

Stato di salute del settore

È stata valutata la presenza di attività contaminanti, pericolose o semplicemente degradanti l’ambito:

Attività contaminanti, pericolose o degradanti

Punteggio
aree senza particolari problemi di inquinamento 1
aree limitrofe ad aree critiche 0.7
aree degradate 0.35
aree contaminate (discariche e depositi di rifiuti) 0

I siti contaminati sono quelle aree nelle quali, a causa di attività antropiche pregresse o in atto, si è determinato un’ inquinamento delle matrici ambientali. In particolare un sito è definito potenzialmente contaminato quando nelle matrici ambientali “suolo” e/o “acque sotterranee”, viene accertato il superamento di uno o più valori di concentrazione soglia di contaminazione (CSC) definiti nelle tabelle 1 e 2 dell’allegato 5 alla parte IV Titolo V del D.Lgs. n.152/2006, in attesa di espletare le operazioni di caratterizzazione e di analisi di rischio sanitario e ambientale sito specifica, che permettano di determinarne lo stato o meno di contaminazione tramite il calcolo delle concentrazioni soglia di rischio (CSR). Un sito è definito invece contaminato quando, a valle della esecuzione del piano di caratterizzazione, viene verificato il superamento, nelle matrici ambientali del sito, delle concentrazioni soglia di rischio (CSR), calcolate attraverso l’applicazione della procedura di analisi di rischio sanitario- ambientale sito specifica, di cui all’Allegato 1 alla parte IV Titolo V del D.Lgs. 152/2006. La situazione dei siti contaminati e potenzialmente contaminati presenti in Regione Campania è descritta nel Piano Regionale di Bonifica adottato definitivamente con Delibera di G.R. n. 129 del 27/05/2013, pubblicata sul BURC n. 30 del 05/06/2013, in attesa di approvazione da parte del Consiglio Regionale  ai sensi della L.R. n. 4/2007 e smi. Molti dei siti contaminati e potenzialmente contaminati censiti nel Piano Regionale di Bonifica ricadono all’interno dei Siti di interesse nazionale (SIN). I SIN sono le aree individuate secondo i criteri di cui all’art.252 del D.Lgs.152/06. A seguito dell’entrata in vigore del D.M. 11/01/2013, in Regione Campania sono Siti di interesse nazionale il SIN di Napoli Orientale ed il SIN Napoli-Bagnoli Coroglio. Sono quindi stati esclusi dall’elenco dei SIN il Litorale Domitio Flegreo ed Agro Aversano, il Bacino Idrografico del Fiume Sarno, le Aree del Litorale Vesuviano e Pianura (http://www.arpacampania.it/siti-contaminati) Per l’area in esame quindi si evidenziano solo i seguenti siti potenzialmente inquinati, individuati nel Piano Regionale di Bonifica:

Comuni Località Tipologia
Torre Annunziata (NA) Trenitalia Sq Rialzo Industriale
Torre Annunziata (NA) Metal Meccanica SRL Attività di gestione rifiuti
Torre Annunziata (NA) Vista Carmine Attività di gestione rifiuti
Torre Annunziata (NA) Tirreno Carburanti P.V. Esso Punto Vendita Carburante
Torre Annunziata (NA) Finsider- Cibi Montubi Industriale
Torre Annunziata (NA) De Simone Maria Attività di gestione rifiuti
Torre Annunziata (NA) Metecno Industrie Industriale
Torre Annunziata (NA) Calcestruzzi Capuano Attività di gestione rifiuti
Torre Annunziata (NA) Dalmine Sud Industriale
Torre Annunziata (NA) Area ASI Attività produttiva
Torre Annunziata (NA) Ex Sipref (attività cessata) altro
Torre Annunziata (NA) Ex Comed-Sipref (attività cessata) altro
Torre Annunziata (NA) Ex Lavanderia Militare altro
Torre Annunziata (NA) Ex deposito Cash and Carry (attività cessata) altro
Torre Annunziata (NA) Ex macello (attività cessata) altro
Torre Annunziata (NA) Coltivazioni Mitili Damiano (attività cessata) altro
Torre Annunziata (NA) Novartis Ex Ciba Geigy Industriale
Torre Annunziata (NA) Ilva Industriale
Torre Annunziata (NA) Area Ex Deriver Zona Demaniale Area produttiva
Striano (NA) Perilcar sas Autodemolitore
Striano (NA) D.S. Angioina Est Autostrade
Pompei (NA) Loc. Via Civita Giuliana Abbandono di rifiuti al suolo
Pompei (NA) Meridionale G.P.L. S.r.l. Industriale
Pompei (NA) Casciello Michele Attività di gestione rifiuti
Pompei (NA) Piedepalumbo Pasquale Attività di gestione rifiuti
Pompei (NA) Esso Italiana Punto vendita carburante
Pompei (NA) Deposito ACI 116 altro
Pompei (NA) Loc. Via Casone Angolo Via Fontanelle Abbandono di rifiuti al suolo
Pompei (NA) Loc. Via Casone Angolo Via Fontanelle Abbandono di rifiuti al suolo
Pompei (NA) Loc. Via Civita Giuliana Abbandono di rifiuti al suolo
Poggiomarino (NA) Loc. Via Siscara Sito di stoccaggio provvisorio
Poggiomarino (NA) Napoletana Calor S.r.l. Industriale
Castellammare di Stabia (NA) napoletanagas ex gasometro Attività produttiva
Castellammare di Stabia (NA) Avis s.p.a altro
Castellammare di Stabia (NA) Arium (attività cessata) altro
Castellammare di Stabia (NA) Ex officine Giusso (attività cessata) Industriale

Castellammare di Stabia (NA)

Deposito Marchese Andrea (attività cessata) -amianto altro
Castellammare di Stabia (NA) Silos Casillo (attività cessata) altro
Castellammare di Stabia (NA) Italgrani Molini di Stabia (attività cessata) – amianto altro
Castellammare di Stabia (NA) Aprea mare Industriale
Castellammare di Stabia (NA) Centro hobby self service v.m. & figli Commerciale
Castellammare di Stabia (NA) Gaeta Mario Autodemolitore
Castellammare di Stabia (NA) Fabbrica Cirio (attività cessata) – amianto Industriale
Castellammare di Stabia (NA) Nuova Daunia (attività cessata) – amianto

Attività produttiva

Castellammare di Stabia (NA) Ex colonia ferrovieri (attività cessata) – amianto Attività produttiva
Castellammare di Stabia (NA) Aranciata Faito (attività cessata) – amianto Industriale
Castellammare di Stabia (NA) Loc. Arenile Lungomare (Cantieri) Abbandono di rifiuti al suolo
Castellammare di Stabia (NA) Staff (attività cessata) Commerciale
Castellammare di Stabia (NA) Cannavale Giovanni Battista SAS Attività di gestione rifiuti
Castellammare di Stabia (NA) Ex Conceria Audisio Industriale
Castellammare di Stabia (NA) Della Monica Ciro e Figli snc Attività di gestione rifiuti
Castellammare di Stabia (NA) Esso Italia Attività produttiva
Castellammare di Stabia (NA) Esso Italia Attività produttiva
Castellammare di Stabia (NA) Amita Vincenzo Attività di gestione rifiuti
Castellammare di Stabia (NA) Loc. Via Calcarella Abbandono di rifiuti al suolo
Castellammare di Stabia (NA) Stabia gas Industriale
Angri (SA) Manufatti Erede D’Antuono Giuseppe Attività di gestione rifiuti
Angri (SA) Loc. Casalanario Abbandono di rifiuti al suolo
Angri (SA) Pompiean Gas Sas Industriale
Angri (SA) E.S.A. Impianto di trattamento reflui
Angri (SA) Cipp Sud S.n.c. Attività di gestione rifiuti
Angri (SA) Agro ecologia S.r.l. Attività di gestione rifiuti
Angri (SA) Plastica Sud S.r.l. Attività di gestione rifiuti
Angri (SA) Campania Plastica S.r.l. Attività di gestione rifiuti
Nocera Inferiore (SA) Califano Costruzioni S.r.l. Attività di gestione rifiuti
Nocera Inferiore (SA) Milione Umberto Autodemolitore
Nocera Inferiore (SA) Tortora Vittorio Impianto di trattamento rifiuti
Nocera Inferiore (SA) Agotech S.r.l. Attività di gestione rifiuti
Nocera Inferiore (SA) Beton Cave S.r.l. Attività di gestione rifiuti
Nocera Inferiore (SA) Novocips Attività di gestione rifiuti
Nocera Inferiore (SA) Merot Attività di gestione rifiuti
Nocera Inferiore (SA) Eco Sider S.r.l. Attività di gestione rifiuti
Nocera Inferiore (SA) Giordan Ferro Attività di gestione rifiuti
Nocera Inferiore (SA) Eco Centro Salerno S.r.l. Attività di gestione rifiuti
Nocera Inferiore (SA) Rossi Ciro Autodemolitore
Nocera Inferiore (SA) Fezza Orlando (ex Fabbricatore V.) Autodemolitore
Nocera Inferiore (SA) Fics S.r.l. Impianto di trattamento rifiuti
Nocera Inferiore (SA) Omodeo A. & Metalleghe S. S.p.a. Attività di gestione rifiuti
Nocera Inferiore (SA) Sib-A S.r.l. Attività di gestione rifiuti
Nocera Inferiore (SA) Vetroplastica Villani S.p.a. Attività di gestione rifiuti
San Marzano sul Sarno (SA) Loc. Via U. Foscolo Sito di stoccaggio provvisorio
San Marzano sul Sarno (SA) P.V. Tamoil Petroli Punto Vendita Carburante
San Valentino Torio (SA) Frigenti Francesco Autodemolitore
San Valentino Torio (SA) Ver. Car. Sas Autodemolitore
San Valentino Torio (SA) Impexpo S.n.c. Attività di gestione rifiuti
Sarno (SA) Loc. cappella di Siano Discarica autorizzata
Sarno (SA) Siano Francesco Autodemolitore
Sarno (SA) Co.Ri.Go. S.a.s. Attività di gestione rifiuti
Sarno (SA) Ecoplast Attività di gestione rifiuti
Sarno (SA) R.P.N. S.r.l. Attività di gestione rifiuti
Scafati (SA) Loc. Via G.B. Casciello Sito di stoccaggio provvisorio
Scafati (SA) S.E.A. S.r.l. Attività di gestione rifiuti
Scafati (SA) Italforme S.r.l. Attività di gestione rifiuti
Scafati (SA) Loc. Via Zara Abbandono di rifiuti al suolo
Scafati (SA) Eredi Squitieri Attività di gestione rifiuti
Scafati (SA) P.V.C. Q8 Industriale

Sulla base di questi dati, i settori 1, 2, 3, 4, 5, 8, 9, 12, 13 e 17 sono considerate aree contaminate e quindi il punteggio attribuito è  0; i settori 6, 7, 14, 15 e 16 sono considerate aree limitrofe ad aree critiche e dunque il punteggio attribuito è 0,7: infine i settori 10 e 11 sono considerate zone degradate e il punteggio ad essi attribuito è 0,35. L’immagine che segue mostra la graficizzazione territoriale per questo parametro.

 

stato di salute della tessera

 

 

Stato dei subambiti circostanti

E’ stata valutata la posizione della zona in relazione alle condizioni di maggiore o minore artificializzazione del contesto in cui è inserita:

Condizione di artificializzazione del contesto

Punteggio
densamente edificato 0
degradato 0.1
agricolo 0.5
agricolo a gestione naturalistica 0.65
presenza di biotopi paranaturali 0.8
presenza di biotopi naturali 1

 

I settori 1, 10, 11 e 15 si trovano in contesti densamente edificati: il valore attribuito è quindi 0. I settori 4, 5, 7, 8, 9, 12, 13 e 14 si trovano in contesti agricoli: il valore attribuito è quindi 0,5. I settori 2, 3, 6, 16 e 17 si trovano in contesti in cui sono presenti biotopi naturali quali boschi, aree umide e praterie: il valore attribuito è quindi 1. L’immagine che segue mostra la graficizzazione territoriale per questo parametro.

stato dei settori circostanti

Posizione dell’ambito all’interno dell’ecotessuto

E’ stato valutato il ruolo ecologico dell’ambito all’interno dell’ecotessuto in base alla posizione rispetto ad altri ambiti funzionalmente legati a quello considerato. Il fiume viene considerato l’elemento più importante dell’ecotessuto, in quanto base fondamentale per la costruzione della rete ecologica. L’area, dunque può risultare connessa al fiume o ad altre aree di interesse naturalistico oppure, nella peggiore delle ipotesi, può risultare isolata tra aree antropiche:

Posizione del settore rispetto all’ecotessuto Punteggio
prospiciente al fiume 1
connessa al fiume 0.8
connessa ad aree naturali 0.6
connessa a piccole isole di naturalità 0.4
connessa ad aree paranaturali 0.3
isolata tra aree fortemente antropiche 0

I settori 1, 4, 6, 7, 8, 11, 13 e 14 sono prospicienti il fiume Sarno: il valore attribuito è quindi 1. I settori 2, 3, 16 e 17 sono connessi ad aree naturali: il valore attribuito è quindi 0,6. Il settore 5 è connesso a piccole isole di naturalità: il valore attribuito è quindi 0,4. I settori 9, 12 e 15 sono connessi ad aree paranaturali: il valore attribuito è quindi 0,3. Il settore 10 è isolato tra aree fortemente antropizzate: il valore attribuito è quindi 0. L’immagine che segue mostra la graficizzazione territoriale per questo parametro.

posizione nell'ecotessuto

Qualità delle acque dell’ambito

A partire dalla classificazione delle acque secondo il metodo IBE[1], si è attribuito un punteggio alle aree in base alle caratteristiche delle acque dell’ambito in cui sono inserite:

classe IBE

Punteggio
Classe 1 1
Classe 2 0.8
Classe 3 0.5
Classe 4 0.2
Classe 5 0

Fin dall’avvio operativo, nell’autunno del 2001, della rete di monitoraggio dei Fiumi della Campania, l’ARPAC ha individuato n. 6 siti di monitoraggio della qualità delle acque lungo l’asta fluviale principale del Fiume Sarno, n.1 sito sull’Alveo Comune e n.1 sul Torrente Solofrana. Tali siti sono stati ubicati in modo da risultare rappresentativi dei tratti fluviali più significativi sia dal punto di vista idromorfologico che dal punto di vista dei potenziali carichi derivati dall’inquinamento diffuso e puntuale (T. Di Meo, Relazione sul monitoraggio delle acque superficiali del fiume Sarno, Direzione Tecnica ARPAC). Il monitoraggio condotto dall’A.R.P.A.C. ha indicato per i vari tratti del fiume Sarno uno Stato Ambientale “pessimo”. L’origine di tale criticità è da attribuirsi ai massicci carichi inquinanti di origine agricola, industriale e civile. La piana del fiume Sarno è caratterizzata da una intensa attività agricola dalla quale deriva un inquinamento determinato dai pesticidi, dai fitofarmaci e dai concimi chimici utilizzati nella pratica agricola. I carichi inquinanti di origine industriale sono veicolati all’interno del corso d’acqua principalmente da due tributari, la Cavaiola ed il Solofrana, entrambe fluenti attraverso agglomerati industriali. In particolare, il torrente Cavaiola attraversa un’area industriale con la presenza di mobilifici, ceramifici, industrie chimiche, mentre il Solofrana attraversa il polo conciario di Solofra. A tali scarichi vanno aggiunti gli scarichi delle industrie conserviere che sversano direttamente nell’alveo del Sarno. I carichi di origine civile derivano dalla mancata o comunque non efficace depurazione delle acque reflue di aree densamente popolate quali quelle dell’agro nocerino-sarnese, senza prendere in considerazione la presenza di scarichi in alveo abusivi. La cartografia che segue mostra le ubicazioni geografiche dei siti individuati per il monitoraggio delle acque superficiali del Fiume Sarno e dei Torrenti Solofrana e Alveo Comune.

Rete di monitoraggio bacino idrografico del Sarno (Fonte: T. Di Meo, Relazione sul monitoraggio delle acque superficiali del fiume Sarno, Direzione Tecnica ARPAC)

Rete di monitoraggio bacino idrografico del Sarno (Fonte: T. Di Meo, Relazione sul monitoraggio delle acque superficiali del fiume Sarno, Direzione Tecnica ARPAC)

I dati di monitoraggio dell’ARPAC relativi all’anno 2006 (Adamo N., Imperatrice M.L., Mainolfi P., Onorati G., Scala F. (a cura di ), Acqua – Il monitoraggio in Campania 2002-2006, ARPAC, Napoli 2007) sono riportati di seguito:

Codicestazione Corso d’acqua Prov. Comune Località Classe IBE
Sr1 Sarno NA Striano A monte confluenza Canale San Mauro 4/5
Sr2 Sarno SA San Marzano sul Sarno A monte confluenza Alveo Comune —–
Sr3 Sarno SA Scafati San Pietro 5
Sr4 Sarno SA Scafati Cartesar a valle confluenzaMariconda 5
Sr5 Sarno NA Castellammare diStabia Ponte via fondo dell’Orto 5
Sr6 Sarno NA Torre Annunziata Foce fiume —-
Sol Solofrana AV Montoro Superiore Ponte San Pietro 5
AC Alveo comune SA Nocera Inferiore Ponte a San Mauro —-

Per i settori 6, 7 e 14, attraversato dal tratto del fiume monitorato dalla stazione Sr1, il punteggio è 0,1 in quanto media tra 0 e 0,2 (classe IBE 4/5); per i rimanenti settori il punteggio è 0 in quanto la classe IBE, come evidenziato dalle stazioni di monitoraggio Sr3, Sr4, Sr5 e Sol, è 5. L’immagine che segue mostra la graficizzazione territoriale per questo parametro.

qualità acque

Qualità sponde dell’ambito

Si è attribuito un punteggio di qualità in base alle condizioni delle sponde:

 

condizioni sponde

Punteggio

sponde prossime allo stato naturale

1

sponde di potenziale interesse naturalistico 0.8
sponde erbose e scoscese con scarpate vegetate 0.6
argini verticali e/o sponde molto alterate 0.2
banchine in cemento 0.1
tratto tombato 0

Nel suo primo tratto (fino a San Marzano sul Sarno) il fiume Sarno scorre nel suo alveo naturale con sponde rialzate generalmente di qualche metro rispetto al piano campagna e che sono interessate da inerbimenti naturali. In questo tratto riceve la confluenza dei canali, di scolo e d’irrigazione, S. Mauro e Fosso Imperatore. Successivamente, dopo l’attraversamento della località Terze nel comune di Scafati, il corso del fiume ritorna a piano campagna convogliato in un alveo artificiale cementato incassato per tutto il suo percorso cittadino con sponde di circa 4 metri. Il corso del fiume fa ritorno nuovamente in un alveo naturale non cementato all’uscita dal centro abitato di Scafati, proseguendo in queste condizioni fino all’uscita dal territorio comunale in corrispondenza del Comune di Pompei (Stima del rischio di inondazione. Carta del reticolo idrografico con punti critici di esondazione. In http://www.rischioidrogeologico.it/reticolo.html). Il torrente Solofrana, lungo circa 20 km, è ormai quasi interamente artificiale ed è sostanzialmente alimentato dagli scarichi delle concerie di Solofra, da quelli del polo industriale di Mercato San Severino e Castel San Giorgio e dai reflui urbani dei paesi attraversati; il torrente Cavaiola è lungo circa 4 km è quasi interamente cementificato ed è anch’esso alimentato  dagli scarichi industriali e urbani. I settori 1, 4 e 11 sono attraversati da tratti del fiume Sarno con sponde molto alterate quindi il punteggio attribuito è 0,2. I settori 6, 7 e 14 sono attraversati da tratti del fiume Sarno con sponde di potenziale interesse naturalistico quindi il punteggio attribuito è 0,8. I settori 5, 8 e 13 sono attraversati da tratti del fiume Sarno con sponde cementificate quindi il punteggio attribuito è 0,1; il settore 15 è attraversato dal torrente Solofrana che presenta sponde completamente artificiali e quindi anche per questo settore il punteggio è 0,1. I settori 2-3-9-10-12-16 e 17 non sono attraversati direttamente dal fiume Sarno ma da torrenti affluenti che presentano condizioni delle sponde molto critiche quindi il punteggio attribuito è 0,2. L’immagine che segue mostra la graficizzazione territoriale per questo parametro.

qualità sponde

Presenza di grosse barriere artificiali (grandi infrastrutture)

È stata valutata la vicinanza a grandi infrastrutture che rappresentano barriere spesso insormontabili per la connessione ecologica tra le aree:

rapporto con barriere artificiali

Punteggio

adiacenza

0

vicinanza

0.5

relativa lontananza

1

I settori 1, 2 e 3 sono lontani dalle grandi infrastrutture quindi il valore attribuito è 1. I settori 4, 16 e 17 sono adiacenti all’autostrada A3 quindi il valore attribuito è 0. I settori 5, 9, 10, 11, 12 e 15 sono adiacenti all’autostrada A3 e all’asse ferroviario Napoli-Reggio Calabria quindi il valore attribuito è 0. I settori 6 e 7 sono adiacenti all’autostrada A30 e quindi il valore attribuito è 0. Il settore 8 è vicino all’autostrada A3 e all’asse ferroviario Napoli-Reggio Calabria quindi il valore attribuito è 0,5. Il settore 13 è adiacente all’asse ferroviario Napoli-Reggio Calabria quindi il valore attribuito è 0. Il settore 14 è adiacente all’autostrada A30 e all’asse ferroviario Napoli-Reggio Calabria quindi il valore attribuito è 0. L’immagine che segue mostra la graficizzazione territoriale per questo parametro.

barriere artificiali

 

 

Diversità specifica avifaunistica

È stata valutata la maggiore o minore frequentazione dell’area da parte dell’avifauna:

diversità avifauna

Punteggio

buona diversità specifica

1-0.9

media diversità specifica

0.7-0.6

bassa diversità specifica

0.4-0.3

nulla diversità specifica

0

La diversità specifica avifaunistica del territorio è strettamente correlata alle cattive condizioni ambientali in cui versa l’asta fluviale e il suo sistema spondale. I punteggi attribuiti per questo parametro sono 0,3 per il settori 1, 4, 5, 8, 11, 12 e 13; 0,6 per i settori 2, 3, 6, 7, 9, 10, 14, 15 16 e 17. L’immagine che segue mostra la graficizzazione territoriale per questo parametro.

diversità avifaunistica

 

Diversità specifica ittiofauna

È stato valutato il numero di specie presenti nei tratti fluviali:

diversità ittiofauna

Punteggio

buona diversità specifica

1

media diversità specifica

0.75

bassa diversità specifica

0.45

nulla diversità specifica

0

Diversi studi sul fiume Sarno hanno permesso di accertare lo stato di grave inquinamento in cui versa la quasi totalità del corso d’acqua con l’eccezione delle acque sorgentizie. Il Sarno compie un percorso di circa 24 Km. e attraversa un territorio comprendente 38 comuni,  perciò densamente popolato e con una forte presenza di industrie conciarie, conserviere e vetrarie. L’uso indiscriminato in agricoltura di fertilizzanti ed antiparassitari chimici (pesticidi, insetticidi, erbicidi, funghicidi), rappresenta nella valle del Sarno un considerevole fonte di inquinamento non solo delle acque superficiali del fiume, ma soprattutto delle falde. Tale situazione chiaramente si ripercuote sulla diversità specifica dell’ittiofauna che è molto bassa e in alcuni tratti nulla. I punteggi attribuiti per questo parametro sono 0 per il settori 1, 4, 5, 8, 11, 12 e 13; 0,45 per i settori 2, 3, 6, 7, 9, 10, 14, 15 16 e 17. L’immagine che segue mostra la graficizzazione territoriale per questo parametro.

diversità ittica

Ruolo nella rete ecologica

È stato valutato il ruolo che potenzialmente riveste ogni singolo ambito nella costruzione di una rete ecologica lungo l’asta fluviale:

ruolo nella rete ecologica

Punteggio
scarso 0
potenziale 0.3
stepping stone, cioè aree naturali poste in modo tale da costituire punti di appoggio per trasferimenti di organismi quando non esistano corridoi naturali continui 0.7
zone agricole che possono accogliere animali in transito o a caccia 0.5
corridoio tra le aree interne dell’ecotessuto 0.8
connessione con aree di grande interesse naturalistico 0.9
aree di produzione di naturalità, o comunque saldo punto di naturalità 1

In relazione a questo parametro, i settori 1, 4, 5, 7, 8, 11, 13 e 14 sono considerati ambiti di potenziale interesse per la costruzione della rete ecologica e quindi il punteggio attribuito è 0,3. Sono infatti settori attraversati direttamente dal fiume Sarno che, se opportunamente riqualificato,  potrebbe costituire il principale corridoio ecologico territoriale. I settori 2, 3, 6, 16 e 17 sono stati considerati come zone di connessione con aree di grande interesse naturalistico (boschi di conifere, boschi di latifoglie, etc.) e dunque il punteggio attribuito è 0,9. Ai settori 9, 10 e 12 viene attribuito il punteggio di 0,5 in quanto aree agricole potenzialmente in grado di accogliere animali in transito o in caccia. Infine il settore 15 è considerato una potenziale stepping stone cioè un punto di appoggio per il trasferimento di organismi e quindi il punteggio attribuito è 0,7. L’immagine che segue mostra la graficizzazione territoriale per questo parametro.

ruolo nella rete

Presenza relativa di elementi rari

Si è valutata la presenza di elementi naturali quali sponde naturali, siepi e filari, rii e laghi con vegetazione riparia, etc:

elementi rari

Punteggio
presenza rilevante rispetto alla superficie della tessera 1
media presenza 0.5
assenza 0

I punteggi attribuiti per questo parametro sono 0 per il settori 1, 4, 5, 8, 9, 10, 11, 12, 13 e 15; 0,5 per i settori 2, 3, 6, 7, 14, 16 e 17. L’immagine che segue mostra la graficizzazione territoriale per questo parametro.

elementi rari

Matrice di valutazione della qualità ecologica

I punteggi relativi a ciascun settore e per ciascun parametro di valutazione, sono stati inseriti all’interno di una matrice avente i settori come righe e i parametri di valutazione come colonne. I punteggi totali sono stati poi suddivisi in quattro classi di valori che hanno permesso di classificare gli ambiti definiti in precedenza (settori) secondo condizioni di qualità ecologica crescente:

punteggi da 0 a 4 qualità bassa D
punteggi da 4,1 a 7 qualità media C
punteggi da 7,1 a 10 qualità medio-alta B
punteggi da 10,1 a 13 qualità alta A

I dati riassuntivi sono sinteticamente raccolti nella tabella riportata di seguito. Attraverso l’analisi di qualità ecologica quindi è stato possibile suddividere l’area di studio in classi di qualità da cui sono emerse le aree di massimo, medio-alto, medio e basso interesse. I risultati di questa classificazione sono stati poi graficizzati nella figura 8

Parametri di valutazione SETTORI
1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17
uso del suolo prevalente 0,3 1 1 0,5 0,5 0,5 0,5 0,5 0,3 0,3 0,3 0,5 0,5 0,5 0,3 1 0,5
coerenza funzionale 1 0,5 0,5 0,5 0,5 0,5 0,5 0,5 0,5 1 1 0,5 0,5 0,5 1 0,5 0,5
interesse naturalistico 0,2 1 1 0,2 0,2 1 0,2 0,2 0,2 0,2 0,2 0,2 0,2 0,2 0,2 1 1
stato di salute della tessera 0 0 0 0 0 0,7 0,7 0 0 0,35 0,35 0 0,35 0,7 0,7 0,7 0
stato dei settori circostanti 0 1 1 0,5 0,5 1 0,5 0,5 0,5 0 0 0,5 0,5 0,5 0 1 1
posizione nell’ecotessuto 1 0,6 0,6 1 0,4 1 1 1 0,3 0 1 0,3 1 1 0,3 0,6 0,6
qualità acque 0 0 0 0 0 0,1 0,1 0 0 0 0 0 0 0,1 0 0 0
qualità sponde 0,2 0,2 0,2 0,2 0,1 0,8 0,8 0,1 0,2 0,2 0,2 0,2 0,1 0,8 0,1 0,2 0,2
barriere artificiali 1 1 1 0 0 0 0 0,5 0 0 0 0 0 0 0 0 0
diversità avifaunistica 0,3 0,6 0,6 0,3 0,3 0,6 0,6 0,3 0,6 0,6 0,3 0,3 0,3 0,6 0,6 0,6 0,6
diversità specifica ittica 0 0,45 0,45 0 0 0,45 0,45 0 0,45 0,45 0 0 0 0,45 0,45 0,45 0,45
ruolo nella rete ecologica 0,3 0,9 0,9 0,3 0,3 0,9 0,3 0,3 0,5 0,5 0,3 0,5 0,3 0,3 0,7 0,9 0,9
presenza di elementi rari 0 0,5 0,5 0 0 0,5 0,5 0 0 0 0 0 0 0,5 0 0,5 0,5
Tot punteggio 4,3 7,75 7,75 3,5 2,8 8,05 6,15 3,9 3,55 3,6 3,65 3 3,75 6,15 4,35 7,45 6,25

Classe di qualità ecologica

C B B D D B C D D D D D D C C B C

Fig. 8 Classificazione delle aree in base alla valutazione di qualità ecologica

Fig. 8 Classificazione delle aree in base alla valutazione di qualità ecologica

[1] IBE – Indice Biotico Esteso (in inglese EBI – Extended Biotic Index). Il principio su cui si fonda l’indice IBE è che un corso d’acqua può definirsi di buona qualità quando riesce a conservare le comunità di organismi che normalmente dovrebbero vivere in quell’ambiente. Esso determina un valore sintetico del grado di alterazione ambientale e, a volte, del tipo di inquinamento eventualmente presente nel corso d’acqua, analizzando in dettaglio i macroinvertebrati presenti in un specifico tratto di fiume. Questa analisi delle comunità di macroinvertebrati fornisce, attraverso un indice suddiviso in cinque classi di qualità, delle informazioni che, se opportunamente trasferite su di una base cartografica, consentono di ottenere una sorta di zonizzazione dell’asta fluviale in funzione del grado di alterazione esistente. Seguendo tale principio, l’indice biotico esteso “classifica la qualità di un fiume su di una scala che va da 12 (qualità ottimale) a 1 (massimo degrado). Per convenzione internazionale e per l’esigenza di rappresentare in modo efficace la qualità delle diverse tipologie fluviali, questa scala è stata suddivisa in cinque classi di qualità, ciascuna rappresentabile in cartografia con un colore:

  • valori di indice da 12 a 10 (I classe: non inquinato o assenza di evidenti effetti dell’inquinamento – colore azzurro);
  • 9-8 (II classe: presenza di effetti dell’inquinamento – colore verde);
  • 7-6 (III classe: inquinato-colore giallo);
  • 5-4 (IV classe: molto inquinato – colore arancione);
  • 3-2-1 (V classe: fortemente inquinato – colore rosso).

La scala cromatica rappresenta il grado progressivo di allontanamento del corso d’acqua dalla sua condizione ottimale (criterio di qualità). La fase di passaggio da un valore di indice a un altro o da una classe all’altra viene messa in evidenza mediante l’uso di valori intermedi rappresentati in cartografia con un tratteggio composto dai colori delle due classi.

 

 

 

COSTRUZIONE DELLA RETE ECOLOGICA TERRITORIALE

Criteri per la definizione e l’individuazione delle reti ecologiche

Dopo la fase analitica (ecosistemica ed ecologica), che ha consentito di identificare e quantificare la frammentazione territoriale, si procede alla costruzione della rete ecologica per il territorio in esame. Ciò significa individuare gli elementi territoriali che possono assumere il ruolo di aree nucleo della rete e le connessioni ecologiche più importanti. L’identificazione degli elementi della rete sul territorio è possibile attraverso l’applicazione di criteri di ordine paesaggistico/strutturale e di ordine biologico/funzionale. L’approccio paesaggistico/strutturale prevede l’individuazione sul territorio delle realtà ambientali che, per la loro conformazione strutturale e spaziale, possono appartenere alla rete ecologica potenziale. Tuttavia la connettività di un sistema risulta determinata, oltre che da parametri strutturali, anche da parametri di tipo biologico/funzionale che prendono in considerazione le differenze comportamentali delle diverse specie su un territorio. Ciò nonostante non è possibile ipotizzare la modulazione della tutela e degli usi del territorio sulle dinamiche proprie di ogni specie. Emerge perciò la necessità di identificare alcune specie prioritarie (specie focali) per potere orientare gli interventi sugli elementi di maggiore rischio ed ottimizzare l’impiego delle risorse disponibili (Fiduccia A., Fonti L., Funaro M., Gregori L., Rapicetta S., Reniero S., Strutture di informazione geospaziale e processi di conoscenza per l’identificazione della connettività ecosistemica potenziale in Sitzia T. & Reniero S. (a cura di) Reti ecologiche: una chiave per la conservazione e la gesione dei paesaggi frammentati. Atti del XL Corso di Cultura in Ecologia, 2004).

Il metodo prevede le seguenti fasi operative:

  • messa a punto di una cartografia di uso del suolo;
  • selezione di un sottoinsieme di specie rappresentative dell’ecosistema studiato (specie focali);
  • messa a punto di un modello comportamentale del moto degli esemplari delle specie focali rispetto ai vari usi del suolo (modello di impedenza);
  • individuazione dei reticoli potenziali per le specie focali e composizione degli stessi in un unico reticolo potenziale.

Identificazione delle specie focali

La costruzione corretta di una rete ecologica finalizzata alla conservazione della biodiversità implicherebbe di tenere in considerazione tutte le specie: infatti, ai fini della conservazione, ogni specie ha un eguale valore. Ma evidente che ciò non è possibile. Una metodologia più corretta allora è quella che prevede l’identificazione di specie particolarmente meritevoli di interesse dal punto di vista della conservazione e la costruzione di una rete ecologica indirizzata alla loro salvaguardia. Per l’identificazione delle specie più “minacciate” si fa riferimento ad una serie di documenti tra cui: la Direttiva Habitat, la Direttiva Uccelli, le Liste Rosse Regionali e Nazionali. Particolarmente significativo è poi lo Studio di fattibilità per la realizzazione della Rete Ecologica Regionale realizzato dall’Agriconsulting SpA nel 1999 su incarico della Regione Campania. Tale studio identifica 10 specie di vertebrati terrestri tenendo conto delle priorità di conservazione e delle categorie di minaccia espresse sia dalle varie direttive comunitarie sia dalle liste rosse globali, nazionali e regionali (Agriconsulting S.p.A. Studio di fattibilità avente per oggetto la realizzazione della rete ecologica regionale. Regione Campania, Roma 2001). Tra le specie individuate nel predetto studio, si è scelto di simulare gli spostamenti all’interno del territorio in esame, di quattro specie significative appartenenti a quattro categorie ambientali differenti: il Cervone (rettile), la Salamandrina dagli occhiali (anfibio), l’Averla Cenerina (uccello) e il Quercino (mammifero). A seguito della selezione delle specie focali per il territorio in esame il passo successivo è lo sviluppo del modello comportamentale del moto degli esemplari rispetto ai vari usi del suolo (modello di impedenza).

Applicazione del modello di impedenza

L’analisi territoriale che permette l’identificazione delle aree di connessione ecologica è ricavata attraverso la valutazione della permeabilità ecologica, ovvero della potenzialità degli ambiti territoriali, naturali o antropici, ad essere attraversati e popolati dalle specie. In particolare, il modello si rivolge alla percezione del paesaggio e dei suoi elementi così come accade per le differenti specie secondo la relazione che esiste tra nicchia ecologica e mosaico ambientale, riproponendo il paradigma di eco-field enunciato da Farina (Farina A., Ecologia del Paesaggio, UTET, Milano 2001), secondo il quale ad ogni componente ambientale si attribuisce un valore di idoneità potenziale, definito sulla base delle necessità ecologiche della specie e sulla base degli elementi antropici che costituiscono barriera allo sviluppo di una sufficiente funzionalità del territorio. Il processo di attribuzione dei valori di idoneità si basa sulle informazioni disponibili riguardo le specie oggetto dell’analisi nell’ambito specifico di studio. Il primo passo richiede allora l’aggregazione e la conversione del mosaico ambientale (uso del suolo) in un insieme di tasselli con opportuni valore di idoneità ambientale per ciascuna specie considerata. Le aree con maggior valore di idoneità ambientale, riferite ad una classe animale, rappresentano quelle che soddisfano maggiormente le necessità ecologiche della specie, mentre le altre avranno valori più bassi man mano che le caratteristiche ambientali si discostano da quelle ottimali. A questo punto la suddivisione ed individuazione sul territorio delle aree a maggior idoneità (impedenza=0), ci permette di identificare le aree potenzialmente sorgente o core areas e a partire da questi elementi identificare facilmente la mappa della permeabilità ambientale. Considerando la permeabilità come quella grandezza che ci indica “la facilità con cui la unità spaziale può essere attraversata dalla specie obiettivo” si può definire una nuova grandezza che rappresenta l’esatto contrario della permeabilità: l’impedenza. Essa è definita come quella grandezza che si oppone alla diffusione ed alla colonizzazione delle specie e viene calcolata mediante l’attribuzione di valori di frizione crescenti al crescere dell’impedenza (Maffiotti A., Vietti D., Carta delle reti ecologiche in Piemonte in Atti del Convegno Fauna selvatica e attività antropiche: una convivenza possibile, Torino 2006). Le classi di uso del suolo vengono allora caratterizzate rispetto al parametro “impedenza” per ciascuna specie focale presa in esame: a ciascun ecotopo presente sul territorio si attribuisce un valore di impedenza, con significato di “costo energetico”, in funzione della loro minore o maggiore facilità ad essere attraversati dalla specie campione. Le classi di uso del suolo vengono allora pesate con una scala da 0 (massima permeabilità) a 100 (massima impedenza).

Individuazione dei reticoli potenziali

Gli archi del reticolo ecologico sono stati identificati attraverso la tecnica di analisi spaziale GIS nota in letteratura come path analysis. In questa metodologia il territorio analizzato è stato discretizzato con una matrice di celle (risoluzione 100 m) ognuna delle quali ha un’impedenza caratteristica (costo) connessa all’uso del suolo: il cammino minimo ottimo tra la posizione “A” e la posizione “B” è il percorso sul quale la somma dei valori delle impedenze delle celle che lo costituiscono è minima (Fiduccia A., Fonti L., Funaro M., Gregori L., Rapicetta S., Reniero S., op. cit.).

least cost path

 

Lo strumento utilizzato per calcolare i percorsi di minimo costo tra i nuclei della rete è Pathmatrix. Si tratta di un’estensione del software GIS ArcView 3.x. Grazie a questo software è possibile indagare circa il ruolo che l’ambiente ha nella struttura spaziale genetica delle popolazioni. In particolare in un tipo di valutazione come quella del presente lavoro, la funzione di least cost path può dare una valutazione realistica dell’isolamento spaziale e dunque della frammentazione territoriale o del suo inverso, la connettività (Ray N., Pathmatrix: a GIS tool to compute effective distances among samples, Molecular Ecology Notes, n.5/2005). Il calcolo dei reticoli viene fatto per ciascuna delle specie focali prese in considerazione.

Applicazione del modello di impedenza e individuazione del reticolo potenziale per la specie focale Quercino

Il Quercino non è inserita fra le specie ritenute di interesse comunitario elencate negli allegati della direttiva Habitat. E’ invece presente nelle liste rosse compilate a livello globale e nazionale nelle quali è considerata come vulnerabile. Il Quercino frequenta di preferenza gli ambienti rupestri all’interno dei boschi, sia di latifoglie che di conifere e aree caratterizzate dalle presenza di cespuglietti e boscaglie mentre evita in genere le aree agricole coltivate intensivamente. Per l’attribuzione dei valori di impedenza si utilizza il modello comportamentale del Quercino.  Il sistema dei pesi ha valori di impedenza più elevati, per i campi e per tutti gli spazi aperti, più bassi per le aree di habitat. Un discorso a parte meritano poi i valori attribuibili alle infrastrutture di trasporto. Infatti dal momento che esse rappresentano, come già detto, una barriera al movimento degli animali, i valori di impedenza associati all’infrastruttura saranno maggiori di quelli assunti per l’uso del suolo.

quercino

Fonte: http://www.sapere.it/sapere/approfondimenti/animali/mammiferi/quercino.html

La Tabella che segue riporta i valori di impedenza per la specie considerata. Si noti che nel caso di canali e corsi d’acqua si prende in considerazione la sola impedenza longitudinale visto che per quella trasversale i valori sono sempre considerati massimi.

  IMPEDENZA_QUERCINO

USO DEL SUOLO

Acque 90
Agrumeti 50
Ambiente urbanizzato e superfici artificiali 90
Aree a pascolo naturale/praterie alta quota 70
Aree a vegetazione sclerofilla 50
Aree a vegetazione rada 70
Aree degradate da incendi e per altri eventi 70
Boschi di conifere 0
Boschi di latifoglie 0
Boschi misti di latifoglie e conifere 0
Castagni da frutto 50
Cespuglieti ed arbusteti 0
Colture protette-Floricole, piante ornamentali e viv. 80
Colture protette-Orticole e frutticole 80
Colture temporanee associate a colture permanenti 70
Erbai 70
Frutteti e frutti minori 50
Oliveti 50
Pascoli non utilizzati o di incerto utilizzo 70
Prati permanenti, prati pascoli e pascoli 70
Rocce nude ed affioramenti 20
Seminativi primaverili estivi-ortive 70
Sistemi colturali e particellari complessi 70
Spiagge, dune e sabbie 80
Vigneti 60
Zone umide marittime 80

INFRASTRUTTURE DI TRASPORTO

Autostrade 100
Strade provinciali 95
Strade statali 90
Linee ferroviarie 100

IDROGRAFIA (impedenza longitudinale)

Corsi d’acqua principali 100
Canali 100

Le fig. 1a e 1b rappresentano rispettivamente la mappa dell’impedenza e il reticolo ecologico potenziale ricavato grazie alla path analysis per la specie focale Quercino.

impedenza_quercino

Fig.1a Quercino: Mappa dell’Impedenza

rete_quercino

Fig.1b Quercino:Reticolo Ecologico Potenziale

Applicazione del modello di impedenza e individuazione del reticolo potenziale per la specie focale Salamandrina

La Salamandrina dagli occhiali è una specie inserita come prioritaria negli allegati della direttiva Habitat; è inoltre inserita nella lista rossa dei vertebrati italiani, sebbene non tra le specie minacciate. L’habitat elitario della Salamandrina dagli occhiali sono i boschi di latifoglie e mediterranei, dove si nutre di piccoli invertebrati. Per la deposizione delle uova le salamandrine utilizzano ruscelli con fondi rocciosi e raccolte d’acqua stabili, anche di origine artificiale. Le minacce per questa specie sono collegate principalmente: allo sfruttamento idrico per l’uso domestico e per la produzione zootecnica con possibile parziale disseccamento dei corsi d’acqua; all’inquinamento dei siti riproduttivi; alla gestione inadeguata del bosco legata principalmente ai lavori forestali lungo i corsi d’acqua che possono provocare danni all’habitat della sala mandrina che passa gran parte della vita nella lettiera delle fasce boscate lungo i torrenti

salamandrina

Fonte immagine: www.guideufficialipncvd.it

 Per l’attribuzione dei valori di impedenza si utilizza il modello comportamentale della Salamandrina.  Il sistema dei pesi ha valori di impedenza più elevati per i campi e per tutti gli spazi aperti, più bassi per le aree di habitat (boschi di conifere e di latifoglie). La Tabella che segue riporta i valori di impedenza per la specie considerata. Si noti che nel caso di canali e corsi d’acqua si prende in considerazione la sola impedenza longitudinale visto che per quella trasversale i valori sono sempre considerati massimi.

  IMPEDENZA_SALAMADRINA

USO DEL SUOLO

Acque 10
Agrumeti 20
Ambiente urbanizzato e superfici artificiali 90
Aree a pascolo naturale/praterie alta quota 70
Aree a vegetazione sclerofilla 60
Aree a vegetazione rada 70
Aree degradate da incendi e per altri eventi 80
Boschi di conifere 0
Boschi di latifoglie 0
Boschi misti di latifoglie e conifere 0
Castagni da frutto 10
Cespuglieti ed arbusteti 10
Colture protette-Floricole, piante ornamentali e viv. 80
Colture protette-Orticole e frutticole 80
Colture temporanee associate a colture permanenti 80
Erbai 70
Frutteti e frutti minori 20
Oliveti 20
Pascoli non utilizzati o di incerto utilizzo 70
Prati permanenti, prati pascoli e pascoli 70
Rocce nude ed affioramenti 60
Seminativi primaverili estivi-ortive 70
Sistemi colturali e particellari complessi 80
Spiagge, dune e sabbie 90
Vigneti 30
Zone umide marittime 70

INFRASTRUTTURE DI TRASPORTO

Autostrade 100
Strade provinciali 95
Strade statali 90
Linee ferroviarie 100

IDROGRAFIA (impedenza longitudinale)

Corsi d’acqua principali 0
Canali 20

Le fig. 2a e 2b rappresentano rispettivamente la mappa dell’impedenza e il reticolo ecologico potenziale ricavato grazie alla path analysis per la specie focale Salamandrina.

 

impedenza_salamandrina

Fig.2a Salamandrina: Mappa dell’Impedenza

rete_salamandrina

Fig.2b Salamandrina: Reticolo Ecologico Potenziale

Applicazione del modello di impedenza e individuazione del reticolo potenziale per la specie focale Cervone

 Il Cervone è una delle specie di serpenti di maggiori dimensioni presenti in Italia. La specie è inserita tra quelle di interesse comunitario nell’allegato 2 delle direttiva Habitat. A livello nazionale è inserito nella lista rossa dei vertebrati italiani, sebbene non venga considerato minacciato ma sia solo elencato tra le specie a basso rischio di estinzione. Il suo habitat è di macchia mediterranea, di solito al limite di radure, praterie, garighe, boscaglie, coltivi, più raramente zone paludose e boschi di latifoglie. E’ un serpente dalle abitudini prevalentemente terricole, poco veloce nello spostamento a terra ma è un abile nuotatore e talvolta anche arboricolo.

cervone

Fonte immagine: http://www.naturamediterraneo.com/cervone/

Per l’attribuzione dei valori di impedenza si utilizza il modello comportamentale del Cervone.  Il sistema dei pesi ha valori di impedenza più elevati per le zone con vegetazione fitta, più bassi per le aree di habitat (campi e spazi aperti). La Tabella che segue riporta i valori di impedenza per la specie considerata.

  IMPEDENZA_CERVONE

USO DEL SUOLO

Acque 20
Agrumeti 50
Ambiente urbanizzato e superfici artificiali 80
Aree a pascolo naturale/praterie alta quota 10
Aree a vegetazione sclerofilla 50
Aree a vegetazione rada 10
Aree degradate da incendi e per altri eventi 30
Boschi di conifere 40
Boschi di latifoglie 30
Boschi misti di latifoglie e conifere 30
Castagni da frutto 40
Cespuglieti ed arbusteti 70
Colture protette-Floricole, piante ornamentali e viv. 70
Colture protette-Orticole e frutticole 70
Colture temporanee associate a colture permanenti 20
Erbai 10
Frutteti e frutti minori 40
Oliveti 40
Pascoli non utilizzati o di incerto utilizzo 10
Prati permanenti, prati pascoli e pascoli 10
Rocce nude ed affioramenti 0
Seminativi primaverili estivi-ortive 30
Sistemi colturali e particellari complessi 0
Spiagge, dune e sabbie 80
Vigneti 50
Zone umide marittime 70

INFRASTRUTTURE DI TRASPORTO

Autostrade 100
Strade provinciali 95
Strade statali 90
Linee ferroviarie 100

IDROGRAFIA (impedenza longitudinale)

Corsi d’acqua principali 10
Canali 20

Le fig. 3a e 3b rappresentano rispettivamente la mappa dell’impedenza e il reticolo ecologico potenziale ricavato grazie alla path analysis per la specie focale Cervone.

impedenza_cervone

Fig.3a Cervone: Mappa dell’Impedenza

rete_cervone

Fig.3b Cervone: Reticolo Ecologico Potenziale

 

Avendo già applicato la metodologia per le specie Quercino, Salamandrina e Cervone, il lavoro proseguirà con l’applicazione del modello dell’impedenza e l’individuazione del reticolo ecologico potenziale per l’Averla Cenerina. Ciò consentirà la composizione dei singoli reticoli (relativi a ciascuna specie) in un unico sistema, composto da aree nucleo e corridoi di connessione, che costituirà la rete ecologica generale per il territorio in esame.

 

Allegati Realizzati e correlati all’articolo:

De Martino_Riunione Progetto Campus_9 aprile 2015

Ricostruzione virtuale multisensoriale del Teatro Grande di Pompei

Collaboratore: ing. Francesco Sorrentino

Tutor: Prof.Luigi Maffei

Aprile 2015

 

INTRODUZIONE

Da sempre il patrimonio archeologico rappresenta non solo uno strumento di studio storico e scientifico, ma soprattutto una fonte di memoria per la collettività. Preservare nel tempo il patrimonio culturale è un’azione che consente da un lato di contribuire alla diffusione del sapere e della cultura, e dall’altro di sviluppare il comparto economico e turistico ad essa collegato, accrescendo la consapevolezza delle risorse culturali e artistiche potenzialmente a disposizione di diverse aree geografiche.

Tra i diversi siti di interesse archeologico, i teatri antichi assumono un’attenzione importante, in particolare per gli studiosi di acustica. Infatti questi luoghi rappresentano non solo delle opere, più o meno maestose, di interesse architettonico, ma soprattutto luoghi che, nascendo con la specifica funzione di consentire l’ascolto di rappresentazione teatrali, mostrano specifiche esigenze acustiche.

Vari autori hanno indagato nel tempo le caratteristiche acustiche di teatri antichi, al fine di individuare la qualità dell’ascolto nei diversi settori che compongono il teatro, in relazione a quelle che sono le caratteristiche geometriche del sito e le tipologie di materiali utilizzate per la costruzione ed il rivestimento della struttura [1-5].

Alla luce di quanto illustrato, risulta evidente che un’esperienza di visita presso un teatro antico non può prescindere da una sperimentazione del sito che coinvolga più stimoli sensoriali. Troppo spesso accade che in una visita ad un sito culturale la stimolazione visiva prevale fortemente sulle altre stimolazioni sensoriali, facendo sì che gli stimoli non visivi vengano lasciati all’immaginazione del turista. Nel caso dei teatri antichi è necessario che questi siti vengano fruiti dai turisti anche attraverso esperienze multisensoriali, tenendo però conto di quella che è la signature acustica del luogo, ossia il contenuto di informazioni uditive specifiche del sito.

In tale discorso risulta rilevante l’apporto che strumenti di realtà virtuale immersiva possono dare al raggiungimento di un così complesso obiettivo. Attraverso sistemi che siano in grado di simulare ambienti complessi in modalità multisensoriale, è possibile far vivere ad un generico turista un’esperienza di visita che comprenda la fruizione visiva del sito, la sperimentazione uditiva dell’acustica del luogo, nonché la riproduzione in quello specifico spazio di eventi connessi alla reale funzione del sito, quali rappresentazioni teatrali o concerti, il tutto in modalità virtuale. Come detto già in precedenza per l’esperienza di visita, anche una ricostruzione virtuale di un sito non può prescindere dall’integrazione di modellazioni grafiche tridimensionali con informazioni afferenti alle altre sfere sensoriali, su tutte quella uditiva.

Le potenzialità di tale strumento appaiono enormi, non solo in un’ottica legata all’implementazione degli attuali sistemi di fruizione delle aree archeologiche in generale, ma anche in relazione alla possibilità, da parte di potenziali turisti, di osservare, ascoltare e vivere l’esperienza di visita multisensoriale presso un determinato sito anche a migliaia di chilometri di distanza, grazie agli attuali mezzi di comunicazione di rete.

Relativamente all’oggetto delle attività, la sperimentazione ha riguardato la simulazione di un’esperienza di visita presso il Teatro Grande di Pompei, così come appare oggi.

 

  1. IL TEATRO GRANDE DI POMPEI

Da fonti storiche [1] è emerso che il Teatro Grande di Pompei era stato costruito inizialmente con una forma piana ad U. La forma ad U allungata è una caratteristica dei teatri greco-ellenistici, dato che la città di Pompei, prima di diventare una colonia romana, era una città Sannita. In Campania e Molise è possibile trovare teatri di questa epoca nelle città di Sarno e Pietrabbondante: entrambi presentano una forma ad U allungata. La pianta del Teatro Grande non è pertanto riconducibile ad un modello romano. Il teatro è stato inizialmente costruito su una collina, come in epoca greco-ellenistica, con la parte inferiore della cavea (le gradinate) rivestita con blocchi di marmo, mentre la parte alta era stata ricoperta da terreno ed erba. La cavea e la scaena (il palco e la parte costruita alle spalle del palco) erano separati. Quando la città di Pompei divenne una colonia romana il teatro fu espanso con la costruzione della summa cavea (gradinate superiori alla cavea per spettatori meno stimati), e delle tribunalia (elemento di di giunzione che collegava la scaena alla cavea). Nell’orchestra (l’area centrale per le performarce) erano seduti i senatori, mentre salendo più su nella cavea erano disposte le altre persone in funzione della loro classe sociale. I materiali utilizzati erano marmo per la cavea, e mattoni con colonne ed intonaci per i muri della scaena. La scaena era posta su due ordini di pilastri ed era impreziosita con porte, nicchie e colonne; sulla scaena era presente un tetto a spiovente in legno. La cavea era divisa in settori da 5 cunei (sezioni cuneiformi con posti a sedere). Un muro continuo costituiva l’emiciclo del teatro sopra le scale della summa cavea, formando un attico dove pali dei venivano collocati per fissare tendoni (Velaria) per proteggere gli spettatori dal sole.

Il teatro romano è stato sepolto durante l’eruzione del Vesuvio nel 79 d. C. È stato solo alla fine del XXVII secolo che il teatro è stato riscoperto e durante il XX secolo si è iniziato ad utilizzarlo per manifestazioni. Durante i lavori di scavo le mura della scaena non sono stare ripristinate e la cavea non è stata ricostruita in marmo come originariamente, ma in terra ed erba, e solo una parte della summa cave è stata ricostruita. Così il teatro è diventato una significante attrazione turistica e usata durante l stagione estiva per concerti lirici, jazz e pop. Sedute rimovibili in legno venivano installate nella cavea e rimosse al termine della stagione teatrale.

Nel 2011, per ragioni coreografiche, la cavea è stato rivestita con blocchi di tufo ad anche la summa cavea e stata in parte ristrutturata con posti a sedere. Tale configurazione viene utilizzata per manifestazioni dal 2011. Le principali dimensioni del tetro sono:

  • diametro della cavea = 58 m;
  • diametro dell’orchestra = 10 m;
  • larghezza della scaena = 30 m;
  • altezza del pulpito (piattaforma per l’oratore di fronte la scaena) = 1 m;

L’originale capienza del teatro era di 5000 spettatori, mentre ad oggi il teatro può ospitare 2200 spettatori.

1

Figura 1- Piante dell’evoluzione architettonica del Teatro Grande di Pompei: periodo greco-ellenistico, periodo romano, ante 2011, post 2011 (stato attuale) [1].

 

  1. MODELLAZIONE GRAFICA

La realizzazione dello scenario virtuale è stata articolata in diverse fasi. Si è partiti dal reperire informazioni circa lo stato attuale del sito. Attraverso sopralluoghi in sito ed informazioni da bibliografia, è stato possibile effettuare un rilievo delle principali dimensioni del teatro. Sono state inoltre raccolte sul posto informazioni sui materiali utilizzati; mediante un’accurata raccolta fotografica infatti è stato possibile realizzare un database delle texture per il modello visivo. Le informazioni reperite in campo sono state poi integrate ai rilievi in pianta e alle sezioni recuperate in bibliografia.

Il passo successivo è stato quello di realizzare il modello tridimensionale: mediante software di modellazione grafica 3dsMax® sono stati creati i solidi che compongono la scena. Dalla raccolta fotografica, tramite l’utilizzo di un editor di immagini, è stato possibile realizzare le texture da applicare al modello nelle corrispondenti parti così come dallo stato dei luoghi. L’intero modello è stato quindi mappato nei singoli dettagli all’interno dell’ambiente di lavoro 3dsMax®.

L’ultima fase è consistita nell’importazione dell’intero modello all’interno del software per la gestione dell’interazione virtuale, degli elementi visivi, acustici e delle periferiche di esplorazione. All’interno di quest’ambiente è stata inoltre completata la scena dal punto di vista grafico mediante inserimento dell’illuminazione solare, dei relativi effetti di riflessione sui materiali e dell’ambiente circostante, fino al raggiungimento di un buon grado di realismo. Sono stati aggiunti alla scena inoltre avatar rappresentanti il pubblico seduto sugli spalti e uno spettacolo in atto sul palco. Nell’ottica di ottenere un risultato quanto più simile alla realtà, gli avatar sono stati animati in modo indipendente l’uno dall’altro.

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Figura 2- Vista del Teatro Grande di Pompei allo stato attuale.

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Figura 3- Wireframe del modello tridimensionale realizzato in 3dsMax®.

 

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Figura 4- Vista del modello tridimensionale grezzo realizzato in 3dsMax®.

 

  1. MODELLAZIONE ACUSTICA

Al fine di riprodurre lo specifico set di informazioni acustiche connesso al Teatro Grande, in un primo step sono stati valutati i principali parametri acustici per mezzo del software di modellazione acustica Odeon®, tendendo conto delle caratteristiche geometriche del sito e delle tipologie di materiali di rivestimento. Per l’auralizzazione delle sorgenti sonore è stato utilizzato come base il modello grezzo realizzato in 3dsMax®.

In particolare è stata posizionata una sorgente sonora all’interno dell’orchestra, e sono stati distribuiti sulla summa cavea dieci differenti punti ricevitori.

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Figura 5- Schema sorgente-ricevitori utilizzato come input del software di modellazione acustica.

Per ciascun punto ricevitore sono stati calcolati i principali parametri acustici. Nelle figure seguenti i valori del tempo di riverbero T30, della chiarezza C80, della definizione D50 e del livello di pressione sonora (SPL)  sono mostrati per bande di ottava per ciascun ricevitore.

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Figura 6- Valori del tempo di riverbero T30 per bande d’ottava

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Figura 7- Valori della chiarezza C80 per bande d’ottava

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Figura 8- Valori della definizione D50 per bande d’ottava

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Figura 9-Valori del livello di pressione sonora (SPL) per bande d’ottava

Il passo successivo è consistito nel valutare la risposta all’impulso dell’ambiente relativamente alle caratteristiche del teatro. Per tre dei dieci punti ricevitori, corrispondenti ai tre punti in cui il turista potrà sperimentare la simulazione di visita, sono state calcolate le risposte all’impulso per mezzo del software. Questo det di dati rappresenta il punto di partenza che ha consentito di ricreare lo stimolo uditivo nella esperienza di visita al sito archeologico: infatti, effettuando la convoluzione tra un generico segnale audio anecoico stereofonico e le risposte all’impulso dell’ambiente, è possibile generare un segnale audio che include informazioni riguardo la posizione dello sperimentatore nell’ambiente e le caratteristiche acustiche del sito. Parallelamente, il segnale di output della convoluzione è stato anche convoluto con la funzione di trasferimento della testa HRTF (Head-Related Transfer Function), relativa alla presenza fisica del soggetto nel campo sonoro. Per mezzo di questa ulteriore operazione, il soggetto che sperimenta la simulazione virtuale sarà in grado di ruotare la propria testa percependo una variazione dei segnali audio in arrivo all’orecchio destro e quello sinistro, coerentemente con la posizione dello sguardo. Pertanto, al fine di fornire un suono spazializzato ai soggetti, i segnali audio sono stati convoluti in Matlab® considerando i 72 orientamenti azimutali del piano xy per una pinna “normale”, identificati da incrementi di 5° orizzontali, e per il software di realtà virtuale è stata creata in Python una specifica routine.

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Fig. 10-a) Schema dell’orientamento della testa relativo ad una generica sorgente sonora: la sorgente sonora è posta sul piano orizzontale nella posizione (x,y); l’angolo ψ rappresenta lo sfasamento tra la normale dello sguardo dell’ascoltatore (front) e la direzione della sorgente sonora; b) Schema del set dei 72 segnali audio.

 

  1. IMPLEMENTAZIONE NEL SISTEMA DI REALTÀ VIRTUALE

La simulazione è stata testata in una camera anecoica di dimensioni 5×5×5 m. La stanza è stata attrezzata con una postazione di lavoro e gli scenari virtuali sono stati presentati attraverso un sistema di realtà virtuale immersiva implementato con un visore eMagin Z800 3D Visor. Il visore presentava immagini stereoscopiche con una risoluzione pari a 800×600, aggiornate a 60 Hz. La grafica è stata renderizzata per mezzo di un processore Intel(R) Core(TM) i7 CPU 3.07 GHz con una scheda video Nvidia GeForce GTX480 utilizzando il software WorldViz® 4.0. I movimenti della testa (orientamento e posizione) sono stati tracciati utilizzando un sistema di motion tracking Polhemus Patriot a 6 gradi di libertà. Il sistema di riproduzione audio consisteva di una scheda madre ASUS N13219 e cuffie Sennheiser HD 201. Tale sistema è stato calibrato al fine di riprodurre con correttezza le condizioni uditive alle orecchie dell’ascoltatore.

All’avvio del modello, il soggetto sperimentatore veniva proiettato all’interno del teatro virtuale, completamente immerso nell’ambiente e seduto sugli spalti, trovandosi quindi nelle vesti di uno spettatore durante lo svolgersi di un evento di intrattenimento.

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Figura 11–Scatto fotografico di un soggetto durante l’esperienza di visita multisensoriale.

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Figura 12–Vista dell’ambiente sperimentato dai soggetti con sistema di realtà virtuale immersiva nell’esperienza di visita multisensoriale al Teatro Grande.

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Figura 13–Vista dell’ambiente sperimentato dai soggetti con sistema di realtà virtuale immersiva nell’esperienza di visita multisensoriale al Teatro Grande.

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

[1] Iannace G., Trematerra A., Massimiliano M. 2013. The Large Theatre of Pompeii: Acoustic Evolution. BUILDING ACOUSTICS Vol. 20 N. 3 (215–227).

[2] Iannace G., Maffei L., Masullo M. 2011. La riscoperta del teatro antico: il teatro romano di Benevento, Rivista Italiana di Acustica 35 (No. 4) (53–58).

[3] Iannace, G., & Mazzoni, S. 2014. Vicende storiche e ricostruzione virtuale dell’acustica del theatrum tectum (o odeo) di Pompei. Dionysus ex machina V (159-179).

[4] Alfano FRDA, Iannace G., Ianniello C., Ianniello E.- “Velaria” in ancient roman theatres: can they have an acoustic role? 2014. Proc. 49th AiCARR International Conference, Rome 26th – 29th February 2014.

[5] Iannace G., Trematerra A. 2014. The rediscovery of Benevento Roman Theatre Acoustics, Journal of Cultural Heritage, 15 (698–703).

 

DT 9.3 – S2.1 Modulo M1) VIRE – VIsita REale

Dott. Pierpaolo Pedicini

Dott.ssa Rosaria Possemato

 

 

Attività 9.3 – Progettazione preliminare del Sistema
S2 – Sottosistema per la Fruizione Avanzata

DT 9.3 – S2.1 Modulo M1) VIRE – Visita Reale

Indice

Premessa
1. Soggetti principali e loro caratteristiche ed esigenze
2. Centro Interattivo di Distribuzione – CID
3. Centro Interattivo di Commercializzazione – CIC

 

Premessa
Nell’ambito delle problematiche di fruizione avanzata dei Beni Culturali, questo studio affronta specificamente il ‘dominio concettuale della visita reale’, ossia l’insieme di variabili, funzioni, vincoli e condizioni, commessi con il rapporto diretto, fisico, tra il visitatore/fruitore ed il bene.
La fase in corso – di progettazione del SI.TU.VA.GE – ha lo scopo di definire l’organizzazione funzionale del sistema e dei moduli in cui si articola. Pertanto l’universo dei Beni Culturali viene ridotto all’essenziale ed identificato concettualmente come Patrimonio.

La filosofia di ‘fruizione sostenibile dei beni culturali’ ha naturalmente orientato questo studio verso obiettivi integrati, caratterizzati da contenuti e valenze sia culturali sia economici.
La composizione del Modulo VIRE segue pertanto una chiara logica economica, attingendo concetti e definizioni dalle moderne forme di distribuzione e di commercializzazione di beni, prodotti e servizi.

1 – Soggetti principali e loro caratteristiche ed esigenze
Il progetto di un sistema flessibile ed interattivo per la gestione del patrimonio sviluppato tenendo conto delle problematiche legate alla salvaguardia, quelle della valorizzazione e, non ultime, quelle della fruizione viene a delinearsi come processo complesso.

Infatti, dal momento che il sistema integrato deve consentire all’Ente Gestore di monitorare lo stato di conservazione del patrimonio mediante apposita strumentazione, di determinare i margini e le condizioni di sicurezza nei confronti delle presenze dei visitatori, di pianificare e di controllare gli accessi in base alla domanda da un lato ed alle possibilità legate alle condizioni di sicurezza e ai vincoli derivanti da interventi di restauro e manutenzione dall’altro, ed inoltre fornire ai visitatori servizi aggiuntivi alla visita, diventa imprescindibile considerare la modularità del problema.

In questa ottica multilevel, diventa fondamentale delineare gli attori coinvolti.
Nel nostro caso, essi sono: l’Ente Gestore, un settore che potremmo definire ‘Studioso specialistico’, ed uno che potremmo definire ‘Pubblico generico’.

Dal momento che le esigenze e le finalità dell’Ente Gestore sono differenti da quelle di uno studioso specialistico, così come da quelle di un fruitore generico, essi si configurano come sistemi tra loro separati.
L’analisi è stata quindi tesa alla loro integrazione trasformandoli in Sottosistemi di un Sistema generale in grado di renderli tra loro interagenti.
In questa ottica, spicca un dato significativo per la sua portata innovativa, nell’ambito della fruizione di beni culturali: la considerazione del visitatore come un Sottosistema, ritenendolo in grado di fornire tutte le informazioni necessarie a indirizzare le scelte di visita che potranno essere articolate e differenziate.
Per esempio, da una panoramica sulle opportunità generali di visita, si potranno organizzare percorsi virtuali in grado di indirizzare la scelta della visita reale.
Questa considerazione finale, è il risultato di uno studio particolareggiato delle dinamiche che oggi determinano i comportamenti, le evoluzioni e di conseguenza le scelte del fruitore inteso nella sua complessità di universo, che va dal consumatore di beni culturali generico o specialistico (tipo gli archeologici) a quello di prodotti di moda o enogastronomia.
Lo studio di questa problematica ha imposto la necessità di valutare il settore ‘beni culturali’ come insieme complesso in cui convergono sociologia, psicologia, economia, tecnologia.

Pensiamo ad esempio alla evoluzione culturale e sociale con la conseguente richiesta di maggiori informazioni che ha comunque investito, anche se in misura diversa, tutte le classi sociali; alle nuove tecnologie che, soprattutto con la elaborazione di Internet, hanno rivoluzionato molti aspetti della vita sociale ed economica.
Sarebbe erroneo non considerare tutti questi fenomeni come condizionanti la società in tutte le sue dimensioni e settori, compreso anche quello dei beni culturali.

È interessante a questo punto da un lato mettere in evidenza quanto la tecnologia, l’informatica e telematica stiano determinando una evoluzione notevole nella comunicazione e commercializzazione oltre che nella produzione, modificando completamente il concetto di scambio e di mercato; dall’altro tradurre questi termini/concetti per renderli applicabili anche al settore di nostro interesse.

Ciò che la tecnologia ha condizionato fortemente è senz’altro la gestione di flussi informativi, rendendo possibile l’edificazione di una architettura tale da permettere la diffusione di informazioni con modalità pull (se sono gli utenti che ‘tirano a loro’ le informazioni) o push (se l’azienda –Ente Gestore – ‘spinge’ le informazioni verso l’utente).
Il ricorso all’una o all’altra di queste due modalità differenzia le tipologie di promozione in passiva o attiva.
Questo sostanziale incremento della complessità ha determinato l’accrescere del valore attribuito dalla domanda alla varietà-variabilità dell’offerta, nonché alla ricerca dell’appagamento anche di esigenze immateriali di matrice più puramente psicologica.
In questa prospettiva e sotto l’impulso delle nuove tecnologie, assistiamo alla transizione da strategie ‘make and sell’, ossia un modello centrato sulla produzione, a strategie di ‘sense and respond’, ossia un modello basato invece sulle relazioni con il cliente, immaginando il prodotto finale come il risultato di un servizio di risposta al cliente.

La considerazione finale quindi è che chiunque propone un prodotto non può più limitarsi ad eseguire valutazioni unicamente interne basate sui propri meccanismi di produzione, ma diventa invece quanto mai necessario che tra chi propone e chi fruisce s’instauri una leale ed aperta collaborazione, premessa indispensabile al raggiungimento del reciproco interesse.

Da ciò emerge una nuova parola chiave: ‘Personal selling’, che vuol dire capacità, arte personale della presentazione, del dialogo, della comunicabilità, della persuasione per suscitare l’interesse, per invogliare il visitatore, per arrivare ad una felice conclusione di un percorso costruito in base alle esigenze dell’Ente gestore (logica push) ma anche e soprattutto a quelle del visitatore stesso (logica pull).

2 – Centro Interattivo di Distribuzione – CID
Questo è lo scenario in cui si è concepita una postazione interattiva rendendola un elemento fondamentale nel processo di comunicazione che avviene al duplice livello:
– Interno, ossia monitoraggio dello stato di conservazione in grado di consentire e promuovere successive opzioni di utilizzo del patrimonio artistico, di pianificare e controllare le visite, ma anche e soprattutto la capacità di raccogliere tutti i dati della domanda turistico-culturale indirizzata alla fruizione del proprio patrimonio artistico e degli ambienti che lo contengono, attraverso la pianificazione delle visite sulla base dei vincoli derivanti da possibili interventi di conservazione e restauro, programmati o in atto;
– Esterno, ossia fornire al visitatore tutte le informazioni necessarie a indirizzare le scelte di visita che potranno essere così articolate e differenziate, ovvero da una panoramica sulle opportunità generali di visita si possono svelare percorsi virtuali in grado di ‘costruire’ ed indirizzare la scelta della visita reale.
Abbiamo visto che affinché ciò possa avvenire la banca dati deve essere condivisa da entrambe gli attori, l’Ente gestore ed il visitatore; ma le informazioni a disposizione del secondo devono essere ovviamente un sottoinsieme di quelle a disposizione del primo, pur restando il CID in grado di rispondere ai due ordini di personalizzazione profondamente diversi ma entrambi importanti.

3 – Centro Interattivo di Commercializzazione – CIC
Il CID può considerarsi il punto di arrivo di un’analisi limitata ai 3 soggetti – ente gestore. Studioso specialistico, visitatore generico – considerati sopra.
L’ente gestore, in tale analisi, è un soggetto ben definito, che agisce singolarmente e gestisce quindi autonomamente tutte le decisioni di sua competenza. È, in pratica, la figura tipica dei soggetti pubblici che gestiscono i Beni Culturali.
In prospettiva, dovrà costituirsi una nuova tipologia di ‘soggetti gestori’, basata sulla presenza di soggetti diversi, sia pubblici sia privati, che coordinano e ottimizzano le singole offerte, presentandole in forma unitaria la mercato.
Il discorso è ampio e ricco di aspetti molto interessanti. Tenendolo nei limiti dello studio presente, può essere affrontato fruttuosamente mutuando il concetto di MALL dalle discipline economiche applicate alla commercializzazione.
Nell’ambito della progettazione funzionale del modulo VIRE, si adotta la definizione di Centro Interattivo di Commercializzazione – CIC – per enfatizzare la funzione fondamentale del Centro, ossia la transazione economica tra l’offerta – coordinata ed integrata – e la domanda.
Con questa impostazione, è possibile configurare la postazione interattiva come una sorta di MALL.

Tecnicamente, esplicitando il significato della parola, esso è un sito che riunisce più offerte complementari, simultaneamente; il mall permette quindi di aggregare in modo stabile una serie di operatori che mantengono la loro individualità ma che sono accomunati oltre che dal far parte di uno stesso ‘centro virtuale’, da una serie di servizi comuni svolti a favore, anche in questo caso, sia degli operatori stessi che del visitatore.

Ci riferiamo principalmente alla possibilità di far convivere l’offerta culturale dell’Ente gestore, con quella di alberghi, ristoranti, servizi pubblici, trasporti, luoghi deputati al culto, eventi mondani, sportivi, feste tradizionali e, in generale, con tutto ciò che può recare soddisfazione al cliente.

Più in dettaglio, dall’analisi condotta, è emerso che l’aspetto più rilevante relativamente al quale è possibile una classificazione generale di MALL riguarda la forma assunta dalle aziende presenti nel mall stesso. Le possibili opzioni rilevate sono:
– Aziende che assumono una loro autonomia, diventando quindi consultabili indipendentemente dalle altre aziende presenti;
– Aziende che si presentano, offrono contenuti e servizi propri, ma comunque integrate nel mall;
– Aziende la cui figura è appena accennata da un nome o un marchio.

La prima categoria di mall individuata è quella che, restando nell’ambito della logica di mercato, volendo trovare un corrispondente nella vita reale, più si avvicina all’idea di centro commerciale; ossia una formula per cui ciascuna azienda all’interno del mall ha la possibilità di creare e curare la propria immagine, avere un rapporto diretto con il cliente e perseguire proprie politiche di offerta e vendita.

La seconda categoria di mall si pone in una posizione intermedia anche se, come struttura, risulta essere più vicina alla terza. In questa tipologia, la presenza dell’azienda è ben percepita dall’utente attraverso una presentazione personalizzata della stessa, attraverso contenuti aggiuntivi che ogni azienda può offrire. In questo caso però, le aziende, differentemente da quelle appartenenti alla prima tipologia:
• Presentano un certo grado di personalizzazione almeno per ciò che riguarda la presentazione dell’azienda, ma la loro offerta è regolata dalle politiche attivate a livello di mall;
• Offrono comunque una qualche forma di comunicazione con il cliente, anche se non in modo completamente diretto;
• Offrono al cliente contenuti e servizi propri, però aggiuntivi rispetto a quelli offerti dal mall;
• Alle aziende afferenti questa tipologia di mall non è consentito attuare e perseguire proprie ed autonome politiche di offerta e vendita, restando imprescindibile il concetto di centralità del mall.

La terza categoria di mall che è possibile rilevare presenta caratteristiche opposte a quelle riscontrate nella prima categoria. La struttura e la formula di presentazione e vendita è più vicina a quella di supermercato reale piuttosto che a quella di centro commerciale. In questo caso, le aziende dispongono semplicemente di spazi in cui esporre i propri prodotti e le proprie offerte, mettendoli comunque in vendita alle condizioni fissate dal mall, unico venditore, per il cliente, di tutti i prodotti e servizi presenti. Le aziende presenti in questa terza tipologia si caratterizzano per i seguenti aspetti:
• Il grado di personalizzazione consentito dal mall è praticamente nullo, gli unici contenuti presenti sono quelli relativi ai prodotti o servizi mentre la presenza dell’azienda è limitata al marchio, logo, o semplicemente nome;
• In questo caso, il mall non consente alcuna forma di comunicazione diretta fra l’azienda e il cliente finale;
• La struttura non consente all’azienda di offrire al cliente servizi propri aggiuntivi che non siano comunque integrabili con quelli offerti dal mall;
• Il mall si configura per le aziende presenti esclusivamente come un rivenditore dei loro prodotti e servizi, non dando la possibilità alle stesse di attuare e perseguire proprie politiche e strategie di marketing.

La prima tipologia di mall è caratterizzata da:
Punto di vista dell’offerta
o Un elevato grado di libertà nell’offerta dei contenuti, dei servizi al cliente e, almeno parzialmente, nella personalizzazione dei propri prodotti;
o Un alto grado di libertà nelle politiche di vendita;
o Un’elevata capacità di stabilire la propria presenza nell’ambito del mall e di curare autonomamente la propria immagine;
o Un elevato controllo dell’attività di vendita;
o Elevati oneri e responsabilità per la gestione dell’offerta

Punto di vista della domanda
o Una bassa omogeneità delle offerte, con relativa possibilità di confusione;
o Una bassa capacità di utilizzazione del mall stesso perché di difficile approccio; il visitatore potrebbe essere distratto dalla ‘moltitudine non organizzata’ dei prodotti e servizi.

La seconda tipologia di mall è caratterizzata da:
Punto di vista dell’offerta
o Possibilità comunque di costruire e curare la propria presenza all’interno del mall;
o Curare un minimo l’immagine mediante una presentazione personalizzata dell’azienda, offrire i contenuti relativi ai propri singoli prodotti o servizi, pur restando nell’ambito di logica del mall;
o Avere un minimo di controllo dell’attività di vendita,
o Interagire, almeno potenzialmente, con il cliente mediante mezzi di comunicazione semplici come, eventualmente, la possibilità di una connessione internet e quindi utilizzo di e-mail;
o Le aziende hanno comunque una ridotta libertà nell’attuare e perseguire politiche di vendita proprie, dovendo accettare quelle definite dal mall;
o Elevata omogeneità delle offerte;
o Elevata semplicità della selezione dei prodotti o delle offerte;

Punto di vista della domanda
o Elevata omogeneità delle offerte;
o Elevata semplicità della selezione dei prodotti o delle offerte.

La terza tipologia di mall è caratterizzata da:
Punto di vista dell’offerta
o Non hanno modo di personalizzare la propria immagine;
o Non stabiliscono alcun contatto con il cliente;
o Non hanno proprie politiche di vendita limitandosi a perseguire quelle del mall;
o Non hanno alcuna forma di controllo sull’attività di vendita;
o Non possono offrire alcun servizio al cliente che non sia quello offerto dal mall.

Punto di vista della domanda
o Elevata omogeneità delle offerte;
o Elevata semplicità della selezione dei prodotti o delle offerte.
Con il rischio però della percezione di un appiattimento eccessivo dell’offerta.

Per quanto riguarda possibili linee guida per la progettazione di una mall, quelle enucleate dalla ricerca e qui proposte sono tre e riguardano:
– La struttura che si vuole dare al mall;
– I contenuti, le strutture di accesso e le funzionalità che si dovrebbero offrire all’utente;
– Infine gli elementi che l’interfaccia utente principale dovrebbe contenere.

A seconda dei requisiti in termini di immagine, di libertà, di interazione con il cliente che si vuole offrire alle aziende che aderiranno al mall, si può scegliere a quale delle tre tipologie di mall individuate, il mall che si vuole realizzare si debba avvicinare. In linea del tutto generale e tecnica, si possono tenere presenti le seguenti indicazioni.
La prima delle soluzioni individuate si addice a quelle aziende che vogliono avviare la vendita dei propri prodotti o servizi senza vincoli di sorta ed utilizzare la piattaforma (totem) per stabilire la propria presenza e la propria immagine, sempre conformemente, in ogni caso, alle esigenze ed alla logica del servizio.

La seconda soluzione, collocandosi in una posizione intermedia fra le altre due soprattutto per il discorso concernente la libertà offerta alle aziende, è indicata per quelle aziende che pur senza una evidente determinazione, vogliono accompagnare l’offerta dei propri prodotti o servizi attraverso il mall con una presenza ed una immagine per la propria azienda. Esse devono però essere disposte ad accettare i vincoli in termini di condizioni di vendita offerta fissati dal mall.

La terza soluzione è indicata per quelle aziende che non possedendo nessun know-how sul nuovo canale, vogliono accedere ad esso in modo defilato, senza oneri e rischi, e disposte a farlo anche a discapito di una propria autonomia per la gestione dell’immagine.

A questo punto, è necessario concentrare la propria attenzione su tre concetti legati al mall: contenuti, strutture di accesso e funzionalità:
Contenuti: essi non possono limitarsi alle semplici informazioni descrittive dei singoli prodotti ed offerte di servizi. Non esistendo nell’ambito mall un interlocutore fisico in grado di rispondere alle domande del potenziale visitatore, tali domande vanno previste e fornite già di una risposta. Ecco quindi che assumono una importanza strategica le informazioni di servizio che aiutano l’utente nella navigazione. Per persuadere il consumatore ad una fruizione è molto importante accompagnare lo stesso con informazioni aggiuntive e consigli d’uso che ruotano attorno alle categorie di prodotti offerti o di servizi. La presenza di queste informazioni è fondamentale in un mall che voglia proporsi ad un visitatore ancor prima che come semplice punto vendita, soprattutto come punto d’informazione. In generale, è auspicabile la presenza di alcune informazioni che potremmo definire logico/strutturali:
a. Informazioni di presentazione del mall
b. Informazioni di servizio del mall sulla navigazione e sul FAQs
c. Informazioni di presentazione delle aziende presenti
d. Informazioni circa servizi e prodotti offerti
e. Altre sezioni informative quali guide, rubriche, notizie ed eventi, consigli e pareri di esperti

Strutture di accesso: riguardo alle strutture, il discorso è molto complesso poiché notevole è la varietà ed il numero di servizi, prodotti e tipologie aziendali che si possono inserire in questo contesto; e questo dato si spiega con la prerogativa stessa di un mall che è quella di fungere da indice efficace e veloce per tutti i servizi, i prodotti e le aziende presenti. Quindi, un discorso valido sulle strutture di accesso lo si può compiere solo in presenza di dati certi su cui elaborare strategie calibrate di inserimento e di interazione sinergica.

Funzionalità: in questo caso bisogna considerare attentamente che un lavoro del genere presuppone una cura particolarmente concentrata su una serie di variabili che si inseriscono in un sistema così complesso:
Attenzione all’uso del tempo da parte dell’utente; il visitatore non deve mai avere la sensazione di perdere tempo; ciò potrebbe procurare un fastidio che andrebbe ad aggravare il bilancio dell’operazione;
Far percepire all’utente che le operazioni che compie sono atte ad avere “qualcosa in cambio”; questo perché durante l’applicazione egli potrà modulare il tempo necessario tra una richiesta ‘culturale’ ed una di “attività ricreative o di svago”, complementari ma non strettamente finalizzate al percorso, lasciando quindi un margine di libertà di movimento consentendo anche di curiosare, divertirsi, assaporare i diversi contenuti multimediali;
Necessità di un ‘fine comune’ tra il visitatore e la postazione; ossia è di fondamentale importanza che l’applicazione riesca a instaurare una sorta di ‘collaborazione emotiva’ con il fruitore;
Necessità di un buon livello di multimedialità e interazione; si tratta di porre l’applicazione sul giusto piano, cioè con l’alto livello di interattività in equilibrio tra l’offerta dell’Ente Gestore, le sue necessità, e la capacità di presentare i diversi contenuti multimediali, in modo che questi possano essere scelti, fruiti, attivati dall’utente, tanto o poco, a piacimento, con interesse o semplice curiosità.

Infine, un approfondimento va fatto per quanto riguarda il discorso dei “profili” del visitatore. Nel caso da noi indagato la forma finale dell’offerta non è determinata esclusivamente dalla sfera della produzione, bensì ricalca i bisogni della sfera della fruizione; in questa dinamica, “profilo del consumatore” non si configura più semplicemente come un dato statistico da analizzare e processare a posteriori insieme ad altri dati simili: significa invece la piena e completa risposta ad una lunga serie di domande (la cui selezione ed individuazione di parole chiave deve essere necessariamente affidata a tecnici del settore); è quindi importante che il profilo finale sia attendibile, curato, ed abbia in ogni caso una forma accattivante ed interessante, possibilmente anche poco ripetitiva, affinché la componente di confronto tra gli utilizzatori giochi un ruolo fondamentale e apportatore di vantaggi, nell’ottica di sinergia tra gli attori coinvolti.

DT 9.1 D1 – Beni culturali e industria del turismo: Analisi retrospettiva e prospettive a breve e medio termine

Dott. Pierpaolo Pedicini

Dott.ssa Rosaria Possemato

 

Attività 9.1 : Costruzione quadro esigenze gestori e fruitori

DT 9.1 D1 – Beni culturali e industria del turismo: Analisi retrospettiva e prospettive a breve e medio termine

Indice
Premessa
1. Analisi del quinquennio 2004/2008
1.1 Andamenti dell’offerta
1.2 Andamenti della domanda
1.3 Analisi delle tendenze
1.4 L’inizio della crisi e la sua percezione
2. Analisi del quinquennio 2009/2013
2.1 Il Turismo culturale rallenta sensibilmente
2.2 Sottovalutazione del patrimonio culturale ‘minore’, diffuso su tutto il territorio italiano
2.3 Grande e crescente divario tra i risultati potenziali e quelli effettivi realizzati sui grandi mercati internazionali
2.4 Scenario a breve e medio termine
2.5 Criticità dell’offerta e dell’organizzazione turistica a livello internazionale
2.6 Mappa competitiva dei prodotti

 

Premessa
Nel quadro della Documentazione Tecnica derivante dalle attività dell’Obiettivo Realizzativo 9, il presente documento afferisce alla costruzione del quadro delle esigenze dei gestori e dei fruitori del Sistema SI.TU.VA.GE.
Il documento è una descrizione sintetica delle principali problematiche e delle tendenze riguardanti il ‘turismo culturale’, basata sulle analisi di settore e congiunturali compiute dall’ISNART (Istituto Nazionale Ricerche Turistiche) per Osservatorio Nazionale del Turismo.
Per dare una visione efficace del fenomeno si è preso in considerazione il decennio 2004/2013 poiché di notevole importanza per comprendere quanto successo, ma soprattutto per analizzare su basi solide il presente nell’ottica di proiezioni future.
Per motivi di chiarezza ed agilità, i dati relativi al primo quinquennio sono stati elaborati secondo codici puramente descrittivi, mentre quelli relativi agli anni 2009/2013 sono stati indicati in percentuali, in modo tale da ponderare le problematiche e renderle quindi più aderenti a logiche operative.

1. Analisi del quinquennio 2004/2008
1.1 Andamenti dell’offerta
I risultati che si raggiunsero nell’anno 2004, relativamente alle regioni italiane, possono essere aggregati in due gruppi fondamentali:
Offerta innovativa – le performance migliori, in linea con le tendenze precedenti, le fecero registrare i prodotti tradizionali; ma di notevole interesse fu l’ottima risposta all’offerta di prodotti di “nuova concezione”. Questo dato, infatti, deve esser letto come il risultato di due fenomeni, entrambe importanti:
 maturità dell’offerta con conseguenti politiche marketing di diversification permesse da una elevata numerosità di prodotti;
 affermazione di una tipologia di turismo, quello di nicchia o tematico, indicatore di una speculare maturità della domanda (il fruitore è sempre meno passivo e massificato nel suo bisogno di “consumo”)
Offerta abituale – anche in questo caso, pur con l’accennata performance vincente fatta registrare dai prodotti tradizionali, c’è da evidenziare come elemento di successo fu l’atteggiamento migliorativo dell’offerta, consistente in una proposta arricchita da nuovi e più aderenti standard di customer care rispetto agli anni precedenti (tra le regioni che operarono in questa direzione, soprattutto con una notevole offerta di mete alternative alle classiche, la Campania risultò tra le più competitive).

1.2 Andamenti della domanda
Nel 2004 l’afflusso dei turisti, sia italiani che stranieri, fu tutto sommato sostenuto e in lieve miglioramento rispetto a quello degli anni precedenti.
Il 2005, invece, anche se di modesta entità subì nuovamente un calo che, seppur meno marcato rispetto ai precedenti il quinquennio in esame, mise comunque in difficoltà gli analisti del settore.
Oggi, con le conoscenze acquisite su serie storiche e non ipotizzate su trend statistici, possiamo ragionevolmente sostenere che il fenomeno che si andava delineando era lo sfumare della stagionalità come peculiarità caratterizzante il turismo.
Infatti, se disgreghiamo i risultati e li analizziamo con la lente microscopica della suddivisione per regioni, si nota che le performance furono altalenanti e legate maggiormente alle modalità di fruizione anziché alla tipologia di prodotto.
Per esempio, in controtendenza rispetto al classico periodo della stagione estiva, montagna e lago si attestarono ai primi posti delle scelte, rispetto ai luoghi balneari, con un delta importante a seconda dei mesi.
Pur restando invariata l’offerta delle tue tipologie di prodotto, mare e montagna, quel che permise di fare uno scatto in avanti fu l’atteggiamento nei confronti dei turisti: mentre le mete balneari, data la stagione, ritenevano scontato un forte flusso di turisti e non si attivarono per creare nuove forme di fruizione, le mete montane, invece, per porsi in modo concorrenziale, concepirono una serie di novità e innovative formule promozionali in grado di intercettare flussi maggiori di turisti.

1.3 Analisi delle tendenze
Le conclusioni di questo cambiamento possiamo derivarle da due fattori principali:
– il primo, legato all’affermazione sempre maggiore di internet e quindi alla possibilità di scelta di prodotti meno vistosi e più difficilmente raggiungibili che, grazie alla rivoluzione telematica, riuscirono a trasformare la loro debolezza in un punto di forza conquistando il rango di meta attrattiva per le sue caratteristiche uniche e irripetibili;
– il secondo, legato alla conferma che se un prodotto non viene valorizzato e reso più articolato mediante una interconnessione di altri prodotti, alla lunga perde il suo potere di attrazione.

Ed infatti, osservando ciò che accadde nel corso del 2006, il dato che per noi risulta interessante è proprio il prender corpo con sempre più incidenza del fenomeno della destagionalizzazione, sia a livello territoriale che di prodotto.
Scendendo un po’ più nel dettaglio, l’andamento del flusso turistico fece registrare una tendenza di lieve crescita che venne confermata e consolidata anche per quanto riguarda le aree prodotto, con posizioni leader per città d’arte e turismo verde.
Questo dato però deve essere incrociato con un altro elemento significativo che si verificò nel periodo in esame: oltre alla crescita si registrò anche una minore stabilità dei flussi rispetto all’anno precedente.
Ciò può essere interpretato nell’ottica di una maggiore diversificazione dell’offerta turistica e dell’affermazione di realtà aziendali sempre più concorrenziali e attente all’offerta qualitativa. In questo senso sembra aumentare il divario tra chi, leggendo e adeguandosi alle richieste di un mercato sempre più esigente, seppe attivare concrete politiche di commercializzazione e chi, d’altro canto, non riuscì a raggiungere quegli standard e ad attuare quelle strategie che gli avrebbero invece garantito una maggiore competitività sul mercato.

Nel 2007, rispetto all’anno precedente, nonostante la stabilità dei flussi, ci furono i primi veri segnali di una insorgente instabilità, connotata da un calo del turismo sia interno che straniero; con sacche di criticità più in merito al turismo interno che non estero.
Ma, dato da non sottovalutare, tali indicazioni sull’andamento generale, valutate oggi spalmandole sulle singole regioni italiane, subiscono forti variazioni.
Si vuole qui dare importanza a questo fenomeno perché fu fortemente influenzato dalla capacità delle regioni di organizzarsi, darsi delle strutture e dei sistemi di fruizione, di inserirsi in canali commerciali innovativi, di diversificare la propria offerta; ancora una volta, semplicemente, la capacità di pianificare e progettare secondo le linee guida del marketing integrato.

Eppure analizzando i feedback delle imprese, emerge che addirittura il 32% del panel segnalò di non aver bisogno di adeguamenti nei servizi o di innovazioni, un significativo 28% dichiarò invece che le proprie strutture necessitavano di adeguamenti tecnologici, un 14,5% di ampliare la propria offerta di servizi integrati (prenotazioni musei, auto, escursioni, ecc.), solo il 13,5% quella dei servizi alle persone, il 12% di migliorare la propria offerta fornendo informazioni sul territorio (opportunità, eventi, ecc) (v. grafico).

      Fonte: Osservatorio Nazionale del Turismo 2007

Infine, le performance migliori le ottennero coloro che puntarono sulla qualità dell’ambiente, del decoro urbano, dell’offerta culturale e dell’organizzazione del territorio, delle infrastrutture (aeroporti, porti, strade, ferrovie), delle politiche promozionali e della qualità generale degli eventi.

Il 2008 si caratterizzò per alcune dinamiche, già presenti nel 2007, di significativa instabilità del mercato interno di contro ad un mercato internazionale che, invece, permise la buona positività del bilancio.
Di fatto, nonostante una maggiore attenzione al problema, emersero tutte le difficoltà ed incapacità delle nostre offerte di moltiplicare e diversificare le proposte per raggiungere un carattere stabile di destagionalizzazione.
Quanto detto, assume ancor più rilevanza se lo si connette con il dato che in Europa crebbe il primato dell’Italia come destinazione maggiormente richiesta.

Quanto detto si rispecchia anche sul mercato turistico internazionale dove le regioni italiane più vendute  sono il Lazio (77% dei Tour Operator nel 2013), il Veneto (71%) e la Toscana (65%) in una classifica senza grandi diversità rispetto a quella del 2012

1.4 L’inizio della crisi e la sua percezione
Interessante notare, analizzando oggi il passato, la relativa facilità con cui si possono commettere errori di valutazione quando si cerca di studiare e comprendere l’andamento di un flusso turistico.
Infatti, nel 2007 si registrarono risultati più in linea con gli incrementi degli anni precedenti che con la ‘crisi’ che stava iniziando a connotarsi, inducendo i tecnici del settore ad ipotizzare un riassetto del comparto verso trend positivi.
Cosa accade in seguito non fu certo ciò che venne allora ipotizzato, eppure i tecnici del settore che in quel momento studiavano il fenomeno avevano tutti gli strumenti, sia teorici che operativi, per evitare errori di valutazione così macroscopici.
Di fatto, forse per la prima volta, entrarono nel ‘settore turismo’ variabili influenti che fino ad allora non si erano interconnesse, o che la loro azione non veniva percepita nella giusta misura ed importanza.
Ma ammettere ora che quegli errori furono inevitabili, non significa affatto che oggi non si debba tenerli in massima considerazione al fine di evitarli; e questo è possibile solo mediante un radicale ripensamento delle prospettive di analisi. In generale, l’errore fu il ritenere la crisi una normale congiuntura economica sfavorevole e non l’entrata in crisi di modelli di comportamento, di fruizione ed offerta; in sintesi: di paradigma.

Quanto detto, mutuando concetti elaborati in altri ambiti e declinati nel settore che stiamo analizzando, si traduce nella urgenza di ripensare profondamente l’offerta turistica: mai come oggi e ancor più in futuro deve basarsi su una capillare e approfondita conoscenza dei caratteri e delle qualità di un territorio in modo da far emergere la personalità e l’unicità del luogo.
Questo, mediante operazioni di organizzazione in termini di accesso, ricettività e di valorizzazione congiunta di tutte le risorse presenti su un territorio: umane, storiche e culturali, ambientali.
Ma, soprattutto, iniziare a considerare tutto ciò come un sistema da ingegnerizzare con l’obiettivo prioritario di una conservazione e valorizzazione dell’identità del luogo e dei suoi abitanti, nello spirito di un turismo consapevole e di uno sviluppo sostenibile.
Sono superate quelle logiche di marketing solo come mezzo per perseguire mete di sviluppo o favorire la penetrazione di prodotti e servizi.
In un nuovo ecosistema in divenire, caratterizzato da un notevole dinamismo sociale ed economico che rende mutevoli, in tempi sempre più ridotti, i bisogni e i comportamenti della società e degli attori economici, è evidente la necessità di introdurre logiche e strumenti di marketing che pongano al centro di ogni attività non solo lo studio delle caratteristiche della società e del luogo, al fine di individuarne le connotazioni fondamentali e di anticiparne le possibile evoluzioni, ma anche e soprattutto che integrino nella loro visione d’insieme i mutamenti tecnologici che ormai sono una dorsale imprescindibile.
Sarà sempre più necessario puntare allo sviluppo di soluzioni innovative a sostegno delle persone, favorendo l’accesso alle informazioni e al patrimonio turistico in senso lato attraverso le tecnologie informatico/informative; questo, per offrire servizi avanzati, altamente personalizzati, in grado di consentire una fruizione più coinvolgente, stimolante ed attraente rispetto alle forme attuali (l’argomento è trattato più estesamente in un altro DT).
I principi a supporto del rinnovamento organizzativo sono quelli mirati al superamento del divario rispetto a ciò che richiedono lo scenario economico internazionale e tecnologico, teatro di profondi mutamenti:
 accelerato cambiamento tecnologico e delle preferenze: oggi avviene a ritmi mai conosciuti prima facilitato dalla concomitanza di fenomeni che agiscono rispettivamente sia sul lato della domanda che dell’offerta di fruizione turistica;
 valorizzazione produttiva e commerciale delle conoscenze.
Se poniamo la massima attenzione a ciò, si capisce come bisogna assolutamente smettere di agire pensando “che tanto l’Italia è il Bel Paese” e che il turismo, quindi, verrà sempre, comunque ed incondizionatamente.
Non è così; bisogna applicare politiche di marketing integrato in modo da far perdere quella “pericolosa occasionalità” che caratterizza il flusso turistico, trasformandola in un continuo e costante processo di fidelizzazione che farà in modo da far crescere l’appeal del nostro territorio, la qualità dell’accoglienza, la destagionalizzazione di una offerta articolata, differenziata ed organizzata, sia dei prodotti che dei servizi; in uno slogan: passare dal turismo come tesoro a turismo come risorsa, proprio perché un tesoro non si autoalimenta, è destinato a finire man mano che lo si usa; la risorsa, invece, ha possibilità di autoalimentarsi.
In una situazione come quella italiana (ma comunque sempre più generalizzata) le ricchezze da investire per la tutela e la salvaguardia del territorio derivano proprio dall’uso e consumo del territorio stesso.
Questo, alla lunga, senza visione progettuale, può determinare un vortice degenerativo per cui all’aumentare dell’uso del territorio, quindi del suo consumo, diminuiscono gli incassi che servirebbero per tutelarlo e conservare; quindi più si pauperizza il bene più diminuiscono gli introiti, al diminuire degli introiti consegue un impoverimento maggiore del bene e così via.
Viceversa, se si applicano politiche di marketing integrato, quindi si organizza e struttura il bene, all’aumentare del suo appeal e della sua capacità di accoglienza aumenteranno gli introiti con una pauperizzazione inferiore del bene; aumentando gli introiti aumenteranno esponenzialmente le possibilità di rendere il bene sempre più attrattivo ed accogliente, grazie ad una maggiore possibilità di investimenti unitamente ad un degrado minore del bene, generando in questo modo una spirale migliorativa.
E questo non si verifica e mai potrebbe farlo in modo casuale, ma solo ed esclusivamente con il cambio di prospettiva, e quindi di mentalità, passando dal concetto di “uso e consumo” a quello di “salvaguardia e valorizzazione” di un bene.

 

 

2. Analisi del quinquennio 2009/2013
2.1 Il turismo culturale rallenta sensibilmente
Nonostante il preoccupante andamento dell’economia, il turismo in Italia, nel 2009, mostra complessivamente una sostanziale tenuta dovuta soprattutto all’ottima organizzazione dell’offerta turistica della stagione invernale.
Il turismo internazionale scende a quota 26,7% (contro a un precedente 31% dell’anno precedente) incidendo in misura maggiore sull’offerta culturale.
Questa divaricazione delle tendenze, relative rispettivamente all’intero settore turistico ed al comparto del ‘turismo culturale’, prosegue e si accentua negli anni successivi.
La crisi economica diventa recessione ed innesca dinamiche socio-economiche che, illusoriamente, i Paesi avanzati ritenevano definitivamente tramontate.
La contrazione dei consumi, in particolare, impone una radicale rivalutazione delle priorità incidendo pesantemente sulla domanda di turismo e, in quest’ambito, sulle forme più evolute e costose, quale appunto è il ‘turismo culturale’, almeno nella configurazione tipica della sua offerta.
Sul fronte del mercato internazionale, riferimento obbligato per ogni piano o progetto di sviluppo, nel 2013 si registra una sostanziale tenuta (-1% sull’anno precedente) rispetto ad una domanda interna in continuo calo (-5% le presenze stimate tra il 2011 e il 2012).
Questi dati, apparentemente rassicuranti, denunciano invece la grave e crescente incapacità del sistema Italia di organizzare una offerta turistica corrispondente alla domanda.
“Sul mercato organizzato internazionale l’Italia conserva ancora il suo fascino come meta desiderata ma perde forza come prodotto turistico di acquisto”.
Il fascino del nostro Paese si riflette nell’andamento della domanda di viaggi secondo i grandi buyer internazionali: l’83% degli operatori che commercializzano l’Italia indica le destinazioni italiane come le più richieste da parte della clientela, seguite da Francia (59%) e Spagna (53%).
“Tuttavia in fase di acquisto del pacchetto di vacanza le destinazioni italiane non mantengono lo stesso primato: sul totale dei viaggi venduti dai grandi buyer internazionali, quelli in Italia passano dal 31% del 2011 al 27% del 2012”.
“Nel dettaglio dei mercati, la quota di venduto in Europa si attesta al 26% (29% l’anno precedente), un calo generalizzato a tutti i mercati con l’eccezione dei Paesi Scandinavi”.
“Le città italiane, prodotto di punta per il turismo internazionale, rappresentano la destinazione di soggiorno per il 37% dei turisti stranieri, un dato che torna ad allinearsi agli ultimi anni.
Questo prodotto ha un appeal particolare per i turisti provenienti dal Giappone (il 58% dei giapponesi in Italia sceglie le città), dalla Spagna (56%), dagli Stati Uniti (49%), e dal Regno Unito (46%)”.

Rispetto alla domanda di turismo interno, forse a causa di una contrazione delle possibilità economiche, “Il patrimonio artistico e monumentale delle città italiane emerge come principale motivazione di soggiorno” .
Eppure si noti come i rilevamenti statistici si riferiscano al patrimonio “artistico e monumentale delle città italiane”, mettendo in evidenza la sottovalutazione, nei fatti prima che nelle statistiche, dell’ingente patrimonio diffuso su tutto il territorio italiano.
Questo è indice di una grave zona d’ombra che oscura il nostro patrimonio culturale, tanto all’estero quanto in Italia.

2.2 Sottovalutazione del patrimonio culturale “minore”, diffuso su tutto il territorio italiano.
Il problema, negli aspetti qualitativi, è conosciuto. E’ interessante dare qualche dato sulla sua
dimensione concreta, in particolare sugli effetti notevoli che esso provoca sugli orientamenti e
sulle decisioni dei turisti.
A tale scopo, si osservino i dati di tabella (Fonte: Osservatorio Nazionale del Turismo) relativi al 2012 ma fedelmente rappresentativi della tendenza in atto.
I dati derivano da soggiorni effettuati (con relativo volume di spesa) e sono suddivisi per tipologia di localizzazione (la colonna “natura” riguarda il turismo verde) e per motivazione della scelta.

 

Motivazione principale del soggiorno per prodotto e destinazioneFonte: Osservatorio Nazionale del Turismo – dati Unioncamere 2012
Città Montagna Terme Lago Mare Natura Totale %
 Ricchezza del patrimonio artistico/monumentale  23,2 1,7 1,2 4,5 3,3 5,3 9,0 
Bellezze naturali del luogo   17,6  28,4  14,9  37,7  26,7  38,3  24,8
Interessi enogastronomici  11,3 3,4 6,0 8,3 3,5 10,1 6,6 
Shopping   11,2  3,1  4,2  3,3  5,7  3,6 6,5 
 Per conoscere usi e costumi della popolazione locale 7,6 1,8 1,7 3,8 2,5 5,6 4,1 

La disaggregazione dei dati, relativi al patrimonio artistico monumentale, dimostra chiaramente come questo tipo di patrimonio sia praticamente ininfluente sulle motivazioni dei turisti che scelgono come destinazione una “città d’arte”.
Le bellezze naturali sono l’attrattiva principale (24,8% sul totale dei soggiorni) ma sono omogeneamente distribuite tra tutte le destinazioni.
La promozione della “componente naturale” dell’immagine dell’Italia, nel mercato turistico, è stata evidentemente efficace, contrariamente a quanto si rileva per la componente “culturale”.
È significativo osservare che, fatta eccezione per le città, il richiamo dei beni culturali nelle altre destinazioni è mediamente (3,2%) quasi metà del corrispondente valore della enogastronomia (6,26%), inferiore allo shopping (3,98%) e sostanzialmente allineato a quello (3,08%) relativo ai visitatori che si recano in Italia “per conoscere usi e costumi della popolazione locale”.
Quest’ultimo dato è veramente allarmante in quanto rileva che nel Bel Paese, dove si trova una quota consistente dei Beni Culturali dell’intera umanità (e via dicendo, secondo risaputi proclami trionfalistici o autoconsolatori) il patrimonio artistico/monumentale presente in migliaia di centri minori e fin nelle campagne suscita nei turisti un interesse specifico paragonabile a quello degli appassionati di etnologia, di folklore, di usi e costumi locali.
Purtroppo il nostro patrimonio culturale, che effettivamente non trova confronti per quanto riguarda la diversificazione dei contenuti e la capillare diffusione nell’intero territorio, non è abbastanza conosciuto ed apprezzato neanche in Italia.

2.3 Grande e crescente divario tra i risultati potenziali e quelli effettivi realizzati sui grandi mercati internazionali.

L’Italia, tradizionalmente, esercita un grande richiamo nei grandi mercati internazionali, sia in quelli “maturi” che in quelli dei Paesi emergenti. Un osservatorio qualificato, quello dei grandi buyer internazionali, nel 2013 rileva che l’83% dei Tour Operator stranieri indica le destinazioni italiane come le più richieste nel mondo, seguite dalla Francia (59%) e dalla Spagna (53%).
Tuttavia, non può nascondersi la forte concorrenza sia delle nuove destinazioni di vacanza che di quelle mature le quali differenziano sempre di più la loro offerta turistica. Inoltre, il cambiamento dei bacini di origine dei flussi ha determinato un calo di appeal dell’Italia sul mercato europeo (a vantaggio di Spagna, Francia, Turchia e Grecia).

2.4 Scenario a breve e medio termine
L’Italia, nell’immaginario dei turisti del Pianeta, è la meta più ambita, con un notevole distacco (circa 30%) sui più vicini inseguitori. A consuntivo di acquisti, questo primato viene sistematicamente perduto, con tendenza fortemente negativa. (I viaggi venduti dai buyers internazionali verso l’Italia passano dal 31% del 2011 al 27% del 2012).
Lo scarto tra i risultati potenziali e reali, prescindendo dalle oscillazioni annuali, è un fatto ormai consolidato.
Lo scenario per i prossimi anni si può descrivere con i seguenti punti essenziali.
1) L’industria turistica italiana registra da alcuni anni un mercato interno in contrazione, sia in volume che in valore complessivi.
Non si intravvedono sintomi, o fattori, di inversione della tendenza per il breve e medio termine.
2) La domanda internazionale è in crescita e la tendenza è positiva, a medio termine.
3) L’offerta è però inadeguata: non riesce a cogliere tutte le opportunità e, soprattutto, rispetto ai principali competitori esteri si riorganizza con minore efficacia.
4) Rispetto ai diversi segmenti del mercato internazionale, l’offerta italiana ha posizioni competitive diverse che richiederebbero strategie mirate, anche notevolmente diversificate.
5) Il comparto dei Beni Culturali è quello dove lo scarto tra risultati potenziali e reali diventa massimo.
6) Le città d’arte rappresentano il nostro principale prodotto turistico ma l’offerta non intercetta a sufficienza le esigenze della domanda, per carenze strategiche, organizzative e operative.
7) Sul piano strategico, il segmento di mercato definibile “degli amanti del Bel Paese” è chiaramente e radicalmente diverso da quello del “visitatore curioso”. Ciò premesso, sono carenti le politiche di offerta, mirate al primo segmento, in grado di fidelizzare il consumatore, ossia di indurlo a soggiorni prolungati e, soprattutto, ripetuti.
8) In generale, si sente la carenza di un orientamento strategico chiaro, a medio-lungo termine, per l’industria italiana del turismo e di quello culturale in special modo.
9) Le problematiche di vision a lungo termine coinvolgono decisamente le autorità di governo, centrali e periferiche, che non riescono ad elaborare un orientamento strategico chiaro ed efficace. La frammentazione del sistema dei soggetti coinvolti nel processo di decisione (con l’abbassamento del livello di competenza tecnica dei singoli) ostacola l’assunzione e la concreta applicazione di una strategia unitaria, adeguata alle competizioni nel mercato globale.
10) Sul piano organizzativo/operativo, è insufficiente la qualità complessiva della nostra offerta rispetto ai livelli chiesti dalla competizione internazionale. (Questa osservazione riguarda ovviamente la situazione media, che nella realtà comprende punte di assoluta eccellenza accanto a comportamenti pirateschi).

2.5 Criticità dell’offerta e dell’organizzazione turistica a livello internazionale
L’analisi delle rilevazioni effettuate nel decennio 2004/2013 ci permette di fotografare i punti di forza e di debolezza dell’offerta e della organizzazione turistica italiana, che possono rappresentare ostacoli all’incremento o al mantenimento di destinazioni italiane all’interno del circuito turistico.
In linea di massima, vengono di seguito riassunti in tabella quelli che possono essere a ragione considerati gli ostacoli maggiori; non si riportano i valori medi in percentuale dal momento che non sono rilevanti in questo contesto, ma si è comunque indicizzato l’elenco in ordine decrescente di gravità:
• Prezzi elevati
• Scarsa qualità e disorganizzazione dei servizi di accoglienza
• Mancanza di un referente locale per le informazioni turistiche
• Carenza di informazioni e comunicazione mirata per il turista
• Difficoltà di organizzazione e prenotazione anticipata
• Mancanza di Agenzie locali di Incoming
• Difficoltà nella chiusura dei contratti
• Diffidenza degli operatori italiani al mercato della intermediazione
• Scarsa competenza professionale degli operatori
• Mancanza di un referente locale per le informazioni commerciali
• Scarsa valorizzazione dei luoghi turistici e del patrimonio artistico
• Scarsa numerosità di eventi ed iniziative

2.6 Mappa competitiva dei prodotti
Le indagini statistiche prendono in esame la seguente tipologia di prodotti.
• Città d’arte
• Montagna
• Terme
• Lago
• Mare
• Campagna
L’analisi ponderale pone al primo posto dell’indice di gradimento, indipendentemente dall’anno, le mete del turismo culturale.
In questo quadro, un dato che va tenuto in forte considerazione è la stagionalità dell’offerta poiché apre la strada a diverse osservazioni.
Infatti, quel che emerge dalle analisi, è he al problema della forte stagionalità dei prodotti è da contrapporre il dato per cui, comunque, anche prodotti che sarebbero dovuti restare al margine del flusso turistico (si considerino per esempio le località balneari nei mesi freddi), pur facendo registrare percentuali inferiori rispetto ai prodotti leader, ottenendo percentuali assolute di tutto rilievo.
Questa apparente singolarità, oggi la possiamo interpretare e ben spiegare facendo ricorso al notevole cambiamento nelle modalità di organizzazione delle vacanze in rapporto all’utilizzo delle nuove tecnologie.
La modalità di prenotazione tramite internet, con la sua inarrestabile avanzata iniziata proprio negli anni sotto osservazione, comportò un vero cambiamento di costume sia nella programmazione, da parte del cliente, sia nella gestione, da parte degli operatori.
Infatti, a tal riguardo, si consideri che coloro che ottennero performance migliori furono i ‘gestori di prodotti fortemente stagionali’ che seppero però ampliare le proprie offerte con prodotti complementari che andavano al imitare i danni del ‘fuori stagione’.

Da questa importante considerazione, tenendo i dati sotto la lente di ingrandimento, possiamo descrivere una importante acquisizione concettuale. Di fatto, all’aumentare della necessità della intermediazione, lo sviluppo di internet accompagna la crescita delle potenzialità della Customer Satisfaction, rendendo il consumatore più padrone delle proprie scelte.
Nel caso che stiamo indagando, quello del turismo, il viaggiatore, tramite l’autonomia concessagli dai nuovi mezzi, con il suo modo di agire diventa parte egli stesso del prodotto; da consumer si trasforma in prosumer.
Quindi, se il compito del marketing del turismo è quello di porsi come leva strategica per valorizzare, sviluppare e gestire il fenomeno turismo, è pur vero che per farlo deve adottare necessariamente tutte le componenti del sistema: territorio, prodotti, produttori, consumatori, facendo attenzione a non schiacciarsi, mai solo su alcune di esse.
A questo punto, è opportuno fare alcune riflessioni sul concetto stesso di prodotto (Vedi documento DT 9.1 D2).

Fase OR 5 – Nuove tecnologie su piattaforme inerziali

Luigi Iozzoli

Società: Assing S.p.A.

Fase OR 5 – Nuove tecnologie su piattaforme inerziali

5.1 Analisi del Documento di “requisiti utente” per rispettare le esigenze degli utenti inesperti riguardo alle elaborazioni necessarie al posizionamento spaziale di misure multisensoriali.

Studio per l’individuazione di piattaforme consumer

È stata effettuata una ricerca di mercato per individuare piattaforme “consumer” già disponibili sul mercato, integrabili o complementari che potranno essere utilizzate per allestire uno strumento WD (Wearable Device) idoneo alla fruizione, da parte dei turisti inesperti, del territorio. Con il termine Wearable Device (dispositivi indossabili) ci si riferisce all’abbigliamento e agli accessori che incorporano computer e tecnologie elettroniche avanzate. La tecnologia indossabile risponde alle esigenze della cosiddetta “ubiquitous computing” e cioè la necessità di disporre di dispositivi computerizzati ovunque, nelle nostre esperienze di vita quotidiana, e delinea le basi per l’apertura di uno scenario tecnologico in cui viene superata la necessità di utilizzare il tradizionale personal computer.

La radicale discontinuità che questa visione introduce risiede tanto nel voler modificare le condizioni della presenza, nella vita delle persone, degli strumenti che elaborano informazioni, quanto nell’intento di assegnare a tali strumenti compiti e funzioni che si rendano meno invadenti nei confronti degli utenti, operando quindi con un grado di relativa autonomia. I progressi della microelettronica e delle telecomunicazioni, che avanzano parallelamente all’integrazione dei vari sistemi tecnologici e alla tendenza verso un networking diffuso, consentono di concepire un mondo in cui l’individuo non debba più avere il peso della gestione diretta e continua dei dispositivi di calcolo. Questi, infatti, oltre a poter dialogare con l’utente, sono immersi in un ambiente interconnesso che li fa dialogare tra loro, rendendo possibile l’esecuzione automatizzata di una gamma sempre crescente di operazioni.

 

 

Figura 1 – Esempio di Wearable Device (WD)

Un dispositivo indossabile è un computer che integrato nell’ambito dello spazio personale dell’utente, risulta controllato da esso, e ha costanza sia operativa che interazionale, cioè è sempre attivo ed è sempre accessibile. In particolare, si tratta di un dispositivo che è sempre nella disponibilità dell’utente, il quale può interagire con esso in qualsiasi momento, ed in qualsiasi posto anche camminando o facendo altre attività. L’aspetto più saliente di un tale dispositivo, sia esso indossabile o meno, è rappresentato dalla generalità e riconfigurabilità, ciò vuol dire che la sua funzione può essere variata ampiamente, a seconda delle istruzioni fornite per l’esecuzione di un programma. Il Wearable Device ha quindi tutte le funzionalità di un sistema informatico, ma oltre ad essere un computer, è anche particolarmente adattato a chi lo indossa. Questo è ciò che contraddistingue un dispositivo indossabile rispetto ad altri accessori indossabili, quali orologi, occhiali, radio portatili, ecc. A differenza di questi altri accessori indossabili che non sono programmabili, il computer indossabile è riconfigurabile al pari di un computer desktop o di un mainframe.

La tecnologia indossabile ha applicazioni più svariate che vanno dal monitoraggio in tempo reale dei parametri fisiologici degli atleti nelle attività sportive, alla rilevazione dei parametri fisici dell’ambiente da parte di semplici persone che passeggiano per le strade di una città. Particolare impulso allo sviluppo di tali tecnologie è stato apportato dai sensori per la rilevazione dei parametri chimico/fisici e biologici, che nel tempo hanno subito un processo di miniaturizzazione che ha permesso il loro impiego in dispositivi indossabili.

Figura 2 – Sensoristica applicabile a Wearable Device (WD)

 


5.2   Requisiti del sistema di posizionamento spaziale di misure multisensoriali. Confronto con i requisiti utenti e prime scelte architetturali.

Allestimento di un laboratorio integrato

Si è proceduto allo studio dell’allestimento di un laboratorio integrato per la somministrazione degli stimoli fisici in modalità ibrida reale-virtuale ed informativi in modalità virtuale. Attraverso l’utilizzo delle attrezzature presenti nel laboratorio sarà possibile adoperare i dati rilevati in campo per la riproduzione di scenari dell’ambiente virtuale.

La realtà virtuale immersiva contraddistingue l’esperienza di immersione sensoriale in quanto rappresenta una risposta in “real time” alle modificazioni dell’ambiente introdotte dall’utente. Ciò che la caratterizza è la sensazione psicologica e sensoriale, da parte dell’utente, di poter interagire in modo “naturale” con un ambiente di sintesi nelle sue dimensioni spazio-temporali. Tramite l’uso di apposite attrezzature quali casco, guanti o tuta, l’utente viene isolato dall’ambiente fisico reale per essere proiettato in una realtà di sintesi, inducendo la sensazione di essere in un altro luogo, in un “mondo” virtuale. La possibilità di interagire con movimenti di corpo, testa e arti aumenta la sensazione di presenza in quella dimensione.

Si è provveduto ad effettuare uno studio sulle strumentazioni presenti attualmente sul mercato che offrissero le più elevate performance in quanto a fruizione ed interazione dei contenuti di realtà virtuale.

1. Strumentazione per la rilevazione del movimento umano

Sensori di posizione: WorldViz PPTE (4 sensor) High Speed Position Tracker

Si tratta di un sistema di telecamere ad infrarossi che consente la rilevazione dei movimenti con un tracciamento ottico di alta qualità, in grado di coprire intervalli molto ampi (più di 50 x 50 metri) a prezzi competitivi.  Le telecamere PPTE sono in grado di riprodurre in tempo reale, istante per istante il movimento di un soggetto. Con la potenza e la facilità di integrazione con gli strumenti di rendering real -time esistenti in commercio, il sistema PPT rappresenta la soluzione ideale per le applicazioni in tempo reale di Realtà Virtuale .

Figura 1 – PPTE High Speed Position Tracker

 

WorldViz PPT MoCap Target

Si tratta di target che vengono utilizzati nella calibrazione del sistema di inseguimento della posizione. WorldViz utilizza una tecnica ad alta velocità che consente agli utenti di calibrare il sistemi in pochi minuti. Con i sensori orientati in modo tale da ottimizzare il volume di inseguimento, viene utilizzata una piccola scheda di calibrazione a quattro punti per definire con precisione l’intero volume di inseguimento attraverso un sistema di coordinate tridimensionale XYZ.

Figura 2 – PPT MoCap Target

 

WorldViz Wireless 6DOF tracked hand-held wand

Si tratta di un dispositivo di input wireless 6DOF palmare per l’utilizzo con sistemi di realtà virtuale immersiva, consentendo la navigazione e l’interazione nell’ambiente virtuale. Risulta particolarmente confortevole al pari di un joystick a 5 pulsanti, intuitivo e predisposto per l’utilizzo da parte degli ipovedenti. Si basa sulla stessa tecnologia dei sistemi di motion tracking, offre una precisione elevata e un tracciamento uniforme anche durante i movimenti più rigorosi. La connessione al sistema avviene tramite tecnologia wireless.

Figura 3 – WorldViz Wireless 6DOF tracked hand-held wand

 

Guanto 5DT Data Glove Ultra 14 sensor

Il DataGlove è un guanto di tessuto doppio, nella cui intercapedine è collocato un circuito di fibre ottiche, in grado di comporre un’immagine tattile. Ogni fibra del DataGlove parte dal polso, corre lungo un dito e ritorna al polso per ripartire lungo un altro dito e così per cinque volte. A un capo della fibra ottica c’è un diodo luminoso, all’altro capo c’è un fototransistor che raccoglie la luce inviata dal diodo e trasforma le variazioni d’intensità luminosa in segnali elettrici che vengono trasmessi al computer.

Il guanto è in grado di rilevare la flessione di ogni singolo dito grazie ai 2 sensori per dito di cui è dotato, così come la prensione tra le dita. Il sistema si interfaccia con il computer tramite cavo collegato alla porta USB e risulta indipendente dalla piattaforma. È dotato di una funzione di autocalibrazione, risoluzione di 8-bit sia per la flessione sia per la prensione, estremo comfort, bassa deriva e un’architettura aperta.

Figura 4 – Guanto 5DT Data Glove Ultra 14 sensor

2.      Strumentazione per la fruizione dei contenuti di realtà virtuale

Casco IVR: Oculus Rift (display head-mounted)

Si tratta di un casco dotato di display, montati all’altezza degli occhi, in grado di offrire un notevole senso di immersione visiva e profondità 3D stereoscopica.

Il casco Oculus Rift Development Kit 2 HMD offre caratteristiche elevate per quanto riguarda la performance visiva, la risoluzione e il design.

Le sue caratteristiche principali sono:

  • schermo da 7 pollici
  • campo di vista panoramico di 110° diagonale, eccellente conoscenza della situazione, visione periferica attiva ed elevato realismo
  • risoluzione 1920×1080 pixel (960×1080 per occhio)
  • accelerometro con tre gdl per head orientation tracker .

Figura 5 – Oculus Rift Development Kit2

 

Cuffie con cavo: Sennheiser HD 650

Si tratta di cuffie dalla riproduzione pura, dal suono chiaro e da ottime caratteristiche in termini di dinamica. Le cuffie HD 650 presentano una bassa distorsione armonica ed un’elevata precisione nella riproduzione del suono su tutta la gamma di frequenza. I bassi sono ben equilibrati con estrema precisione nella riproduzione. La gamma alta e media dei suoni risulta ben bilanciata e garantisce una riproduzione vocale superbamente realistica.

Figura 6 –Cuffie con cavo Sennheiser HD 650

3.      Piattaforme software

WorldViz Vizard 4.x Development Edition

Il software è in grado di importare e visualizzare modelli 3D generati dai CAD più diffusi con la possibilità di personalizzare il lavoro con l’applicazione di materiali e colori diversi. Il rendering realitme offre illuminazione HDRI, soft shadows, realtime raytracing, animazioni e suoni 3D, con tecnologia sia di marker che di texture tracking. L’edizione Developer è la soluzione professionale di Worldviz che consente di creare contenuti eseguibili a tutto schermo.

Figura 7 – Interfaccia grafica WorldViz Vizard 4


5.3 Progettazione esecutiva dell’architettura di sistema e definizione del piano di sviluppo e di test.

Strumenti per la misura delle reazioni soggettive/oggettive.

Uno degli obiettivi sviluppati in questa prima fase del progetto è stato quello di scegliere e di mettere a punto gli strumenti di misurazione più efficaci per individuare in maniera attendibile ed affidabile le reazioni soggettive ed oggettive del “turista inesperto”. L’utilizzo di tali strumenti consentirà di ottenere dei parametri in grado di indicare qual è il livello di attenzione, di gradimento dello scenario e di stress a cui è sottoposto il turista che sta visitando lo scenario virtuale.

Le località turistiche ed in particolare i luoghi di interesse storico/archeologico sono luoghi ricchi di informazioni dove i visitatori arrivano e passano la maggior parte del loro tempo a esplorare il sito e ad usare la loro immaginazione per viaggiare indietro nel tempo. Molto spesso, però, assistiamo a scene in cui i visitatori, in particolar modo i più giovani, sono poco motivati, poco coinvolti ed annoiati durante le visite in luoghi di massima rilevanza storica. Tuttavia, questi luoghi hanno un enorme patrimonio di conoscenza da condividere, ma la maggior parte di questa informazione viene ristretta all’interno di piccole icone descrittive. Inoltre, laddove vi sia una visita guidata il problema è che l’informazione resta unidirezionale: dalla guida al visitatore. Un altro problema è che la quantità di oggetti e di elementi all’interno del sito risultano essere, secondo la prospettiva del visitatore, disconnessi tra di loro e senza un apparente filo rosso che li collega. Quindi, la visita risulta sfidante e talvolta stressante perché il turista non riesce a cogliere il reale significato di ciò che sta visitando, in quanto non conosce lo scopo dei singoli elementi presenti, come essi venivano usati, che funzione avevano e come erano collegati l’uno all’altro nelle attività quotidiane del passato.

Uno degli obiettivi emergenti in un’esperienza turistica è quello di “COINVOLGERE” quanto più possibile il turista. Questo è un costrutto multidimensionale che include elementi cognitivi, emotivi e comportamentali. Soprattutto in riferimento a reperti di tipo archeologico, il coinvolgimento del turista può essere ottenuto: a) conoscendo le motivazioni del turista rispetto al bene culturale da visitare e l’immagine che ne hanno; b) facendo interagire il turista con gli elementi presenti nel luogo da visitare. In questo modo l’interazione tra turista e bene culturale non è più di tipo unidirezionale (dalla guida al turista) ma bidirezionale; c) creando un ambiente che sia confortevole e poco stressante; d) facendo vedere al turista il ruolo e le funzioni di quel bene culturale nella sua epoca storica. Quindi risulta necessario per chi progetta dei sistemi di fruizione dei beni culturali misurare tali elementi ed utilizzare i dati emergenti per realizzare delle visite al bene culturale a “misura di turista”.

Per quanto riguarda l’indagine delle motivazioni del turista, gli strumenti maggiormente utilizzati in letteratura sono le interviste (inchieste o survey) ed i questionari  (1). Inoltre, dall’analisi della letteratura e sulla base di studi condotti tramite l’utilizzo della Realtà Virtuale Immersiva è emerso che i parametri più indicati per cogliere le reazioni del turista sono rappresentati da: (2) livello di gradimento dello scenario visitato e degli elementi all’interno di esso; (3) indici biometrici quali: a- variazioni del battito cardiaco; b- tensione muscolare; c-conduttanza cutanea.

1.      Metodi di misurazione scelti per le reazioni del turista inesperto

Gli strumenti scelti per misurare tali parametri sono elencati di seguito:

(1) Motivazioni del turista: rilevate attraverso inchieste (survey)

(2) Livello di gradimento: misurato attraverso dei questionari creati ad hoc, nei quali si chiede agli individui di indicare su una scala (ad esempio scala di Likert) da 1 a 5 quanto sono piaciuti: gli elementi visivi; gli elementi acustici. Infine viene chiesto il livello di gradimento dello scenario nel suo complesso.

Esprima il suo grado di accordo/disaccordo rispetto alle seguenti affermazioni:

 

Completamente d’accordo D’accordo Incerto In disaccordo Completamente in disaccordo
1 Lo scenario appena visitato è complessivamente gradevole 5 4 3 2 1
2 Questo elemento attira particolarmente la mia attenzione 1 2 3 4 5
3 Di solito non mi interessa approfondire aspetti dei beni culturali che sto visitando 1 2 3 4 5
4 La visita mi sta annoiando 5 4 3 2 1
5 Questo scenario è ricco di elementi interessanti 5 4 3 2 1
6 Il mio lavoro attuale è anonimo, impersonale 1 2 3 4 5

 

 

 

 

 

 

 

 

(3) Indici Biometrici:

a- Variabilità della frequenza cardiaca:

Una riduzione della variabilità della frequenza cardiaca indica che il visitatore è impegnato nell’elaborazione cognitiva di una serie di stimoli. Questo potrebbe portare al visitatore delle difficoltà e quindi è probabile che possa stancarsi presto. A questo punto il “Dimostratore” potrebbe ridurre gli stimoli presenti e far selezionare al visitatore quelli che più potrebbero interessargli. Inoltre, la frequenza cardiaca è comunemente usata nella ricerca sulle emozioni. La frequenza cardiaca viene di solito usata per discriminare tra emozioni piacevoli e spiacevoli. Infatti, si è osservato una decelerazione della frequenza cardiaca in risposta a stimoli emotigeni. La decelerazione è più forte in presenza di stimoli spiacevoli piuttosto che piacevoli. La misurazione può avvenire durante l’esplorazione dell’ambiente virtuale da parte dell’individuo attraverso un elettrocardiogramma (ECG).

Figura 1 – Rilevazione frequenza cardiaca nel corso di una sperimentazione in realtà virtuale

 

b- Tensione muscolare:

Un aumento della tensione muscolare potrebbe indicare che il livello di stress per l’individuo sta crescendo. Anche in questo caso, conoscendo l’effetto che gli elementi dello scenario hanno sulla tensione muscolare gli esperti potranno inviare dei feedback atti a tranquillizzare il visitatore.

La misurazione avviene per mezzo dell’elettromiografo. L’elettromiografo misura l’attività dei vari gruppi muscolari per fornire informazioni continue e in tempo reale sullo stato di tensione muscolare dell’individuo. I muscoli più frequentemente monitorati sono il muscolo frontale, il trapezio e i muscoli dell’avambraccio, poiché questi muscoli riflettono più di altri il grado globale di tensione dell’organismo e permettono di utilizzare solo pochi elettrodi di misura.

Figura 2 – Rilevazione tensione muscolare

 

c- Conduttanza cutanea:

Questa tecnica, indicata anche con la sigla GSR (Galvanic Skin Resistence), si basa sulla variazione della resistenza elettrica della pelle provocata dai diversi stimoli emozionali. Tale variazione deriva sostanzialmente dallo stato di umidità della pelle stessa dovuto all’azione delle ghiandole sudoripare sottostanti. Stimoli di tipo emozionali esterni (un rumore improvviso, un sospiro, una frase o una parola detta da qualcuno) provocano una caduta della resistenza elettrica in alcuni distretti cutanei, in particolare a livello palmare e della pianta dei piedi. Lo stesso effetto si può ottenere con stimoli emozionali interni, per esempio immaginare scene paurose, o comunque a contenuto emotivo.

Esistono sostanzialmente due tipi di attività elettrodermica, analizzabili in termini di resistenza elettrica:

1) l’attività tonica, che esprime il valore assoluto della resistenza elettrica cutanea. Il valore tonico è più alto se l’individuo è tranquillo e rilassato; se invece è agitato e nervoso, aumenta la sudorazione cutanea e si abbassa la resistenza elettrica della pelle;

2) l’attività fasica, cioè le rapide risposte transitorie provocate da stimoli prettamente emozionali, sensoriali o ideativi. Tale risposta, che prende il nome di riflesso psico-galvanico, ha una forma d’onda caratteristica con un tempo di salita di circa 1-2 secondi ed un tempo di discesa, più lungo, di circa 20 secondi. Questo effetto dipende anche dalla temperatura ambiente e tende a scomparire al di sopra dei 30°C.

La resistenza elettrica cutanea, o conduttanza (ossia quanto il passaggio di corrente viene favorito), viene misurata collocando due elettrodi sulla pelle, in genere su due dita vicine; poiché l’attività conduttiva della pelle (SCA) è dovuta all’apertura delle ghiandole sudoripare che diminuiscono la resistenza al passaggio della corrente attraverso il derma, la misura si ottiene applicando tramite gli elettrodi una debole corrente elettrica, che genera un voltaggio da cui è possibile calcolare la resistenza della pelle.

Figura 3 – Misure di conduttanza cutanea


5.4 Realizzazione del prototipo con relativi test di laboratorio.

Identificazione del sito Dimostratore

In questa fase sono stati analizzati i siti, presenti nell’area degli scavi archeologici di Pompei, per selezionare quello che successivamente rappresenterà il “Dimostratore” del progetto.

Figura 1 – Mappa degli attrattori presenti nell’area archeologica di Pompei

La selezione si è basata sulla identificazione di alcune caratteristiche di tipo logistico, fisico e storico.

I criteri di selezione dell’attrattore da selezionare sono basati principalmente sui seguenti aspetti:

– Il sito deve presentarsi in uno stato di buona conservazione dei luoghi (ad esempio, l’integrità delle pareti, soffitto e l’accesso senza ostacoli);

– Il sito deve presentare spazi potenzialmente adatti all’allestimento in loco dei sistemi di IVR (es. almeno 2.5m2 di spazio calpestabile e 2m di altezza, nessuna esposizione dei luoghi scelti agli agenti atmosferici.

– Il sito deve rappresentare un ambiente dove la multisensorialità degli stimoli percepiti dall’avventore rappresenta un elemento fondamentale.

Quest’ultimo criterio ha rappresentato il punto di partenza per la prima selezione dei siti e per la scelta dei successivi sopralluoghi in situ.

I luoghi che sono stati selezionati appartengono alla categoria delle case-botteghe. Tali tipologie di attrattori rappresentano potenziali scenari per il “Dimostratore” da selezionare, in cui stimoli sensoriali multipli possono essere riprodotti sia in fase di costruzione dello scenario che in fase di valutazione.

1.      Attrattori analizzati

Fullonica Stephani

La Fullonica Stephani era una lavanderia dove si potevano lavare le stoffe ma anche tingerle o lavorarle.

L’attività dei lavandai (i fullones) a Pompei era molto importante: vi erano tredici officine adibite alla lavorazione della lana grezza; sette provvedevano alla tessitura e alla filatura, nove si occupavano della tintura, a diciotto era affidato il compito del lavaggio.

La fullonica Stephani venne ricavata dalla ristrutturazione di un’abitazione preesistente: il livello inferiore fu destinato all’attività lavorativa, mentre quello superiore all’asciugatura dei panni e all’abitazione. Qui si trovava l’impluvio trasformato in vasca per il lavaggio delle stoffe. Gli ambienti infatti erano coperti da un terrazzo su cui venivano stesi i panni lavati. Altre tre vasche comunicanti e cinque cosiddetti bacini pestatoi si trovavano nel peristilio. Il lavaggio avveniva in varie fasi. Prima si pestavano i tessuti con i piedi nei bacini pestatoi dentro a una miscela composta da acqua e soda o urina, entrambe sostanze sgrassanti poiché abbondano di ammoniaca. Poi venivano ammorbiditi con argilla o terra, battuti con l’ausilio della pressa per ricondensarne la trama e infine risciacquati in acqua per eliminare le sostanze fulloniche.

Figura 2 – L’ingresso e l’impluvium

Figura 3 – Vista delle vasche per il lavaggio

Officina Coactillaria

Questo edificio era un laboratorio di feltrai e purtroppo finora conosciamo solamente la facciata dipinta con divinità e ricca di informazioni sull’ars coactiliaria ovvero la produzione di stoffe tramite strofinamento e pressatura di peli di animali e lana. Probabilmente il follatore di cui ci è rimasto il nome era anche il gestore della conceria limitrofa: da questo possiamo dedurre che esisteva un legame tra l’industria della lana e quella del cuoio. La facciata e l’ingresso erano protetti da una tettoia. La facciata era decorata sia con divinità che con scene popolari. Vengono raffigurati infatti tre uomini nell’atto di lavorare: possiamo così osservare come era fatta un officina di questo tipo. Al centro c’era il forno con due bacinelle per raccogliere la sostanza coagulante che nel forno veniva preparata.

La sostanza viene versata sulla lana già pettinata che può quindi essere impastata.

Figura 4 – Ingresso dell’officina Coactillaria

La bottega del fruttivendolo Felix

E’ chiamata in questo modo per la presenza di una insegna elettorale al suo ingresso. La bottega presenta un bancone rivestito in laterizi in superficie. Presenta due buchi per il posizionamento delle assicelle dei palchetti dove veniva la mercanzia.

Figura 5 – La bottega del fruttivendolo Felix

Il panificio di Modesto

Il Panificio di Modesto (il Pristinum) è una costrizione che risale al II sec. a.C., ristrutturata dopo il terremoto del 62 d.C., in una casa-bottega, in cui il pianterreno fu adibito ad ambienti produttivi, mentre la originaria funzione residenziale si trasferì soltanto al primo piano.

In questo edificio, l’hortus (il giardino) era stato sfruttato per ospitare gli impianti per la macinazione del grano e per la lavorazione e la cottura del pane, dove erano presenti: i bacini per l’acqua, il forno e le macine realizzate in lava su basamento. Ulteriori due sostegni in pietra, venivano utilizzati come appoggi per far riposare il pane prima dell’infornata, mentre un ulteriore ambiente fungeva da cucina.

Figura 6 – I forni

Figura 7 – Impianti di macinatura del grano

Thermopolium I.IV.27

I thermopolia erano tipici locali della città di Pompei dove venivano serviti bibite e alimenti caldi dove i gli avventori potevano pranzare fuori casa (il prandium). Il complesso tipico è piuttosto semplice; un ambiente che si apre sulla strada, dotato di bancone di distribuzione di muratura, sovente decorato, nel quale erano incassate le giare (dolia) che contenevano la merce. A volte, in locali retrostanti era possibile sedersi e gustarsi il pranzo. Il thermopolium I.IV.27 presenta un bancone a due bracci dipinto con attributi bacchici e rivestito in laterizi in superficie, sul bancone sono incassate due dolia.

Figura 8 – Thermopolium I.IV.27

Casa di Sallustio

Essa presenta al piano terra una locale con un focolaio e dei gradini per appoggiare le misure dei liquidi e 6 anfore per conservare alimenti e bevande (vino, olio, salamoia). Tale locanda si trova a lato dell’ingresso della casa, e fa supporre che con la crisi successiva al terremoto l’abitazione fosse stata in parte adibita alle funzioni di lucro.

Figura 9 – Pian terreno adibito alla vendita della casa di Sallustio.