Le dimensioni geometriche e radiometriche dal Territorio all’Architettura nell’area STS “Miglio d’Oro, Torrese-Stabiese e Pompei”. Risultati preliminari della ricerca.

Autori: Argenziano Pasquale, Avella Alessandra 

Tutor: Prof. Carmine Gambardella

La presente ricerca implementa la lettura multidimensionale del territorio di interesse del Progetto CAMPUS Pompei con le elaborazioni dei dati di radioattività naturale e antropica in ambito urbano e suburbano acquisiti attraverso campionature dirette. Il tema della radioattività nel territorio pedemontano del Vesuvio è ad evidenza di particolare interesse per la coesistenza di fattori naturali ed antropici quali la varietà litologica dell’area, la densità urbana ed abitativa nonché l’elevata vocazione turistica dei vari poli culturali che attraggono quotidianamente un notevole flusso di visitatori. Quest’ultimo punto collima le ragioni ideative della ricerca con le finalità del progetto Campus.

Dallo specifico delle Scienze della Terra, il tema interessa le Scienze dell’Architettura e più nello specifico la Geochimica Ambientale per le prime, ed il Rilievo digitale integrato multiscalare dal territorio al manufatto edilizio per le seconde. La Geochimica Ambientale si occupa principalmente della caratterizzazione delle unità geologiche e delle loro componenti di matrice ambientali (contaminate e non) come sedimenti, suolo, acqua e aria a scala regionale ed a scala locale (a livello di sito), attraverso l’osservazione della loro evoluzione geografica e cronologica, oltre che attraverso le analisi della distribuzione e del comportamento degli elementi chimici e dei loro diversi isotopi. La determinazione dei composti organici e la radioattività naturale, in particolare, sono l’oggetto delle misure per la caratterizzazione on-site e off-site.Il Rilievo digitale integrato invece indaga le integrazioni e le interazioni critiche dei dati nelle varie grandezze fisiche caratteristiche dell’Ambiente naturale e costruito, acquisite con tecnologie digitali d’avanguardia ed elaborate in modelli tridimensionali per la restituzione geometrica, morfologica, tematica del territorio, della città e dell’architettura. La multiscalarità dell’analisi critica dei dati radiometrici investe così la disciplina della Geometria dal suo significato etimologico alle più recenti declinazioni tecnologiche in ambito architettonico. Dal GIS e la cartografia digitale per la regia complessiva del progetto, la ricerca apre all’uso delle applicazioni di geo-logistica su smartphone per le acquisizioni in campo ed ancora dalle consolidate argomentazioni del Disegno e del Rilievo della città e dell’architettura, gli sviluppi della ricerca si indirizzano verso i più innovativi sistemi di catalogazione tipo-morfologica dei modelli tridimensionali.

La ricerca è pertanto sviluppata da un’equipe composta da docenti e ricercatori di Geochimica e Disegno dell’Architettura che, dalla pianificazione delle misure all’analisi critica dei dati acquisiti in sito, lavora alla sintesi dei propri protocolli disciplinari verso un integrale metodologico che apra a nuovi scenari applicativi ovvero verso una più ampia ricerca incentrata sui riflessi dell’ambiente antropizzato sull’Uomo.
La multiscalarità e la multidimensionalità dei dati oggetto di studio hanno una sintesi gestionale e interpretativa attraverso tutte le fasi della ricerca in una piattaforma GIS open source con una struttura di dati definita ad hoc, attingendo ad una serie di layer tematici redatti e certificati da Enti pubblici preposti o elaborati dalla stessa equipe in precedenti attività investigative sul medesimo territorio.
I valori di radioattività naturale e antropica in sito sono misurati con lo spettrometro portatile a scintillazione gamma, posto nel sito di interesse in un intervallo di tempo standard a due quote diverse: a 20 cm circa dal suolo per l’acquisizione dei valori alla ‘sorgente’; e a 150 cm circa dal suolo per l’acquisizione dei valori ambientali. I punti caratteristici, scelti nella fase di pianificazione delle misure, corrispondono ai centroidi di una maglia regolare che nel caso in esame è stata disegnata con densità variabile nel progetto GIS a copertura dell’intera area del Sistema Territoriale di Sviluppo F3. In corrispondenza di ciascun punto, il sensore ha misurato il valore della ‘dose oraria’ di radiazioni gamma espressa in nSv/h (nano Sievert oraria) da cui vengono calcolate la ‘dose efficace annua’ espressa in mSv/A (milli Sievert annua) e la radioattività totale espressa in MeV (mega elettronvolt).
Data la finalità della ricerca, considerare le relazioni tra la maglia regolare rigidamente calata sul territorio e lo scenario urbano nel quale contestualizzare criticamente le misure, significa classificare i centroidi della maglia (di coordinate geografiche note) in rapporto ai layer tematici già strutturati nel GIS. I principali sono: la copertura ed uso del territorio, sintetizzate a diversa scala dal progetto Corine Land Cover e dalla Carta Tecnica Regionale della Campania; la densità abitativa; la proprietà dei suoli; la rete geometrica del grafo stradale. Il progressivo adattamento della maglia regolare al territorio è funzione della classificazione dei nodi in base ad aree urbane o rurali, pubbliche o private e la distanza dal grafo stradale; i nodi che non ricadano in aree urbane, pubbliche e prossime al grafo stradale vengono traslati nell’intorno prossimo, verso nuove posizioni caratterizzate dalla concordanza dei detti tre parametri. Pertanto, la geometria regolare della maglia di rilievo assume un andamento irregolare più rispondente alla realtà dei luoghi e quindi alla potenziale esposizione della popolazione alla radioattività da fattori antropici (dose efficace annua).
La Normativa italiana in materia (D.Lgs. 241/2000) fissa la soglia di esposizione alla radioattività totale (naturale e antropica) in 3,4 mSv/A, di cui 2,4 mSv/A per il fondo naturale e 1 mSv/A per il fondo antropico.
La potenziale esposizione al rischio radioattivo per la popolazione non risiede nella quantità di radioattività misurata nel punto, bensì nel periodo di esposizione al fenomeno radioattivo. Da ciò ne deriva che le aree a scarsa densità di popolazione e con stanzialità temporanea (di breve durata) sono secondo la Normativa potenzialmente fuori rischio. Nel territorio di interesse del Progetto Campus, ricadono in questa casistica le aree archeologiche e le zone extra urbane e rurali.
In riferimento al caso studio in esame, noti il perimetro amministrativo dei municipi, la varietà dei rispettivi tessuti urbani e l’attrattività turistica dei poli culturali diffusi sull’area, la pianificazione delle campionature dirette è stata organizzata in base a due maglie; la prima macroscopica con passo di 1000 m per l’intero Sistema F3 di 121,7 kmq, e la seconda di dettaglio con passo di 250 m per focalizzare le specificità del territorio di Pompei (12,4 kmq).
La campagna di acquisizione dei dati ha previsto una fase preliminare di organizzazione logistica dei prelievi in base al miglior percorso possibile per ciascun giorno di rilievo calendarizzato. In questa fase, i nodi delle maglie – definiti da un ID univoco e dalle coordinate geografiche – sono stati trasferiti su un supporto palmare per essere fruiti in sito attraverso un’applicazione di geolocalizzazione gratuita (My.com Maps me) utilizzata come navigatore per il raggiungimento dei punti su cui eseguire le misure. L’uso del dispositivo palmare con GPS integrato ha supplito la mancanza della geolocalizzazione automatica delle misure acquisite con lo spettrometro portatile utilizzato. Per ciascun punto delle due maglie sono state condotte misure radiometriche alla sorgente (20 cm dal suolo) ed ambientali (150 cm dal suolo) alle quali sono state associate i seguenti dati: le coordinate geografiche effettive della misura, la data e l’ora di acquisizione, la toponomastica e l’indirizzo, il materiale caratterizzante la copertura stradale nel punto di misura, la sua posizione rispetto all’asse stradale.
A chiusura della campagna di acquisizione dati durata dodici giorni, i punti rilevati sono stati 250 a fronte dei 314 pianificati; la restante parte è risultata non rilevabile perché non accessibile.
A seguito dell’opportuno backup dei dati grezzi, le informazioni alfanumeriche registrate su dispositivo palmare sono state trasferite su piattaforma GIS secondo gli standard di interscambio dati, mentre le misure radiometriche – opportunamente elaborate su software dedicato – sono state collegate ai primi attraverso la comune coordinata geografica, sempre in ambiente GIS.
L’integrazione di detti dati ha permesso l’elaborazione di varie carte tematiche puntuali tematizzate secondo una corrispondenza semantica dimensione/gradazione cromatica del simbolo e la variazione della dose efficace annua in tutti i siti campionati. Nelle tavole di seguito – peraltro fruibili su piattaforma webGIS – è possibile notare che i valori di radioattività variano tra 0,32 e 2,66 mSv/A (gradazioni di blu) mentre solo in un punto il valore alla sorgente supera di circa 0,3 unità la soglia dettata dalla Normativa. Questo valore alla sorgente è riconducibile alla concentrazione di vario materiale vulcanico, tra cui il basolalto utilizzato per la pavimentazione stradale e il tufo/pietrarsa faccia-a-vista utilizzato per le murature d’ambito stradale.

 

Bibliografia sintetica di riferimento

Gambardella C., Atlante di Pompei. Napoli: La scuola di Pitagora editrice, 2012. ISBN: 978-88-6542-171-0

Gambardella C., Atlante del Cilento. Napoli: Edizioni Scientifiche Italiane, 2009. ISBN 978-88-495-1836-8

Gambardella C., Pisacane N., Avella A., Argenziano P., Pompei Knowledge Factory Cultural Heritage and ICT for a smart city. In: Proceedings of the 2014 International Conference on Virtual Systems & Multimedia (VSMM), Hong Kong 9-12 Dicembre 2014. Danvers: Institute of Electrical and Electronics Engineers (IEEE), 2014. ISBN: 978-1-4799-7227- 2.

Gambardella C., Zerlenga O., Pisacane N., Argenziano P., Avella A., Il biodisegno per la conoscenza e la rigenerazione dei territori compromessi/Biodesign for compromised lands knowledge and regeneration. In: Italian Survey and International Experience. XI Congresso UID, XXXVI Convegno internazionale delle discipline della rappresentazione – Parma, 18-20 settembre 2014.

De Vivo B., Cicchella D., Lima A., Albanese S., Atlante Geochimico – ambientale della Regione Campania. Roma: Aracne, 2006.

De Vivo B., Cicchella D., Lima A., Albanese S., Atlante Geochimico – ambientale dei suoli dell’area urbana della provincia di Napoli. Roma: Aracne, 2006.

 

STS F3, maglia ortogonale con passo 1 Km e relativi centroidi.

STS F3, maglia ortogonale con passo 1 Km e relativi centroidi.

Pompei, maglia ortogonale con passo 250 m e relativi centroidi.

Pompei, maglia ortogonale con passo 250 m e relativi centroidi.

STS F3, maglia di prelievo dei campioni ed indicazione dei punti rilevati.

STS F3, maglia di prelievo dei campioni ed indicazione dei punti rilevati.

Pompei, maglia di prelievo dei campioni ed indicazione dei punti rilevati.

Pompei, maglia di prelievo dei campioni ed indicazione dei punti rilevati.

STS F3, campionatura puntuale delle misure radiometriche alla sorgente (20 cm dal suolo) espresse in mSv/A (milli Sievert annua).

STS F3, campionatura puntuale delle misure radiometriche alla sorgente (20 cm dal suolo) espresse in mSv/A (milli Sievert annua).

STS F3, campionatura puntuale delle misure radiometriche ambientali (150 cm dal suolo) espresse in mSv/A (milli Sievert annua).

STS F3, campionatura puntuale delle misure radiometriche ambientali (150 cm dal suolo) espresse in mSv/A (milli Sievert annua).

Pompei, campionatura puntuale delle misure radiometriche alla sorgente (20 cm dal suolo) espresse in mSv/A (milli Sievert annua).

Pompei, campionatura puntuale delle misure radiometriche alla sorgente (20 cm dal suolo) espresse in mSv/A (milli Sievert annua).

Pompei, campionatura puntuale delle misure radiometriche ambientali (150 cm dal suolo) espresse in mSv/A (milli Sievert annua).

Pompei, campionatura puntuale delle misure radiometriche ambientali (150 cm dal suolo) espresse in mSv/A (milli Sievert annua).

 

 

 

L’approccio digitale integrato al rilievo ed alla modellazione geometrica dei manufatti archeologici. Il caso studio della ‘Torre di Mercurio’ nel sito archeologico di Pompei.

Alessandra Avella, Pasquale Argenziano

Le presenti note focalizzano l’attenzione sul rilievo digitale integrato tridimensionale della “Torre di Mercurio” nel sito archeologico di Pompei che richiede un intervento di recupero strutturale per il quale è chiusa ai visitatori degli scavi da circa quindici anni.

Questo studio è condotto nell’ambito della più ampia ricerca in corso sul territorio di Pompei dal titolo Progetto Campus Pompei “Ecoturismo urbano per la fruizione sostenibile dei Beni Culturali in Campania”. Il rilievo condotto sulla Torre di Mercurio, così come su altri manufatti archeologici con diversa stereometria all’interno degli scavi archeologici quali l’Anfiteatro e la Villa dei Misteri, offre l’occasione per riflettere sull’approccio digitale integrato al rilevamento indiretto dell’Architettura e sulle diverse declinazioni metodologiche della modellazione tridimensionale.

In particolare, la Torre di Mercurio è stata sottoposta ad un programma di rilievo teso alla caratterizzazione geometrica e morfologica del manufatto per la creazione di un modello digitale tridimensionale di supporto a tutte le possibili analisi specialistiche da eseguire sul monumento per la caratterizzazione strutturale, conservativa e fruitiva dell’Architettura. Le presenti note, pertanto, descrivono una campagna di rilevamento digitale integrato che pone le sue basi su un approccio metodologico che non si limita alla mera restituzione geometrica dell’Architettura: le dimensioni metriche e visibili, infatti, vengono integrate con le acquisizioni che arricchiscono la diagnostica dell’architettura – dalla spettrofotometria o termografia per le analisi delle superfici alle misurazioni soniche ed ultrasoniche per le indagini sulle murature – al fine di orientare le possibili ipotesi progettuali e di recupero.

La Torre XI delle iscrizioni pompeiane, più comunemente denominata Torre della Via di Mercurio, è tra i primi elementi urbani riportati alla luce. Restaurata in più fasi nel corso degli anni, oggi appare complessivamente integra pur presentando ingenti problemi strutturali. La sua realizzazione risale all’ultima fase di costruzione delle fortificazioni pompeiane nel I sec a.C. (terzo periodo sannitico), quando vennero rafforzate con robuste torri inserite nello spessore stesso della doppia cortina terrapienata della cinta muraria della città classica dalla quale eccedono in entrambi i versanti di circa due metri in modo da dominare con il terzo ripiano i tratti di muro intermedio fra torre e torre. La Torre, posizionata tra Porta Ercolanese e Porta Vesuvio alla fine della Via di Mercurio nella Regio VI, è un parallelepipedo a pianta quadrangolare di 9,50 metri per 7,60 metri di lato per 13 metri di altezza, nel pieno rispetto della tecnica militare. Lo spazio interno è articolato in due ambienti a volta sovrapposti l’uno all’altro congiunti da una scala interna e sovrastati da una terrazza munita di merli ora distrutta. L’apparato murario è in opus incertum di piccole pietre di lava e di tufo legate con malta senza l’originario rivestimento di intonaco.[ii]

Constatata la morfologia, la scala, la materialità dell’oggetto del rilevamento oltre che la relazione spaziale tra l’opera e il suo contesto, il progetto di rilievo è stato suddiviso in due fasi di acquisizione in sito. La prima sessione di rilievo è stata eseguita all’esterno dell’edificio attraverso una sequenza continua di scansioni che a partire dall’area extra moenia aggirasse verso est l’edificio, scavalcando il muro urbano per raggiungere l’area intra moenia e quindi entrare nell’edificio attraverso il percorso a ballatoio realizzato nello scorso secolo. La seconda fase è stata dedicata agli interni della torre attraverso una sequenza continua di scansioni che a partire dall’ambiente voltato inferiore seguissero lo svolgimento plano-altimetrico dei corridoi, delle scale e dei vani voltati fino alla copertura piana. Con riprese fotogrammetriche digitali close-range sono state integrate le lacune delle acquisizioni laser.

L’orientamento relativo dei due progetti di scansione è stato assicurato da 31 target 2D cartacei, controllati anche attraverso 25 “punti naturali” che sono stati disposti ordinatamente nelle aree perimetrali e nei vani interni dell’edifico, con particolare attenzione negli spazi condivisi tra i due progetti, individuati alle tre quote significative dell’edificio: la quota stradale, l’apice della murazione, il piano di copertura. Le scansioni laser sono state eseguite secondo un percorso sequenziale così da sfruttare al meglio le caratteristiche tecnologiche del sensore che integra una bussola, un inclinometro ed un ricevitore GPS (attivo per le acquisizioni all’aperto). Tutti questi dati registrati in fase di acquisizione vengono utilizzati con le coordinate relative dei target omologhi, riconosciuti in modo semi-automatico nelle varie scansioni. L’orientamento delle nuvole di punti è quindi calcolato sulla base sia della posizione del sensore al momento della ripresa 3D sia della posizione dei target omologhi con un livello di controllo dell’errore di orientamento relativo delle nuvole trascurabile.

Dal modello nuvola di punti complessivo, composto da 515 milioni di punti, è stato successivamente elaborato un modello mesh attraverso operazioni di discretizzazione geometrica (meshing e razionale) [iii] dal quale successivamente sono stati estratti i disegni bidimensionali che illustrano questo paper.

È ormai noto alla comunità scientifica che detenere la morfologia di un oggetto attraverso le operazioni di scansione, orientamento e mappatura delle nuvole di punti non significa aver concluso il suo rilevamento: alla fase di acquisizione automatica deve necessariamente seguire quella di elaborazione critica della notevole quantità di dati tridimensionali acquisiti indistintamente durante la scansione laser, controllata secondo il Disegno di Architettura.

L’approccio ed il metodo che si sta conducendo mira ad una modellazione geometrica del dato acquisito eseguita sulla base delle informazioni che, attraverso l’analisi del dato di partenza, si intende trasmettere per consentire possibili studi specialistici sull’oggetto rilevato, il tutto sempre in un continuo rimando alla manualistica dei trattati di architettura. Ben sappiamo, infatti, che soprattutto nel caso di manufatti archeologici il rilievo e la restituzione tridimensionale da acquisizioni attraverso nuvola di punti va eseguito con riferimento alle tecniche costruttive, alle fasi di realizzazione delle opere stesse, nonché alle modificazioni ed integrazioni succedutesi nel corso dei secoli.

L’attività di rilevamento condotta sulla Torre di Mercurio è l’occasione proficua per una disamina critica – di certo senza presunzione di esaustività – dei parametri da valutare per adottare il metodo di restituzione tridimensionale da modello nuvola di punti più opportuno. A tal proposito dalle esperienze pubblicate in letteratura, occorre sottolineare che nelle applicazioni laser scanning terrestri non si è ancora assistito alla definizione di regole che possano univocamente guidare la costruzione di un modello geometrico da cui estrarre rappresentazioni architettoniche del rilevato.

Sulla base delle considerazioni e sperimentazioni metodologiche verificate nel corso del presente studio ed avviate in casi studio precedenti, i parametri ai quali si fa riferimento sono principalmente la specificità dell’oggetto architettonico sottoposto al rilievo, la scala nominale di rappresentazione e la finalità del rilievo. Quest’ultima incide sull’estrazione selettiva dei dati dal data-base tridimensionale discreto a seconda che il modello geometrico 3D estratto debba essere di supporto a tutte le diverse analisi specialistiche che studiosi ed operatori possono realizzare sull’opera architettonica originale, oppure alla visualizzazione virtuale dell’opera attraverso la percezione pseudo tridimensionale dell’architettura.

Nel primo caso l’approssimazione geometrica del modello nuvola di punti è controllata in continua relazione alle specifiche esigenze di ciascun operatore, ai parametri SW di interscambio dati propri di ciascun settore di indagine, al rispetto delle più diffuse tecniche di rappresentazione architettonica oltre che di quelle di modellazione geometrica più rispondenti allo specifico campo di diagnosi architettonica. Per la visualizzazione virtuale del manufatto, invece, al processo di modellazione geometrica non è richiesta la corrispondenza metrica puntuale tra oggetto fisico e modello geometrico, ma piuttosto una semplificazione che ne consenta la percezione pseudo tridimensionale. Tale semplificazione andrebbe in crisi quando il modello semplificato venisse fruito attraverso dispositivi di realtà aumentata. Attraverso l’uso di questi dispositivi la complessità del reale, a sua volta, metterebbe in crisi anche il modello mesh non semplificato.

Nello specifico del caso studio in esame, la stereometria dell’edificio di non particolare complessità, la composizione materica e l’irrazionale morfologia delle superfici interne ed esterne interamente realizzate in pietra, l’assenza di elementi architettonici di pregio o decorazioni hanno suggerito di operare direttamente sull’insieme dei dati 3D acquisiti, attraverso successive approssimazioni geometriche del modello discreto per la costruzione di un modello tridimensionale di supporto alle ipotesi di recupero strutturale.

Il presente studio, ancora in corso di elaborazione, vuole tracciare delle prime considerazioni su un metodo di analisi ed elaborazione dei dati 3D acquisiti attraverso rilievo digitale integrato implementabile ed estensibili ad altri contesti, archeologici e non.

Gambardella, Carmine. Pisacane, Nicola. Avella, Alessandra. Argenziano, Pasquale. Multisensor and multiscale surveying into Pompeii’s archeological site. Three case studies. In AA.VV. Proceedings of XIII Forum Internazionale di Studi_Le Vie dei Mercanti. Heritage and Technology. Mind Knowledge Experience. Napoli: La scuola di Pitagora editrice, 2015.

[ii] Maiuri, Amedeo. Studi e ricerche sulla fortificazione di Pompei, estratto dai “Monumenti Antichi” pubblicati per cura della R. Accademia Nazionale dei Lincei, Vol. XXXIII-1930, Roma.

[iii] AVELLA, Alessandra. La modellazione tridimensionale attraverso la discretizzazione geometrica ‘razionale’ delle forme nel disegno di architettura. Il caso studio dell’architettura cimiteriale a Napoli, in GAMBARDELLA, Carmine. GIORDANO, Paolo. CAMPANIA WORLD HERITAGE PROPERTIES Ancknoledged lands [material and immaterial] and Unknown fragments [built and natural]. Napoli: La Scuola di Pitagora Editrice, 2015

 

Pompei. Tower XI, comunemente detta 'Torre di Mercurio'

Pompeii. Tower XI, more usually known as ‘Torre di Mercurio’.

Pompeii, 'Torre di Mercurio'. Planimetric cross section mesh model at 61 meter above sea level.

Pompeii, ‘Torre di Mercurio’. Planimetric cross section mesh model at 61 meter above sea level.

Pompeii, ‘Torre di Mercurio’. Planimetric cross section mesh model at 65,5 meter above sea level (on the top) and south - east elevation mesh model (on the bottom).

Pompeii, ‘Torre di Mercurio’. Planimetric cross section mesh model at 65,5 meter above sea level (on the top) and south – east elevation mesh model (on the bottom).

 

Pompeii, ‘Torre di Mercurio’. C - C' and D - D' cross-sections. The cross sections are useful to understand the vertical structure of Tower. The section planes were drawn along the scale in two different directions.

Pompeii, ‘Torre di Mercurio’. C – C’ and D – D’ cross-sections. The cross sections are useful to understand the vertical structure of Tower. The section planes were drawn along the scale in two different directions.

L’approccio digitale integrato al rilievo ed alla modellazione geometrica dei manufatti archeologici. Il caso studio dell’Anfiteatro nel sito archeologico di Pompei.

Nicola Pisacane, Pasquale Argenziano, Alessandra Avella

Dal progetto di ricerca sulla città di Pompei e il suo hinterland, coordinato dal prof Carmine Gambardella, le presenti note sono incentrate sulle procedure di rilievo digitale integrato dell’Anfiteatro classico nella città archeologica.

Riprendendo il più complesso protocollo scientifico del progetto, gli studi sulla città contemporanea e sull’area archeologica, ovvero sugli edifici che punteggiano le due aree, non si limitano alla mera restituzione geometrica dei dati circoscritti al singolo manufatto bensì spaziano verso le declinazioni tematiche multi-disciplinari e cross-disciplinari. L’interazione e l’integrazione di più competenze disciplinari su un caso studio, può però avvenire in modo ottimizzato se e solo se sono condivise le sue conoscenze geometriche e morfologiche, che peraltro agevolano e chiariscono la conoscenza completa di manufatti architettonici particolarmente complessi e stratificati, come quelli di pregio archeologico. La fase di rilevamento geometrico resta un passaggio cardine della ricerca scientifica nell’ambito dei Beni Culturali, e l’attività scientifica del rilievo alle soglie del terzo millennio non può prescindere dall’utilizzo ottimizzato ed integrato degli strumenti digitali più avanzati nel settore, teso alla restituzione dei dati geometrici (e non) quanto più esaustivi possibile.

Il rilievo digitale integrato della dimensione geometrica dell’Anfiteatro di Pompei – eseguito nella primavera del 2015 – ha almeno due aspetti di singolarità tali da meritare specifica trattazione: l’imponente dimensione e la particolare morfologia dell’edificio coniugate al tempo limitato concesso per le attività di rilievo in sito. L’equipe di rilievo ha pertanto redatto un progetto di rilevamento speditivo, massimizzando l’uso della tecnologia digitale e cercando di minimizzare l’eventualità di errori durante le acquisizioni.

Il Rilievo digitale dell’Anfiteatro ha integrato quattro diverse acquisizioni: scansione laser 3D, rilievo topografico tradizionale e GPS, mappatura fotografica ad alta risoluzione e tecniche di fotogrammetria digitale.

Nello specifico, la rete topografica è stata materializzata con la stazione totale Trimble VX S6 che tecnologicamente garantisce elevati standard di precisione; la georeferenziazione dei capisaldi topografici è stata acquisita con stazione Trimble R5700 sensibile alla costellazione GPS; le prese fotogrammetriche sono state realizzate con camera Nikon D70; la scansione laser è stata esperita con i sensori Faro 3D X330 e Faro 3D X130 che possono essere definiti propriamente come una piattaforma plurisensore integrante la bussola, l’inclinometro, una camera fotografica RGB e sensore laser con raggio di azione variabile tra 0,6 e 330 metri, e relativa accuratezza variabile tra 2 e 200 mm a seconda delle impostazioni di acquisizione.

Queste ultime caratteristiche – dichiarate dalla casa costruttrice – sono state testate e verificate prima delle attività in sito, al fine di ottimizzare la sequenza delle acquisizioni in relazione all’articolazione plano-altimetrica degli edifici e conseguentemente la distribuzione spaziale dei target 2D e 3D scelti per l’orientamento relativo delle scansioni.

I risultati dei test hanno evidenziato che l’accuratezza della misura diminuisce linearmente rispetto all’aumentare della distanza tra sensore e superficie scansionata, indipendentemente dalla risoluzione imposta al sensore. Questo dato relativo all’accuratezza incide evidentemente sul riconoscimento semi-automatico del baricentro dei target (2D o 3D) nel software dedicato Faro Scene con una differenza quantitativa tra la stessa operazione eseguita sulle nuvole di punti processate con solo i dati di riflettanza oppure con l’aggiunta delle immagini RGB acquisite con la camera incorporata.

I rilievi da terra sono stati integrati, per le parti alte e poco accessibili delle strutture e per le coperture, con fotogrammetria close-range da drone.

La letteratura in merito ai rilievi degli anfiteatri di età romana e alla loro forma alterna ipotesi sulla forma planimetrica ellittica con quella ovale. Studiosi ed esperienze, anche cronologicamente differenti, hanno portato a risultati differenti sull’effettivo andamento in pianta degli anfiteatri. Una problematica che è sempre stata analizzata, in relazione alla possibilità, al tempo di realizzare il tracciamento planimetrico – dell’ellisse o dell’ovale – e quindi delle competenze e delle strumentazioni a disposizione dei gromatici per l’esecuzione di queste opere. È indubbio che lo studio e il rilievo, in particolare di questo tipo di architetture va eseguito in riferimento alle tecniche costruttive nonché alle fasi di realizzazione delle opere stesse e la relazione spaziale tra l’opera e il suo contesto. Gli anfiteatri nello specifico caso erano realizzati attraverso la costruzione del muro esterno dal quale poi derivava la costruzione delle parti interne della cavea. Il tracciamento della forma planimetrica esterna condizionava poi il tracciamento delle geometrie delle successive parti interne. Infatti, il tracciamento dell’ellisse è molto più laborioso anche se operativamente, soprattutto per curve di grandi dimensioni, presenta problemi analoghi a quelli dell’ovale. L’ovale ha però il vantaggio di poter descrivere con semplicità curve concentriche (problema sostanziale per le gradinate degli anfiteatri) così come anche una semplificazione nella predisposizione dei conci lapidei che costituiscono la struttura.

Assunte le ragioni geometriche complessive del manufatto, il rilievo digitale integrato dell’Anfiteatro è stato pianificato valutando principalmente i seguenti tre fattori: la dimensione dell’edificio, la sua articolazione plano-altimetrica, il contesto ambientale.

Considerando che l’Anfiteatro è un ampio spazio concavo percorribile secondo livelli concentrici su almeno tre quote significative, il rilievo è stato articolato suddividendo l’edificio in settori architettonici omogenei corrispondenti ad altrettanti macro-progetti di scansione; utilizzando contemporaneamente due scanner laser Faro CAM2 e lo strumento topografico con una squadra di 12 rilevatori, suddivisi in gruppi omogenei in base alle attività di acquisizione; seguendo in ciascun macro-progetto di acquisizione una sequenza ordinata di scansione avendo cura di chiudere ad anello la prima con l’ultima scansione oppure determinando nella prima e nell’ultima scansione almeno tre target omologhi. Ciò al fine di ottimizzare le operazioni di compensazione delle scansioni, integrando i dati dei sensori incorporati nello strumento con quelli delle coordinate assolute dei target.

La pianificazione delle scansioni secondo un percorso sequenziale è motivata dalle caratteristiche tecnologiche del sensore e dalla relativa operabilità nel software di orientamento delle scansioni. A partire dalla prima scansione, in un qualsiasi progetto, il sensore memorizza i dati relativi alla bussola, all’inclinometro e al ricevitore GPS (per le acquisizioni all’aperto) incorporati che vengono utilizzati sinergicamente con le coordinate relative dei target omologhi, riconosciuti in modo semi-automatico nelle varie scansioni.

Seguendo le modalità di acquisizione già sperimentate e verificate, la squadra operante con il sensore Faro 3D X330 si è occupata prevalentemente delle scansioni di tutte le aree en-plein-aire, sfruttando la potenza di propagazione del raggio laser fino almeno a 200 metri con buone margini qualitativi; l’altra squadra operante con il sensore Faro 3D X130 si è occupata invece dei settori sotterranei e di quelli dell’ima cavea comunicanti con i primi. Le aree scoperte dell’ima cavea sono state individuate come le zone di sovrapposizione tra i vari progetti diari eseguiti con i due diversi scanner Faro. Non potendo inserire nello scenario dell’Anfiteatro target fissi, sono stati utilizzati in grande quantità target sferici, posizionati su apposite basi cilindriche o prismatiche per meglio adagiarsi alle superfici orizzontali.

Nella complessità delle attività di scansione laser, l’uso di target 2D e 3D differisce in modo sostanziale: mentre i target 2D devono essere vincolati allo scenario di scansione durate tutto il periodo di acquisizione, soprattutto se gli stessi devono essere determinati rispetto ad una rete topografica, i target sferici possono essere di volta in volta spostati quando escono dal raggio ottimale di scansione e possono essere così ricollocati in scenari successivi di ripresa.

Valutate le dimensioni complessive dell’Anfiteatro, le caratteristiche tecnologiche dei due sensori Faro e le diverse accuratezze raggiungibili con i sensori, sono stati sperimentati target sferici di 3 dimensioni diverse (rispettivamente cm 14, 25 e 50 di diametro) al fine di ottimizzare il riconoscimento semiautomatico dei target anche a grandi distanze dal sensore. Le 30 sfere di vario diametro sono state collocate in 300 posizioni per orientare reciprocamente 275 scansioni. Al fine di risolvere l’impossibilità di misurare le coordinate dei centri dei target sferici, è stata materializzata una rete topografica georiferita alla quale sono stati vincolati un congruo numero di target 2D collocati nei settori sotterranei, in corrispondenza delle sostruzioni borboniche. L’orientamento delle nuvole di punti è quindi calcolato sulla base sia della posizione del sensore al momento della ripresa 3D sia della posizione dei target omologhi. Questa caratteristica di elaborazione integra, pertanto, l’approccio topografico tradizionale a quello più recente dello scanning laser 3D, aggiungendo un livello di controllo dell’errore molto importante.

Per completare la morfologia nadirale dell’Anfiteatro è stato, infine, pianificato la ripresa fotogrammetrica da piattaforma UAV, i cui dati sono vincolati al modello nuvola di punti complessivo attraverso la lettura di target piani disposti su superfici orizzontali, relazionati alla rete topografica generale. L’intervento del sensore aerofotogrammetrico UAV ha risolto i coni d’ombra delle scansioni nei settori di copertura dell’anello apicale. Dal modello nuvola di punti complessivo è stato successivamente elaborato un modello mesh teso al miglior compromesso tra la modellazione ‘razionale’ degli elementi architettonici e quella meshing delle zone a verde e in terra battuta interne ed esterne, dal quale successivamente sono stati estratti i disegni bidimensionali e tridimensionali propri del Disegno di Architettura.

Il modello tridimensionale prodotto a valle dell’attività di rilievo di un qualsiasi manufatto di interesse storico-artistico è allo stesso tempo di supporto alla visualizzazione 3D del bene, ed alla valutazione metrica dello stesso attraverso il data-base geometrico ad esso sotteso. Le attuali tecnologie della geomatica, pertanto, oltre a mettere a disposizione strumenti di rilievo interessanti orientano le fasi di fruizione, catalogazione e valorizzazione di questo inestimabile patrimonio di informazioni.

Le elaborazioni derivabili dal modello discreto tridimensionale aprono a considerazioni plurali che vanno ben oltre la forma planimetrica dell’Anfiteatro: è importante capire, conoscere e indagare la geometria complessa della cavea, la direzione delle scale di attraversamento e di raggiungimento delle diverse parti dello spazio teatrale, l’andamento del corridoio anulare sottostante la cavea stessa; ed ancora lo studio della pendenza della cavea in relazione alla visibilità all’interno delle diverse parti del teatro, oppure lo studio dell’andamento delle gradinate in funzione ai problemi di taglio delle pietre e degli altri materiali impiegati per la costruzione.

Il primo passo è stata la verifica della possibile forma planimetrica per poi estendere le considerazioni alla geometria spaziale della cavea.

L’approccio impiegato allora ha dapprima verificato la possibile forma planimetrica per poi estendere le considerazioni alla geometria spaziale della cavea. La prima verifica effettuata è stata l’applicazione del teorema di Pascal al perimetro interno del muro superiore e di quello di separazione tra cavea e arena. Ricordiamo che il teorema di Pascal verifica le curve ottenute dalla sezione piane di coni attraverso la relazione tra sei punti della stessa curva attraverso dell’allineamento di tre punti interni o esterni alla stessa curva. Il teorema di Pascal è un risultato fondamentale che si colloca nell’ambito della teoria delle coniche. Blaise Pascal(1623-1662) lo pubblicò con il nome di teorema dell’esagramma mistico in un “Saggio sulle coniche” che scrisse all’età di sedici anni. Il teorema si può oggi enunciare così: “Se un esagono piano ABCDEF è inscritto in una conica, allora le tre coppie di lati opposti AB-DE,BC-EF,CD-FA si incontrano in tre punti allineati”. Il teorema è verificato anche per lati del triangolo tra loro intrecciati. La verifica e l’applicazione del teorema è stata eseguita su sezioni piane orizzontali delle mesh generate dalle nuvole di punti. Pertanto la verifica è stata effettuata su punti effettivamente rilevati e quindi con una notevole precisione, dovuti all’alta precisione richiesta in fase di scansione. La prova, effettuata su due coppie di sei punti per le due sezioni effettuate -quota muro perimetrale, lato interno e a quota del muro di separazione tra arena e cavea- ha verificato con un minimo margine di errore l’andamento ellittico dell’Anfiteatro.

La suddetta prova è in corso di verifica con l’individuazione degli assi maggiore e minore dell’ellisse e lo scarto dimensionale tra curva teorica e curva effettiva. La corretta individuazione degli assi è possibile attraverso coppie di diametri coniugati individuati sempre attraverso il teorema di Pascal stesso.

Ma l’attenzione alla geometria dell’Anfiteatro di Pompei, come già detto, non deve limitarsi allo studio del suo andamento planimetrico, ma alla configurazione spaziale delle superfici che descrivono gli spazi. Difatti le verifiche planimetriche dovranno prevalentemente individuare la curva che descrive con minor errore il reale andamento e di come questa stessa curva si trasforma in modello spaziale attraverso la costituzione di superfici di differente complessità. Basta, nel caso in esame, pensare all’influenza che tale informazione determina sull’andamento delle gradinate e sul loro andamento radiale e sulla loro disposizione rispetto all’andamento del perimetro dell’Anfiteatro. Differenti, infatti, sono le modalità di tracciamento di una perpendicolare ad una parete ellittica, rispetto ad una ad andamento ovale. Nel primo caso la curvatura varia in ogni punto, nel secondo è costante per i singoli archi di circonferenza che determinano la forma definitiva.

Tale andamento a sua volta coinvolge anche variazioni della superficie individuata dalle gradinate della cavea, poiché la verifica sul modello digitale deve verificare la direzione rispetto alla quale la pendenza della cavea è costante. Le direzioni della pendenza costituiranno le generatrici della superficie teorica interna che definirà con buona probabilità un conoide, dalle cui sezioni definire le giaciture di collegamento alle varie parti del teatro nonché le modalità con cui i vari elementi lapidei sono stati disegnati, tagliati e realizzati. L’operazione di definizione della superficie della cavea rappresenterà l’innovazione dell’analisi della elaborazione della mesh da nuvola di punti garantendo un risultato ben più approfondito di quello ottenibile attraverso le sole sezioni piane siano esse solo a giacitura orizzontale o anche verticale.

Le suddette considerazioni vogliono costituire un primo approccio all’analisi delle geometrie complesse direttamente sul modello 3d può costituire nel caso di particolari edifici l’opportunità per elaborare nel miglior modo il modello discreto nuvola di punti da cui generare il modello continuo. Una modalità che può ottimizzare l’impiego di sistemi laser scanner per il rilievo di edifici e l’utilizzo critico di software di elaborazione e modellazione, anche finalizzati alla costruzione di modelli strutturali, ipotesi di recupero e modificazione. Tali esiti, oggetto del prosieguo della ricerca Campus, saranno resi noti in futuro.

 

Pompeii, Amphitheatre.

Pompeii, Amphitheatre.

Pompeii, Amphitheatre.

02. Pompeii, Amphitheatre. A instant view of the cavea during the capturing laser data. In the scenario there are many white spherical targets.

Pompeii, Amphitheater. Nadir projection of the Point cloud model textured with true color pictures.

Pompeii, Amphitheater. Nadir projection of the Point cloud model textured with true color pictures.

Pompeii, Amphitheater. Point cloud model, axonometric view from south-eastern.

Pompeii, Amphitheater. Point cloud model, axonometric view from south-eastern.

 

 

Rappresentare le diversità culturali nei siti archeologici Patrimonio Mondiale del Mediterraneo: Pompei, Butrinto, Cartagine e Pergamo.

Autore: Ph.D. Arch. Alessandro Ciambrone

Tutor: Prof. Arch. Carmine Gambardella

L’articolo si integra nelle ricerche e nei progetti operativi diretti e coordinati da Carmine Gambardella [1]: Campus Pompei ‘Ecoturismo urbano per la fruizione sostenibile dei Beni Culturali in Campania’ [2]; Atlante di Pompei [3], ‘Pompei Fabbrica della Conoscenza’ [4]; e ‘Sistema integrato di gestione dei siti del Patrimonio Mondiale in Campania’ alla base di un Memorandum of Understanding siglato il 28 maggio 2009 fra il Centro di Competenza della Regione Campania sui Beni Culturali, Economia, Ecologia (Benecon) e il World Heritage Centre dell’UNESCO .
Il paper si propone di ipotizzare un percorso culturale fra quattro siti archeologici del bacino del Mediterraneo che sono emblematici e testimoniano, in sintesi, le diversità culturali, l’intreccio fra patrimoni materiali e immateriali, l’inesauribile serbatoio di idee, filosofie e tradizioni, ancora vive, ma probabilmente poco valorizzate del Mare Nostrum.
I siti sono stati scelti perché hanno delle caratteristiche comuni che esprimono la diversità e, allo stesso tempo, l’integrazione dell’infinito patrimonio culturale di cui sono testimoni le loro aree archeologiche. Sono tutte properties iscritte al Patrimonio Mondiale, ovvero esprimono un ‘Valore Universale Eccezionale’ che li rende un bene prezioso, comune e inestimabile per tutta l’Umanità. I siti, inoltre, sono entrati in contatto, a diverso titolo, attraverso diverse relazioni e in diverse epoche, con i Romani nella loro fase di espansione e durante il loro dominio nel Mediterraneo. Le properties, infine, sono state edificate sulla costa o vicino al mare e hanno avuto la possibilità, attraverso i propri porti commerciali, di entrare in contatto fra loro e con tutte le principali culture di quei tempi, conosciute al mondo.
Perché la creazione di un percorso culturale?
L’idea nasce dal desiderio di approfondire le comuni radici, e le differenze culturali, della tradizione e dell’identità mediterranea che ancor oggi purtroppo, non unisce, ma divide, non crea sviluppo, come spesso succedeva in passato, ma si manifesta talvolta come una barriera per la comprensione fra i popoli, fra il nord e il sud, fra occidente e oriente. La storia invece insegna che proprio dall’integrazione e dall’incontro fra le differenze culturali nasce lo sviluppo sociale, politico, economico.
Lo hanno compreso bene gli esperti del turismo culturale che hanno puntato sulla creazione di percorsi turistici che approfondiscono similitudini, integrazioni e differenze per viaggiatori sempre più esigenti, alla ricerca di esperienze autentiche, di una corretta interpretazione, basata sull’approfondita conoscenza dei luoghi e dell’identità culturale dei popoli che li abitano. Ne sono un esempio i ‘Siti seriali del Patrimonio UNESCO ’, i ‘Percorsi culturali europei’ [5], le Résau des Grands Sites de France, il cui principale obiettivo è di migliorare la gestione delle properties in base ai principi dello sviluppo sostenibile [6]. Un esempio concreto, che appartiene a tutti e tre i network citati, è la rete ‘Vitour’. I paesaggi europei caratterizzati dalle vigne, coltura emblematica del territorio, sono stati inclusi nel circuito internazionale ‘Vitour’, che collega, attraverso un percorso enologico, sette vigneti europei inclusi nella World Heritage List [7].
Ovunque i percorsi culturali, se pianificati e gestiti con sapienza, hanno comportato un aumento dei visitatori per i siti inclusi nelle ‘rotte culturali’. Un aumento sostenibile che ha comportato anche una ricaduta in termini occupazionali ed economici per i territori di riferimento.
Il progetto di creare una rotta culturale fra i quattro siti di Pompei, Butrinto, Cartagine e Pergamo, si inserisce in questo framework, con le medesime finalità, e con l’ulteriore obiettivo di rendere ancora più stretti i legami scientifici, culturali e relazionali fra le comunità universitarie e istituzionali che hanno dei rapporti di cooperazione con il Benecon, nei paesi di riferimento, ovvero: la Facoltà di Architettura e di Urbanistica del Politecnico di Tirana, il Club UNESCO Almédina-Tunisi, e la Facoltà di Architettura della Istanbul Technical University.
Nell’articolo sono messi in evidenza principalmente i criteri che hanno permesso ai siti il loro inserimento nella Lista del Patrimonio Mondiale e le principali problematicità connesse, in primis, alla fruizione turistica, alla corretta interpretazione del valore simbolico e culturale dei luoghi, alla conservazione dei caratteri di integrità e autenticità, condizione indissociabile dal concetto di Outstanding Universal Value che caratterizza i siti UNESCO.
Proprio da questi valori e da queste problematicità si può avviare un processo di riscoperta e valorizzazione delle properties e la definizione di un percorso culturale, attraverso le procedure istituzionali richieste, che prevede il coinvolgimento delle collettività locali, degli enti pubblici nazionali e internazionali di riferimento e, nello specifico, dei partner scientifici menzionati, per il raggiungimento di uno sviluppo sostenibile per i beni e le comunità del territorio.

Aree archeologiche di Pompei, Ercolano e Torre Annunziata.

The World Heritage Committee ha deciso di iscrivere le aree archeologiche di Pompei, Ercolano e Torre Annunziata nella lista del Patrimonio Mondiale UNESCO nel 1997 in base ai criteri (iii), (iv) e (v) [8], con la seguente motivazione:
Le impressionanti rovine delle città di Pompei ed Ercolano e delle loro ville, sepolte dall’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C., forniscono un completo e vivido quadro della società e dello stile di vita di uno specifico momento del passato senza paralleli in nessun’altra parte del mondo [9]. Il 24 agosto dell’anno 79 d.C., un’eruzione del Vesuvio seppellì le due fiorenti città romane di Pompei ed Ercolano, insieme a tutte le loro ricche abitazioni. Dalla metà del secolo XVIII, nel tempo, queste sono state portate alla luce e rese accessibili al pubblico. La vasta area commerciale della città di Pompei contrasta con i resti più limitati, ma meglio conservati, del centro residenziale di Ercolano, mentre le stupende pitture murali di Villa Oplontis [probabilmente di Poppea Sabina, seconda moglie di Nerone (n.d.a.)] di Torre Annunziata rappresentano una testimonianza vivente dell’opulento tenore di vita dei cittadini più ricchi dei primi anni dell’Impero romano [10]. Nell’ambito delle discipline connesse alla rappresentazione complessa e pluridisciplinare del territorio e del progetto ‘I Pompei. Smart and community city’ diretto e coordinato da Carmine Gambardella [11], pubblicato nell’’Atlante di Pompei’, ‘è stata realizzata una piattaforma tecnologica
del Territorio comunale, in rete con le istituzioni e Imprese, tra cui la Guardia di Finanza e Topcon del gruppo Toshiba, fondata sulla rappresentazione multidimensionale – e non tridimensionale – del punto e dell’uomo nel suo posizionarsi nello spazio. In tal modo, è stato possibile non solo avviare una conoscenza per così dire genomica del territorio, ma anche creare modelli di appropriate attività relazionali di governo e di verifica progettuale ex ante, che l’uomo può compiere collimando i propri bisogni con quelli della collettività [12]’.
Il complesso del sito UNESCO, costituito dalle tre aree archeologiche, non è fruito e percepito come un unico sistema e le properties vivono autonomamente, prive di un apparato di management unico che tuteli i beni e ne valorizzi le potenzialità. A Pompei, l’area archeologica risulta completamente estranea al tessuto urbano. I visitatori, circa 6,5 milioni l’anno [13], arrivano in Città sia per la visita agli scavi che per il Santuario della Madonna che, con 4 milioni di visitatori all’anno, risulta essere la quinta meta di pellegrinaggio religioso al mondo. Di questi pochissimi pernottano o usufruiscono delle strutture turistiche e ricettive del territorio. A questo enorme flusso di visitatori ha fatto riscontro, nei comuni di Pompei, Ercolano e Torre Annunziata (includendo anche Boscoreale), un limitato numero di presenze (circa 200 mila all’anno) di persone che hanno pernottato nel territorio. Fatta eccezione per una quota rilevante di visite scolastiche, si tratta quindi di flussi esclusivamente giornalieri e di passaggio da o verso altre rinomate mete della regione o d’Italia.
L’obiettivo ultimo del progetto ‘Pompei Fabbrica della Conoscenza’ è quello di rafforzare la competitività della Città e del sistema sito UNESCO non solo nei settori associati al turismo e ai beni culturali, come l’ospitalità e la ricettività, ma anche altri settori come, per esempio, la floricultura, eccellenza storica del territorio. Infatti, ancor oggi a Pompei la produzione ed esportazione di fiori è uno dei settori economici più sviluppati, tanto che è stato possibile censire 97 ettari di serre su un territorio di oltre mille e duecento ettari. Alla Pompei sacra e degli scavi si prospetta di affiancare la città delle serre, degli orti urbani e dei giardini che diventano un elemento ordinatore di un ambiente urbano e di un paesaggio attualmente eterogeneo e rarefatto [14].
Le vie commerciali rappresentano un importante elemento di connessione fra Pompei e altri importanti poli del Mediterraneo, nell’ambito delle differenze culturali dei siti archeologici del Patrimonio Mondiale [15]. Il Periplus Maris Erythraei e la Naturalis Historia, trattato naturalistico in forma enciclopedica scritto da Plinio il Vecchio (23 – 79 d.C.), in sintesi, sono due fonti di riferimento per la definizione delle rotte che individuano scambi commerciali, sociali e culturali fra il II secolo a.C. e il 79 d.C. L’importanza di Pompei come centro principale di scambi in Campania ed emblematico del mondo romano, deriva dalla sua posizione strategica e dalla sua vicinanza al fiume Sarno. Le città campane di Pompei, Capua, Cuma, Napoli e Pozzuoli formavano, all’epoca, un’unità socio-economica ben definita [16]. Il porto di Pozzuoli ebbe un ruolo importantissimo proprio perché era uno dei porti principali di Roma. Pompei ne fu particolarmente avvantaggiata proprio per la sua vicinanza.
Per le condizioni favorevoli del clima e per la fertilità dei terreni vulcanici, la produzione agricola ebbe un florido sviluppo a Pompei. Ma anche l’importazione di prodotti di lusso rivestì un grande significato nell’economia della città campana per gli scambi con paesi lontani [17].
Pompei fu una città che realizzava beni di consumo in laboratori artigianali per i fabbisogni locali e per esportare [18]. Le ceramiche e le anfore prodotte a Pompei furono trovate in numerose località della Grecia, del nord Africa, d’Italia e della Germania, oltre che nell’area orientale del Mediterraneo [19]. Analogamente, numerosi utensili ritrovati a Pompei provengono da queste aree geografiche e da altre lontanissime, dell’India per esempio, come una statuetta di avorio della dea indù della bellezza Lakshmi, ritrovata proprio a Pompei e conservata nel Gabinetto Segreto del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, a testimonianza di scambi reciproci fra le diverse culture.
I romani, e quindi anche gli abitanti di Pompei, crearono una significativa domanda di prodotti di lusso ed esotici, che misero in contatto il Mediterraneo, attraverso le rotte commerciali, con l’Asia e l’India [20]. Numerosi tessuti in lana vennero importati nelle diverse colorazioni tipiche da diverse aree geografiche: la lana bianca dal nord Italia, quella nera dalla Spagna, la rossastra dall’Asia Minore. Un altro tessuto, particolarmente apprezzato a Pompei, fu il lino, importato dall’Egitto. Il cotone fu importato dall’Iraq e dall’India [21]. La produzione dei profumi era considerata, una delle più significative fra quelle artigianali e del lusso a Pompei [22]. Seta, sculture in avorio, oggetti in vetro, spezie, tinture e profumi erano tra i prodotti di lusso importati da terre lontane e spesso trasformati a Pompei per ricchi romani [23]. In questa enorme quantità di scambi, nelle rappresentazioni cromatiche e pittoriche che hanno arricchito le ville e gli edifici pubblici di Pompei, si legge quella vivida espressione dell’opulenza romana, che ha contraddistinto il Valore Universale Eccezionali dell’area archeologica.

foto 064

Area archeologica di Pompei, foto dell’autore

 

Butrinto.

La World Heritage Property di Butrinto rappresenta un luogo ricco di storia e di contaminazioni culturali nella storia del Mediterraneo. Esse sono relative alle prime tracce di occupazione dell’area relative al periodo del Medio Paleolitico, circa 50.000 anni fa, fino al XVIII secolo, con l’influenza della Repubblica Veneziana [24].
La città è stata inserita nella Lista del Patrimonio Mondiale nel 1992 sulla base del criterio (iii) delle Operational Guidelines della World Heritage Convention:
L’evoluzione dell’ambiente naturale della vecchia città di Butrinto, i cui abitanti hanno abbandonato il sito alla fine del Medioevo, rappresenta un’importante traccia della civilizzazione antica e medioevale dell’attuale territorio dell’Albania [25].
Abitato fin dalla preistoria, il sito di Butrinto è stato prima una colonia greca, poi una città romana e infine un vescovato. Ebbe un periodo di prosperità sotto l’amministrazione bizantina, e dopo una breve occupazione da parte dei veneziani, la città fu abbandonata nel tardo Medioevo. Il sito archeologico ospita reperti storici e tracce di ogni periodo del proprio sviluppo e delle proprie trasformazioni urbane [26].
Immerso negli altopiani del sud dell’Albania e circondato da una densa vegetazione, il sito di Butrinto era collegato al Mediterraneo dal canale di Vivari, che congiunge il lago di Butrinto al mare Ionio. L’insediamento devenne un polo commerciale di primaria importanza nel mondo antico raggiungendo il suo apice nel IV secolo a.C. La vista delle fortificazioni da sole, che risalgono proprio a questo periodo, evocano la potenza militare ed economica della città.
La collina sulla quale è posizionata l’acropoli è arricchita da un muro costituito da grandi blocchi di pietra. L’anfiteatro del III secolo a.C., con i suoi 1.500 posti a sedere, testimonia la ricchezza culturale della property.
Il teatro è situato ai piedi dell’acropoli, affiancato da due templi, uno dei quali era dedicato ad Asclepio, il dio Greco della medicina, adorato dagli abitanti della città.
Gli scavi archeologici hanno portato alla luce piatti, vasi, ceramiche e candelabri, così come sculture fra cui una straordinaria statua, la Dea di Butrinto, che sembra incarnare perfettamente gli ideali fisici della bellezza teorizzati nei canoni greci [27].
Sotto il dominio romano la città subì in un lento declino. Nonostante ciò, tre fontane monumentali, tre bagni pubblici, una palestra decorata con mosaici e in particolar modo l’acquedotto costruito durante il principato di Augusto, dimostrano che il sito non era stato completamente abbandonato [28].
Nel periodo paleocristiano furono costruite due basiliche e un battistero. La storia medioevale della città fu turbolenta poiché il sito fu coinvolto, inizialmente, nelle lotte di potere rispettivamente contro Bisanzio, i Normanni, gli Angioini e lo stato di Venezia. Successivamente Butrinto risentì del conflitto fra Venezia e l’impero Ottomano.
Le infiltrazioni sotterranee d’acqua costrinsero gli abitanti a fuggire, e la città abbandonata fu coperta da fango e vegetazione.
Agli inizi del XX secolo furono avviati scavi sistematici e continui da parte di archeologi italiani. Dopo la liberazione dell’Albania nel 1944, gli archeologi avviarono un programma di scavi più ambizioso. Il fango e la vegetazione che coprivano Butrinto, e che l’avevano protetta dalle azioni naturali e antropiche, furono rimossi. Il sito venne ritrovato in un eccellente stato di conservazione. Le principali aree oggetto di scavi includono antichi reperti, come la dimora nota come Triconch Palace, lo spettacolare battistero, la villa romana e la chiesa a Diaporit [29].
L’intera area è di proprietà dello Stato albanese. I suoi confini sono delimitati dai villaggi di Ksamli a nord e di Vrina a sud, dove sono concentrati gli accessi al sito. La property è gestita da un manager nominato dal Ministero della Cultura e da una commissione addetta alla gestione (Ufficio di Saranda) composta da rappresentanti dell’Amministrazione municipale di Saranda, degli Istituti Nazionali dei Monumenti e dell’Archeologia, del Museo di Storia Naturale e del Ministero del Turismo.
Nel 2005 il Parco Nazionale e il sito di Butrinto sono stati inseriti nel network internazionale delle riserve tutelate dalla Convenzione di Ramsar [30].
La popolarità della property, anche grazie al riconoscimento Ramsar, cresce negli anni. Secondo i dati del Periodic Report 2006 (UNESCO WHC) il sito riceve circa 50 mila turisti all’anno, di cui 29 mila visitatori stranieri provenienti dalla vicina isola greca di Corfù. La property è dotata di un rinnovato Museo (2005), anche se necessita di nuove strutture di accoglienza e facilities per soddisfare il numero crescente di viaggiatori albanesi e stranieri.
La creazione di un network culturale fra i siti archeologici Patrimonio Mondiale ed emblematici delle diversità culturali del bacino del Mediterraneo può essere un motore propulsore per lo sviluppo del territorio. In questa logica un importante progetto di cooperazione è ispirato all’accordo di partenariato scientifico fra la Facoltà di Architettura e di Urbanistica del Politecnico di Tirana e il Centro di Competenza Benecon della Campania.

 

Butrint

Area archeologica di Butrinto, foto: Anastasia Tzigounaki (fonte: World Heritage Centre)

 

Area archeologica di Cartagine.

Fondata dai Fenici, Cartagine è un sito archeologico esteso, ubicato su una collina che domina il golfo di Tunisi e la pianura circostante. Metropoli della civilizzazione punica in Africa e capitale della provincia dell’Africa ai tempi dei Romani, Cartagine ha rivestito un ruolo centrale nell’antichità come grande impero commerciale [31].
Nel corso delle Guerre Puniche, Cartagine che per finalità prevalentemente commerciali aveva occupato molte località strategiche del Mediterraneo Occidentale (Costa del Maghreb anche oltre le Colonne d’Ercole, Sicilia Occidentale, Sardegna, Corsica, Spagna Meridionale e Costa Atlantica ecc.), dovette poi cederle a Roma con gradualità dopo le sconfitte della prima Guerra Punica e quella di Zama della Seconda, fino all’anno della sua distruzione, il 146 a.C., nel corso della Terza Guerra Punica. La città, condannata alla damnatio memoriae, fu rasa al suolo e cosparsa di sale perché neanche l’erba nascesse fra le sue rovine, visto che di tanta maledizione l’odio di Roma l’aveva resa vittima, fu però ricostruita dai Romani già ai tempi di Cesare sulle rovine dell’antico sito.
Cartagine fu un luogo eccezionale per l’incontro, la diffusione e la fioritura di numerose culture che qui si sono succedute (Fenicio-punica, Romana, Paleocristiana e Araba) e di cui conserva le vestigia nel suo tracciato urbano e nelle rovine archeologiche. La metropoli e i sue due porti geometrici hanno incoraggiato un’ampia diffusione di scambi nell’ambito del Mediterraneo [32].
Fondata, come racconta la leggenda, alla fine del IX secolo a.C. dalla principessa fenicia Didone, proveniente da Tiro, Cartagine è celebre nell’immaginario universale per il suo geniale stratega Annibale, protagonista indiscusso della Seconda Guerra Punica, il suo navigatore ed esploratore Annone, che pare abbia circumnavigato l’Africa, e il suo agronomo Magone. Cartagine ha sempre nutrito la fantasia collettiva nel mondo attraverso la sua fama d’intraprendenza mercantile e abilità navale [33].
Le più conosciute componenti del sito della Cartagine fenicia sono l’acropoli di Byrsa, i porti (il commerciale e il militare) di cui restano pochi tratti ma che dovevano essere opera di straordinaria ingegneria marittima viste la loro capacità e i resti di un tofet, che era lo spazio extra urbano riservato alla sepoltura dei resti di sacrifici infantili ai balim fenici. Più numerosi i reperti archeologici di epoca romana, fra gli altri, il teatro, l’anfiteatro, il circo, l’area residenziale, le basiliche, le Terme di Antonino, le cisterne e la riserva archeologica [34].
La property è stata inclusa nella World Heritage List nel 1979 in base ai criteri (ii), (iii), (vi), così come definiti delle Operational Guidelines.
Criterio (ii): La città di fondazione fenicia legata a Tiro e rifondata dai Romani su ordine di Giulio Cesare, fu anche la capitale del Regno Vandalo e provincia Bizantina dell’Africa. Il suo antico porto testimonia scambi economici e culturali per un periodo di tempo superiore ai dieci secoli. Il tofet contiene diverse steli che evidenziano numerose influenze artistiche. Eccezionale luogo di fioritura e diffusione di diverse culture che si sono succedute (Fenicio-punica, Romana, Paleocristiana e Araba), Cartagine ha esercitato una considerevole influenza sullo sviluppo delle arti, dell’architettura e della pianificazione urbana nell’ambito del bacino del Mediterraneo.
Criterio (iii): Il sito di Cartagine è una testimonianza eccezionale della civiltà fenicio-cartaginese essendo a quei tempi il fulcro centrale nel bacino occidentale del Mediterraneo. La città è stata anche uno dei centri più importanti della civilizzazione Afro-Romana.
Criterio (vi): La fama storica e letteraria di Cartagine ha sempre nutrito l’immaginario universale. Il sito è notoriamente associato con la dimora della leggendaria principessa di Tiro, Didone, fondatrice della città, anche amplificata dalla fantasia di Virgilio che di lei tratta nell’Eneide; con il grande navigatore ed esploratore Annone, con Annibale, uno dei più grandi strateghi militari della storia, con scrittori come Apuleio (celebre per le sue Metamorfosi), caposcuola della letteratura afro-latina, con il martire San Cipriano e con Sant’Agostino, che ha studiato e ha frequentato in diverse occasioni la città [35].
Sebbene l’integrità di Cartagine sia stata sostanzialmente alterata dall’incontrollata espansione urbana di Tunisi durante la prima metà del XX secolo, la property conserva ancora essenziali elementi che hanno caratterizzato l’antica città: la rete urbana, i luoghi d’incontro (foro), culturali (teatro), di socializzazione e svago (le terme), di culto (templi) e le aree residenziali. La conservazione del sito ha garantito la generale tutela e integrità delle principali strutture, sebbene il sito archeologico continui ad affrontare pressioni antropiche che sono state contenute, parzialmente, grazie soprattutto al riconoscimento del Parco di Cartagine- Sidi Bou Saïd (Decreto 85-1246 del 7 ottobre 1985).
Il sito beneficia di numerose forme legislative di tutela dal 1885 del governo tunisino. La sua protezione è garantita, fra l’altro, dalla legge 35-1994 che riguarda la ‘Protezione del patrimonio archeologico e storico delle arti tradizionali’ e dall’Ordinanza del 16 settembre 1996 per la creazione del ‘Sito culturale di Cartagine’. Un’Unità di Conservazione dell’Istituto Nazionale del Patrimonio è responsabile della salvaguardia e della gestione del sito. Il management della property è attualmente integrata nel piano di sviluppo urbano della città [36].
Fra il 1980 e il 2001, per l’inclusione dell’area archeologica di Cartagine nella Lista UNESCO, sono stati finanziati circa 215 mila dollari di fondi internazionali per operazioni legate soprattutto agli strumenti di gestione del sito, come il Piano di Gestione e per attività legate alla conoscenza e al coinvolgimento degli stakeholders del territorio: ovvero simposi internazionali, conferenze, missioni di esperti per valutare lo stato di conservazione e gestione del sito. Sono state anche finanziate, con questo budget, consulenze per le opere di restauro come quelle, per esempio, relative alle terme di Antonio [37].
Gli esperi evidenziarono due principali problematiche: lo sviluppo di infrastrutture non pianificate nell’area circostante al sito e la negligenza delle autorità preposte alla gestione e alla tutela dello stesso. La priorità evidenziata fu quella di aggiornare, adottare e attivare un Piano per la gestione e la messa in valore dell’area archeologica, che era stato preparato alla fine degli anni ’90 ma che non era mai stato approvato e trasmesso definitivamente all’UNESCO.
Le università, i centri di ricerca, l’UNESCO, anche tramite la società civile, il Club UNESCO di Tunisi, potrebbero giocare un ruolo importantissimo proprio nella lettura e interpretazione di questo enorme patrimonio ancora non valorizzato come meriterebbe.

 

3 Jean-Jacques Gelbart

Area archeologica di Cartagine, foto: Jean-Jeaques Gelbart (fonte: World Heritage Centre)

 

Pergamo e il suo paesaggio culturale stratificato.

Pergamo fu fondata nel III secolo a.C. La sua location nella regione egea, cuore del Mediterraneo, fra l’Europa e il Medio Oriente, ha determinato il suo successo come polo culturale, scientifico e politico nel bacino del Mediterraneo. Il sito archeologico di Pergamo è stato inserito nella Lista del Patrimonio Mondiale come ‘paesaggio culturale stratificato’ in quanto mostra l’eccezionale evidenza di diverse civilizzazioni, fra cui la greca, l’ellenistica, la romana, la bizantina e l’ottomana [38].
La dinastia ellenistica degli Attalidi edificò Pergamo come capitale del proprio regno, sulla cima della collina di Kale. Essa è un esempio cospicuo di integrazione architetturale e paesaggistica. Il terreno ripido in pendenza e la pianura di Bakırçay furono integrati nel piano urbanistico della città. Questa singolare composizione di stupefacenti paesaggi e monumentali architetture comprende il più scosceso teatro e i più estesi stoà del mondo antico, uno strepitoso gymnasium su tre livelli, il Grande Altare di Pergamo, i tumuli, le condotte d’acqua, le cinte murarie, e il santuario di Cibele, che è stato ingegnosamente progettato per avere una vista in asse con la collina di Kale.
Come capitale della dinastia degli Attalidi, Pergamo fu la protettrice delle città ellenistiche. Ebbe un potere politico e artistico durante l’antichità a costruì una rete intensa di relazioni con le civiltà contemporanee. La rivalità fra le diverse dinastie ellenistiche dell’epoca dei Diadochi spinse quella degli Attalidi a creare la più famosa scuola di scultura e la più importante biblioteca dell’antichità [39].
Pergamo divenne una metropoli di prima grandezza e una delle più importanti città dell’Impero Romano in Asia. I romani conservarono le esistenti premesse costruttive del periodo ellenistico e vi aggiunsero nuove strutture urbane per connotarla come importante centro culturale e di culto della regione. Vennero pertanto erette importanti opere architettoniche fra cui il santuario di Asclepio, un centro di cura rinomato le cui acque scorrono fra le rovine, il teatro, l’anfiteatro che è uno dei più grandi dell’antichità, il tempio di Traiano, tuttora ben conservato e il Serapeo, il tempio dedicato al dio sincretico degli Egizi, Serapide, tra i più estesi del mondo.
Durante il periodo Bizantino per via dello spostamento delle nuove rotte commerciali e dei nuovi centri di potere dalla regione egea verso il Nord-Ovest dell’Anatolia, specialmente verso Istanbul, Pergamo registrò una nuova trasformazione, da centro ellenistico e romano, diventò città di secondo piano di medie dimensioni. Durante il periodo Bizantino, la città ha continuato a ricoprire un suo ruolo culturale e religioso di estrema importanza come una delle Sette Chiese della Rivelazione.
Con la venuta degli Ottomani, la città si arricchì di nuovi contributi culturali evidenti principalmente nella pianura di Bakırçay. Gli Ottomani costruirono moschee, terme, ponti, bedestens (bazar coperti), arastas (mercati Ottomani) e condutture idrauliche che sono state ritrovate nelle stratificazioni degli insediamenti romani e bizantini.
La sovrapposizione di questi differenti periodi e delle differenti culture, benché la città sia sempre stata abitata, si riflette nella struttura urbana e nelle sue architetture. Per questo motivo, il sito conserva un’evidente e profonda traccia dei connotati storici, fisici e culturali del suo ricco passato.
La Red Hall, che fu originariamente dedicata dai Romani a divinità egizie, è una delle strutture emblematiche della stratificazione della città. Il Serapeo, una volta dedicato a Serapide, fu successivamente destinato al culto di San Giovanni. Divenne successivamente una moschea ottomana e, ancora dopo, una sinagoga. Dal periodo romano a oggi, è stata sempre adattata a finalità
cultuali di differenti espressioni di fede. L’esempio più essere esteso ad altre strutture, architetture, spazi pubblici con diverse destinazioni d’uso che con il tempo hanno assunto funzioni e significati diversi, essendo espressione delle culture e del cambiamento dei tempi nella regione dell’Anatolia.
Il paesaggio culturale di Pergamo è caratterizzato dall’integrazione visuale di paesaggi rurali e urbani. Dal III secolo a.C. in poi, la città è stata arricchita da un anello di tumuli di varie grandezze che testimoniano l’espansione della città nella pianura di Bakırçay. Oltre ai tumuli, furono realizzati santuari, come quello di Cibele, collocati su prominenti colline e picchi montani nell’area intorno alla città per segnare visualmente e iconicamente la giurisdizione territoriale di Pergamo. La property, inoltre, testimonia l’evoluzione della società e dell’insediamento nel tempo, attraverso fattori sociali, economici e culturali, sia interni che esterni, che hanno comportato la definizione del contesto urbano e il suo carattere di paesaggio culturale stratificato. La città ha coniugato culti pagani, Cristianesimo, Giudaismo e Islam senza mai smarrire gli aspetti culturali anche nel paesaggio urbano.
La gestione della property è coordinata dal World Heritage Management Office dell’Amministrazione di Pergamo istituito nel 2011 e dal ‘Advisory Body’ e ‘Coordination and Supervision Body’ che hanno la responsabilità di approvare e attivare il Piano di Gestione a cui devono partecipare tutti i principali attori del territorio, fra cui, le università, le istituzioni locali e le associazioni culturali. Secondo le previsioni, il Piano di Gestione sarà pronto agli inizi del 2016.
Esiste un inventario di tutti i monumenti e degli edifici tradizionali per l’intera property.
Tutte le opere di restauro sono state eseguite in linea con le prescrizioni della Legge Nazionale sulla Tutela del Patrimonio Culturale e Naturale, a opera delle istituzioni pubbliche, dei privati e delle comunità locali, con la supervisione dall’Ufficio per le Costruzioni e lo Sviluppo dell’Amministrazione di Bergama. Scavi archeologici condotti da un team di archeologi sono stati esaminati dal Ministry of Culture and Tourism Directorate of Bergama Museum. Al fine di preservare l’integrità e l’autenticità del sito, il Piano di Gestione prevede di raggiungere cinque principali obiettivi:
1. Pergamo deve essere tutelata e gestita attraverso una visione d’insieme che tenga in considerazione sia il nucleo archeologico che il paesaggio culturale e naturale circostante che è parte integrante del proprio Valore Universale Eccezionale;
2. Le condizioni fisiche dei monumenti e del paesaggio della property devono essere monitorate sistematicamente. Le azioni di tutela e gestione devono essere orientate a un approccio pluridisciplinare;
3. L’appropriata rifunzionalizzazione del sito deve essere supportata dalla collettività locale nel rispetto del concetto di living heritage;
4. Si deve prevedere una migliore informazione e formazione relative al valore del sito;
5. Il Piano di Gestione turistica deve promuovere tutte le componenti della property: il sito archeologico, il paesaggio urbano e quello naturalistico nel quale la città si colloca.
La ricerca internazionale coordinata da università e centri di ricerca, promossa da una partnership pubblico-privata che coinvolga gli attori del territorio, più sicuramente facilitare il raggiungimento dei risultati attesi.

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Area archeologica di Pergamo, fonte: World Heritage Centre, nomination file

 

Conclusioni.

La possibilità di creare un network e un percorso culturale fra le quattro aree iscritte nel Patrimonio Mondiale è possibile solo attraverso il coinvolgimento delle collettività locali. Gli enti di ricerca e le università partner coinvolte nel progetto possono coordinare tutte le azioni di cooperazione e possono proporsi come trait d’union fra istituzioni nazionali e internazionali e popolazioni locali, ultime destinatarie dei benefici che ne conseguirebbero e reali depositarie dell’identità e delle tradizioni dei luoghi.
Si reputa che la conoscenza della storia e delle matrici identificative di un territorio, così come delle sue evoluzioni in chiave sociale, economica e fisica (comprese le modificazioni dei beni costruiti e paesaggistici) siano premessa e presupposto essenziali per l’individuazione delle strategie più appropriate. Per una pianificazione che muova dal basso, esse possano, di fatto, trasformarsi in progetti operativi per lo sviluppo sostenibile di una collettività. La promozione del turismo sostenibile, attraverso il riferimento a modelli e best practices internazionali, è indiscutibilmente lo strumento più idoneo per la tutela e la valorizzazione del patrimonio. I principali obiettivi di questa promozione consistono nel conciliare l’identità culturale e storica di un territorio e la sua vocazione, con le necessità della collettività locale e con quelle delle autorità preposte alle politiche di management del patrimonio [40].
Esempi di successo ci parlano di networking, ovvero di reti istituzionali o informali, relazionali, sociali e culturali che hanno la capacità di far circolare e trasmettere conoscenze, esperienze e condividere tematiche e progetti in ambiti territoriali, anche estesi e non contigui, con caratteristiche comuni sempre connesse col genius loci del territorio di riferimento. Nello specifico della ricerca è importante sottolineare che l’identità territoriale, in luoghi fortemente caratterizzati da incisive presenze culturali, architettoniche e paesaggistiche, diviene il contesto di riferimento per il progetto, nel rispetto delle norme di tutela nazionali e internazionali. Con genius loci non si intende, pertanto, un piatto riferimento al passato e una riproposizione di stili, architetture o interventi sul paesaggio che prescindano dalle reali necessità attuali delle popolazioni locali. Le relazioni fra uomini e luoghi quindi variano così come cambiano le esigenze delle collettività e, con esse, le relazioni spaziali. L’atteggiamento progettuale proposto dalla ricerca, in riferimento al genius loci, si denota proprio attraverso un’azione che tenga nella dovuta considerazione queste variazioni determinate dai diversi contesti temporali. Daniel Fabre e Guy Saez hanno dimostrato, ognuno a modo suo, che la società civile (le associazioni) e le istituzioni (le richieste di iscrizione dei siti, tra le altre) producono in continuazione nuovi patrimoni legati ai monumenti, ai siti, ai territori, e ancora, alle tradizioni e ai mestieri artigianali (patrimonio immateriale). Secondo la formula di D. Fabre l’histoire a changé de lieu e, secondo la formula più esplicita di G. Saez, le associazioni del patrimonio mostrano la costruzione di una memoria che non è semplicemente ereditata e si aprono alla costituzione di un universo simbolico. Inoltre il patrimonio non deve più essere concepito come qualcosa riguardante il passato quanto piuttosto qualcosa legata al presente, come categoria d’azione proprio del presente e sul presente [41].
In un progetto collettivo nel quale il turismo diventa una componente del più ampio processo di tutela rigeneratrice del patrimonio, l’orientamento metodologico, multidisciplinare e multidimensionale struttura la conoscenza del territorio e ne orienta la gestione come ‘Fabbrica della Conoscenza’ [42].
La governance del ciclo produttivo, intesa nella sua azione rigeneratrice e modificatrice di infrastrutture, paesaggio e prodotti, si sostanzierà solo se la complessità dei valori dell’identità locale sarà discretizzata e commisurata alle conoscenze. Conoscenze da intendere nella duplice prospettiva multidimensionale della fisicità prodotta e da produrre, allo scopo di restituire ai cittadini e ai portatori d’interessi il territorio come patrimonio per intraprendere attività economiche adeguate alle diverse scale di investimento sostenibile. Ne conseguirà che i prodotti avranno tanto più valore quanto più elevato sarà il grado di conoscenza che sarà stato trasferito in ogni parte del ciclo produttivo [43].
In tal senso, l’approfondimento di realtà che sono reputate modello di management per il reale coinvolgimento delle popolazioni locali, diventa spin off per riflessioni sulle strategie da adottare, così come auspicato dalla World Heritage Convention (1972) e dalla Dichiarazione di Budapest sul Patrimonio Mondiale (2002).
Il riferimento a modelli di successo per la creazione di network culturali è fondamentale così come il coinvolgimento delle collettività locali. La creazione di una rete fra i siti archeologici di questo paper può trovare una propria attuazione attraverso più forme. Allo stato, quella della ricerca universitaria, attraverso la conoscenza pluridisciplinare dei territori, in tutti gli aspetti materiali e tangibili, sembra una condizione imprescindibile per un progetto di integrazione e dialogo fra differenti identità culturali. Un progetto di sicuro successo.

[1] Presidente del Centro di Competenza della Regione Campania sui Beni Culturali, Ecologia, Economia (Benecon), costituito da quattro Atenei (Seconda Università di Napoli, Università di Napoli ‘Federico II’, Università del Sannio, Università di Salerno), partner istituzionale del Forum UNESCO University and Heritage. Professore ordinario.
[2] Attuazione degli Obiettivi Operativi 2.1 e 2.2 del Programma Operativo FESR Campania 2007/2013.
[3] GAMBARDELLA, C. (a cura di). Atlante di Pompei. Napoli, La scuola di Pitagora. ISBN 978-88-6542-171-0.
[4] GAMBARDELLA, C. (a cura di). Best practice in heritage conservation management. From the world to Pompeii. Atti del XII Forum Internazionale di Studi “Le Vie dei Mercanti”. Aversa e Capri, 12 – 14 luglio 2014. Napoli, La scuola di Pitagora, pp. 1615-1624. ISBN 978-88-6542-347-9.
[5] Questo programma è nato nel 1987 in seno al Consiglio d’Europa con l’intento di dimostrare in modo visibile, attraverso un viaggio nel tempo e nello spazio, che il patrimonio dei paesi europei costituisce di fatto un patrimonio culturale comune.
[6] VOURC’H Anne. Directrice Réseau des Grands Sites de France, interviste dell’autore: novembre 2011 e giugno 2012.
[7] CAMPO DE MONTAUZON Chloé, Conseillère Technique de Mission Val de Loire, sopralluogo e intervista dell’Autore, aprile 2009.
[8] (iii) è testimonianza unica o eccezionale di una tradizione culturale o di una civiltà vivente o scomparsa; (iv) costituisce un esempio straordinario di una tipologia edilizia, di un insieme architettonico o tecnologico, o di un paesaggio, che illustra una o più importanti fasi nella storia umana; (v) è un esempio eccezionale di un insediamento umano tradizionale, dell’utilizzo di risorse territoriali o marine, rappresentativo di una cultura (o più culture) o dell’interazione dell’uomo con l’ambiente, soprattutto quando lo stesso è divenuto per effetto delle trasformazioni irreversibili.
[9] UNESCO. Report of the 21st Session of the Committee. World Heritage Centre, 1997. Traduzione in italiano dell’Autore.
[10] UNESCO. Brief description of the property. World Heritage Centre, 2012.
[11] GAMBARDELLA Carmine, responsabile scientifico dei progetti “Pompei Fabbrica della Conoscenza 0079|2013”, e “i-Pompei: le giornate dell’Innovazione per i Beni Culturali”. Presidente del Centro di Competenza della Regione Campania sui Beni Culturali, Ecologia ed Economia (BENECON). Ex vice Sindaco di Pompei.
[12] GAMBARDELLA, Carmine (a cura di) (2012). Atlante di Pompei. Napoli, La scuola di Pitagora. ISBN 978-88-6542-171-0, pp. 11-13.
[13] Quaderno del Turismo della Regione Campania (2009) – PromuovItalia – Supporto per l’occupazione e lo sviluppo dell’industria turistica.
[14] GAMBARDELLA Carmine. Less/More Architecture, Design, Landscape. In proceedings of the X International Forum of Studies “Le Vie dei Mercanti”, Aversa and Capri, 31 May, 1 e 2 June 2012. Napoli, La Scuola di Pitagora, 2012.
[15] TEMIN, P., MARKET, A. Economy in the Early Roman Empire, Massachusetts Institute Of Technology,2001
[16] FREDERIKSEN, M. (1980/1) ‘Puteoli E Il Commercio Del Grano in Epoca Romana’, Puteoli 4–5: 5–27.(1984) Campania, Oxford.
[17] DE SENA, E.C., IKÄHEIMO, J.P. The Supply of amphorae-borne commodities and domestic pottery in Pompeii 150 Bc–Ad 79: Preliminary evidence from the House of the Vestals.
[18] LA TORRE, G.F. (1988) ‘Gli impianti commerciali a artigianali nel tessuto urbano di Pompei’ In Franchi Dell’Orto (Ed.) Pompei l’informatica al servizio di una Città Antica, Roma.
[19] CLIVE,O.R., TYERS, P.A., VINCE, A. (1993). Pottery In Archaeology. Cambridge: Cambridge University Press (Cambridge Manuals In Archaeology).
[20] PARKER, G. The Making of Roman India, Cambridge University Press, Apr 24, 2008.
[21] MOELLER, W.O., The Wool Trade Of Ancient Pompeii, Leiden 1976.
[22] MATTINGLY, D. J. “Paintings, Presses And Perfume Production At Pompeii.” Oxford Journal Of Archaeology 9.1 (1990): 71-90.
[23] LAURANCE, R. (2006). Roman Pompeii, Space And Society, Taylor & Francis E-Library.
[24] Advisory Body Evaluation 1992. UNESCO World Heritage Centre.
[25] Decision. 16COM XA – Inscription: Butrinti (Albania). UNESCO World Heritage Centre.
[26] BOWDEN, W., HODGES, R., LAKO, K. Byzantine Butrint: Excavations and Surveys 1994-1999 Oxford, Oxbow Books 2004.
[27] Advisory Body Evaluation 1999. UNESCO World Heritage Centre.
[28] HODGES, R. Eternal Butrint: A UNESCO World Heritage Site in Albania. London, General Penne UK Ltd 2006.
[29] BOWDEN, W., HODGES, R. (Ed. by). Butrint 3: Excavations at the Triconch Palace. Oxbow Books 201, pp. 374.
[30] HANSEN, I.L., HODGES,R. LEPPARD, S. (Ed. by). Butrint 4: The Archaeology and Histories of an Ionian Town. Published by: Oxbow Books 2013, 250 p.
[31]The Conservation of Archaeological Sites in the Mediterranean Region: An International Conference Organized by the Getty Conservation Institute and the J. Paul Getty Museum. May 1995.
[32] Report of the 3rd Session of the Committee 1979. UNESCO World Heritage Centre
[33] MATTINGLYA, D.J., HITCHNERA, B.R. Roman Africa: An Archaeological Review. Journal of Roman Studies / Volume 85 / November 1995, pp 165-213.
[34] Periodic reporting (Cycle 1) Section II 2000. UNESCO World Heritage Centre.
[35] Adoption of retrospective Statements of Outstanding Universal Value 2010. UNESCO World Heritage Centre.
[36] FANTAR, M.H. Carthage. La cité punique. Alif — Les éditions de la Méditerranée, Tunis 1995.
[37] State of Conservation (SOC) Archaeological Site of Carthage (Tunisia) 2012. UNESCO World Heritage Centre.
[38] Pergamon and its Multi-Layered Cultural Landscape (Turkey) (2014). UNESCO World Heritage Centre.
[39] HANSEN, Esther V. (1971). The Attalids of Pergamon. Ithaca, New York: Cornell University Press; London: Cornell University Press.
[40] The Conservation of Archaeological Sites in the Mediterranean Region: An International Conference Organized by the Getty Conservation Institute and the J. Paul Getty Museum, May 1995.
[41] HAUMONT Bernard. Le patrimoine mondial de l’humanité. Des monuments aux paysages : quels classements ? Pour quelles valeurs ? colloque « sur les paysages monumentaux, paysager et urbain », Université Lyon, février 2004 ; In MARCEL O. Paysages, modes d’emploi. Pour une théorie générale du paysage. PUL, 2006. Traduzione dell’autore.
[42] GAMBARDELLA, C. (a cura di). Atlante di Pompei. Napoli, La scuola di Pitagora, 2012.
[43] GAMBARDELLA Carmine. Le vie dei Mulini. Territorio e impresa. Collana: Rilievo è/o Progetto. Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 2003.

Rappresentare le diversità culturali nei siti archeologici Patrimonio Mondiale del Mediterraneo: Pompei, Butrinto, Cartagine e Pergamo.

L’articolo si integra nelle ricerche e nei progetti operativi diretti e coordinati da Carmine Gambardella [1]: Campus Pompei ‘Ecoturismo urbano per la fruizione sostenibile dei Beni Culturali in Campania’ [2]; Atlante di Pompei [3], ‘Pompei Fabbrica della Conoscenza’ [4]; e ‘Sistema integrato di gestione dei siti del Patrimonio Mondiale in Campania’ alla base di un Memorandum of Understanding siglato il 28 maggio 2009 fra il Centro di Competenza della Regione Campania sui Beni Culturali, Economia, Ecologia (Benecon) e il World Heritage Centre dell’UNESCO .
Il paper si propone di ipotizzare un percorso culturale fra quattro siti archeologici del bacino del Mediterraneo che sono emblematici e testimoniano, in sintesi, le diversità culturali, l’intreccio fra patrimoni materiali e immateriali, l’inesauribile serbatoio di idee, filosofie e tradizioni, ancora vive, ma probabilmente poco valorizzate del Mare Nostrum.
I siti sono stati scelti perché hanno delle caratteristiche comuni che esprimono la diversità e, allo stesso tempo, l’integrazione dell’infinito patrimonio culturale di cui sono testimoni le loro aree archeologiche. Sono tutte properties iscritte al Patrimonio Mondiale, ovvero esprimono un ‘Valore Universale Eccezionale’ che li rende un bene prezioso, comune e inestimabile per tutta l’Umanità. I siti, inoltre, sono entrati in contatto, a diverso titolo, attraverso diverse relazioni e in diverse epoche, con i Romani nella loro fase di espansione e durante il loro dominio nel Mediterraneo. Le properties, infine, sono state edificate sulla costa o vicino al mare e hanno avuto la possibilità, attraverso i propri porti commerciali, di entrare in contatto fra loro e con tutte le principali culture di quei tempi, conosciute al mondo.
Perché la creazione di un percorso culturale?
L’idea nasce dal desiderio di approfondire le comuni radici, e le differenze culturali, della tradizione e dell’identità mediterranea che ancor oggi purtroppo, non unisce, ma divide, non crea sviluppo, come spesso succedeva in passato, ma si manifesta talvolta come una barriera per la comprensione fra i popoli, fra il nord e il sud, fra occidente e oriente. La storia invece insegna che proprio dall’integrazione e dall’incontro fra le differenze culturali nasce lo sviluppo sociale, politico, economico.
Lo hanno compreso bene gli esperti del turismo culturale che hanno puntato sulla creazione di percorsi turistici che approfondiscono similitudini, integrazioni e differenze per viaggiatori sempre più esigenti, alla ricerca di esperienze autentiche, di una corretta interpretazione, basata sull’approfondita conoscenza dei luoghi e dell’identità culturale dei popoli che li abitano. Ne sono un esempio i ‘Siti seriali del Patrimonio UNESCO ’, i ‘Percorsi culturali europei’ [5], le Résau des Grands Sites de France, il cui principale obiettivo è di migliorare la gestione delle properties in base ai principi dello sviluppo sostenibile [6]. Un esempio concreto, che appartiene a tutti e tre i network citati, è la rete ‘Vitour’. I paesaggi europei caratterizzati dalle vigne, coltura emblematica del territorio, sono stati inclusi nel circuito internazionale ‘Vitour’, che collega, attraverso un percorso enologico, sette vigneti europei inclusi nella World Heritage List [7].
Ovunque i percorsi culturali, se pianificati e gestiti con sapienza, hanno comportato un aumento dei visitatori per i siti inclusi nelle ‘rotte culturali’. Un aumento sostenibile che ha comportato anche una ricaduta in termini occupazionali ed economici per i territori di riferimento.
Il progetto di creare una rotta culturale fra i quattro siti di Pompei, Butrinto, Cartagine e Pergamo, si inserisce in questo framework, con le medesime finalità, e con l’ulteriore obiettivo di rendere ancora più stretti i legami scientifici, culturali e relazionali fra le comunità universitarie e istituzionali che hanno dei rapporti di cooperazione con il Benecon, nei paesi di riferimento, ovvero: la Facoltà di Architettura e di Urbanistica del Politecnico di Tirana, il Club UNESCO Almédina-Tunisi, e la Facoltà di Architettura della Istanbul Technical University.
Nell’articolo sono messi in evidenza principalmente i criteri che hanno permesso ai siti il loro inserimento nella Lista del Patrimonio Mondiale e le principali problematicità connesse, in primis, alla fruizione turistica, alla corretta interpretazione del valore simbolico e culturale dei luoghi, alla conservazione dei caratteri di integrità e autenticità, condizione indissociabile dal concetto di Outstanding Universal Value che caratterizza i siti UNESCO.
Proprio da questi valori e da queste problematicità si può avviare un processo di riscoperta e valorizzazione delle properties e la definizione di un percorso culturale, attraverso le procedure istituzionali richieste, che prevede il coinvolgimento delle collettività locali, degli enti pubblici nazionali e internazionali di riferimento e, nello specifico, dei partner scientifici menzionati, per il raggiungimento di uno sviluppo sostenibile per i beni e le comunità del territorio.

Aree archeologiche di Pompei, Ercolano e Torre Annunziata.

The World Heritage Committee ha deciso di iscrivere le aree archeologiche di Pompei, Ercolano e Torre Annunziata nella lista del Patrimonio Mondiale UNESCO nel 1997 in base ai criteri (iii), (iv) e (v) [8], con la seguente motivazione:
Le impressionanti rovine delle città di Pompei ed Ercolano e delle loro ville, sepolte dall’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C., forniscono un completo e vivido quadro della società e dello stile di vita di uno specifico momento del passato senza paralleli in nessun’altra parte del mondo [9]. Il 24 agosto dell’anno 79 d.C., un’eruzione del Vesuvio seppellì le due fiorenti città romane di Pompei ed Ercolano, insieme a tutte le loro ricche abitazioni. Dalla metà del secolo XVIII, nel tempo, queste sono state portate alla luce e rese accessibili al pubblico. La vasta area commerciale della città di Pompei contrasta con i resti più limitati, ma meglio conservati, del centro residenziale di Ercolano, mentre le stupende pitture murali di Villa Oplontis [probabilmente di Poppea Sabina, seconda moglie di Nerone (n.d.a.)] di Torre Annunziata rappresentano una testimonianza vivente dell’opulento tenore di vita dei cittadini più ricchi dei primi anni dell’Impero romano [10]. Nell’ambito delle discipline connesse alla rappresentazione complessa e pluridisciplinare del territorio e del progetto ‘I Pompei. Smart and community city’ diretto e coordinato da Carmine Gambardella [11], pubblicato nell’’Atlante di Pompei’, ‘è stata realizzata una piattaforma tecnologica
del Territorio comunale, in rete con le istituzioni e Imprese, tra cui la Guardia di Finanza e Topcon del gruppo Toshiba, fondata sulla rappresentazione multidimensionale – e non tridimensionale – del punto e dell’uomo nel suo posizionarsi nello spazio. In tal modo, è stato possibile non solo avviare una conoscenza per così dire genomica del territorio, ma anche creare modelli di appropriate attività relazionali di governo e di verifica progettuale ex ante, che l’uomo può compiere collimando i propri bisogni con quelli della collettività [12]’.
Il complesso del sito UNESCO, costituito dalle tre aree archeologiche, non è fruito e percepito come un unico sistema e le properties vivono autonomamente, prive di un apparato di management unico che tuteli i beni e ne valorizzi le potenzialità. A Pompei, l’area archeologica risulta completamente estranea al tessuto urbano. I visitatori, circa 6,5 milioni l’anno [13], arrivano in Città sia per la visita agli scavi che per il Santuario della Madonna che, con 4 milioni di visitatori all’anno, risulta essere la quinta meta di pellegrinaggio religioso al mondo. Di questi pochissimi pernottano o usufruiscono delle strutture turistiche e ricettive del territorio. A questo enorme flusso di visitatori ha fatto riscontro, nei comuni di Pompei, Ercolano e Torre Annunziata (includendo anche Boscoreale), un limitato numero di presenze (circa 200 mila all’anno) di persone che hanno pernottato nel territorio. Fatta eccezione per una quota rilevante di visite scolastiche, si tratta quindi di flussi esclusivamente giornalieri e di passaggio da o verso altre rinomate mete della regione o d’Italia.
L’obiettivo ultimo del progetto ‘Pompei Fabbrica della Conoscenza’ è quello di rafforzare la competitività della Città e del sistema sito UNESCO non solo nei settori associati al turismo e ai beni culturali, come l’ospitalità e la ricettività, ma anche altri settori come, per esempio, la floricultura, eccellenza storica del territorio. Infatti, ancor oggi a Pompei la produzione ed esportazione di fiori è uno dei settori economici più sviluppati, tanto che è stato possibile censire 97 ettari di serre su un territorio di oltre mille e duecento ettari. Alla Pompei sacra e degli scavi si prospetta di affiancare la città delle serre, degli orti urbani e dei giardini che diventano un elemento ordinatore di un ambiente urbano e di un paesaggio attualmente eterogeneo e rarefatto [14].
Le vie commerciali rappresentano un importante elemento di connessione fra Pompei e altri importanti poli del Mediterraneo, nell’ambito delle differenze culturali dei siti archeologici del Patrimonio Mondiale [15]. Il Periplus Maris Erythraei e la Naturalis Historia, trattato naturalistico in forma enciclopedica scritto da Plinio il Vecchio (23 – 79 d.C.), in sintesi, sono due fonti di riferimento per la definizione delle rotte che individuano scambi commerciali, sociali e culturali fra il II secolo a.C. e il 79 d.C. L’importanza di Pompei come centro principale di scambi in Campania ed emblematico del mondo romano, deriva dalla sua posizione strategica e dalla sua vicinanza al fiume Sarno. Le città campane di Pompei, Capua, Cuma, Napoli e Pozzuoli formavano, all’epoca, un’unità socio-economica ben definita [16]. Il porto di Pozzuoli ebbe un ruolo importantissimo proprio perché era uno dei porti principali di Roma. Pompei ne fu particolarmente avvantaggiata proprio per la sua vicinanza.
Per le condizioni favorevoli del clima e per la fertilità dei terreni vulcanici, la produzione agricola ebbe un florido sviluppo a Pompei. Ma anche l’importazione di prodotti di lusso rivestì un grande significato nell’economia della città campana per gli scambi con paesi lontani [17].
Pompei fu una città che realizzava beni di consumo in laboratori artigianali per i fabbisogni locali e per esportare [18]. Le ceramiche e le anfore prodotte a Pompei furono trovate in numerose località della Grecia, del nord Africa, d’Italia e della Germania, oltre che nell’area orientale del Mediterraneo [19]. Analogamente, numerosi utensili ritrovati a Pompei provengono da queste aree geografiche e da altre lontanissime, dell’India per esempio, come una statuetta di avorio della dea indù della bellezza Lakshmi, ritrovata proprio a Pompei e conservata nel Gabinetto Segreto del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, a testimonianza di scambi reciproci fra le diverse culture.
I romani, e quindi anche gli abitanti di Pompei, crearono una significativa domanda di prodotti di lusso ed esotici, che misero in contatto il Mediterraneo, attraverso le rotte commerciali, con l’Asia e l’India [20]. Numerosi tessuti in lana vennero importati nelle diverse colorazioni tipiche da diverse aree geografiche: la lana bianca dal nord Italia, quella nera dalla Spagna, la rossastra dall’Asia Minore. Un altro tessuto, particolarmente apprezzato a Pompei, fu il lino, importato dall’Egitto. Il cotone fu importato dall’Iraq e dall’India [21]. La produzione dei profumi era considerata, una delle più significative fra quelle artigianali e del lusso a Pompei [22]. Seta, sculture in avorio, oggetti in vetro, spezie, tinture e profumi erano tra i prodotti di lusso importati da terre lontane e spesso trasformati a Pompei per ricchi romani [23]. In questa enorme quantità di scambi, nelle rappresentazioni cromatiche e pittoriche che hanno arricchito le ville e gli edifici pubblici di Pompei, si legge quella vivida espressione dell’opulenza romana, che ha contraddistinto il Valore Universale Eccezionali dell’area archeologica.

Butrinto.

La World Heritage Property di Butrinto rappresenta un luogo ricco di storia e di contaminazioni culturali nella storia del Mediterraneo. Esse sono relative alle prime tracce di occupazione dell’area relative al periodo del Medio Paleolitico, circa 50.000 anni fa, fino al XVIII secolo, con l’influenza della Repubblica Veneziana [24].
La città è stata inserita nella Lista del Patrimonio Mondiale nel 1992 sulla base del criterio (iii) delle Operational Guidelines della World Heritage Convention:
L’evoluzione dell’ambiente naturale della vecchia città di Butrinto, i cui abitanti hanno abbandonato il sito alla fine del Medioevo, rappresenta un’importante traccia della civilizzazione antica e medioevale dell’attuale territorio dell’Albania [25].
Abitato fin dalla preistoria, il sito di Butrinto è stato prima una colonia greca, poi una città romana e infine un vescovato. Ebbe un periodo di prosperità sotto l’amministrazione bizantina, e dopo una breve occupazione da parte dei veneziani, la città fu abbandonata nel tardo Medioevo. Il sito archeologico ospita reperti storici e tracce di ogni periodo del proprio sviluppo e delle proprie trasformazioni urbane [26].
Immerso negli altopiani del sud dell’Albania e circondato da una densa vegetazione, il sito di Butrinto era collegato al Mediterraneo dal canale di Vivari, che congiunge il lago di Butrinto al mare Ionio. L’insediamento devenne un polo commerciale di primaria importanza nel mondo antico raggiungendo il suo apice nel IV secolo a.C. La vista delle fortificazioni da sole, che risalgono proprio a questo periodo, evocano la potenza militare ed economica della città.
La collina sulla quale è posizionata l’acropoli è arricchita da un muro costituito da grandi blocchi di pietra. L’anfiteatro del III secolo a.C., con i suoi 1.500 posti a sedere, testimonia la ricchezza culturale della property.
Il teatro è situato ai piedi dell’acropoli, affiancato da due templi, uno dei quali era dedicato ad Asclepio, il dio Greco della medicina, adorato dagli abitanti della città.
Gli scavi archeologici hanno portato alla luce piatti, vasi, ceramiche e candelabri, così come sculture fra cui una straordinaria statua, la Dea di Butrinto, che sembra incarnare perfettamente gli ideali fisici della bellezza teorizzati nei canoni greci [27].
Sotto il dominio romano la città subì in un lento declino. Nonostante ciò, tre fontane monumentali, tre bagni pubblici, una palestra decorata con mosaici e in particolar modo l’acquedotto costruito durante il principato di Augusto, dimostrano che il sito non era stato completamente abbandonato [28].
Nel periodo paleocristiano furono costruite due basiliche e un battistero. La storia medioevale della città fu turbolenta poiché il sito fu coinvolto, inizialmente, nelle lotte di potere rispettivamente contro Bisanzio, i Normanni, gli Angioini e lo stato di Venezia. Successivamente Butrinto risentì del conflitto fra Venezia e l’impero Ottomano.
Le infiltrazioni sotterranee d’acqua costrinsero gli abitanti a fuggire, e la città abbandonata fu coperta da fango e vegetazione.
Agli inizi del XX secolo furono avviati scavi sistematici e continui da parte di archeologi italiani. Dopo la liberazione dell’Albania nel 1944, gli archeologi avviarono un programma di scavi più ambizioso. Il fango e la vegetazione che coprivano Butrinto, e che l’avevano protetta dalle azioni naturali e antropiche, furono rimossi. Il sito venne ritrovato in un eccellente stato di conservazione. Le principali aree oggetto di scavi includono antichi reperti, come la dimora nota come Triconch Palace, lo spettacolare battistero, la villa romana e la chiesa a Diaporit [29].
L’intera area è di proprietà dello Stato albanese. I suoi confini sono delimitati dai villaggi di Ksamli a nord e di Vrina a sud, dove sono concentrati gli accessi al sito. La property è gestita da un manager nominato dal Ministero della Cultura e da una commissione addetta alla gestione (Ufficio di Saranda) composta da rappresentanti dell’Amministrazione municipale di Saranda, degli Istituti Nazionali dei Monumenti e dell’Archeologia, del Museo di Storia Naturale e del Ministero del Turismo.
Nel 2005 il Parco Nazionale e il sito di Butrinto sono stati inseriti nel network internazionale delle riserve tutelate dalla Convenzione di Ramsar [30].
La popolarità della property, anche grazie al riconoscimento Ramsar, cresce negli anni. Secondo i dati del Periodic Report 2006 (UNESCO WHC) il sito riceve circa 50 mila turisti all’anno, di cui 29 mila visitatori stranieri provenienti dalla vicina isola greca di Corfù. La property è dotata di un rinnovato Museo (2005), anche se necessita di nuove strutture di accoglienza e facilities per soddisfare il numero crescente di viaggiatori albanesi e stranieri.
La creazione di un network culturale fra i siti archeologici Patrimonio Mondiale ed emblematici delle diversità culturali del bacino del Mediterraneo può essere un motore propulsore per lo sviluppo del territorio. In questa logica un importante progetto di cooperazione è ispirato all’accordo di partenariato scientifico fra la Facoltà di Architettura e di Urbanistica del Politecnico di Tirana e il Centro di Competenza Benecon della Campania.

Area archeologica di Cartagine.

Fondata dai Fenici, Cartagine è un sito archeologico esteso, ubicato su una collina che domina il golfo di Tunisi e la pianura circostante. Metropoli della civilizzazione punica in Africa e capitale della provincia dell’Africa ai tempi dei Romani, Cartagine ha rivestito un ruolo centrale nell’antichità come grande impero commerciale [31].
Nel corso delle Guerre Puniche, Cartagine che per finalità prevalentemente commerciali aveva occupato molte località strategiche del Mediterraneo Occidentale (Costa del Maghreb anche oltre le Colonne d’Ercole, Sicilia Occidentale, Sardegna, Corsica, Spagna Meridionale e Costa Atlantica ecc.), dovette poi cederle a Roma con gradualità dopo le sconfitte della prima Guerra Punica e quella di Zama della Seconda, fino all’anno della sua distruzione, il 146 a.C., nel corso della Terza Guerra Punica. La città, condannata alla damnatio memoriae, fu rasa al suolo e cosparsa di sale perché neanche l’erba nascesse fra le sue rovine, visto che di tanta maledizione l’odio di Roma l’aveva resa vittima, fu però ricostruita dai Romani già ai tempi di Cesare sulle rovine dell’antico sito.
Cartagine fu un luogo eccezionale per l’incontro, la diffusione e la fioritura di numerose culture che qui si sono succedute (Fenicio-punica, Romana, Paleocristiana e Araba) e di cui conserva le vestigia nel suo tracciato urbano e nelle rovine archeologiche. La metropoli e i sue due porti geometrici hanno incoraggiato un’ampia diffusione di scambi nell’ambito del Mediterraneo [32].
Fondata, come racconta la leggenda, alla fine del IX secolo a.C. dalla principessa fenicia Didone, proveniente da Tiro, Cartagine è celebre nell’immaginario universale per il suo geniale stratega Annibale, protagonista indiscusso della Seconda Guerra Punica, il suo navigatore ed esploratore Annone, che pare abbia circumnavigato l’Africa, e il suo agronomo Magone. Cartagine ha sempre nutrito la fantasia collettiva nel mondo attraverso la sua fama d’intraprendenza mercantile e abilità navale [33].
Le più conosciute componenti del sito della Cartagine fenicia sono l’acropoli di Byrsa, i porti (il commerciale e il militare) di cui restano pochi tratti ma che dovevano essere opera di straordinaria ingegneria marittima viste la loro capacità e i resti di un tofet, che era lo spazio extra urbano riservato alla sepoltura dei resti di sacrifici infantili ai balim fenici. Più numerosi i reperti archeologici di epoca romana, fra gli altri, il teatro, l’anfiteatro, il circo, l’area residenziale, le basiliche, le Terme di Antonino, le cisterne e la riserva archeologica [34].
La property è stata inclusa nella World Heritage List nel 1979 in base ai criteri (ii), (iii), (vi), così come definiti delle Operational Guidelines.
Criterio (ii): La città di fondazione fenicia legata a Tiro e rifondata dai Romani su ordine di Giulio Cesare, fu anche la capitale del Regno Vandalo e provincia Bizantina dell’Africa. Il suo antico porto testimonia scambi economici e culturali per un periodo di tempo superiore ai dieci secoli. Il tofet contiene diverse steli che evidenziano numerose influenze artistiche. Eccezionale luogo di fioritura e diffusione di diverse culture che si sono succedute (Fenicio-punica, Romana, Paleocristiana e Araba), Cartagine ha esercitato una considerevole influenza sullo sviluppo delle arti, dell’architettura e della pianificazione urbana nell’ambito del bacino del Mediterraneo.
Criterio (iii): Il sito di Cartagine è una testimonianza eccezionale della civiltà fenicio-cartaginese essendo a quei tempi il fulcro centrale nel bacino occidentale del Mediterraneo. La città è stata anche uno dei centri più importanti della civilizzazione Afro-Romana.
Criterio (vi): La fama storica e letteraria di Cartagine ha sempre nutrito l’immaginario universale. Il sito è notoriamente associato con la dimora della leggendaria principessa di Tiro, Didone, fondatrice della città, anche amplificata dalla fantasia di Virgilio che di lei tratta nell’Eneide; con il grande navigatore ed esploratore Annone, con Annibale, uno dei più grandi strateghi militari della storia, con scrittori come Apuleio (celebre per le sue Metamorfosi), caposcuola della letteratura afro-latina, con il martire San Cipriano e con Sant’Agostino, che ha studiato e ha frequentato in diverse occasioni la città [35].
Sebbene l’integrità di Cartagine sia stata sostanzialmente alterata dall’incontrollata espansione urbana di Tunisi durante la prima metà del XX secolo, la property conserva ancora essenziali elementi che hanno caratterizzato l’antica città: la rete urbana, i luoghi d’incontro (foro), culturali (teatro), di socializzazione e svago (le terme), di culto (templi) e le aree residenziali. La conservazione del sito ha garantito la generale tutela e integrità delle principali strutture, sebbene il sito archeologico continui ad affrontare pressioni antropiche che sono state contenute, parzialmente, grazie soprattutto al riconoscimento del Parco di Cartagine- Sidi Bou Saïd (Decreto 85-1246 del 7 ottobre 1985).
Il sito beneficia di numerose forme legislative di tutela dal 1885 del governo tunisino. La sua protezione è garantita, fra l’altro, dalla legge 35-1994 che riguarda la ‘Protezione del patrimonio archeologico e storico delle arti tradizionali’ e dall’Ordinanza del 16 settembre 1996 per la creazione del ‘Sito culturale di Cartagine’. Un’Unità di Conservazione dell’Istituto Nazionale del Patrimonio è responsabile della salvaguardia e della gestione del sito. Il management della property è attualmente integrata nel piano di sviluppo urbano della città [36].
Fra il 1980 e il 2001, per l’inclusione dell’area archeologica di Cartagine nella Lista UNESCO, sono stati finanziati circa 215 mila dollari di fondi internazionali per operazioni legate soprattutto agli strumenti di gestione del sito, come il Piano di Gestione e per attività legate alla conoscenza e al coinvolgimento degli stakeholders del territorio: ovvero simposi internazionali, conferenze, missioni di esperti per valutare lo stato di conservazione e gestione del sito. Sono state anche finanziate, con questo budget, consulenze per le opere di restauro come quelle, per esempio, relative alle terme di Antonio [37].
Gli esperi evidenziarono due principali problematiche: lo sviluppo di infrastrutture non pianificate nell’area circostante al sito e la negligenza delle autorità preposte alla gestione e alla tutela dello stesso. La priorità evidenziata fu quella di aggiornare, adottare e attivare un Piano per la gestione e la messa in valore dell’area archeologica, che era stato preparato alla fine degli anni ’90 ma che non era mai stato approvato e trasmesso definitivamente all’UNESCO.
Le università, i centri di ricerca, l’UNESCO, anche tramite la società civile, il Club UNESCO di Tunisi, potrebbero giocare un ruolo importantissimo proprio nella lettura e interpretazione di questo enorme patrimonio ancora non valorizzato come meriterebbe.

Pergamo e il suo paesaggio culturale stratificato.

Pergamo fu fondata nel III secolo a.C. La sua location nella regione egea, cuore del Mediterraneo, fra l’Europa e il Medio Oriente, ha determinato il suo successo come polo culturale, scientifico e politico nel bacino del Mediterraneo. Il sito archeologico di Pergamo è stato inserito nella Lista del Patrimonio Mondiale come ‘paesaggio culturale stratificato’ in quanto mostra l’eccezionale evidenza di diverse civilizzazioni, fra cui la greca, l’ellenistica, la romana, la bizantina e l’ottomana [38].
La dinastia ellenistica degli Attalidi edificò Pergamo come capitale del proprio regno, sulla cima della collina di Kale. Essa è un esempio cospicuo di integrazione architetturale e paesaggistica. Il terreno ripido in pendenza e la pianura di Bakırçay furono integrati nel piano urbanistico della città. Questa singolare composizione di stupefacenti paesaggi e monumentali architetture comprende il più scosceso teatro e i più estesi stoà del mondo antico, uno strepitoso gymnasium su tre livelli, il Grande Altare di Pergamo, i tumuli, le condotte d’acqua, le cinte murarie, e il santuario di Cibele, che è stato ingegnosamente progettato per avere una vista in asse con la collina di Kale.
Come capitale della dinastia degli Attalidi, Pergamo fu la protettrice delle città ellenistiche. Ebbe un potere politico e artistico durante l’antichità a costruì una rete intensa di relazioni con le civiltà contemporanee. La rivalità fra le diverse dinastie ellenistiche dell’epoca dei Diadochi spinse quella degli Attalidi a creare la più famosa scuola di scultura e la più importante biblioteca dell’antichità [39].
Pergamo divenne una metropoli di prima grandezza e una delle più importanti città dell’Impero Romano in Asia. I romani conservarono le esistenti premesse costruttive del periodo ellenistico e vi aggiunsero nuove strutture urbane per connotarla come importante centro culturale e di culto della regione. Vennero pertanto erette importanti opere architettoniche fra cui il santuario di Asclepio, un centro di cura rinomato le cui acque scorrono fra le rovine, il teatro, l’anfiteatro che è uno dei più grandi dell’antichità, il tempio di Traiano, tuttora ben conservato e il Serapeo, il tempio dedicato al dio sincretico degli Egizi, Serapide, tra i più estesi del mondo.
Durante il periodo Bizantino per via dello spostamento delle nuove rotte commerciali e dei nuovi centri di potere dalla regione egea verso il Nord-Ovest dell’Anatolia, specialmente verso Istanbul, Pergamo registrò una nuova trasformazione, da centro ellenistico e romano, diventò città di secondo piano di medie dimensioni. Durante il periodo Bizantino, la città ha continuato a ricoprire un suo ruolo culturale e religioso di estrema importanza come una delle Sette Chiese della Rivelazione.
Con la venuta degli Ottomani, la città si arricchì di nuovi contributi culturali evidenti principalmente nella pianura di Bakırçay. Gli Ottomani costruirono moschee, terme, ponti, bedestens (bazar coperti), arastas (mercati Ottomani) e condutture idrauliche che sono state ritrovate nelle stratificazioni degli insediamenti romani e bizantini.
La sovrapposizione di questi differenti periodi e delle differenti culture, benché la città sia sempre stata abitata, si riflette nella struttura urbana e nelle sue architetture. Per questo motivo, il sito conserva un’evidente e profonda traccia dei connotati storici, fisici e culturali del suo ricco passato.
La Red Hall, che fu originariamente dedicata dai Romani a divinità egizie, è una delle strutture emblematiche della stratificazione della città. Il Serapeo, una volta dedicato a Serapide, fu successivamente destinato al culto di San Giovanni. Divenne successivamente una moschea ottomana e, ancora dopo, una sinagoga. Dal periodo romano a oggi, è stata sempre adattata a finalità
cultuali di differenti espressioni di fede. L’esempio più essere esteso ad altre strutture, architetture, spazi pubblici con diverse destinazioni d’uso che con il tempo hanno assunto funzioni e significati diversi, essendo espressione delle culture e del cambiamento dei tempi nella regione dell’Anatolia.
Il paesaggio culturale di Pergamo è caratterizzato dall’integrazione visuale di paesaggi rurali e urbani. Dal III secolo a.C. in poi, la città è stata arricchita da un anello di tumuli di varie grandezze che testimoniano l’espansione della città nella pianura di Bakırçay. Oltre ai tumuli, furono realizzati santuari, come quello di Cibele, collocati su prominenti colline e picchi montani nell’area intorno alla città per segnare visualmente e iconicamente la giurisdizione territoriale di Pergamo. La property, inoltre, testimonia l’evoluzione della società e dell’insediamento nel tempo, attraverso fattori sociali, economici e culturali, sia interni che esterni, che hanno comportato la definizione del contesto urbano e il suo carattere di paesaggio culturale stratificato. La città ha coniugato culti pagani, Cristianesimo, Giudaismo e Islam senza mai smarrire gli aspetti culturali anche nel paesaggio urbano.
La gestione della property è coordinata dal World Heritage Management Office dell’Amministrazione di Pergamo istituito nel 2011 e dal ‘Advisory Body’ e ‘Coordination and Supervision Body’ che hanno la responsabilità di approvare e attivare il Piano di Gestione a cui devono partecipare tutti i principali attori del territorio, fra cui, le università, le istituzioni locali e le associazioni culturali. Secondo le previsioni, il Piano di Gestione sarà pronto agli inizi del 2016.
Esiste un inventario di tutti i monumenti e degli edifici tradizionali per l’intera property.
Tutte le opere di restauro sono state eseguite in linea con le prescrizioni della Legge Nazionale sulla Tutela del Patrimonio Culturale e Naturale, a opera delle istituzioni pubbliche, dei privati e delle comunità locali, con la supervisione dall’Ufficio per le Costruzioni e lo Sviluppo dell’Amministrazione di Bergama. Scavi archeologici condotti da un team di archeologi sono stati esaminati dal Ministry of Culture and Tourism Directorate of Bergama Museum. Al fine di preservare l’integrità e l’autenticità del sito, il Piano di Gestione prevede di raggiungere cinque principali obiettivi:
1. Pergamo deve essere tutelata e gestita attraverso una visione d’insieme che tenga in considerazione sia il nucleo archeologico che il paesaggio culturale e naturale circostante che è parte integrante del proprio Valore Universale Eccezionale;
2. Le condizioni fisiche dei monumenti e del paesaggio della property devono essere monitorate sistematicamente. Le azioni di tutela e gestione devono essere orientate a un approccio pluridisciplinare;
3. L’appropriata rifunzionalizzazione del sito deve essere supportata dalla collettività locale nel rispetto del concetto di living heritage;
4. Si deve prevedere una migliore informazione e formazione relative al valore del sito;
5. Il Piano di Gestione turistica deve promuovere tutte le componenti della property: il sito archeologico, il paesaggio urbano e quello naturalistico nel quale la città si colloca.
La ricerca internazionale coordinata da università e centri di ricerca, promossa da una partnership pubblico-privata che coinvolga gli attori del territorio, più sicuramente facilitare il raggiungimento dei risultati attesi.

Conclusioni.

La possibilità di creare un network e un percorso culturale fra le quattro aree iscritte nel Patrimonio Mondiale è possibile solo attraverso il coinvolgimento delle collettività locali. Gli enti di ricerca e le università partner coinvolte nel progetto possono coordinare tutte le azioni di cooperazione e possono proporsi come trait d’union fra istituzioni nazionali e internazionali e popolazioni locali, ultime destinatarie dei benefici che ne conseguirebbero e reali depositarie dell’identità e delle tradizioni dei luoghi.
Si reputa che la conoscenza della storia e delle matrici identificative di un territorio, così come delle sue evoluzioni in chiave sociale, economica e fisica (comprese le modificazioni dei beni costruiti e paesaggistici) siano premessa e presupposto essenziali per l’individuazione delle strategie più appropriate. Per una pianificazione che muova dal basso, esse possano, di fatto, trasformarsi in progetti operativi per lo sviluppo sostenibile di una collettività. La promozione del turismo sostenibile, attraverso il riferimento a modelli e best practices internazionali, è indiscutibilmente lo strumento più idoneo per la tutela e la valorizzazione del patrimonio. I principali obiettivi di questa promozione consistono nel conciliare l’identità culturale e storica di un territorio e la sua vocazione, con le necessità della collettività locale e con quelle delle autorità preposte alle politiche di management del patrimonio [40].
Esempi di successo ci parlano di networking, ovvero di reti istituzionali o informali, relazionali, sociali e culturali che hanno la capacità di far circolare e trasmettere conoscenze, esperienze e condividere tematiche e progetti in ambiti territoriali, anche estesi e non contigui, con caratteristiche comuni sempre connesse col genius loci del territorio di riferimento. Nello specifico della ricerca è importante sottolineare che l’identità territoriale, in luoghi fortemente caratterizzati da incisive presenze culturali, architettoniche e paesaggistiche, diviene il contesto di riferimento per il progetto, nel rispetto delle norme di tutela nazionali e internazionali. Con genius loci non si intende, pertanto, un piatto riferimento al passato e una riproposizione di stili, architetture o interventi sul paesaggio che prescindano dalle reali necessità attuali delle popolazioni locali. Le relazioni fra uomini e luoghi quindi variano così come cambiano le esigenze delle collettività e, con esse, le relazioni spaziali. L’atteggiamento progettuale proposto dalla ricerca, in riferimento al genius loci, si denota proprio attraverso un’azione che tenga nella dovuta considerazione queste variazioni determinate dai diversi contesti temporali. Daniel Fabre e Guy Saez hanno dimostrato, ognuno a modo suo, che la società civile (le associazioni) e le istituzioni (le richieste di iscrizione dei siti, tra le altre) producono in continuazione nuovi patrimoni legati ai monumenti, ai siti, ai territori, e ancora, alle tradizioni e ai mestieri artigianali (patrimonio immateriale). Secondo la formula di D. Fabre l’histoire a changé de lieu e, secondo la formula più esplicita di G. Saez, le associazioni del patrimonio mostrano la costruzione di una memoria che non è semplicemente ereditata e si aprono alla costituzione di un universo simbolico. Inoltre il patrimonio non deve più essere concepito come qualcosa riguardante il passato quanto piuttosto qualcosa legata al presente, come categoria d’azione proprio del presente e sul presente [41].
In un progetto collettivo nel quale il turismo diventa una componente del più ampio processo di tutela rigeneratrice del patrimonio, l’orientamento metodologico, multidisciplinare e multidimensionale struttura la conoscenza del territorio e ne orienta la gestione come ‘Fabbrica della Conoscenza’ [42].
La governance del ciclo produttivo, intesa nella sua azione rigeneratrice e modificatrice di infrastrutture, paesaggio e prodotti, si sostanzierà solo se la complessità dei valori dell’identità locale sarà discretizzata e commisurata alle conoscenze. Conoscenze da intendere nella duplice prospettiva multidimensionale della fisicità prodotta e da produrre, allo scopo di restituire ai cittadini e ai portatori d’interessi il territorio come patrimonio per intraprendere attività economiche adeguate alle diverse scale di investimento sostenibile. Ne conseguirà che i prodotti avranno tanto più valore quanto più elevato sarà il grado di conoscenza che sarà stato trasferito in ogni parte del ciclo produttivo [43].
In tal senso, l’approfondimento di realtà che sono reputate modello di management per il reale coinvolgimento delle popolazioni locali, diventa spin off per riflessioni sulle strategie da adottare, così come auspicato dalla World Heritage Convention (1972) e dalla Dichiarazione di Budapest sul Patrimonio Mondiale (2002).
Il riferimento a modelli di successo per la creazione di network culturali è fondamentale così come il coinvolgimento delle collettività locali. La creazione di una rete fra i siti archeologici di questo paper può trovare una propria attuazione attraverso più forme. Allo stato, quella della ricerca universitaria, attraverso la conoscenza pluridisciplinare dei territori, in tutti gli aspetti materiali e tangibili, sembra una condizione imprescindibile per un progetto di integrazione e dialogo fra differenti identità culturali. Un progetto di sicuro successo.

[1] Presidente del Centro di Competenza della Regione Campania sui Beni Culturali, Ecologia, Economia (Benecon), costituito da quattro Atenei (Seconda Università di Napoli, Università di Napoli ‘Federico II’, Università del Sannio, Università di Salerno), partner istituzionale del Forum UNESCO University and Heritage. Professore ordinario.
[2] Attuazione degli Obiettivi Operativi 2.1 e 2.2 del Programma Operativo FESR Campania 2007/2013.
[3] GAMBARDELLA, C. (a cura di). Atlante di Pompei. Napoli, La scuola di Pitagora. ISBN 978-88-6542-171-0.
[4] GAMBARDELLA, C. (a cura di). Best practice in heritage conservation management. From the world to Pompeii. Atti del XII Forum Internazionale di Studi “Le Vie dei Mercanti”. Aversa e Capri, 12 – 14 luglio 2014. Napoli, La scuola di Pitagora, pp. 1615-1624. ISBN 978-88-6542-347-9.
[5] Questo programma è nato nel 1987 in seno al Consiglio d’Europa con l’intento di dimostrare in modo visibile, attraverso un viaggio nel tempo e nello spazio, che il patrimonio dei paesi europei costituisce di fatto un patrimonio culturale comune.
[6] VOURC’H Anne. Directrice Réseau des Grands Sites de France, interviste dell’autore: novembre 2011 e giugno 2012.
[7] CAMPO DE MONTAUZON Chloé, Conseillère Technique de Mission Val de Loire, sopralluogo e intervista dell’Autore, aprile 2009.
[8] (iii) è testimonianza unica o eccezionale di una tradizione culturale o di una civiltà vivente o scomparsa; (iv) costituisce un esempio straordinario di una tipologia edilizia, di un insieme architettonico o tecnologico, o di un paesaggio, che illustra una o più importanti fasi nella storia umana; (v) è un esempio eccezionale di un insediamento umano tradizionale, dell’utilizzo di risorse territoriali o marine, rappresentativo di una cultura (o più culture) o dell’interazione dell’uomo con l’ambiente, soprattutto quando lo stesso è divenuto per effetto delle trasformazioni irreversibili.
[9] UNESCO. Report of the 21st Session of the Committee. World Heritage Centre, 1997. Traduzione in italiano dell’Autore.
[10] UNESCO. Brief description of the property. World Heritage Centre, 2012.
[11] GAMBARDELLA Carmine, responsabile scientifico dei progetti “Pompei Fabbrica della Conoscenza 0079|2013”, e “i-Pompei: le giornate dell’Innovazione per i Beni Culturali”. Presidente del Centro di Competenza della Regione Campania sui Beni Culturali, Ecologia ed Economia (BENECON). Ex vice Sindaco di Pompei.
[12] GAMBARDELLA, Carmine (a cura di) (2012). Atlante di Pompei. Napoli, La scuola di Pitagora. ISBN 978-88-6542-171-0, pp. 11-13.
[13] Quaderno del Turismo della Regione Campania (2009) – PromuovItalia – Supporto per l’occupazione e lo sviluppo dell’industria turistica.
[14] GAMBARDELLA Carmine. Less/More Architecture, Design, Landscape. In proceedings of the X International Forum of Studies “Le Vie dei Mercanti”, Aversa and Capri, 31 May, 1 e 2 June 2012. Napoli, La Scuola di Pitagora, 2012.
[15] TEMIN, P., MARKET, A. Economy in the Early Roman Empire, Massachusetts Institute Of Technology,2001
[16] FREDERIKSEN, M. (1980/1) ‘Puteoli E Il Commercio Del Grano in Epoca Romana’, Puteoli 4–5: 5–27.(1984) Campania, Oxford.
[17] DE SENA, E.C., IKÄHEIMO, J.P. The Supply of amphorae-borne commodities and domestic pottery in Pompeii 150 Bc–Ad 79: Preliminary evidence from the House of the Vestals.
[18] LA TORRE, G.F. (1988) ‘Gli impianti commerciali a artigianali nel tessuto urbano di Pompei’ In Franchi Dell’Orto (Ed.) Pompei l’informatica al servizio di una Città Antica, Roma.
[19] CLIVE,O.R., TYERS, P.A., VINCE, A. (1993). Pottery In Archaeology. Cambridge: Cambridge University Press (Cambridge Manuals In Archaeology).
[20] PARKER, G. The Making of Roman India, Cambridge University Press, Apr 24, 2008.
[21] MOELLER, W.O., The Wool Trade Of Ancient Pompeii, Leiden 1976.
[22] MATTINGLY, D. J. “Paintings, Presses And Perfume Production At Pompeii.” Oxford Journal Of Archaeology 9.1 (1990): 71-90.
[23] LAURANCE, R. (2006). Roman Pompeii, Space And Society, Taylor & Francis E-Library.
[24] Advisory Body Evaluation 1992. UNESCO World Heritage Centre.
[25] Decision. 16COM XA – Inscription: Butrinti (Albania). UNESCO World Heritage Centre.
[26] BOWDEN, W., HODGES, R., LAKO, K. Byzantine Butrint: Excavations and Surveys 1994-1999 Oxford, Oxbow Books 2004.
[27] Advisory Body Evaluation 1999. UNESCO World Heritage Centre.
[28] HODGES, R. Eternal Butrint: A UNESCO World Heritage Site in Albania. London, General Penne UK Ltd 2006.
[29] BOWDEN, W., HODGES, R. (Ed. by). Butrint 3: Excavations at the Triconch Palace. Oxbow Books 201, pp. 374.
[30] HANSEN, I.L., HODGES,R. LEPPARD, S. (Ed. by). Butrint 4: The Archaeology and Histories of an Ionian Town. Published by: Oxbow Books 2013, 250 p.
[31]The Conservation of Archaeological Sites in the Mediterranean Region: An International Conference Organized by the Getty Conservation Institute and the J. Paul Getty Museum. May 1995.
[32] Report of the 3rd Session of the Committee 1979. UNESCO World Heritage Centre
[33] MATTINGLYA, D.J., HITCHNERA, B.R. Roman Africa: An Archaeological Review. Journal of Roman Studies / Volume 85 / November 1995, pp 165-213.
[34] Periodic reporting (Cycle 1) Section II 2000. UNESCO World Heritage Centre.
[35] Adoption of retrospective Statements of Outstanding Universal Value 2010. UNESCO World Heritage Centre.
[36] FANTAR, M.H. Carthage. La cité punique. Alif — Les éditions de la Méditerranée, Tunis 1995.
[37] State of Conservation (SOC) Archaeological Site of Carthage (Tunisia) 2012. UNESCO World Heritage Centre.
[38] Pergamon and its Multi-Layered Cultural Landscape (Turkey) (2014). UNESCO World Heritage Centre.
[39] HANSEN, Esther V. (1971). The Attalids of Pergamon. Ithaca, New York: Cornell University Press; London: Cornell University Press.
[40] The Conservation of Archaeological Sites in the Mediterranean Region: An International Conference Organized by the Getty Conservation Institute and the J. Paul Getty Museum, May 1995.
[41] HAUMONT Bernard. Le patrimoine mondial de l’humanité. Des monuments aux paysages : quels classements ? Pour quelles valeurs ? colloque « sur les paysages monumentaux, paysager et urbain », Université Lyon, février 2004 ; In MARCEL O. Paysages, modes d’emploi. Pour une théorie générale du paysage. PUL, 2006. Traduzione dell’autore.
[42] GAMBARDELLA, C. (a cura di). Atlante di Pompei. Napoli, La scuola di Pitagora, 2012.
[43] GAMBARDELLA Carmine. Le vie dei Mulini. Territorio e impresa. Collana: Rilievo è/o Progetto. Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 2003.

TRADE ROUTES AND COMMERCIAL PRODUCTS OF ROMAN POMPEII

 

TRADE ROUTES AND COMMERCIAL PRODUCTS OF ROMAN POMPEII

ACROSS THE MEDITERRANEAN AND DISTANT LANDS

Contrattista: Dott.ssa Bükra Kalayci

Tutor: Prof. Carmine Gambardella

In the framework of the research-project elaborated by Carmine Gambardella and published in the Atlante di Pompei (2012), this review focus on commercial products and trade routes connected with Pompeii, as an important temporal reference for Roman World (1).  Distribution of commercial products within Roman Pompeii is determined as main focus area to investigate. With that aim, export and import actvities of ancient merchants, particularly of Pompeian traders’ are investigated through an explanatory list of commercial products. This research paper employs; the Periplus of the Erytheranean Sea, Pliny the Elder’s Encyclopedia Natural History and elemental analyses of some of the archeological researches to establish possible ancient trade route followed by merchants. The research set light to the nature of Italian trade and consumerism habits in the 2nd century B.C.– A.D. 79.

INTRODUCTION

Pompeii and Herculaneum are located in Italian region of Campania. Two of the ancient towns were buried under the ash by explosion of the Mount Vesuvius in A.D. 79. The cities have been virtually very well preserved in the layer of volcanic ash and stayed untouched until their rediscovery in the 18th century. Their excellent preservation gives archeological researchers a rare opportunity for a deeper understanding of their inhabitants’ social, political and economic lives. Findings in Pompeii, Herculaneum, and the surrounding region have provided researchers a myriad of information not only about Campania region but also about the life in the early Roman Empire (2).

Before examining the commercial potency of Pompeii, its strategic location needs to be stated. Pompeii was the entrepôt for the Sarno river valley and very well connected with other river towns. According to Frederiksen (1984), towns in Campania, incluiding Capua, Cumae, Neapolis, Pompeii and Puteoli, formed a single socio-economic unit (3). The luxury villas of the Bay of Naples, on the other hand, created a great economy in the area (4). The port of Puteoli played a very important role as being one the most important ports of Rome. It was where products from Pompeii, Roman towns and beyond empire came together for further distribution (5). As a result of this, Pompeii took advantage of being in a close proximity to the port of Puteoli.

As a reason of very favourable mild climate and higly fertile volcanic soil,  agriculture turned into a commonly practiced industry in Campania region. Pompeii, on the other hand, into a trade center. Pompeians lived a prosperous life and depicted their wealth onto the wall paintings, as shown on the Figure 1, the painting which was found in the House of Vetti. The painting illustrates that Priapus weighs his huge phallus, which was a symbol of wealth in Pompeii, against a bag of coins (6).

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Figure 1. A painting of Pariapus, depicting wealth, founded in the House of Vetti, Pompeii (5).

The Pompeian area was rich in typical Mediterranean food products, incluiding olive, olive-oil and wine. Remains from Pompeii show that the inhabitants ate a lot of vegetables, fruit, bread, olives, cheese, lentils, chickpeas. These frequently consumed foods were the ones traded routinely. We should also note that, beans, melons, almonds, and nuts were found in the houses of Pompeii. Beside agriculture, due to the close proximity of Pompeii to the seaside, fishing industry was also enhanced. Consequently, agricultural products were the most sold items but also handcrafts and luxury products had a great importance in the sense of trade (5).

In the surrounding fields of Pompeii there was a great production of oil, wine, cereals, fruit and vegetables. Pompeii hosted the mercants coming from other towns in its termopolum (consists of inns and taverns) where foreigner mercants could buy wine, eat and also have sexual experiences with female slaves (5). Researches point out that trade was very important for the economy of Pompeii, in fact there were many shops and inns which reflects the importance given to commercial activities. According to researchers, Carandini, ed. 1977; Bonghi Jovino, ed. 1984; Laurence 1994, Pompeii, was a city that meets its needs both by locally produced goods as well as by imported goods all along the Mediterranean basin and beyond (7).

Wall paintings and written findings in the houses of Pompeii reveal scenes from everyday life in the first century B.C. until 79 A.D (8). Excavation works at Pompeii produced thousands of goods. Some of the excavated goods were local and some were from other parts of Italy or even beyond Italy. All these excavated commercial goods, objects and any other sort of findings provide us with the idea of economy in Pompeii and lead us to trace ancient trade patterns (9). Pompeii was a city produced goods both for local needs and for exportation. In fact, the economy of Pompeii was mostly based on small-scale workshops. Pompeii hosted a number of small-scale workshops to produce finished goods. Even though the amounf of these products were not massive, they were traded over long distance (10).

This paper basicly focuses on the commercial life in Pompeii which covers the period of 150 BC- AD 79. The range of traded products in these early Roman times and their trade route are investigated. Important commercial ports and products will be emphasized. Significant findings from Pompeii, for example a pottery assamblage, will lead us to have an insight about commercial relations.

TRACING ANCIENT TRADE ROUTE

A wide range of excavated objects like amphorae, paintings, texts, Peripluses are observed by researchers in order to discover the ancient trade routes, commercial and social relations of ancient civilizations. In this research paper, the information about ancient trade routes and traded products is mostly gathered from the Periplus of the Erytheranean Sea, excavated amphorae, Pompeian wall paintings and Pliny the Elder Elder’s encyclopaedia.

Periplus is a manuscript document that lists the ports and coastal landmarks, with distances, for the navigation of maritime voyage (11).  In other words, a periplus, is a systematic catalogue indicates trade contacts in detail (12). There are several surviving periplus to our contemporary time which provide the most extensive and credible evidence for trade of ancient civilizations. The Periplus of the Erytheranean Sea is probably the most important merchant handbook consisting of 66 concise paragraphs that supplies comprehensive information from Roman Egypt ports to the ports in East Africa, Southern Arabia and Western cost of India (10,12). The Periplus of the Erythraean Sea was written by unnamed Romanized Alexandrian author in the first century A.D. The Periplus of the Erytheranean Sea provides with the shoreline information of the Red (Erythraean) Sea, starting from the port of Berenice to further beyond the Red Sea, the manuscript describes the coast of India as far as the Ganges River and the East coast of Africa (called Azania) (13). In addition to comprehensive maritime information within the Periplus of the Erytheranean Sea, the author also presents practical information gathered from different trade voyages such as commercial opportunities along the Eastern coast, list of exported commodities and amount of certain goods and their origin (14).

Beside Periplus of the Erytheranean Sea, Pliny the Elder’s encyclopaedia “Natural History” is another compelling resource. Pliny the Elder was born in northern Italy in around A.D. 23, moved to Rome for eductaion and served for the Roman army. Later Pliny the Elder served as an advisor to the Eperor Vespanian and developed an academic interest in naval matters. He was given the prefecture of Roman fleet at Misenum in the Bay of Naples and he held his notes until his dramatic death in A.D. 79 by the eruption of Vesuvius. The Natural History is a comprehensİve book consisting of wide range of eclectic knowledge; considering the topics like geography, plants, animals, medicines, metals. The book is accepted as an important document for understanding the interest of Roman Society and the cultural attitudes of its elite. It presents details concerning distant commerce relations of Roman merchants and commercial products which are particularly luxury ones that Roman elite consumed (12).

After seizing Alexandria and defeating Cleopatra, Egypt entirely became a Roman province. Later on systematic improve acquired by the emperor Augustus. Irrigation cannals and transport infrastructures enhanced. This improvement followed by a great thrive in agricultural economy and logistic in Roman Egypt. Especially growing and transporting grain. Roman army supplied high security along the trade routes, both for desert and water travels to make merchants feel confident without any fear or threat to their valuable goods. Roman army also upgraded desert routes which facilitated merchants to reach to the Red Sea Ports. After having secure travel conditions in Egypt, more than a hundred extra commercial vessels were annually reaching to India. Conditions also allowed increase in Greek trade activities with east Africa. Improved commercial activities enriched Roman society and resulted in price inflation and increase weath that were later spent on exotic Eastern luxuries (12).

TRADE PORTS

During early Roman Empire, 2nd century A.D., the commercial routes between the Mediterranean basin and South Asia consisted of wide and complex networks. As seen on the Figure 2, distant commercial routes across the Mediterranean and South Asia cover the Erythraean Sea, Parthian lands and beyond (15). Systematically organized long-distance Indian Ocean trade is believed to be started with the annexation of Egypt in 30 BC (16). Author of the Periplus of the Erytheranean Sea called “the Horn of Africa” as “the Cape of Spices” (17) and modern day Yemen as the “Frankincense Country” (18).

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map ek

Figure 2. The Periplus of the Erytheranean Sea, drwan by George Tsiagalakis (40)

Two main Roman Egyptian ports, Myos Hormos (Quseir al-Qadim) and Berenike had a great trade importance within Mediterranean and Indian Ocean especially in terms of external connections. The site Myos Hormos has an archaeological sequence from the late 1st century BC to at least the mid-3rd century AD, an earlier date is highly possible though. Berenike and Myos Hormos were active commercial ports, mainly with Africa and across the Indian Ocean (16).  Discovery of the sank Roman shipwreck in the Quseir al-Qadim shows the commercial relations with Egypt. The freighter was carrying Italian cargo consisted of Campanian wine amphorae which is belong to Augustan era (12).

Adulis was another major port located at the mouth of Erythraean Sea. In modern days Adulis takes place within the border of Ethiophia. The Periplus of the Erytheranean Sea adds that Adulis was not only a good commercial harbour and also a source for luxury products such as ivory, tortoise-shell and rhinoceros horn (18) . Adulis was an important port for goods from Abyssinia and Sudan (19). It was the main market for Somali and Ethiopian people who brought ivory in large quantities to Adulis as well as rhinoceros horns, hippopotamus hides, tortoise-shell, hawkmoths and slaves. It is noted in the Periplus of the Erytheranean Sea that Roman merchants used to visit Adulis and after commercial dealings sailed alond to Arabian trade port Muza (12).  Early Roman wine amphorae, including definite Italian vessels, have been identified at Adulis. Potteries which were produced in the region of Adulis in the 1st century AD are visible in Berenike and Myos Hormos ports (16).

Pattanam is the only known and excavated site of this period in the Southwest India. Imports from West Asia and the Roman World occured in Pattanam. Roman glass and large quantities (more than 6,000 sherds) of Roman amphorae, mostly for wine, and sigillata (20) are the findings which indcates the commercial relations between Roman merchants and India. The variety of imports points out that Pattanam was an international port, probably that of ancient city Muziris (21). Presencce of the Roman amphorae in Adulis (Africa), Myos Hormos (Egypt) and Pattanaem (India), and on the other side, the presence of Adulis pottery in Myos Hormos and Berenike provides insight of interrelations between civilizations at commercial ports and cities.

 

TRADED PRODUCTS

 

Frequently traded commercial products from the Periplus of the Erytheranean Sea are listed on the Table 1, 2, 3, and 4. Details about the ports which products were traded from and to are noted on the table as well (14, 19).

The Periplus of the Erytheranean Sea lists the products that exported from Egypt which were amphorae-borne products such as oil, wine as well as clothing, cloth and a range of metal, glass, both finished objects and raw materials (17).

Details belong to some of the commercial products, the most significant ones, are explained in the following pages. Excavated ceramic products such as potteries, Terra Sigiliata, domestic wares and amphorae play a very important role to trace ancient commercial activities. Amphorae findings are especially used to establish ancient trade routes since they were used as carriage vessels. The producst transferred and kept within amphorae are called as amphorae born products. Some of the most traded amphorae born products are wine, olive oil, garum. Commodities like ivory, glassware, silk, spices are accepted as luxury products of Roman world and they show us how far traders reached to import these higly prized luxury goods.

 

Grain

Population of the city of Rome, in the time of Pompeii, is estimated at about one million, creating the biggest market for food in the early Roman Empire. Great amount of wheat was needed to feed the population. The need in grain was so big that it was neither possible to meet it by locally grown grain nor from whole Italy. Therefore grain was imported from around the Mediterranean Sea, plus with extensive supplies of oil and wine.

 

Table 1.  Commercial products traded from Roman Egypt

Ports Type Traded products Periplus Chapter
From Roman Egypt to Overseas Ports Food olive oil 6
unripe olives 7
grain 7,17, 24, 28, 56
wine 6,7,17,24,28,39,49,56
Ordinary quality clothing 6,7,24,28,39,49,56,
cloaks 6,8,24
wraps 6
tunics 8
girdles 24, 49
linens 6
purple cloth 24
wool cloth 24
multicolored textiles 39,56
double-fringed items 6
Expensive clothing for the court 24,28,49
purple cloth, fine quality 24
Household items, tools glassware 6,7,17,39
copper honey pans 6,8
copper drinking vessels 6
drinking vessels 8
insence frankincense 8,10,11,12,28
makrotu incense 9,1
dye saffron 24
orpiment 56

 

Table 2. Commercial products traded from India

Ports Type Traded products Periplus Chapter
From India to Ports Other than those in Roman Egypt Food grain 14,31,32
rice 14,31
sesame oil 14,32
ghee 14
cane sugar 14
Textiles cotton garments 6
cotton cloth 6,14,31,32
garments of molochinon 6
girdles 6,14
cloaks 6
Dye lac dye 6

Table 3. Commercial products traded from Arabia, Persis, Gedrosia

Ports Type Traded products Periplus Chapter
From Arabia, Persis, Gedrosia to Ports Other than those in Roman Egypt   Food wine 36,49
dates 36
Textile purple cloth 36
clothing 36

Table 4. Commercial products traded from Overseas Ports to Roman Egypt

Ports Type Traded products Periplus Chapter
From Overseas Ports to Roman Egypt Ordinary quality textile cotton garments 48, 51, 59
cotton cloth 48, 49, 51
garments of molochinon 48, 51
cloth of molochinon 49
Expensive textiles Chinese pelts 39
silk, cloth 39, 49, 56
Gangetic cotton garments 63
dyes cinnabar 30
costus 39, 49
indigo 39

Grain was shipped over the sea to Rome from Sardinia, Sicily, Africa and Egypt (22). Egypt was suppliying the city of Rome with almost a third of its annual grain needs by the mid first century A.D. (23). Large ships were coming to Puteoli, in the Bay of Naples for transhipping of grain into smaller vessels for the further distribution through Ostia to Rome (24).

 

Ceramic Works: Pottery, Terra Sigiliata, Amphorae and Domestic Ware

 

Amphorae: The Perfect Storage Vessels

Amphorae, simple wheel-thrown ceramic jars with two handles, were the all-purpose storage container of the Greco-Roman world. Amphorae were used in antiquity to transport a wide range of goods, and analysis of their contents provides abundant and important data about the nature, range, and scale of Roman trade. Residues found inside amphorae indicate that the most important commercial goods shipped around the Roman world were olive oil, wine, marine products, fish sauce (garum—a distinctive Roman seasoning), and preserved fruits. Each commodity was given a distinctive type makes the content easily identified. Some of the amphorae were labeled and inscripted about the content or stamped by the producers which helped researchers to establish the origins and distribution patterns.

Pompeian ceramic works were made of volcanic red clay. Its distinctive colour provides researchers a great help for discovering trade links of Pompeii. Pompeian amphorae were found at a variety of locations such as in Greece, North Africa, Italy, Germany and Britain.  It should be indicated that pottery studies have been a part of intense study in Europe while it has been least studied in the Eastern Mediterranean: therefore, we only see a limited part of the whole picture (25).

According to a study elaborated by Pucci (26) Pompeii shows a strong trading network with the Eastern Mediterranean as well as with some Italian regions. The study is done on an assamblage of 1,600 terra sigillata that consist of 29 per cent of Campanian, 35 per cent of Italian, 23 per cent of the Eastern Mediterranean, 12 per cent of Southern Gaul and an insignificant number of African origin vessels.

Another excavated assamblage in Pompeii which is belong to the final phase of the ancient town demonstrates the presence of different sigillata. As illustarated on the Figure 3, these different types of sigillata came to Pompeii from Syria (Eastern sigillata A), Anatolia (Eastern sigillata B), Gaul, and North Africa (African red slip A). Under the light of this information we may conclude that commercial activities reached a wider area, probably a more active phase, during the last 30 years of Pompeii (6).

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Figure 3. Distinctive amphorae types belong to certain areas (6)

Household Items, Tools and Pottery

The study conducted by Eric C. De Sena, Janne P. Ikäheimo (7) provides some details about the household potteries in Pompeii based on estimated vessel count (EVC) (27).  According to the study, household items were dominantly local or regional in other words Pompeian or Campanian between c.150–50 B.C. However, in the second half of the first century A.D., household items was also obtained from other parts of Italy, Africa and Gaul. This importation trend is especially observed among the table and storage wares, and continued through to the end of Pompeii’s history.  At this later time, more than one-third of the pottery was imported from regional, extra-regional Italian and provincial sources including North Africa, Gaul and the Aegean (7).

Table 5. Household items; table and storage wares (% EVC) (7)

Household items
  1. 150–100 B.C.
  2. 100–50 B.C.
  3. 50–1 B.C.
  4. A.D. 1–50;
  5. A.D. 50–79
Pompeian Fineware and Coarseware 59 60 71 52 41
Campana A 24 6
Campana B 10 18 6
Campana C 1 1
Italian Sigillata 10 32 25
Gaulish Sigillata 1
African Red Slip A 2
African white surfaced 1
Eastern sigillata A-B 1

Beside household items, the assamblage found in Pompeii also includes utilitarian and cooking vessels. Amount of African cookware, Aegean cookware and Pompeian cookware are demonstrated on Table 6. The numbers do not give us price amount of the imported cookwares but supplies a general idea on demand (6).

Table 6. Cookware (% EVC) (7)

Cookwares
  1. 150–100 B.C.
  2. 100–50 B.C.
  3. 50–1 B.C.
  4. A.D. 1–50;
  5. A.D. 50–79
Pompeian cookware 99 89 82 87 84
Internal Red-slip cookware 1 11 18 13 13
African cookware 2
Aegean cookware 1

Amphorae Born Products: Wine, Olive Oil, Garum (fish sauce)

Wine

Amphorae is a vessel which was particularly used to supply wine, olive oil and fish sauce (Garum).  Italy, especially the Tyrrhenian coast, between Etruria and the Bay of Naples, was a very strong wine producer both for domestic and foreign markets (7). Campanian wine was one of the major products transferred for the market of Rome. Port of Puteoli and Ostia were closely linked to Rome in terms of Trade. Close distance between Pompeii and port of Puteoli facilitated transportation of Pompeian products to Rome. From these facts we can assume that wine trade was very important for the economy of Pompeii.

An assambage excavated in Ostia, a major port of Rome, provides evidence to intensity and type of wine that traded. As seen on the Table 7, the wine amphoara assemblage contains of 181 amphorae from early Augustan period. Approximately 28 per cent of the assamblage consisted of distinctive red clayed Pompeian amphorae type. Sorrentine amphorae, on the other hand, demonstrated the highest rate within the entire amphorae types. This fact shows that Campania region’s wine had a great demand in Rome and we can assume that wine amphorae was very important for the economy of Pompeii (8).

Table 7. Wine amphorae assamblage found in Ostia, Ostia (25)

Origin Number %
Southern Campania 50 27,6
Rest of Italy 61 33,80
Spain 58 32,00
Greece 12 6,60

 

The number of different amphorae types provides us information about the type of wine consumed in Pompeii. According to study elaborated by Eric C. De Sena, Janne P. Ikäheimo, Pompeians mostly drank regional or West-Cetral Italian wine until A.D. 50. Table 8 illustrates general proportion of the wine amphorae belong to different time periods of Pompeii. As seen on the Table 8, while the percentage of regional amphorae dropped off sharply in the last phase of Pompeii, an increase in central Italian amphorae, as well as the slight entrence of Gaulish, Aegean, Anatolian and Hispanic wine observed.  Importation of wine to Pompeii seems to be occured for the last 30 years of Pompeii, prior the eruption (7).

Table 8. Proportion of wine amphorae ( % EVC) (7)

Wine Amphorae
  1. 150–100 B.C.
  2. 100–50 B.C.
  3. 50–1 B.C.
  4. A.D. 1–50;
  5. A.D. 50–79
Bay of Naples 74 90 91 81 46
West-central Italian 26 10 9 18 40
Gaulish 3
Tarraconensis 1 1
Rhodian 7
Cretan 3
Anatolia 1

Campania region was the major exporter of wine to Roman Egypt and further distribution of Campanian wine was conducted from Egyptian ports to distant lands (10). Beside Egypt there are findings shows us that Campanian wine was also famous in Gaul region. As an example, a sunk Roman ship on the Southern coast of France, near Marseilles, which is belong to 130-80 B.C. carrying Campanian wine in amphorae shows us that Campanian wine was also demanded in Gaul (2).  Furthermore, Pompeian wine amphorae were also found in North Africa (28). By the eruption of Vesuvius, vineyards in the Southern Campania had a big damage. Resulted in a serious problem for production of Campanian wine and its trade. Beside agricultural activity, the workshops ceased pottery production in the Vesuvious region and caused a decrease on Italian trade since the Campanian potteries used as a trade vessel for transportation (10).

Fish Sauce – Garum

The fish sauce, also called garum, was typical to Pompeian cusine. It was used for seasoning foods in Roman World. Garum was also kept and transferred within amphorae vessels like wine. The Eric C. De Sena and Janne P. Ikäheimo’s study on amphorae shows us that all of the fish sauce were imported from North Africa between the dates of 150 -1 BC. As seen on the Table 9 North Africa stayed sole source of fish-sauce importation until the Iberian products introduced at the end of the first century BC. Following years Iberian fish-sauce reached up to 40 % of the all fish-sauce products (7).

Table 9. Proportion of garum product amphorae (% EVC).

Fish-Sauce Amphorae
  1. 150–100 B.C.
  2. 100–50 B.C.
  3. 50–1 B.C.
  4. A.D. 1–50;
  5. A.D. 50–79
North African 100 100 100 62 56
Tripolitanian 4
Baetican 37 36
Lusitanian 1 4

On Pliny the Elder’s encyclopedia, Historia Naturalis, he tells that garum sauce was produced freshly in Iberian coast and Portugal. The largest installation of garum production was located at Lixus, Morocco. Pliny the Elder notes that Black See, Pontus, was another prominent area for the production of garum (30). Scholar Curtis R. Points out that garum was also produced in Italy, including Pompeii itself (29). Pliny the Elder also highligts that Pompeii, too, was famous for its garum and at least two shops in Pompeii produced this seasoning and sold in small ceramic bowls which shows us that amphorae was not necessary for local distribution of garum (29,30).

Olive Oil

Ancient literary and archaeological sources give the information that immense production of olive oil existed in many parts of Italy, especially in Northern Campania, Latium and Etruria. Sea and overland routes of olive oil transportation communicated with the Bay of Naples (7). Olive oil production was widely practised industry in Pompeii as well. Oil pressing mechanisms used to exract oil from green olives was found in Pompeian and Herculaneum houses as well as in the surrounding villas of Mount Vesuvius. Even though intense production of olive oil all around Italy, oil had to imported from Spain and Africa to meet the high deman of the city of Rome (23). Regarding discovery of Roman olive oil in archeological sites, the amphorae fragments which used to carry Roman olive oil founded at South Arabian trade port Qana and Indian trade port Tamil can be shown as an example (10).

TRADE OF LUXURY GOODS

Roman people created a significant demand onto luxury and exotic products. The indulgence into the luxury was maybe the reason for Roman traders to establish distant trade routes and commercial relationships as far as Asia and India. Ivory works, handicraft glassware products, silk clothes and clothings, spices, expensive dyes, incense are introduced some of the luxury products Roman people used (31).

Glassware Commodities

Glass making technology first appeared in Egypt and Mesopotamia in the second millennium B.C. This early glass making was based on cast of form on a core, which is more labour-intense, rather than blowing technique (2). South Asia, on the other hand, had a flourishing glass industry and widely distributed its products. Glass workshops in Syria and Alexandria used glass-blowing technique which is a method invented in these area in the 1st century BC. In the first millennium glass making technology arrived into the Italian peninsula. A huge glass industry developed very rapidly at Rome in the mid-first century and soon after Roman glass industry had a reputation of being technologically the most advanced one and its products were in demand as far away as China (2, 31).

Glassware was used for tablewares, perfume containers, funerary urns, transport vessels, the tesserae for mosaics, and even windowpanes in Roman World. Although blown glass production method was the most popular and widespread type, Roman glassmakers still preferred labor-intensive processes for luxury glasswares (2).

Cameo glass was a luxury form of glassware which innovated by Romans. The technique is not entirely understood by researchers but basicly it was a duplicate effect of glass given by gemstone cameos which combine two different colours withing the layers. Difficulty of cameo glass production made it an expensive luxury product (2). Highly prized cameo was one of the glass remnants found in Pompeii (31).

Roman glassware products are excavated in several archeological sites. As an example the so-called Begram treasures, in Afghanistan, includes Roman glassware products belong to 1st century A.D. The glassware products in Begram came from Egypt and the Mediterranean world via Indian Ocean maritime routes (13). The painted glass goblets from Begram presents typical scenes from Eastern Roman life, including hunting, fishing and harvesting dates (31).

Ivory Commodities

Ivory was recorded as a commercial article in Egypt as early as the Sixth Dynasty (2600 BC); it was used as tribute to rulers of Arabia, Kush, Cyprus, and Syria. Commodities made of ivory including chairs, tables, chests, statues and whips were accepted as luxuries (19). Details belong to ivory trade on the Periplus of the Erytheranean Sea indicates that ivory was available in some ports such as at Mundus port in Somali or at the Red Sea port Adulis which were used to be visited by Roman merchants. It was again Somali and Ethiopian people used to bring ivory in large quantities to Adulis (10).

One of the most beautiful objects found in Pompeii is the ivory carving of a woman. The material which it was made-elephant ivory- makes it clear that it was imported from India. As a supporting fact, a hoard discovered at Begram in modern Afganistan incluedes a number of ivory carvings that are similar to the one found in Pompeii. This similarity of ivory goods found in Pompeii and Begram gives a visible evidence to international trade links which connected distant lands of the ancient world in the 1st century AD (31).

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 Figure 4. Ivory carving statuette found in Pompeii, before A.D. 79, Museo Archeologico Nazionale, Naples (33).

The ivory female, Figure 4, found in excavations of Pompeii indicating that ivory, too, was included in trade before A.D. 79.  In fact, two statuettes found at Ter and Bhokardan in India are remarkably similar to the one found in Pompeii (32). Their close style stands as a proof of trade between western Roman World and India. Similarly long ivory gaming dice from South Asia have been found at various sites in western and central India, in Gandhara, and at Pompeii. (33).

TRADE OF TEXTILES

The textile industry was the largest economic sector in pre-industrial society (apart from food). Wool was the main textile fiber of the Roman World. Woolen products were way more important than flax products whereas silk and cotton were accepted luxury goods and mostly used by wealthy Pompeians. Complex wool spinning and weaving processes require an industrial knowledge. Only some certain ancient cities gained textile production know-how and this specialty led ancient towns to trade eachother. Some of the Italan cities such as Parma, Mutina, Altinum, Apulia and Calabria held reputation for fine woolen cloth production (35).  

Our knowledge regarding textile use and production habits of ancient Romans is obtained mostly from epigraphical sources and texts. The way that Pompeii destroyed made it very difficult for textile materials to survive. However, written sources, like Pliny the Elder’s, and wall-paintings which reached to our time provide us the information about which textiles produced and used in Pompeii, as well as in Roman World. Pompeian textile producers used both local and imported fibers for spinning. Wool was the most preferred type of fiber and consequently, Pompeian textilers’ expertise area. Importation of wool fiber is considered quite possible due to lack of sheep kept in Pompeii. It is assumed that wool fibers were imported to Pompeii from several different places with their own typical natural colour shades: Northern Italy was famous for its white wool, Spain for black, Asia Minor for reddish, Puglia for tawny and Cordoba for grey. The other most preferred textile in Pompeii was linen which was imported in masses from Egypt through the port in Puteoli. Even though cotton was not woven in Pompeii, resources show us that cotton cloth was available in the market as a luxury imported good from Iraq and India (34).

Pompeian wall paintings, such as Figure 5, suggest us that Pompeii itself had a flourishing clothing industry. As a supporting idea Moeller (35) stated that the economy of Pompeii was overwhelmingly depending on the textile industry. However, Jongman (36) rejected this idea by highlighting that the textile industry was relatively unimportant to compare to the wine and olive oil production.

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Figure 5.  Wall painting with cupids engaged in wool production from the oecus of the House of the Vettii,62-79 A.D. (37)

Silk was the best known luxury textile imported to Roman World from China. Textile trade between China and the west had existed since early times in 2nd century BC. Goods were transported along the routes linking oasis towns, the Tarim Basin and other Southern Central Asian regions to China and Northern India that is know as the Silk Road. First century was a particularly good period for trade along the Silk Route. The Silk Route, followed the way from Rome to Northern China, stayed peaceful for almost 40 years and Roman Emperor Augusto greatly benefited from it. Beside luxury silk textiles, Painted muslins from Egypt, gold-worked or embroidered cloth, as a speciality of Asia Minor, was also available in the markets for wealthy ladies of Pompeii (34).

Textile Dye-stuff

People lived in Pompeii showed a great interest into coloured textiles. As seen on Figure 6, excavated paintings from Pompeii suggests that dyeing industry was very well organized and Pompeian dyers had a deep knowledge about dyeing processes. They used local dye-stuff as well as imported ones. Madder (red), whortleberry or blueberry (blue/purple), woad (blue), crocus (yellow), elderberry (grey-lavender), oak gall (black) colours were locally available. İmported luxury dyes such as crimson from Merida in Spain, indigo from India, and of course high status colour Tyrian purple from Egyptian papri indicates that Pompeii was a wealthy town to import luxury dyes (34).

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 Figure 6. Dyer’s shop of Veranius in Pompeii, Museo Archeologico Nazionale (39)

Flower and Perfume Industry

Commercial flower growing had a great importance in the Campania region as well as in Pompeii. So that, flower industry and olive oil production resulted in the development of local perfume production. Figure 7 illustrates a scene from perfume production in a workshop in Pompeii. Perfume indutsry is known to be the second most important industry in Pompeii, after the production of woolen clothes (41). Roman perfume industry, on the other hand, was centered in Capua (42).

 7

Figure 7Wall painting with cupids engaged in perfume production from the oecus of the House of the Vettii, 62-79 A.D. (37)
Wearing fragrance was considered a sign of civilization (40).  The approach and importance given to fragrance made perfume a flourishing industry. However, high production cost of perfume and their importent exotic raw materials made it a luxury product (42). Pliny the Elder also described perfumes as “the most superfluous of all forms of luxury,” as “perfumes serve the purpose of; for pearls and jewels do nevertheless pass to the wearer’s heir, and clothes last for some time, but unguents lose their scent at once, and die in the very hour when they are used.” (43). Excavated blown glass of perfume bottle, the Figure 8, can be shown as an attracting evidence of perfume use in Pompeii (44).

 8

Figure 8. Perfume bottles of blown glass which were found in the excavations at Pompeii (44)

Ingredients for perfume making would be gathered from all over the empire. Some ingredients that were used in perfume production include amomum, costum, indigo, myrrh, frankincense, ginger, cassia, mixed cinnamon oil (42). Regarding importation of flowers and scents, Pliny the Elder mentions about fashionable crowns made from the leaves of foliage imported “from India or even beyond” which gives clue about flower trade with India (44).

TRADE OF BLACK PEPPER

The pepper imported into the Roman Empire came from the Malabar Coast, particularly from modern Kerala. The Periplus of the Erythraean Sea, describes the trading route of pepper which ran from the west coast of India up the Red Sea, where it was transhipped to the Nile, then down to Alexandria and then to Rome. It is assumed that it was not carried with only one mercant all the way along, perhaps changed hand at Berenike or one of the other African Red Sea ports. Pepper is considered one of the luxury products that Roman Empire imported. Pliny the Elder, complains about the wealth of Rome draining East to pay for luxury goods, especially pepper, spices, incense and silk. There are even the pepper shakers found in Pompeii which are not very different from the modern ones today (14).

CONCLUSION

 

Any researcher invastigating trade relations of Roman World has to take account of a wide range of diverse source. However, when it is about commercial activities related to Pompeii, we need to take into consideration the information from a certain period of time that Pompeii existed, that is 2nd century B.C. – A.D. 79. Findings from Pompeii are acepted to be a mirror of Roman World due to their socially and economocially close relations. In this research paper, information about the commercial products and routes are obtained mainly from the Periplus of the Erytheranean Sea, Pliny the Elder’s Encyclopedia Natural History and some of the archeological researches carried out in Pompeii and other archeological sites worldwide, especially from the same time sequence of Pompeii. In this regard, distinctive Pompein red clay amphorae play a leading role with helping us tracing ancient trade routes.

Some of main products which were traded across Italian peninsula and distants lands are listed according to the Periplus of the Erytheranean Sea. An explanatory part for the commercial relations and products, especiall the ones in relation with Pompeii, is shared.

One of the main commercial product traded in ancient times was wine. Wine products from Campania region, Central and North Italy stayed as the preference of Roman World. A slight entrence of imported wine into the market of Pompeii occured during the last three decades of the town. Discovered sunk Roman shipwrecks in the shoreline of Gaul, France and Quseir, Egypt shows that Campanian wine was actually demanded in a greater scope. Importation of grain from Egypt had a great importance inasmuch as a big amount of grain supply to Rome obtained from Egypt.

With the capture of Egypt, distant land trade became more convenient. Roman World’s interest onto luxury and exotic products seems to be an underlying reason to establish and enhance distant trade.  Silk, ivory carvings, glassware, spice, dye stuff and scents were some of the luxury producst imported from distant land for wealthy Romans.

 

REFERENCES 

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[33] Caroline Stone, Researcher For Civilizations İn Contact, How Did The Romans Make And Use Textiles?

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[37]Map of Periplus_Of_The_Erythraean_Sea: Http://En.Wikipedia.Org/Wiki/Periplus_Of_The_Erythraean_Sea#Mediaviewer/File:Periplous_Of_The_Erythraean_Sea.Svg

[38] Filipp Coarelli: Pompeii. Hirmer, München 2002, Isbn 3-7774-9530-1, P. 137

[39] Mart. Epigr. I.Lxxxvıı “To Avoid Stinking Too Much Of The Wine You Drank Yesterday, Fescennia, Gorge Yourself On The Tablets From Cosmo’s Perfumery.”

[40] Rostovtzeff, Michael Ivanovitch. The Social & Economic History Of The Roman Empire. Oxford: The Clarendon Press, 1926.

[41] Mattingly, D. J. “Paintings, Presses And Perfume Production At Pompeii.” Oxford Journal Of Archaeology 9.1 (1990): 71-90.

[42] Pliny the Elder. Natural History, With An English Translation By H. Rackham. Vol. Iv. Cambridge: Harvard University Press, 1938.

Plin., Nh. Xııı.Iv.20 “…Margaritae Enim Gemmaeque Ad Heredem Tamen Transeunt, Vestes Prorogant Tempus, Unguenta İlico Expirant Ac Suis Moriuntur Horis. Summa Commendatio Eorum Ut Transeunte Femina Odor İnvitet Etiam Aliud Agents…”

[43]  The Flower Industry At Pompeiiauthor(S): Wilhelmina F. Jashemskisource: Archaeology, Vol. 16, No. 2 (June 1963), Pp. 112-121 published, Archaeological Institute Of Americastable Url: Http://Www.Jstor.Org/Stable/41670342 .

[44] Parker, Grant. “Ex Oriente Luxuria: Indian Commodities And Roman Experience.” Journal Of The Economic And Social History Of The Orient 45.1 (2002): 40-95.

Serra d’Arte fotovoltaica per l’area di Pompei

Titolo dell’incarico: Attività di analisi energetica del patrimonio storico urbano e dei consumi energetici connessi ai flussi turistici

Contrattista: Ph.D. Ing. Michelangelo Scorpio

Tutor: Prof. Ing. Sergio Sibilio

Prof. Ing. Antonio Rosato

 

1.            Il sistema serra

Obiettivo principale della serra è filtrare ed utilizzare la radiazione solare attraverso il comportamento selettivo di materiali trasparenti. Essa non è solamente una protezione dal clima e dalle avversità climatiche, ma è un vero e proprio collettore solare capace di ottimizzare gli apporti di luce e calore. Tale capacità di utilizzare l’energia solare dipende dalle caratteristiche del luogo in cui viene realizzata la struttura, dalle caratteristiche climatiche e microclimatiche della zona; caratteristiche che influenzano fortemente anche le specie coltivabili.

Per comprendere il funzionamento della serra è necessario individuare i flussi energetici che influenzano il bilancio di energia sul “sistema serra” ed in particolare definire le caratteristiche ed il comportamento dei materiali opachi e trasparenti utilizzati rispetto alla radiazione solare ed alla radiazione termica nel campo dell’infrarosso.

L’atmosfera terrestre altera lo spettro delle radiazioni elettromagnetiche emesse dal Sole, ed ognuno dei vari strati di cui è composta è responsabile dell’assorbimento di radiazioni di una specifica lunghezza d’onda: vengono assorbite quasi tutte le radiazioni con lunghezza d’onda inferiori a 300 nm, quelle con lunghezza d’onda comprese tra 900 nm e qualche millimetro e, infine, quelle di lunghezza superiore ad una cinquantina di metri.

Di contro, le radiazioni con lunghezza d’onda compresa tra 300 nm e 900 nm e maggiore di circa cinquanta metri, dette, rispettivamente, finestra ottica e finestra radioastronomica, rimangono pressoché inalterate.La radiazione solare che giunge fino al suolo della Terra è generalmente divisa in due componenti: luce diretta (la porzione di radiazione che emessa dal sole raggiunge direttamente la terra senza subire alcuna deviazione) e luce diffusa (la porzione di radiazione che emessa dal sole prima di raggiungere il suolo ha colpito almeno una particella dei gas atmosferici cambiando direzione). Per la radiazione solare si assume la distribuzione spettrale riportata nella Figura 1.

 

Immagine1

 Figura 1 – Spettro della radiazione solare.

 

Le piante, attraverso il processo biochimico della fotosintesi, convertono l’anidride carbonica (CO2) e l’acqua (H2O) in materiale vegetale, sfruttando l’energia luminosa che proviene dal Sole. In questo modo, l’energia si conserva sotto forma di sostanza organica. Ma in realtà, solo una parte della radiazione che colpisce la pianta viene sfruttata dalla clorofilla contenuta nelle sue foglie ed utilizzata per tale processo. Tale frazione della luce è definita radiazione fotosinteticamente attiva (Photosynthetically Active Radiation o PAR) e comprende le radiazioni luminose con lunghezza d’onda comprese tra i 400 e i 700 nm (con punte massime a 430 e 680 nm, corrispondenti alle bande del blu e del rosso) ed è considerata pari al 50% della radiazione solare totale incidente al suolo; la PAR viene generalmente misurata in mmoli/m2·s oppure in W/m2. Esistono due tipi di clorofilla, chiamati clorofilla a e clorofilla b che differiscono significativamente per composizione chimica e per luce assorbita [1]. A titolo di esempio, nella Figura 2 viene riportato lo spettro di assorbimento per le due tipologie di clorofilla, la clorofilla a e la clorofilla b.

 

Figura 2 – Spettro di assorbimento della clorofilla a e clorofilla b.

 

Alcuni materiali, come il vetro, presentano coefficiente di trasmissione elevato nei confronti della radiazione visibile, ma nello stesso tempo molto basso nei confronti della radiazione infrarossa. Un involucro costituito da un materiale con simili caratteristiche, dunque, permette alla radiazione visibile (proveniente dal Sole) di entrare al suo interno ma non permette alla radiazione infrarossa (emessa dalle piante e dal terreno) di uscire, con conseguente aumento della temperatura interna.

Per le attività svolte nella serra vi sono, quindi, sostanzialmente due componenti rilevanti, che sono alla base del cosiddetto “effetto serra”:

  • la PAR, che rende possibile la fotosintesi;
  • la radiazione infrarossa, che influisce sulla temperatura interna della serra.

 

L’“effetto serra” dipende dal bilancio di energia tra l’energia entrante per irraggiamento nelle lunghezze d’onda compreso tra 350 e 2,500 nm e l’energia uscente per irraggiamento nelle lunghezze d’onda  tra 2500 e 35,000 nm (radiazioni infrarosse a cui è associato un’elevata quantità di energia termica). Pertanto, l’effetto serra risulta tanto più elevato quanto maggiore è la trasparenza del materiale di copertura alle radiazioni con lunghezza d’onda compresa tra 350 e 2,500 nm e quanto minore risulta a quelle con lunghezza d’onda compresa tra 2,500 e 35,000 nm.

A tale proposito, la Figura 3 mostra l’andamento del coefficiente di trasmissione monocromatico di una lastra di vetro con spessore 1 mm in funzione della lunghezza d’onda.

 

Immagine3

Figura 3 – Coefficiente di trasmissione monocromatico di una lastra di vetro ottico di 1 mm di spessore.

Osservando i valori riportati in figura, si può notare come la superficie vetrata consenta una forte penetrazione della radiazione solare con lunghezze d’onda comprese tra circa 0.5 mm e 3.5 mm, mentre diventi quasi opaca per lunghezze d’onda superiori a circa 3.5 mm. Questo differente comportamento di un materiale nei confronti delle radiazioni con lunghezze d’onda differenti, è alla base dell’effetto serra, una cui descrizione schematizzata è riportata in Figura 4.

 

Immagine4

 

Figura 4 – Schematizzazione dell’effetto serra: A) radiazione solare; B) radiazione riflessa; C) radiazione trasmessa; D) radiazione emessa dal terreno; E) radiazione riflessa nella serra; F) radiazione dispersa all’esterno.

 

1.1           I materiali di copertura di una serra

La scelta del materiale di copertura è quindi fondamentale per il corretto funzionamento del “sistema serra” e, oltre all’aspetto economico, deve considerare differenti fattori [2] quali:

  • clima;
  • località;
  • trasmissione del calore;
  • trasparenza alle radiazioni PAR;
  • peso e facilità di montaggio;
  • durata e resistenza alle intemperie.

 

I materiali maggiormente utilizzati nella realizzazione delle serre sono:

  • vetro;
  • laminati flessibili o film plastici;
  • polietilene (PE)
  • cloruro di polivinile (PVC)
  • etivinilacetato (EVA)
  • laminati semirigidi od ondulati;
  • poliestere (PRFV)
  • cloruro di polivinile (PVC)
  • polimetacrilato ondulato (PMMA)
  • lastre rigide o alveolari;
  • policarbonato (PC)
  • polimetalacrilato (PMMA)

 

Nella Tabella 1 sono riassunti i vantaggi e gli svantaggi di ciascuna tipologia di materiale di copertura di una serra.

 

Tabella 1 – Vantaggi e svantaggi dei diversi materiali di copertura.

 

Vantaggi

Svantaggi

Vetro

·      ottima trasmissione nel visibile

·      ottima opacità all’infrarosso lungo

·      prezzi contenuti

·      basso coefficiente di dilatazione lineare

·      buona durata

·      fragilità

·      peso elevato

·      scarsa resistenza alle intemperie

Film plastici

·      prezzi contenuti

·      ottima trasmissione nel visibile

·      elevata trasmissione del calore all’esterno

·      durata limitata

·      fenomeni di condensa

·      bassa resistenza alla rottura

·      caratteristiche ottiche non stabili nel tempo

Lastre semirigide

·      facilità di montaggio

·      resistenza alle intemperie

·      leggerezza

·      caratteristiche ottiche non stabili nel tempo

·      alto coefficiente di dilatazione lineare

Lastre rigide

·      facilità di montaggio

·      resistenza alle intemperie

·      elevata rigidità

·      bassa trasmissione del calore all’esterno

·      caratteristiche ottiche non stabili nel tempo

·      formazione di alghe e muffe

·      alto coefficiente di dilatazione lineare

·      prezzo elevato

 

 

1.2           Struttura e consumi di riferimento del sistema serra

In genere, la struttura di una serra comprende molteplici elementi che possono essere così schematizzati:

  • le fondazioni, ovvero il sistema di vincolo al terreno;
  • la struttura primaria, ovvero quella portante, con la funzione di sopportare carichi permanenti ed accidentali che gravano su di essa, costituita da colonne di sostegno, incavallature e piedritti;
  • le strutture secondarie, ovvero quelle di fissaggio, costituite da tutto ciò che serve a sostenere e fissare il materiale di copertura, con porta vetro o reggiplastica e gli arcarecci.

 

I principali parametri dimensionali riguardanti le serre sono (Figura 5):

  • la larghezza o luce della campata (La);
  • la lunghezza della serra (Lu);
  • il modulo strutturale (I);
  • l’altezza di colmo (Hc);

l’altezza di gronda (Hg);

Immagine5

Figura 5 – Principali parametri dimensionali di una serra.

 

L’altezza della serra, oltre a dover consentire lo svolgimento di tutte le operazioni colturali, deve essere tale da permettere un’efficiente ventilazione e quindi condizioni ambientali più naturali. In genere, nel caso di serre in ferro e vetro si osservano altezze di 2,5-3 m sui lati e 4-5 m sulla linea di colmo, mentre altezze inferiori si rilevano nel caso di serre in legno e plastica.

Le caratteristiche peculiari che distinguono una serra da altri sistemi di semplice protezione sono da ricercare nell’uso di impianti di climatizzazione (principalmente riscaldamento e/o raffrescamento), e nell’accessibilità e praticabilità al suo interno da parte dell’uomo e delle macchine. Tali requisiti richiedono determinate dimensioni di altezza e larghezza, ovvero di volume per unità di superficie coperta; si può infatti parlare di serra a partire da volumi unitari di 1,8-2 m3 per m2 di superficie coperta.

La distribuzione delle varie tipologie di serre è strettamente condizionata dai fattori climatici: (1) nelle regioni del Nord e Centro Europa, dove gli inverni sono freddi e le estati miti, con una bassa radiazione solare, nella quale oltretutto la componente diffusa spesso prevale su quella diretta, sono presenti quasi esclusivamente serre del tipo Venlo in vetro, in cui la struttura portante è rappresentata da un portale costituito da colonne verticali ed una trave reticolare orizzontale, sul cui estradosso poggia la struttura portante secondaria del tetto, costituito da due o più ordini di falde simmetriche, (2) nelle regioni del bacino del Mediterraneo, caratterizzate da inverni miti ed estati molto calde con elevata radiazione solare, la tipologia costruttiva di serra più diffusa è caratterizzata da un tetto curvilineo, spesso a tunnel [3-7].

 

In particolare, possiamo distinguere tre tipologie di serra:

  • Serre a tunnel, ovvero apprestamenti con arco più o meno ribassato la cui struttura portante risulta costituita da sostegni di vario tipo e con copertura in film plastico. Caratteristiche fondamentali di questa tipologia di serra sono la semplicità, il basso costo e la bassa tecnologia per la climatizzazione.
  • Serre a tetto curvilineo, caratterizzate da un tetto a profilo curvilineo i cui elementi portanti, in tubo di acciaio zincato ad arco ribassato o di tipo gotico, si innestano su montanti verticali. Questa soluzione consente di realizzare serre a campate multiple. Il materiale di copertura è di tipo plastico, sotto forma di film o lastre. Le aperture per la ventilazione sono presenti nelle pareti e sul tetto.
  • Serre con tetto a falde piane simmetriche ed asimmetriche. Le serre con tetto a due falde simmetriche vengono chiamate serre a padiglione. Queste presentano le pareti verticali ed il tetto a falde piane in cui la campata può essere singola o multipla, definendo la luce libera utile che coincide con quella del telaio portante, mentre la circolazione dell’aria è garantita da aperture collocate lungo i lati ed al colmo. In questa tipologia rientrano le serre Venlo, che di norma vengono realizzate con campate multiple.

 

La Tabella 2 riporta le tipologie di serre sopra elencate assieme alle principali caratteristiche.

La domanda di energia termica necessaria per il riscaldamento di una serre, varia al variare della temperatura desiderata al suo interno, del materiale di copertura e della temperatura esterna. Prendendo in considerazione le sei fasce climatiche in cui è stata suddivisa l’Italia, nella Tabella 3 sono riportate le potenze termiche medie richieste per m2 di superficie di serra al variare della fascia climatica [8].

 

Tabella 2 – Tipologie di serre e principali caratteristiche.

Tipologia
di serre

Serre a
tunnel

Serre a
tetto curvilineo

Serre
con tetto a falde piane simmetriche ed asimmetriche

image001

ad arco
(singola)

image002

con tetto
ad arco ribassato (singola e multipla)

image003

a padiglione

(singola e multipla)

image004

a mansarda
(singola)

image005

con tetto gotico

(singola e multipla)

image006

tipo Venlo

(singola e multipla)

Altezza
di colmo (m)

Fino a
5.00

Altezza
di gronda (m)

Fino a
5.50

Vetro

Plastica

Fino a
6.50

Fino a
5.00

Cubatura
unitaria (m3/m2)

Fino a
4.00

Fino a
6.50

Fino a
7.50

Struttura
portante

Nella gran
parte dei casi viene utilizzato acciaio

Materiale
di copertura

Tetto

film
plastici

lastre di materiale plastico

film
plastici

lastre di materiale plastico

vetro

lastre/film plastici

Pareti
laterali

costituite
dalla continuazione dell’arco fino a terra

film
plastici

lastre di materiale plastico

vetro

lastre/film plastici

Testate

film
plastici

lastre di materiale plastico

film
plastici

lastre di materiale plastico

vetro

lastre/film plastici

 

Tabella 3 – Potenza termica media installata.

Potenza termica media istallata per riscaldamento

Fascia climatica

A-B

C

D

E

F

Potenza termica media (W/m2)

30-50

75-100

100-125

125-175

>175

 

Sulla base dei valori riportati nella Tabella 3 sono stati calcolati i consumi medi di riferimento per il riscaldamento per differenti materiali di copertura al variare della fascia climatica in cui è stata suddivisa l’Italia e della temperatura mantenuta all’interna della serra [8]. Per ciascuna fascia climatica, fissata la temperatura interna della serra ed il materiale di copertura, i consumi energetici sono stati calcolati sulla base della differenza tra il valore di temperatura all’interno della serra e quello medio giornaliero all’esterno e sull’apporto termico dovuto alla radiazione solare.

La Figura 6 riporta i valori calcolati dell’energia termica necessaria per il riscaldamento al variare della fascia climatica, della temperatura interna alla serra e del materiale di copertura.

 

Immagine6a

Immagine6b-c

Figura 6 – Consumi medi di riferimento per il riscaldamento di serre al variare del materiale di copertura e della fascia climatica per differenti temperature interna della serra [8] a) 20 °C; b) 16 °C; c) 12°C.

 

2.            Criteri di progettazione di una serra fotovoltaica

Si identifica come “Serra Fotovoltaica” una serra nei cui elementi di chiusura (in genere, il tetto) sono integrati moduli fotovoltaici per la produzione di energia elettrica. Al crescere della superficie destinata all’istallazione dei moduli, se da un lato si ha un aumento dell’energia elettrica producibile, dall’altro si ha una riduzione della quantità di radiazione solare disponibile per la corretta crescita delle colture sottostanti e quindi del reddito derivante della produzione agricola.

Lo scopo principale di una corretta progettazione di una serra fotovoltaica è quindi quello di realizzare una corretta integrazione tra la produzione di energia elettrica ed il reddito agricolo; in quest’ottica, è necessario prendere in considerazione i vincoli di carattere legislativo, tecnico e di buona pratica per la corretta crescita delle colture.

 

2.1           I limiti geometrico-architettonici e gli incentivi

Il D.M. 5 LUGLIO 2012 [9] (il c.d. Quinto Conto Energia) prevede degli incentivi economici per la produzione di energia elettrica mediante impianti solari fotovoltaici e stabilisce una serie di limitazioni di carattere geometrico ed architettonico alle quali i produttori devono attenersi per potervi accedere.

Al fine di ottenere il riconoscimento della tariffa prevista per gli impianti fotovoltaici, i cui moduli costituiscono elementi costruttivi di pergole, serre, tettoie, barriere acustiche e pensiline, è necessario allegare alla richiesta di concessione della tariffa incentivante un documento che comprovi la loro effettiva funzione.

Tali manufatti devono, inoltre, possedere le seguenti caratteristiche:

  • essere conformi alle definizioni dettate dal D.M. 6 agosto 2010 [10] che, per il caso di una serra, all’art. 20, comma 5, riporta:

“Rientrano nelle tipologie […] le serre fotovoltaiche nelle quali i moduli fotovoltaici costituiscono gli elementi costruttivi della copertura o delle pareti di manufatti adibiti, per tutta la durata dell’erogazione della tariffa incentivante, a serre dedicate alle coltivazioni agricole o alla floricoltura. La struttura della serra, in metallo, legno o muratura, deve essere fissa, ancorata al terreno e con chiusura eventualmente stagionalmente rimovibile.”

  • per pergole, serre, tettoie e pensiline, l’altezza minima dal suolo dei moduli deve essere non inferiore a 2 metri;
  • il manufatto realizzato deve essere praticabile in tutta la sua estensione;
  • le serre, a seguito dell’intervento, devono presentare un rapporto tra la proiezione al suolo della superficie totale dei moduli fotovoltaici installati sulla serra e la proiezione al suolo della superficie totale della copertura della serra stessa non superiore al 30%. Il predetto limite è incrementato al 50% limitatamente alle serre per le quali l’autorizzazione alla costruzione e all’esercizio sia stata rilasciata in data antecedente alla data di entrata in vigore del Decreto (11 luglio 2012).

 

Gli incentivi sono erogati dal Gestore dei Servizi Energetici [11] (GSE S.p.A.), azienda di proprietà del Ministero dell’Economia e delle Finanze, che ha il compito di promuovere la produzione di energia da fonti rinnovabili, di verificare e documentare gli impianti di produzione e svolgere attività di divulgazione sullo sviluppo sostenibile.

Il D.M. 5 maggio 2011 [12] (il c.d. Quarto Conto Energia) definisce il “costo indicativo cumulato annuo degli incentivi” come la sommatoria degli incentivi, gravanti sulle tariffe dell’energia elettrica, riconosciuti a tutti gli impianti alimentati da fonte fotovoltaica, di qualunque potenza e tipologia, fra i quali sono inclusi anche gli impianti realizzati nell’ambito dei precedenti Conti Energia.

Il Quinto Conto Energia disciplina le modalità d’incentivazione per la produzione di energia elettrica da fonte fotovoltaica da applicarsi successivamente al raggiungimento di un costo indicativo cumulato annuo degli incentivi (costantemente monitorato dal GSE attraverso il “Contatore fotovoltaico”, reso pubblicamente visibile attraverso il proprio sito internet) pari a 6 miliardi di euro, valore che rappresenta il limite ultimo di applicazione del Quarto Conto Energia.

Il 12 luglio 2012 il costo indicativo cumulato ha raggiunto il valore annuale di 6 miliardi di euro ed il 27 agosto 2012 è stato fissato quale data di decorrenza delle nuove modalità di incentivazione disciplinate dal Quinto Conto Energia, che resterà in vigore fino al raggiungimento del costo indicativo cumulato di 6.7 miliardi di euro.

Rispetto ai precedenti decreti è stato sostanzialmente modificato lo schema d’incentivazione, finora basato sul riconoscimento di una tariffa incentivante sull’energia prodotta dall’impianto. Con l’attuale Decreto la tariffa incentivante riconosciuta all’impianto dipende, salvo eventuali maggiorazioni, dalle seguenti variabili:

 

  • la data di entrata in esercizio, in quanto il periodo di vigenza del Quinto Conto Energia è suddiviso in intervalli semestrali, caratterizzati da valori tariffari decrescenti. La tariffa spettante è quella vigente alla data di entrata in esercizio dell’impianto, è riconosciuta per un periodo di venti anni a decorrere dalla data di entrata in esercizio e rimane costante in moneta corrente per tutto il periodo dell’incentivazione.

 

  • la tipologia di impianto fotovoltaico, poiché il Decreto classifica gli impianti fotovoltaici prevedendo la distinzione tariffaria tra due tipologie di intervento:
  1. gli impianti fotovoltaici “sugli edifici”;
  2. gli “altri impianti fotovoltaici”, ovvero tutti gli impianti fotovoltaici non ricadenti nella precedente tipologia, inclusi gli impianti a terra.

 

Gli impianti i cui moduli costituiscono elementi costruttivi di pergole, serre, barriere acustiche, tettoie e pensiline hanno diritto alla tariffa pari alla media aritmetica tra la tariffa spettante per impianti fotovoltaici “su edifici” e la tariffa spettante per “altri impianti fotovoltaici”.

 

  • la potenza nominale. Infatti, con il Quinto Conto Energia, il GSE eroga:
  1. In riferimento alla quota di produzione netta immessa in rete
  • per gli impianti di potenza nominale fino a 1 MW, una tariffa omnicomprensiva, determinata sulla base della potenza e della tipologia di impianto;
  • per gli impianti di potenza nominale superiore a 1 MW, la differenza, se positiva, fra la tariffa omnicomprensiva e il prezzo zonale orario*; nei casi in cui il prezzo zonale orario fosse negativo, tale differenza, non può essere superiore alla tariffa omnicomprensiva applicabile all’impianto in funzione di potenza, tipologia e semestre di riferimento; l’energia prodotta dagli impianti di potenza nominale superiore a 1 MW resta nella disponibilità del produttore.
  1. In riferimento alla quota della produzione netta consumata in sito, una tariffa premio.

 

* Il Prezzo Zonale Orario (PO) è il prezzo di mercato dell’energia che viene definito tramite borsa elettrica e che varia in base all’area territoriale e alle fasce orarie di acquisto (F1-F2-F3).

 

L’incentivo spettante, nel caso di impianto con autoconsumo, sarà la somma della tariffa omnicomprensiva in riferimento alla quota di produzione netta immessa in rete e della tariffa premio in riferimento alla quota della produzione netta consumata.

Nella Tabella 4 sono riportate le tariffe incentivanti spettanti per impianti fotovoltaici realizzati su serre poste a confronto con le tariffe spettanti nel caso in cui l’impianto non rispetti i vincoli geometrico-architettonici previsti dal decreto, ossia quelle per gli “altri impianti fotovoltaici”. I valori mostrati sono riferiti ad impianti che entrano in esercizio nel sesto semestre di applicazione (febbraio-agosto 2015) del Quinto Conto Energia, tenendo conto della riduzione del 15% rispetto al semestre precedente, e, per quanto riguarda le tariffe relative agli impianti su serre, esse sono basate sulla media aritmetica tra la tariffa spettante per impianti fotovoltaici “su edifici” e la tariffa spettante per “altri impianti fotovoltaici”, come previsto dal Decreto.

Sebbene la differenza tra le tariffe spettanti nei due casi sia di modesta entità e possa, quindi, suggerire che sia più conveniente, sul piano economico, la realizzazione di un impianto fotovoltaico che massimizzi la potenza nominale, svincolandosi, quindi, dai limiti previsti dal GSE affinché sia riconosciuto come “serra fotovoltaica” (in particolare, il limite del 30% sul rapporto tra la proiezione al suolo della superficie totale dei moduli fotovoltaici installati sulla serra e la proiezione al suolo della superficie totale della copertura della serra stessa), bisogna, però, tener conto del fatto che l’obiettivo di una serra fotovoltaica è quello di far coesistere la produzione di energia elettrica con la produzione agricola, garantendo un adeguata quantità di radiazione solare per quest’ultima.

In questo senso, considerando che il costo di un impianto fotovoltaico è direttamente proporzionale alla sua potenza nominale e che i limiti previsti dal GSE rispecchiano i limiti che è necessario rispettare affinché sia garantita un’adeguata crescita delle colture sottostanti, risulta più conveniente realizzare un impianto fotovoltaico cui spetta un incentivo di poco superiore, piuttosto che massimizzare la potenza nominale compromettendo la produzione agricola (ed il reddito da essa derivante).

 

Tabella 4 – Tariffe incentivanti per impianti fotovoltaici su serre e per “altri impianti”.

 

Impianti fotovoltaici su serre

“Altri impianti fotovoltaici”

Intervallo di potenza

(kW)

Tariffa omnicomprensiva

(€/MWh)

Tariffa premio sull’energia
consumata in sito

(€/MWh)

Tariffa omnicomprensiva

(€/MWh)

Tariffa premio sull’energia
consumata in sito

 (€/MWh)

1 ≤ P ≤ 3

3 < P ≤ 20

20 ≤ P ≤ 200

200 ≤ P ≤ 1,000

1,000 ≤ P ≤ 5,000

P > 5,000

111

107

102

88

83

79

42

37

32

18

14

9

110

105

100

86

82

78

40

35

30

17

12

8

 

2.2           I limiti legati alle colture

Il vincolo più importante per le serre fotovoltaiche riguarda la possibilità di produrre energia elettrica senza che le colture siano danneggiate dalla riduzione dell’intensità luminosa dovuta alla presenza dei moduli fotovoltaici.

La possibilità di installare un impianto fotovoltaico integrato nel tetto delle serre dedicate al florovivaismo, parte dal presupposto che queste ultime, spesso, necessitano dell’apposizione di schermi finalizzati a limitare la radiazione luminosa durante molti mesi dell’anno.

In ogni caso, la presenza dei pannelli fotovoltaici influenza inevitabilmente il microclima interno della serra e, quindi, il ciclo biologico delle piante, con effetti diretti sulla loro fisiologia (lunghezza del ciclo produttivo, produttività della coltura, ecc.), e, di conseguenza, con ricadute sull’economia della coltivazione in serra. Per questo motivo, è necessario definire e controllare i principali parametri climatici che maggiormente influiscono sul corretto sviluppo delle colture. L’analisi bibliografica condotta ha evidenziato che la srescita delle colture è maggiormente influenzata da due parametri microclimatici: il valore di temperatura e la quantità di radiazione all’interno della serra.

 

La temperatura

La temperatura costituisce la variabile più importante per il microclima di una serra in quanto da essa dipende non solo la sopravvivenza delle piante al suo interno, ma anche il ritmo di crescita. Molte specie vegetali, infatti, non sono in grado di sopravvivere per periodi prolungati con valori della temperatura inferiori a 5 °C o superiori a 35 °C, motivo per cui talvolta risulta necessario intervenire mediante raffrescamento e riscaldamento artificiali al fine di mantenere le colture in un microclima adatto alla loro fisiologia. In generale, gran parte delle piante coltivate in serra presentano una temperatura ottimale di crescita compresa tra i 17 °C e i 27 °C. Nella Tabella 5 sono riportati i valori di temperatura ottimali dell’aria interna per le principali colture vegetali in serra.

 

Tabella 5 – Temperature medie indicate per la coltivazione di piante in serre [13].

Specie

Temperature ottimali (°C)

Giorno

Notte

Orticole

20-24

12-16

Pomodoro

21-26

13-18

Lattuga

17-22

10-13

Melone

22-28

15-18

Floricole

19-25

14-16

Rosa

20-24

14-16

Crisantemo

17-21

16-17

Gerbera

21-27

12-16

Garofano

18-21

10-13

 

 

La radiazione solare e l’influenza della presenza di moduli fotovoltaici sulle colture

L’intensità e la qualità della luce che penetra all’interno della serra dipendono anche dai valori del coefficiente di trasmissione alla radiazione visibile dei materiali di copertura impiegati, oltre che dall’ombreggiamento determinato dalle strutture portanti. Il coefficiente di trasmissione indica la capacità di un materiale di lasciarsi attraversare radiazione incidente ed è valutato come il rapporto tra la radiazione solare trasmessa e quella incidente, misurate sulle due facce del materiale.

La trasmissione della radiazione è diretta o diffusa a seconda che, incidendo su una faccia, emerga dall’altra in direzione parallela al raggio incidente o si ripartisca in tutte le direzioni.

Per quanto riguarda l’intensità della radiazione fotosinteticamente attiva (PAR), per la crescita e lo sviluppo delle piante, la Tabella 6 riporta i livelli di PAR, espressi in W/m2, consigliati per diverse specie vegetali.

 

Tabella 6 – Livelli di PAR raccomandati per diverse specie vegetali [14].

Specie vegetale

Livelli di PAR raccomandati (W/m2)

Violetta africana

32.8 – 54.7

Piante da foglia ornamentali

32.8 – 54.7

Garofano e crisantemo

54.7 – 98.5

Giglio

54.7 – 98.5

Geranio

54.7 – 98.5

Poinsettia

54.7 – 98.5

Cetriolo

54.7 – 98.5

Lattuga

54.7 – 98.5

Fragola

54.7 – 98.5

Rosa

98.5 – 164.2

Pomodoro

98.5 – 164.2

 

Da quanto detto finora si evince che nell’ambito della progettazione di una serra fotovoltaica bisogna porre estrema attenzione alla quantità di radiazione foto-sinteticamente attiva che giunge sulla coltura.

Il Centro Regionale di Sperimentazione e Assistenza Agricola [15] (CeRSAA, azienda speciale della Camera di Commercio Industria Artigianato e Agricoltura di Savona che svolge attività di sperimentazione, dimostrazione, formazione e assistenza tecnica in campo agroindustriale, agroambientale e agroalimentare), sulla base di sperimentazioni effettuate dal 2007 al 2011, indica, in relazione alla tipologia di copertura fotovoltaica posta sul tetto della serra, quali colture possono essere coltivate in modo redditizio, ovvero quali sono capaci di fornire produzioni che rientrano negli standard di qualità richiesti dal mercato.

Dovendo verificare l’effetto sulle colture dell’ombreggiamento causato da moduli fotovoltaici, presso il CeRSAA sono stati realizzati impianti fotovoltaici montati sia su serre a campata larga preesistenti (per rappresentare la condizione in cui le serre non vengono costruite in funzione della migliore esposizione solare, bensì in relazione allo spazio disponibile), sia su serre costruite ex novo. Gli impianti fotovoltaici sono stati realizzati utilizzando differenti tipologie di moduli fotovoltaici, con differenti configurazioni al fine di realizzare differenti valori della percentuale di ombreggiamento.

Gli effetti del parziale ombreggiamento sulle colture sono stati valutati confrontando la crescita delle diverse specie orticole e floreali coltivate nelle serre, con quelli ottenuti in ambienti di coltivazione convenzionali: (1) in pieno campo ed (2) in una serra a campata larga non fotovoltaiche, costruttivamente identiche a quelle su cui sono stati installati gli impianti.

Gli effetti dell’ombreggiamento dovuto alla presenza dei moduli  fotovoltaici, sono riportati nella Tabella 7. I dati riportati evidenziano che, al variare della percentuale di ombreggiamento e della coltura, la presenza di moduli fotovoltaici possa produrre alterazioni molto limitate, così come alterazioni talmente gravi da compromettere la commerciabilità del prodotto. Le difformità risultano più evidenti tra le piante coltivate nelle aree più costantemente investite dalla radiazione solare diretta e quelle coltivate sotto le falde del tetto su cui erano installati pannelli fotovoltaici totalmente oscuranti. In relazione ai dati riportati nella Tabella 7, i “sì” indicano le colture coltivabili in modo redditizio, i “sì, difformità produttiva” indicano le colture che presentano alterazioni limitate della produzione, mentre i “no” e “no, eccessiva difformità” indicano le colture le cui produzioni risultano rispettivamente non commerciabili o commerciabili solo in parte. Per “corpo unico” si intende che l’intera superficie dei moduli fotovoltaici è opaca, mentre per “corpi separati” si intendono moduli fotovoltaici le cui celle sono distanziate e lo spazio fra di esse è realizzato con materiale trasparente.

Dai risultati ottenuti su numerose colture appare evidente l’effetto negativo dei moduli fotovoltaici quando questi vengono disposti in maniera continua e totalmente oscurante su una delle due falde del tetto. Al contrario, una parziale riduzione della radiazione solare è ampiamente tollerata da molte specie quando le coperture generano coni d’ombra di piccole dimensioni ed in rapido spostamento, in conseguenza del movimento relativo del Sole rispetto alla Terra. Questo effetto è particolarmente evidente nel caso di pannelli in cui le celle sono distanziate ed inserite in lastre di materiale trasparente.

Risulta importante, quindi, nell’ambito della progettazione di una serra fotovoltaica, porre attenzione non solo alla quantità di radiazione PAR garantita all’interno della serra, ma anche alla sua distribuzione, prediligendo moduli fotovoltaici con supporto trasparente e celle distanziate tali da garantire coni d’ombra proiettati a terra di piccola dimensione.

 

Tabella 7 Sintesi dei risultati ottenuti dalle sperimentazioni compiute dal CeRSAA.

Colture

Copertura
50% in corpo unico

Copertura
20-30% in corpi separati

image001 

image002 

Colture
orticole

Zucchino

No

Lattuga

Sì,
difformità produttiva

Sì,
accorciamento ciclo*

Lattughe
da taglio

Sì,
difformità produttiva

Sì,
accorciamento ciclo*

Fragola

No,
eccessiva difformità

Pomodoro

No,
eccessiva difformità

Colture
floricole

Ciclamino

No

Crisantemo

No


(lieve allungamento degli internodi e anticipo fioritura)

Poinsettia

No


(lieve ritardo fioritura)

Margherita

No

Rosmarino

No

Salvia

No

Piante
verdi


(parziale ombreggio)


(necessario ombreggio)

* La
riduzione, anche modesta, della PAR provoca una più rapida distensione della
lamina fogliare delle piante, che può essere erroneamente identificata con un
più rapido completamento del ciclo colturale.

 

 

2.2.1   La tecnologia fotovoltaica, le tipologie e i modelli di sistemi fotovoltaici

Nell’ambito della progettazione di una serra fotovoltaica risulterà, ovviamente, necessario dedicare una particolare attenzione a quella che oggi è la tecnologia alla base dei sistemi fotovoltaici la cui applicazione possa essere compatibile con le funzioni di una serra.

 

                           Le principali tipologie di celle

La ricerca sul fotovoltaico ha dato origine a varie tipologie di celle che si differenziano per uso di materiale, produzione, struttura e applicazioni. Esse possono essere sostanzialmente raggruppate in due famiglie: le celle in silicio e le celle a film sottile.

Le celle in silicio risultano ricoprire un ruolo dominante nel campo delle celle fotovoltaiche. Il motivo della diffusione di questo semiconduttore è dovuto principalmente alla sua grande disponibilità in natura. L’industria elettronica, inoltre, utilizza principalmente questo elemento e ciò ha incentivato il progressivo miglioramento dei metodi di lavorazione del materiale e ha reso disponibili scarti di produzione riutilizzabili nella realizzazione di celle fotovoltaiche.

Il silicio disponibile in natura, infatti, non è sufficientemente puro e quindi non è utilizzabile direttamente. Mediante processi di lavorazione è possibile, però, ottenere varie tipologie di silicio suddivise dalla diversa quantità di impurità presenti al loro interno:

  • silicio di grado elettronico: una parte di impurità per ogni 107 e oltre parti di silicio;
  • silicio di grado solare: una parte di impurità per ogni 104 – 107 parti di silicio;
  • silicio metallurgico: una parte di impurità per ogni 104 parti di silicio.

 

Per la realizzazione di celle fotovoltaiche è necessario almeno del silicio di grado solare. Ciò risulta molto vantaggioso in termini economici in quanto è possibile ricavarlo dagli scarti di produzione dell’industria elettronica che è costretta ad utilizzare solamente silicio di grado elettronico.

Le applicazioni fotovoltaiche del silicio si possono, infine, suddividere in tre grosse categorie determinate della struttura molecolare del materiale che può avere varie forme:

  • monocristallina: gli atomi sono orientati e legati nello stesso modo realizzando una struttura cristallina regolare;
  • policristallina: insieme di piccoli cristalli monocristallini uniti assieme in maniera irregolare;
  • amorfa: gli atomi sono orientati in modo casuale come nei fluidi. La struttura degli atomi risulta non cristallina e alcuni atomi non possiedono tutti e quattro i legami con altri atomi.

 

Il silicio monocristallino (Ci-Si) presenta una struttura molecolare composta da un reticolo continuo regolare in cui ogni atomo è legato ad altri quattro atomi. Questa tipologia di silicio è ampiamente utilizzata in elettronica ed il suo metodo di produzione, che risale agli ’50, prende il nome di “metodo Czochralski”.

Il silicio policristallino è costituito da vari cristalli di silicio monocristallino orientati in modo casuale. Si realizza riciclando componenti elettronici scartati, rifondendoli assieme per ottenere una composizione compatta. Ciò permette alle celle prodotte di essere più economiche della controparte monocristallina ma, di contro, le celle di silicio policristallino sono meno efficienti. Il metodo utilizzato per fondere assieme i vari cristalli di silicio viene denominato casting. Il materiale di scarto viene frantumato e sottoposto ad una operazione di decapaggio per una prima purificazione. Successivamente viene fuso e colato nelle forme apposite in cui viene lasciato ricristallizzarsi. Il processo di fusione e cristallizzazione sono critici per quanto concerne il tasso di impurezze presenti nel materiale. Dopo la cristallizzazione si procede al taglio del blocco in lingotti da cui si ricavano i c.d. wafer, dallo spessore dell’ordine di 0,5 mm, che vengono poi ossidati per protezione. La produzione di un blocco di silicio policristallino di 100 – 150 kg richiede una giornata circa.

Il silicio amorfo (a-Si) è caratterizzato da una struttura molecolare irregolare. In esso gli atomi formano un reticolo disordinato: non tutti possiedono legami con altri quattro atomi di silicio. Alcuni atomi, dunque, hanno dei legami disponibili che costituiscono dei difetti nell’ordine del reticolo e sono responsabili del suo comportamento elettrico. Le applicazioni del silicio amorfo per il fotovoltaico ricadono nel filone delle celle solari cosiddette a film sottile.

Le celle a film sottile (o TFSC dall’acronimo Inglese thin-film solar cells) appartengono ad una categoria di fotovoltaico realizzato mediante la deposizione di molteplici strati sottili di spessore compreso tra la decina di nanometri ed il micrometro su un substrato plastico o di vetro o metallico. Questo substrato è non rigido per consentire la realizzazione di lunghe lamine poco pesanti che possano essere arrotolate e facilmente installate.

 

                     I moduli fotovoltaici

Come già accennato, gli effetti dell’ombreggiamento sulle piante sono maggiormente tollerati quando le superfici opache sono piccole e distanziate tra loro in modo da proiettare sulle colture coni d’ombra di piccole dimensioni ed in rapido spostamento. Ciò è ottenibile utilizzando moduli fotovoltaici trasparenti, ovvero moduli per i quali viene utilizzato del materiale trasparente come strato di supporto del modulo e le celle sono opportunamente distanziate fra di loro. Su questo tipo di moduli fotovoltaici è stata compiuta un’analisi merceologica attraverso la quale sono stati individuati diversi modelli le cui caratteristiche principali, quali potenza nominale, efficienza, tipologia e numero di celle, dimensioni del modulo e percentuale di superficie ombreggiante, sono state riportate all’interno della Tabella 8; i datasheet di ogni modulo sono riportati in allegato. I valori della percentuale di ombreggiamento dei moduli fotovoltaici riportati in tabella rappresentano il rapporto tra la superficie delle celle (superficie opaca) e l’area totale del modulo.

 

Tabella 8 Modelli di moduli fotovoltaici trasparenti presenti sul mercato.

Modello

Tipologia celle

Numero celle

Potenza nominale

(Wp)

Efficienza modulo

(%)

Dimensioni

(mm)

Percentuale di ombreggiamento

(%)

Datasheet

Azimut – Daylight AZM486 PT

Silicio policristallino

48

190

11.63

1,650 x 990 x 38

72

Allegato 2.1

Azimut – Daylight AZM486 MT

Silicio monocristallino

48

205

12.55

1,650 x 990 x 38

72

Allegato 2.1

BISOL – Lumina multicristallini

Silicio policristallino

28

120

7.3

1,649 x 991 x 40

47.8

Allegato 2.2

BISOL – Lumina monocristallini

Silicio monocristallino

28

125

7.6

1,649 x 991 x 40

47

Allegato 2.3

Brandoni – Vetro/Vetro

Silicio policristallino

36

130

9.2

1,755 x 809 x 10

64.2

Allegato 2.4

Brandoni – Backsheet trasparente

Silicio policristallino

48

165

10

1,661 x 997 x 42

74.3

Allegato 2.5

Ferrania Solis – Clear AP 30

Silicio policristallino

30

125

7.55

1,663 x 998 x 38

50

Allegato 2.6

Primitech – GETWATT see-through NLS

Silicio amorfo

N\D

80

5.59*

1,300 x 1,100 x 8.5

77

Allegato 2.7

SUN technology – Revolution 6 Go
green 45-12

Silicio policristallino

12

45

3.75*

2,000 x 600 x 5

25

Allegato 2.8

SUN technology – Revolution 6 Go
green 100-24

Silicio policristallino

24

100

8.33*

2,000 x 600 x 5

50

Allegato 2.9

V-Energy – Serie 100-200 VE136PVTT

Silicio policristallino

36

145

8.88

1,650 x 990 x 35

54

Allegato 2.10

   * Dati non presenti sui
datasheet. I valori sono stati ricavati.

 

 

2.3           I Best Cases

I best cases rappresentano i casi più significativi di serre fotovoltaiche realizzate in Italia e all’estero. Nell’ambito della progettazione di una serra fotovoltaica, tale analisi può risultare utile al fine di ottenere un quadro complessivo all’interno del quale potersi orientare attraverso l’osservazione degli accorgimenti messi in atto in altre installazioni e dei vantaggi e svantaggi che questi hanno portato. Le caratteristiche prese in considerazione in questa analisi spaziano da quelle di carattere più generale come la localizzazione, l’anno di realizzazione, la tipologia di serra, la superficie che la serra occupa, l’inclinazione delle falde e le colture presenti, a quelle specifiche dell’impianto fotovoltaico, quali la tipologia dei moduli, il numero di celle, la potenza di picco, la superficie occupata dall’impianto e la produzione di energia elettrica annua. Le caratteristiche dei best cases realizzati in Italia e all’estero sono riportate rispettivamente nelle Tabella 9 e 10.

 

Tabella 9 I best cases in Italia.

Località

Anno

Tipologia serra

Inclinazione falda

Superficie

 serra (m2)

Colture presenti

Tipologia

moduli

Numero moduli

Potenza di picco (kWp)

Superficie impianto fotovoltaico (m2)

Rapporto tra superficie in pianta
dell’ impianto FV e superficie serra (%)

Produzione elettrica annua (MWh)

Produzione annua per unità di
superficie fotovoltaica (MWh/m2)

Buronzo (VC) [16]

2013

Con tetto a falde piane

20,000

Silicio policristallino

4,226

1,000

10,000*

50*

Eboli

(SA) [17]

2011

Con tetto a falde piane

14,500

lattughino, rucola, valerianella,
asparago, fragolina, melone, finocchio, cavolfiore

17,972

1,000

7,250*

1,500

0.21*

Esenta di Lonato

(BS) [18]

2009

Venlo

24°

15,000

Silicio policristallino

4,800

888

6,825

46

1,100

0.16

Leverano (LE) [19]

2009

Con tetto a falde piane

Silicio monocristallino

450

99

Merlino

(LO) [20]

2011

Venlo

22°

13,672*

Melanzana

Silicio monocristallino
semitrasparenti

5,000

918

6,836

50

992

0.15

Montecorvino

di Rovella

(SA) [21]

lattughino, red chard, red cos,
spinacino, valeriana, rucola selvatica

Silicio policristallino

25,499

5,864

Sannicandro

 di Bari

 (BA) [22]

2010

Venlo

30°

14,000

fagiolino, fiori di zucchino,
fragola, basilico, salvia, peperoncino, menta

Silicio amorfo

999

7,000*

50

1,500

0.21*

Villasor

 (CA) [23]

2011

Con tetto a falde piane

260,000

melone, anguria, zucchina romanesca,
finocchio, rosa da bacca

Silicio policristallino

84,400

20,000

130,000*

50

41,666

0.32*

   * Valori ricavati

 

Tabella 10 – I best cases all’estero.

Località

Anno

Tipologia
serra

Inclinazione
falda

Superficie
serra (m2)

Colture
presenti

Tipologia
moduli

Numero
moduli

Potenza
di picco (kWp)

Superficie
impianto fotovoltaico (m2)

Rapporto
tra superficie in pianta dell’ impianto FV e superficie serra (%)

Produzione
elettrica annua (MWh)

Produzione
annua per unità di superficie fotovoltaica (MWh/m2)

Derio,

(Biscaglia),
Spagna [24]

2012

Con tetto a
falde piane

pomodori,
peperoni

Moduli
sperimentali

con lenti

400

Floriade
Exhibition Hall, Harlemmermeer, (Olanda settentrionale), Paesi Bassi [25]

2002

Con tetto a
falde piane

18.5°

Esposizione
internazionale di giardinaggio

Silicio
monocristallino semitrasparenti

19,383

2,310

26,110

1,230

0.05

Istres
(Bocche del Rodano), Francia [26]

Con tetto a
falde piane

55,224

10,490

Linyi
(Shandong), Cina [27]

2013

Con tetto a
falde piane

660,000

mirtilli,
funghi, fiori

124,980

20,000

22,400

Moclin e
Colomera (Granada), Spagna [28]

2012

Con tetto a
falde piane

20°

62,000

17,000

4,300

31,000*

50

6,500

0.21

Montélimar
(Dròme), Francia [29]

Venlo

40,000

Silicio
policristallino semitrasparente

13,440

2,500

20,000*

50

3,000

0.15

Ontario,
Canada [30]

2013

Con tetto a
falde piane

40,000

Silicio
policristallino

9,294

2,300

20,000*

50

2,540

0.13

   * Valori ricavati

 

In Italia

Le serre fotovoltaiche hanno avuto una notevole diffusione sul territorio italiano rispetto agli altri paesi del mondo. Il primo caso che, per le sue dimensioni, si distingue dagli altri è sicuramente quello di Villasor in Sardegna [23] (Figura 7). Con una superficie complessiva di 260,000 m2, di cui circa la metà destinati al fotovoltaico, è attualmente l’impianto serricolo fotovoltaico più grande del mondo, con una potenza di picco di 20,000 Wp ed una produzione elettrica annua di 41,666 MWh.

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Figura 7 – Vista aerea dell’impianto di Villasor, Sardegna.

 

Tuttavia, a parte le sue dimensioni, per il resto si tratta di una semplice serra con tetto a falde inclinate con moduli fotovoltaici senza caratteristiche di trasparenza o altri particolari accorgimenti (Figura 8).

 

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Figura 8 – Serre dell’impianto di Villasor, Sardegna.

 

Uno dei casi sicuramente più interessanti è quello di Sannicandro di Bari [22]. Si tratta di una serra fotovoltaica di 14,000 m2, con strutture in ferro zincato e copertura in vetro, parzialmente sostituita da moduli fotovoltaici di silicio amorfo, disposti con inclinazione di 30° lungo tutte le falde esposte a Sud. Trattandosi di una serra tipo venlo (Figura 9), le falde sono molto più piccole rispetto al caso precedente e, di conseguenza, lo sono anche i coni d’ombra che i moduli fotovoltaici proiettano sulle colture sottostanti.

 

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Figura 9 – Serra fotovoltaica di Sannicandro di Bari, vista laterale.

 

La produzione di energia elettrica è di 1,500 MWh all’anno con una potenza di picco 999 kWp. La serra è, inoltre, dotata di sensori per il controllo della temperatura, impianto automatizzato per la gestione delle aperture laterali e di colmo, impianto di riscaldamento aereo e basale, e impianto di nebulizzazione per il raffrescamento (Figura 10).

 

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Figura 10 – Serra fotovoltaica di Sannicandro di Bari, vista dell’interno.

 

Per quanto riguarda la produzione agricola, si è scelto di concentrarsi su colture che meglio tollerano il parziale ombreggiamento. Nell’inverno, quando l’ombreggiamento diviene più continuo e diffuso, al posto delle piante da frutto, si coltivano piante aromatiche e da foglia, come aneto, basilico, erba cipollina, menta, salvia e timo.

Altro caso, ancor più interessante, è quello di Merlino, nel Lodigiano [20]. Si tratta anche in questo caso di una serra tipo venlo (Figura 11) nella cui copertura, sulle falde esposte a Sud, sono stati inseriti 5,000 moduli fotovoltaici in silicio monocristallino da 185 Wp ciascuno, per una potenza totale di 918 kWp. La superficie fotovoltaica complessiva di 6,836 m2 e la produzione di energia elettrica annua di 992 MWh, energia quasi interamente immessa in rete e quindi rivenduta sul mercato.

 

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Figura 11 – Serra fotovoltaica di Merlino, in provincia di Lodi.

 

A differenza dei casi precedenti, i moduli fotovoltaici, sono semitrasparenti senza cornice e la distanza tra le celle è stata studiata per ridurre l’ombreggiamento prodotto sulle colture (Figura 12).

 

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Figura 12 – Serra fotovoltaica di Merlino, in provincia di Lodi, vista dell’interno.

 

Nel mondo

Per quanto riguarda le realizzazioni all’estero, è degno di nota il caso di Linyi, nella provincia di Shandong, Cina [27]. Oltre che per le enormi dimensioni dell’impianto (Figura 13), con 124,980 moduli fotovoltaici per una produzione elettrica annua di 22,400 MWh ed una potenza di picco pari a 20,000 kWp (che diverranno 100,000 kWp quando l’impianto verrà completato), questo caso si distingue anche per la particolarità delle colture a cui è destinato: fiori, mirtilli e funghi.

 

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Figura 13 – Vista aerea dell’impianto di Linyi, nella provincia di Shandong, Cina.

 

Anche il caso di Montélimar, nel dipartimento di Dròme, in Francia [29], è caratterizzato dall’utilizzo di moduli fotovoltaici semitrasparenti applicati su una serra tipo venlo (Figura 14). La produzione elettrica annua di questo impianto è di 3,000 MWh, prodotta da 134,440 moduli in silicio policristallino con una potenza di picco di 2,500 kWp.

 

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Figura 14 Interno della Serra di Montélimar, nel dipartimento di Dròme, Francia.

 

Infine, uno dei casi più innovativi è senz’altro quello realizzato in Biscaglia, nei Paesi Baschi [24], in Spagna (Figura 15). Si tratta di un’installazione sperimentale, dall’estensione di 400 m2, in cui, per ottimizzare al massimo la radiazione solare, si combinano i moduli fotovoltaici con un sistema di lenti che, in base alle necessità del momento, convogliano la luce all’interno della serra o sulle celle fotovoltaiche, sfruttando il cambiamento del percorso solare durante l’anno (Figura 16).

 

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Figura 15 – Impianto sperimentale di Derio, Spagna.

 

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Figura 16 – Impianto sperimentale di Derio, dettaglio delle lenti.

 

Così, senza bisogno di un sistema di inseguimento solare, in inverno, le lenti convoglieranno la luce all’interno della serra evitando un ombreggiamento eccessivo, mentre in estate, la luce sarà convogliata sulle celle fotovoltaiche per incrementare la produzione di energia elettrica e, nello stesso tempo, proteggere le colture da una eccessiva esposizione alla radiazione solare. Le colture selezionate per i test sono il pomodoro ed il peperone. Queste due colture sono state scelte sia per la loro grande diffusione nel mondo, sia per il fatto che la loro coltivazione richiede una grande quantità di luce.

 

2.4           Caratteristiche del territorio

Proiettare il progetto di una serra fotovoltaica all’interno della realtà di Pompei significa andare a confrontare, alla luce di quanto detto finora, gli aspetti presi in considerazione per una generica serra fotovoltaica con quelli propri del comune campano.

La coltivazione dei fiori in Campania si concentra maggiormente nelle province di Napoli (61%) e Salerno (26%), seguite dalle province di Avellino (6%), Caserta (4%) e Benevento (3%). Il 39% della Superficie Agricola Utilizzata (SAU) si caratterizza per la coltivazione di fiori e piante ornamentali in campo, mentre il 61% si distingue per la coltivazione in apprestamenti protettivi (serre e tunnel), questi ultimi distribuiti principalmente in comuni di pianura e collina delle province di Salerno, Napoli e Caserta.

Il florovivaismo è un comparto avanzato dell’agricoltura che in Campania occupa una superficie di 1,600 ettari, dove il 79% interessa esclusivamente il settore floricolo ed il 21% il vivaismo. La Campania è stata tra le prime regioni italiane a dedicarsi alla coltivazione di specie florovivaistiche ed è il primo produttore di fiori recisi in Italia, raggiungendo il 24% dell’intera produzione nazionale. La Tabella 11 indica le principali specie floreali prodotte in Campania.

 

Tabella 11 – Dati ISTAT del 2000 sulla produzione di fiori in serra in Campania [31].

Specie

Superficie
(m2)

Produzione
(migliaia di pezzi)

Garofani

3,380,000

490,600

Garofani mediterranei

2,960,000

423,800

Gerbere

1,018,000

225,660

Rose

1,820,000

179,450

Crisantemi

860,000

121,120

Gladioli

1,505,000

74,385

Altri garofani

420,000

66,800

Gigli/Lilium

1,045,000

64,062

Fresie

205,000

27,150

Anemoni

90,000

23,000

Tulipani

220,000

22,000

Iris

290,000

14,980

Ranuncoli

120,000

7,200

Margherite

40,000

2,000

Calle

40,000

532

Orchidee

20,000

383

 

La coltura del garofano

Poiché dall’analisi effettuata la coltura del garofano risulta essere quella maggiormente diffusa in Campania (Tabella 11), si è ipotizzato di realizzare una serra destinata alla produzione di questi fiori.

Il garofano, nome comune del dianthus, è un fiore originario delle zone temperate del pianeta. Il suo nome scientifico deriva dal greco e significa “fiore degli dei”. Il genere comprende oltre 300 specie di piante erbacee o sublegnose, distinte in annuali, biennali e perenni, in base alla durata della loro vita, e si moltiplicano mediante semina o per mezzo di talee.

Il periodo di coltivazione del garofano varia a seconda della specie (annuale, biennale o perenne), a seconda della tecnica utilizzata per la moltiplicazione (semina o talea) ed a seconda delle condizioni climatiche. Trattandosi di una coltura da effettuare in serra e finalizzata alla massima produzione, si è scelto di coltivare il garofano comune, una specie perenne da moltiplicare per mezzo di semina, per la quale, in clima mediterraneo, il periodo di coltivazione più indicato è quello che va da marzo a maggio, mentre il periodo di fioritura va da aprile a ottobre [32].

Il garofano comune, il dianthus caryophyllus, è una pianta di altezza fino ad 80 cm, probabilmente originaria del mediterraneo. Le foglie sono di colore grigio-verde tendente al verde-blu, sottili e fino a 15 cm di lunghezza. I fiori sono singoli o raggruppati fino a cinque insieme in una inflorescenza, hanno un diametro di 3-5 cm e sono dolcemente profumati. Il colore originale del fiore è un naturale e brillante rosa-porpora, anche se esistono altri cultivar (varietà ottenute attraverso il miglioramento genetico) di colori diversi, tra cui rosso, bianco, giallo e verde. Benché le condizioni microclimatiche per la sua corretta crescita dipendano dalla specie, generalmente, è necessario garantire valori di temperatura compresi tra i 10 °C ed i 21 °C e valori di PAR compresi tra 54.7 W/m2 e 98.5 W/m2.

Dall’analisi bibliografica si evince che il clima presente in Campania consente la coltivazione del garofano anche in “serra fredda” [33], ossia non dotata di impianti di riscaldamento artificiali, mentre, durante il periodo estivo, il controllo della temperatura avviene attraverso la ventilazione naturale e l’utilizzo di teli ombreggianti per limitare la quantità di radiazione solare entrante nella serra.

 

2.5           Sintesi dei vincoli da rispettare

I risultati dell’analisi bibliografica sui vincoli da rispettare per la realizzazione della serra e la corretta coltivazione del garofano sono stati sintetizzati nelle Tabelle 12 e 13 e nelle Figure 17 e 18. La Tabella 12 riporta in maniera schematica i vincoli indicati dal GSE.

 

Tabella 12 – I vincoli del GSE.

Vincoli da rispettare affinché la serra sia riconosciuta dal GSE come serra fotovoltaica

1) i moduli fotovoltaici devono costituire elementi costruttivi della copertura o delle pareti di manufatti adibiti, per tutta la durata dell’erogazione della tariffa incentivante, a serre dedicate alla floricoltura

2) la struttura della serra, in metallo, legno o muratura, deve essere fissa, ancorata al terreno e con chiusura eventualmente stagionalmente rimovibile

3) l’altezza minima dal suolo dei moduli deve essere non inferiore a 2 metri

4) il manufatto realizzato deve essere praticabile in tutta la sua estensione

5) Il rapporto tra la proiezione al suolo della superficie totale dei moduli fotovoltaici installati sulla serra e la proiezione al suolo della superficie totale della copertura della serra stessa non deve superare il 30%

 

La Figura 17 e la Figura 18 riportano una schematizzazione grafica dei vincoli geometrici.

 

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Figura 17 – Schematizzazione grafica dei vincoli indicati dal GSE.

 

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Figura 18 – Schematizzazione grafica dei vincoli indicati dal GSE.

 

Nella Tabella 13 sono riassunti i valori ottimali di temperature e di radiazione PAR affinché sia garantita la corretta crescita del garofano.

 

Tabella 13 – I vincoli microclimatici relativi alla coltura del garofano.

Specie

Temperature indicate (°C) [13]

Giorno

Notte

Garofano

18-21

10-13

Livelli di PAR raccomandati (W/m2)
[14]

54.7 – 98.5

 

 

3.            Serra classica, Serra d’Arte e metodologie di analisi

 

3.1           La serra “classica”

L’obiettivo principale dell’attività di ricerca è quello di analizzare le prestazioni energetiche di una serra definita Serra d’Arte. A tale scopo, è stato necessario definire un modello di serra “classica” che facesse da riferimento nella valutazione delle prestazioni della Serra d’Arte. Si è scelto, quindi, di creare una Serra d’Arte che presentasse dimensioni – fra quelle disponibili in commercio – che fossero analoghe a quelle di una serra “classica”, e che rispetto ad essa consentisse l’installazione di un uguale numero di pannelli fotovoltaici per ogni modulo-base di serra, in modo da poter operare più facilmente un confronto tra le loro prestazioni.

Si è scelto di considerare la tipologia di serre definite “a tetto a falde piane e simmetriche” per due ragioni: (1) in primo luogo perché questa tipologia garantisce una certa distanza tra le falde occupate dai pannelli fotovoltaici, evitando che ci sia ombreggiamento reciproco fra le varie schiere parallele di pannelli; (2) in secondo luogo perché questa tipologia risulta essere quella più rappresentativa dei prodotti che il mercato offre nel campo delle serre fotovoltaiche, nonché quella maggiormente utilizzata nei Best Cases analizzati nel precedente capitolo. La stessa analisi ha portato a scegliere un valore di inclinazione della falda pari a 20°.

Le dimensioni della serra classica di riferimento sono state scelte per essere da un lato rappresentative delle serre disponibili sul mercato (che offrono comunque la possibilità di personalizzazione) e di quelle analizzate come Best Cases, e dall’altro per essere rispettose dei vincoli geometrici definiti precedentemente. Come risultato di queste considerazioni, per il modulo base della serra classica sono state scelte le seguenti dimensioni:

 

  • Larghezza della campata, La = 7.00 m
  • Lunghezza del modulo, Lu = 7.20 m
  • Inclinazione delle falde = 20°
  • Altezza di colmo, Hc = 4.27 m
  • Altezza di gronda, Hg = 2.50 m

 

Tali dimensioni sono state schematizzate in Figura 19.

 

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Figura 19 – Schizzo schematico delle dimensioni della serra classica.

 

3.2           La Serra d’Arte

Il progetto della Serra d’Arte è frutto del lavoro svolto dal gruppo di ricerca composto dal Prof. Arch. Carmine Gambardella, dall’Arch. Elena di Grazia e dall’Arch. Giuliana Chierchiello nell’ambito del progetto di ricerca “Campus Pompei”.

Cosa definisce una serra una Serra d’Arte?

Prima di tutto la ricerca formale volta all’identificazione di una spazialità articolata pur se generata da una struttura elementare, ed in secondo luogo il modo in cui essa conferisce valore aggiunto all’area in cui sorge.

“Serre d’A Pompei” è un sistema di serra fotovoltaica che nasce dall’assunto per cui ogni processo di trasformazione dell’ambiente naturale e costruito, presuppone che i segni che si imprimono nel presente stabiliscano relazioni continue e mutevoli con tutti i segni che li hanno preceduti dando origine così ad un tessuto di relazioni complesso e dinamico.

L’obiettivo del progetto è di realizzare, nel territorio di Pompei, un sistema di tali serre fotovoltaiche in grado di produrre energia elettrica tale da essere utilizzata per il funzionamento della serra stessa e per essere ceduta alla rete elettrica.

Il concept iniziale (Figura 20) prevedeva la possibilità di aggregare una serie di moduli componibili, in soluzioni spaziali varie, attraverso nuclei di collegamento fissi (con forma pentagonale, esagonale o quadrata), articolabili attraverso l’aggiunta o meno, su ogni lato, di moduli estensibili.

 

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Figura 20 Concept iniziale della Serra d’Arte.

 

Tuttavia, la soluzione prevista nel primo concept si è dimostrata incompatibile con l’obiettivo di sviluppare una serra fotovoltaica che fosse al contempo esteticamente innovativa ed energeticamente efficiente. Infatti, per massimizzare la quantità di energia elettrica annualmente prodotta dei moduli fotovoltaici è necessario che essi siano rivolti verso SUD.

Alla luce dei vincoli geometrici imposti non solo dal cosiddetto V Conto Energia, ma anche dalla necessità di garantire, per quanto possibile, la massima producibilità elettrica dei moduli fotovoltaici, il modello di aggregazione inizialmente sviluppato è stato sostituito da un sistema di aggregazione dei moduli esteso lungo un’unica direzione, al fine di assicurare ai moduli fotovoltaici sia la migliore inclinazione che il migliore orientamento.

L’angolo di inclinazione della falda su cui sono stati installati i moduli fotovoltaici è stato scelto pari a 30°. Tale valore è stato scelto per ottimizzare la produzione elettrica annuale in relazione alla località in cui la serra sarà installata.

Nel progetto finale rimane, comunque, il concept dell’elemento modulare (Figura 20), il cui “frame” riflette l’immagine del tempio pompeiano, ispirandosi al gioco prospettico delle sue colonne in successione, dal quale è stata tratta la geometria di base che attraverso la modificazione dei suoi punti nello spazio genera la struttura e quindi la spazialità della serra.

Gli anelli strutturali principali che formano i moduli, inizialmente pensati in legno, sono poi stati sostituiti da profili scatolari rettangolari in acciaio di dimensioni 60 x 50 mm e spessore 2 mm, uniti gli uni agli altri attraverso placche di acciaio bullonate. Gli anelli sono poi collegati da rompi-tratta di irrigidimento orizzontali sempre in acciaio di dimensioni 30 x 50 mm. Allo  scopo di ridurre le deformazioni, è stato studiato un sistema di controventi posizionati sull’ampia facciata della struttura e sulla falda su cui non sono posizionati i moduli fotovoltaici. Tali controventi hanno anche la funzione di bloccare il film plastico di copertura ed evitare il cosi detto “effetto vela” prodotto dal vento.

Il film plastico di copertura, di spessore 0.2 mm, è fissato a profili sagomati in PVC incastrati su  profilati di alluminio di 50 x 10 mm [34] bullonati alla struttura principale. Il concept della Serra d’Arte è stato sviluppato utilizzando del film plastico come materiale di copertura, tuttavia, per analizzare il comportamento della Serra d’Arte anche con altri materiali di copertura, le simulazioni effettuate per la valutazione delle prestazioni energetiche sono state condotte considerando non solo il film plastico, ma anche il vetro.

I pannelli fotovoltaici scelti, i Revolution 6 go green, le cui caratteristiche sono descritte negli allegati 2.8 e 2.9, sono disposti orizzontalmente e retti da profili fermavetro [34] di dimensioni 40 x 40 mm e ancorati a loro volta a profili scatolari in acciaio di 20 x 30 mm saldati agli anelli principali.

Ciascun modulo estensibile presenta una larghezza massima pari a 5.40 m e lunghezza pari a 2.20 m; il punto più basso ha un’altezza di 2.23 m, mentre quello più alto un’altezza di 4.16 m. La Figura 21 mostra un’assonometria del modulo estensibile della Serra d’Arte evidenziato all’interno del modulo base, il quale è composto da 3 moduli estensibili ed è il modulo preso in considerazione per le simulazioni.

 

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Figura 21 – Assonometria di un modulo base di Serra d’Arte.

 

I 2 profili dai quali scaturisce la forma del modulo estensibile sono rappresentati nella Figura 22.

 

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Figura 22 a) Sezione profilo 1; b) Sezione profilo 2.

 

Le Figura 23 mostrano i render della Serra d’Arte con diverse ambientazioni.

 

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Figura 23 Render della Serra d’Arte in differenti ambientazioni.

 

La Figura 24 mostra un’ipotesi di utilizzo della Serra d’Arte in sostituzione delle tipologie classiche di serra preesistenti sul territorio.

 

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Figura 24 Utilizzo della Serra d’Arte in sostituzione di serra preesistenti.

 

3.3           Il software di simulazione

Il software utilizzato per le simulazioni è Ecotect® Analysis, prodotto dalla Autodesk® [35]. Ecotect® è un software che consente di effettuare la verifica delle prestazioni degli edifici sia dal punto di vista illuminotecnico che termico. È caratterizzato da un’interfaccia grafica tridimensionale per la costruzione del modello, integrato con una serie di funzioni di analisi e simulazione. La sua principale caratteristica è l’approccio interattivo all’analisi che costituisce un supporto durante tutta la fase progettuale, consentendo di valutare soluzioni progettuali alternative per l’ottimizzazione degli edifici così come dei suoi componenti. Attraverso l’utilizzo di file climatici ed analisi di carattere tecnico-economico è possibile ottimizzare l’utilizzo delle risorse naturali disponibili. Infatti, Ecotect® Analysis è in grado di fornire un’ampia gamma di funzionalità per la simulazione e l’analisi energetica finalizzata al miglioramento delle prestazioni energetiche di edifici esistenti e di nuove costruzioni: strumenti per l’analisi energetica, idrica e delle emissioni di CO2 on-line integrati con strumenti che consentono di visualizzare e simulare le prestazioni degli edifici nel loro contesto ambientale.

Tra le principali informazioni fornite dal programma, troviamo:

  • Analisi energetica dell’intero edificio: Calcolo del consumo di energia e delle relative emissioni di CO2 su base annua, mensile, giornaliera e oraria, utilizzando un database globale di informazioni meteo;
  • Prestazioni termiche: Calcolo dei carichi di riscaldamento e raffrescamento su modelli di analisi che valutano gli effetti derivanti da fattori di occupazione e guadagni interni;
  • Valutazione dell’impiego idrico e relativi costi: Stima dell’impiego idrico all’interno e all’esterno dell’edificio;
  • Irraggiamento solare: Visualizzazione dell’irraggiamento solare incidente su vetrate e superfici, in qualunque periodo dell’anno;
  • Illuminazione con luce diurna: Calcolo dei fattori diurni e dei livelli di illuminamento in qualunque punto del modello;
  • Ombre e riflessioni: Visualizzazione della posizione e del percorso del Sole relativi al modello per qualsiasi data, orario e ubicazione.

 

Le analisi vengono effettuate su un modello 3D realizzabile tramite l’interfaccia grafica del software oppure importando modelli realizzati con l’ausilio di altri software di modellazione 3D. Per ciascun elemento del modello è possibile definire la tipologia di elemento (muro, tetto, pavimento, finestra, vuoto ecc.) ed, in funzione del tipo di elemento, assegnare i valori delle varie proprietà termofisiche.

Come accennato precedentemente, il software Ecotect® consente di caricare i file climatici della località analizzata al fine di consentire una modellazione più accurata. Si tratta di file che descrivono le condizioni climatiche di varie località del pianeta e si basano su rilevazioni sperimentali delle condizioni climatiche effettuate su un opportuno intervallo temporale. I file climatici utilizzati per le simulazioni sono stati reperiti dal sito internet dello U.S. Department of Energy [36] alla sezione Weather Data in cui sono disponibili file relativi a numerose località nel mondo.

Le principali informazioni sulle condizioni climatiche contenute in un  file climatico sono:

  • la latitudine e la longitudine della località selezionata;
  • la distribuzione oraria dei valori della temperatura esterna;
  • l’andamento orario della radiazione solare;
  • l’andamento orario della direzione e della velocità dei venti.

 

         I materiali di copertura

L’analisi merceologica e bibliografica circa i materiali utilizzati per la copertura delle serre ha permesso di individuare due differenti materiali: un vetro ed un film plastico. I materiali scelti sono: il vetro Hortiplus N® prodotto dalla Van Looveren [37] ed il film plastico TRE CHIARO® prodotto dalla Pardini S.p.A. [38], i cui datasheet sono stati inseriti rispettivamente negli allegati 3.1 e 3.2. Entrambi sono realizzati e commercializzati per applicazioni nel campo delle coltivazioni in ambiente protetto.

I valori delle proprietà termofisiche settate all’interno del programma di simulazione sono stati desunti dalle schede tecniche fornite dai distributori.

Tra le principali caratteristiche termofisiche da assegnare a ciascun materiale in ambiente Ecotect® troviamo:

 

  • Trasmittanza termica (U-Value)
  • Coefficiente di guadagno solare (Solar Heat Gain Coefficient)
  • Coefficiente di trasmissione della radiazione visibile (Visible Transmittance)
  • Spessore (Thickness)
  • Peso (Weight)

 

Il vetro Hortiplus N® è un vetro float spesso 4 mm, ricoperto sulla faccia esterna da un sottile strato di ossido di stagno che, pur riducendo la trasmissione della radiazione luminosa nel campo del visibile (81%), riduce anche la trasmissione del calore all’esterno della serra. Poiché presenta un buon livello di assorbimento delle radiazioni infrarosse, questo materiale risulta essere anche efficace nel contrastare la formazione di condensa.

Il film plastico TRE CHIARO® è un film in polietilene dallo spessore di 0.2 mm, caratterizzato da un alto grado di trasparenza nel campo del visibile (91%) ed è indicato per le coltivazioni d’alto pregio e vivai. Inoltre, la versione a luce diffusa è particolarmente adatta alle coltivazioni floreali.

Le proprietà dei due materiali di copertura considerati per le simulazioni sono riportate nella Tabella 14.

 

Tabella 14 – Proprietà inserite in Ecotect® dei materiali di copertura scelti per le simulazioni.

Materiale

Vetro
Hortiplus

N® [37]

Film
plastico TRE

CHIARO® [38]

Tipo di elemento settato nel programma di simulazione

Window (finestra)

Window
(finestra)

Trasmittanza (W/m2K)

3.72

5.61

Coefficiente di guadagno solare

0.87

0.76

Coefficiente di trasmissione della radiazione visibile

0.81

0.91

Spessore (mm)

4.0

0.2

Massa per unità di superficie  (kg/m2)

9.2

0.2

 

 

          I moduli fotovoltaici

I modelli di moduli fotovoltaici selezionati per la Serra d’Arte sono i Revolution 6 Go Green nelle versioni 45-12 e 100-24 (Allegati 2.8 e 2.9), prodotti dalla SUN-Technology [39]. Si tratta di moduli fotovoltaici con celle distanziate e poggiate su un supporto di vetro al fine di consentire il passaggio della radiazione solare. Tra i possibili produttori di moduli fotovoltaici trasparenti sono stati selezionati i moduli fotovoltaici Revolution 6 Go Green in quanto la versione 45-12 è l’unico modulo fotovoltaico con una percentuale di ombreggiamento pari a circa il 25% in commercio. Le caratteristiche principali di entrambe le versioni di modelli considerati per le simulazioni sono riportate nella Tabella 15.

 

Tabella 15 – Proprietà dei moduli fotovoltaici scelti per le simulazioni.

Modello

Revolution 6 Go Green 45-12 [39]

Revolution 6 Go green 100-24 [39]

Potenza di picco (Wp)

45

100

Numero di celle

12

24

Efficienza modulo (%)

3.75

8.33

Efficienza celle (%)

15.41

17.15

Dimensioni modulo (mm)

2,000 x 600 x 5

2,000 x 600 x 5

Dimensioni celle (mm)

156 x 156

156 x 156

Percentuale di ombreggiamento (%)

25

50

 

Per ottenere dei risultati corretti dalla simulazione, per la modellazione del modulo fotovoltaico è stato necessario considerare le celle fotovoltaiche e la superficie trasparente del modulo fotovoltaico come due entità distinte. Il modulo è stato quindi modellato costruendo le singole celle fotovoltaiche (156 x 156 mm) e costruendo intorno a queste ultime una superficie con opportune caratteristiche termofisiche per riprodurre le lastre di vetro (spessore 5 mm) del modulo fotovoltaico.

Fra le principali proprietà dei materiali precedentemente elencate che è possibile settare in Ecotect®, nel caso dei moduli fotovoltaici si aggiunge anche l’Efficienza (Electrical Efficacy).

I valori delle proprietà settate in Ecotect®, sia delle celle fotovoltaiche che del vetro che le racchiude, sono riportate nella Tabella 16.

 

Tabella 16 – Proprietà inserite in Ecotect® delle celle e del vetro che costituiscono i moduli fotovoltaici.

Elemento

Cella
modulo 45-12

Cella
modulo 100-24

Vetro
moduli fotovoltaici

Tipo di elemento settato nel programma si simulazione

Solar collector

(Pannello solare)

Solar collector

(Pannello solare)

Window
(finestra)

Efficienza (%)

15.41

17.15

Trasmittanza (W/m2K)

5.580

Coefficiente di guadagno solare

0.82

Coefficiente di trasmissione della radiazione visibile

0

0

0.88

Spessore (mm)

5

Dimensioni (mm)

156 x 156

156 x 156

2,000 x
600

 

          Modelli virtuali delle serre

Il modello della serra classica è stato costruito in Ecotect® partendo dalle caratteristiche e dalle dimensioni definite precedentemente. Ai materiali del modello così realizzato sono state poi attribuite le proprietà termofisiche dei materiali scelti per la simulazione.

Il modello della Serra d’Arte, ha richiesto, invece, rispetto al modello .3ds fornito dal gruppo di lavoro che ha curato lo sviluppo del suo concept, una riorganizzazione ed una semplificazione al fine di garantire l’esecuzione di una corretta simulazione.

Nel caso del modello della serra classica, come modulo base è stato utilizzato un modulo di 7.20 m di lunghezza e 7.00 m di larghezza della campata, il quale consente l’installazione di 15 moduli fotovoltaici. Per avere delle dimensioni quanto più possibile simili tra la serra classica e la Serra d’Arte, è stato scelto per quest’ultima di utilizzare un modulo base costituito da 3 moduli estensibili, per una lunghezza totale pari a 6.60 m, tale da consentire l’installazione, anche in questo caso, di 15 moduli fotovoltaici.

In Ecotect® è possibile associare ai vari ambienti che costituiscono il modello 3D delle cosiddette “zone termiche” (thermal zones), ciò risulta necessario al fine di garantire una maggiore accuratezza delle simulazioni di tipo termico. Una zona termica deve identificare uno spazio delimitato del modello che definisce un volume di aria chiuso ed omogeneo e, come tale, esso deve essere completamente circoscritto da oggetti piani che definiscono il suoi muri, pavimenti, soffitti o tetti.

Al contorno del modello realizzato è invece associata la cosiddetta “zona esterno” (outside zone). Tale zona rappresenta sempre una zona non termica di volume infinito e la sua temperatura è presa direttamente dalla temperatura di bulbo secco relativa al file dei dati climatici della località caricata nel modello.

A valle di opportune semplificazioni, i modelli rielaborati sono composti esclusivamente da piani, ai quali gli spessori, assieme ad altre proprietà, sono stati assegnati in maniera numerica. I principali modelli creati, mostrati nella Figura 25, sono:

  • Serra classica non fotovoltaica (Figura 25a);
  • Serra classica fotovoltaica con moduli con percentuale di ombreggiamento pari al 25% (Figura 25c);
  • Serra classica fotovoltaica con moduli con percentuale di ombreggiamento pari al 50% (Figura 25e);
  • Serra d’Arte non fotovoltaica (Figura 25b);
  • Serra d’Arte fotovoltaica con moduli con percentuale di ombreggiamento pari al 25% (Figura 25d);
  • Serra d’Arte fotovoltaica con moduli con percentuale di ombreggiamento pari al 50% (Figura 25f).

 

In relazione alle analisi sulla producibilità elettrica sono stati realizzati anche modelli con falde inclinate a 10°, 20° e 30°.

 

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Figura 25 – Modelli Ecotect® realizzati: a) serra classica non fotovoltaica; b) Serra d’Arte non fotovoltaica; c) serra classica fotovoltaica con moduli con percentuale di ombreggiamento pari al 25%; d) Serra d’Arte fotovoltaica con moduli con percentuale di ombreggiamento pari al 25%; e) serra classica fotovoltaica con moduli con percentuale di ombreggiamento pari al 50%; f) Serra d’Arte fotovoltaica con moduli con percentuale di ombreggiamento pari al 50%.

 

3.4           Le simulazioni

L’attività di ricerca è stata volta ad analizzare le prestazioni energetiche di una Serra d’Arte per l’area di Pompei. In mancanza di un file climatico specifico per Pompei, le simulazioni sono state condotte utilizzando il file climatico di Napoli [40] (Lat. = 40.8° N e Long. = 14.3° E).

Le simulazioni effettuate con Ecotect® riguardano essenzialmente le temperature interne alla serra, i livelli di PAR e la loro distribuzione. Successivamente sono stati valutati l’influenza dell’inclinazione e dell’orientamento dei moduli fotovoltaici sulla producibilità elettrica. A tal fine, le simulazioni sono state eseguite sia sul modello di serra classica di riferimento che sulla Serra d’Arte, al variare:

  • del materiale utilizzato per la copertura, ossia il vetro Hortiplus N® ed il film plastico TRE CHIARO®;
  • della presenza o meno dei pannelli fotovoltaici;
  • del differente valore della percentuale di ombreggiamento dei moduli fotovoltaici e, di conseguenza, della differente potenza di picco di questi ultimi;
  • della diversa inclinazione ed orientamento delle falde.

 

Le simulazioni per la valutazione dei valori di temperatura e radiazione PAR, sono state condotte su modelli la cui falda ospitante i moduli fotovoltaici fosse orientata verso Sud.

Le Tabella 17 e 18 riepilogano tutte le configurazioni di serra utilizzate per le simulazioni.

 

Tabella 17 – Configurazioni di serre realizzati in Ecotect® utilizzati per le simulazioni relative a temperature e PAR.

Simulazioni

temperature

e PAR

Serra
classica

Vetro

Inclinazione

falda =
20°

Non FV

Orient. =
0° (SUD)

FV

Ombregg. =
25%

FV

Ombregg. =
50%

Plastica

Inclinazione

falda =
20°

Non FV

FV

Ombregg. =
25%

FV

Ombregg. =
50%

Serra
d’Arte

Vetro

Inclinazione

falda =
30°

Non FV

FV

Ombregg. =
25%

FV

Ombregg. =
50%

Plastica

Inclinazione

falda =
30°

Non FV

FV

Ombregg. =
25%

FV

Ombregg. =
50%

 

 

Tabella 18 – Configurazioni di serre realizzati in Ecotect® utilizzati per le simulazioni relative alla producibilità elettrica.

Simulazioni

Producibilità

elettrica

Serra
d’Arte

FV

Ombregg. =
25%

Inclinazione

falda =
10°

Per ogni
inclinazione della falda sono stati considerati orientamenti da -90° (OVEST)
a 90° (EST) rispetto al SUD con un passo di 10°

Inclinazione

falda =
20°

Inclinazione

falda =
30°

FV

Ombregg. =
50%

Inclinazione

 falda =
10°

Inclinazione

falda = 20°

Inclinazione

falda =
30°

 

          Il calcolo delle temperature

Ecotect® è un software pensato per una progettazione finalizzata al comfort termico degli occupanti. Per questo motivo, esso non considera come parametro rappresentativo delle condizioni di comfort il valore della temperatura dell’aria bensì il valore della temperatura operativa. Il valore fornito dalla temperatura operativa tiene conto sia della temperatura dell’aria che dello scambio radiativo con l’ambiente circostante, nonché della velocità dell’aria.

I valori di temperatura forniti dal programma si riferiscono ad un punto posto al centro di ciascuna zona termica del modello analizzato e sono riportati con un time step pari ad un’ora.

Per riprodurre la condizione che vede gli agricoltori rimuovere le chiusure laterali della serra nei mesi dell’anno più caldi al fine di evitare che al suo interno si raggiungano temperature eccessivamente alte, le simulazioni sono state condotte senza considerare le chiusure laterali durante il periodo compreso tra maggio ed ottobre. Le superfici considerate aperte tra maggio ed ottobre sono rappresentate in rosso nella Figura 26. Le rimanenti superfici laterali sono state considerate amovibili, ipotizzando su di esse la presenza delle aperture di accesso alla serra stessa.

Le aperture sono state realizzate all’interno dei modelli sostituendo agli elementi di chiusura laterali dei moduli-serra, degli elementi void (vuoto) privi di massa, completamente trasparenti e che non ostacolano il passaggio di aria.

 

Immagine26

Figura 26 – Serra classica e Serra d’Arte con pareti laterali rimosse.

 

Sono state quindi effettuate due serie di simulazioni, la prima considerando la presenza delle chiusure laterali per il periodo compreso tra novembre e dicembre e tra gennaio e aprile, la seconda ipotizzando la rimozione delle chiusure laterali per i restanti mesi dell’anno. Per ciascuna configurazione di serra, i valori della distribuzione di temperatura delle due serie di simulazioni sono state integrate in un foglio di calcolo per le successive elaborazioni. I risultati ottenuti dalle varie simulazioni per la Serra d’Arte e quella classica sono stati confrontati in termini di temperatura massima e temperatura minima media mensile. I due valori di temperatura (minimo e massimo) sono stati calcolati partendo dalla distribuzione oraria delle temperature e per ogni giorno dell’anno sono stati estrapolati i valori massimi e minimi giornalieri della temperatura. Successivamente i valori massimi e minimi di temperatura giornalieri di ciascun mese sono stati mediati per ottenere un valore di temperatura medio mensile massimo e minimo. I risultati sono stati restituiti sotto forma di grafico, come quello mostrato in Figura 27, in modo da poter confrontare i risultati relativi ad ogni configurazione di serra simulata.

 

Immagine27

Figura 27 – Grafico annuale dei valori medi delle temperature massime e minime di ogni mese.

 

           Il calcolo dei livelli di PAR

Ecotect® permette di calcolare (oltre ai livelli di radiazione solare totale) i livelli di PAR incidenti su di una superficie del modello o su di una griglia di analisi (analysis grid) posta al suo interno. La griglia di calcolo sulla quale valutare i valori di PAR dovrebbe essere rappresentativa della superficie superiore delle colture; si è ipotizzato di posizionare la griglia di calcolo ad un’altezza di 0.80 m dal suolo. I livelli medi di PAR sono stati calcolati in ogni vertice della griglia di calcolo per ogni mese dell’anno; i valori così ottenuti rappresentano la quantità di radiazione PAR che mediamente nel mese considerato raggiunge ciascun vertice della griglia di calcolo. La Figura 28 mostra un tipico esempio di calcolo della distribuzione di PAR all’interno della serra.

I risultati della simulazione sono stati confrontati in termini di livello medio mensile di PAR, calcolato, per ciascun mese, partendo dai valori forniti dal programma di simulazione per ciascun vertice della griglia di calcolo ed effettuandone una media spaziale. I valori del livello medio di PAR relativi ad ogni mese sono stati infine convertiti [41] da MJ/m2/d in W/m2 e quindi restituiti sotto forma di grafico.

 

Immagine28

Figura 28 – Esempio di calcolo della distribuzione della PAR.

 

          Il calcolo della producibilità elettrica

Il calcolo della producibilità elettrica effettuato restituisce la quantità di energia elettrica, espressa in Wh, prodotta nell’arco di un anno dai moduli fotovoltaici inseriti nel modello. Il valore ottenuto è la somma dalla produzione elettrica oraria in ognuna delle 8,760 ore che compongono un anno.

La valutazione dell’influenza dell’orientamento e dell’inclinazione dei moduli è stata effettuata prendendo in considerazione la Serra d’Arte ed i calcoli sono stati effettuati tenendo conto di diversi orientamenti della struttura, ossia rivolgendo la falda su cui sono installati i moduli fotovoltaici da 90° (EST) a -90° (OVEST) passando per il SUD con un passo di 10°, come mostrato in Figura 29.

 

Immagine29

Figura 29 – Schizzo schematico dei diversi orientamenti per i quali è stata calcolata la producibilità elettrica.

 

Inoltre, sono stati considerati anche diversi valori dell’angolo di inclinazione delle falde (10°, 20° e 30° rispetto al piano orizzontale). L’angolo di inclinazione o tilt delle falde b è definito come l’angolo compreso tra il piano orizzontale ed il piano della falda, come mostrato in Figura 30.

 

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Figura 30 – Schema dell’angolo di inclinazione della falda.

 

La producibilità elettrica calcolata considerando un singolo modulo base della Serra d’Arte è stata successivamente divisa per la superficie proiettata a terra della serra, in modo da avere un valore di energia elettrica prodotta per unità di area in pianta che potesse essere utilizzato per ottenere un valore indicativo dell’energia elettrica teoricamente producibile da un impianto di dimensione qualsiasi.

A tal proposito, occorre precisare che, facendo riferimento alle indicazioni fornite dalla norma CEI 82-25 [42] sulle distanze minime atte ad evitare fenomeni di ombreggiamento reciproco fra schiere parallele di pannelli fotovoltaici, mentre la serra classica presenta falde la cui larghezza è tale da garantire che non ci sia ombreggiamento reciproco fra le varie file di pannelli anche nel caso di moduli-serra disposti in file in adesione, nel caso della Serra d’Arte, poiché la falda dotata di moduli fotovoltaici è significativamente più grande rispetto all’altra, risulta necessario frapporre uno spazio di almeno 0.65 m tra una fila di serre e la successiva perché non si abbia ombreggiamento reciproco ponendo i moduli fotovoltaici con un’inclinazione di 30°. Nel calcolo della superficie proiettata a terra dalla Serra d’Arte, dunque, è stata considerata, oltre alla superficie effettivamente proiettata a terra, una ulteriore fascia profonda 0.65 m e larga quanto l’intero modulo-serra, come schematizzato in Figura 31.

 

Immagine31

Figura 31 – Schizzo schematico dell’area proiettata a terra dalla Serra d’Arte comprensivo della fascia supplementare atta ad evitare l’ombreggiamento reciproco fra i pannelli fotovoltaici di serre contigue.

 

4.            Risultati

Al fine di verificare il corretto comportamento della Serra d’Arte dal punto di vista energetico sono state condotte simulazioni per valutare l’andamento della temperatura operativa all’interno della serra e dei valori di PAR al variare della materiale di copertura: vetro [37] o film plastico [38], della presenza o meno di moduli fotovoltaici e della percentuale di ombreggiamento dei moduli fotovoltaici. L’utilizzo di file climatici ha consentito di effettuare le simulazioni considerando andamenti annuali della temperatura esterna e della radiazione solare realistici e rappresentativi dell’area in cui si è ipotizzato di installare la nuova serra.

I risultati della simulazione ottenuti per la Serra d’Arte fotovoltaica e non sono stati quindi confrontati con quelli ottenuti per il modello di serra classica fotovoltaica e non di riferimento.

Successivamente, sono state eseguite ulteriori simulazioni allo scopo di valutare non solo come varia il microclima all’interno della serra durante l’anno, ma anche come varia la producibilità elettrica al variare dell’orientamento, dell’inclinazione e della percentuale di ombreggiamento dei moduli fotovoltaici utilizzati.

I risultati ottenuti sono stati analizzati non solo dal punto di vista energetico, ma anche dal punto di vista economico utilizzando il metodo del Simple Payback.

Si è, quindi, ipotizzato di utilizzare le informazioni tecniche ed economiche relative alla Serra d’Arte su una piattaforma GIS e sono stati, infine, realizzati dei render in cui la Serra d’Arte viene contestualizzata all’interno del paesaggio di Pompei.

 

4.1           Confronto tra i dati ottenuti

Per valutare il comportamento energetico della Serra d’Arte e l’effetto dei moduli fotovoltaici sulle condizioni microclimatiche interne delle serre sono state prese in considerazione varie configurazioni della serra classica e della Serra d’Arte, differenti per materiali di copertura, presenza o meno di moduli fotovoltaici, due diverse percentuali di ombreggiamento dei moduli fotovoltaici e presenza o meno delle chiusure laterali.

Per valutare, invece, la variazione di energia elettrica annualmente prodotta dai moduli fotovoltaici al variare dell’inclinazione e dell’orientamento dei moduli, mediante il software Ecotect® è stata valutata la radiazione solare incidente sulla superficie dei moduli fotovoltaici considerando una loro inclinazione pari a 10°, 20° e 30° ed orientamenti che vanno da EST (+90°) ad OVEST (-90°) passando per il SUD con passo di 10°.

A valle di un’accurata analisi bibliografica, è stato possibile identificare nella temperatura e nella quantità di radiazione foto-sinteticamente attiva (PAR) i due parametri che maggiormente influenzano la crescita e la produttività delle colture. Alla luce di tali informazioni, la validità della Serra d’Arte, come sostituta delle più tradizionali forme di serre, è stata valutata proprio sulla base di questi due parametri; a tal fine, i risultati della simulazione per la Serra d’Arte sono stati confrontati con quelli ottenuti per la serra classica di riferimento.

La Figura 32 mostra il confronto tra i valori della temperatura operativa media mensile ottenuti per la serra di riferimento e quella d’Arte sulle quali non vi sono moduli fotovoltaici, al variare del materiale di copertura, vetro [37] o film plastico [38]. Per ciascun mese, i valori delle temperature riportate nelle figure sono stati calcolati come media aritmetica dei valori della temperatura operativa massima/minima giornaliera. La figura mostra che, a parità di materiale di copertura, i valori di temperatura operativa all’interno delle due serre risultano essere abbastanza simili. Considerando le temperature massime, la massima e la minima differenza tra i risultati ottenuti per la serra classica e quella d’Arte sono state riscontrate per la serra con copertura in vetro:

  • la massima nel mese di luglio, con valori di temperatura pari a circa 49.2 °C e 46.4 °C, rispettivamente, per la serra classica e quella d’Arte;
  • la minima nel mese di marzo, con valori di temperatura pari, rispettivamente, a circa 36.2 °C e 36.3 °C per la serra classica e quella d’Arte.

Anche per le temperature minime, la massima e la minima differenza tra la serra classica e quella d’Arte è stata riscontrata per la copertura in vetro:

  • la massima nel mese di aprile, con valori di temperatura pari a circa 0.1 °C e -0.5 °C, rispettivamente, per la serra classica e quella d’Arte;

la minima nel mese di ottobre, per il quale i valori di temperatura sono identici e pari a 9.2 °C.

 

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Figura 32 – Variazione della temperatura operativa media mensile all’interno della serra classica e d’Arte non fotovoltaica al variare del materiale di copertura.

 

La Figura 33 mostra il confronto tra i valori della temperatura operativa, al variare del materiale di copertura, ottenuti per la serra di riferimento e quella d’Arte, sulle quali è stata ipotizzata la presenza di moduli fotovoltaici Revolution 6 Go Green 45-12 [39] con percentuale di ombreggiamento paria a circa il 25%. I risultati della simulazione mostrano in questo caso un comportamento differente in funzione del tipo di materiale di copertura utilizzato.

Utilizzando il film plastico, le differenze tra la serra classica e quella d’Arte risultano abbastanza simili a quelle ottenute per le serre senza moduli fotovoltaici, mentre, utilizzando come materiale di copertura il vetro, si riscontra una maggiore differenza tra i valori di temperatura calcolati all’interno della serra d’Arte rispetto a quelli riscontrati nella serra classica nel caso di assenza di moduli fotovoltaici.

In generale, la figura evidenzia per la Serra d’Arte una riduzione dei valori delle temperature massime ed un aumento dei valori delle temperature minime rispetto alla serra classica.

 

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Figura 33 – Variazione della temperatura operativa media mensile all’interno della serra classica e d’Arte fotovoltaica al variare del materiale di copertura.

 

Nella Figura 34, la Serra d’Arte non fotovoltaica e quella classica non fotovoltaica sono confrontate in termini di radiazione solare foto-sinteticamente attiva (PAR) media mensile. I risultati sottolineano una diversa disponibilità di radiazione PAR in funzione del tipo di materiale utilizzato per la copertura; i valori massimi si riscontrano nel caso in cui venga utilizzato il film plastico, a cui corrisponde un valore del coefficiente di trasmissione della radiazione visibile maggiore (91%), rispetto al caso in cui si utilizza il vetro (81%). Fissato il materiale di copertura, i risultati delle simulazioni mostrano che la quantità di PAR disponibile all’interno della Serra d’Arte ed all’interno di quella classica è pressoché la stessa.

 

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Figura 34 – Disponibilità di radiazione PAR media mensile all’interno della serra classica e d’Arte non fotovoltaica al variare del materiale di copertura.

 

La Figura 35 riporta i risultati ottenuti per la Serra d’Arte e quella classica sulle quali è stata ipotizzata la presenza di moduli fotovoltaici trasparenti Revolution 6 Go Green 45-12 [39] con percentuale di ombreggiamento pari a circa il 25%. I risultati mostrano una disponibilità di radiazione PAR leggermente inferiore per la Serra d’Arte rispetto a quella classica; tale differenza varia al variare del materiale di copertura e del periodo dell’anno considerato. Per coperture in film plastico, la differenza percentuale in termini di radiazione PAR (calcolata come rapporto tra la differenza della PAR disponibile nella Serra d’Arte ed in quella classica e la radiazione PAR disponibile nella serra classica) varia fra l’1%, nei mesi da novembre a gennaio, ed il 5%, nei mesi da maggio ad agosto; per coperture in vetro la differenza percentuale in termini di radiazione PAR varia fra l’1%, nei mesi da ottobre a gennaio, ed il 3%, nei mesi da aprile a settembre.

Analizzando i risultati delle simulazioni, si evince che la Serra d’Arte fotovoltaica con moduli fotovoltaici con percentuale di ombreggiamento pari a circa il 25% riesce a garantire valori di temperatura e quantità di radiazione PAR sufficienti a consentire la corretta crescita del garofano nel periodo di coltivazione definito precedentemente (da marzo a maggio per la semina e da aprile ad ottobre per la fioritura).

 

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Figura 35 – Disponibilità di radiazione PAR media mensile all’interno della serra classica e d’Arte fotovoltaica al variare del materiale di copertura.

 

4.2           L’influenza dei moduli fotovoltaici

Per valutare il modo in cui la presenza dei moduli fotovoltaici influenza i valori di temperatura e la quantità di radiazione PAR disponibile all’interno della serra, i dati ottenuti per la Serra d’Arte non fotovoltaica e quella fotovoltaica, con moduli con percentuale di ombreggiamento pari a circa il 25%, sono stati messi a confronto per i due materiali di copertura considerati.

La Figura 36 riporta i risultati ottenuti in termini di temperatura operativa media mensile. La figura mostra che quando viene utilizzato il film plastico come materiale di copertura, all’interno della serra non fotovoltaica e quella fotovoltaica si riscontrano valori di temperatura pressoché identici.

Considerando come materiale di copertura il vetro, invece, i risultati mostrano valori di temperatura differenti rispetto alla Serra d’Arte senza moduli fotovoltaici. Essi mostrano che la presenza di moduli fotovoltaici con percentuale di ombreggiamento peri a circa il 25% sulla copertura della Serra d’Arte comporta per le temperature massime una riduzione dei valori con una differenza media percentuale pari a circa il 5.7% rispetto a quelli calcolati per la stessa serra senza moduli fotovoltaici, per le temperature minime un incremento dei valori, con una differenza media percentuale è pari a circa il 25.2%.

 

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Figura 36 – Variazione della temperatura operativa media mensile all’interno della Serra d’Arte non fotovoltaica e la Serra d’Arte fotovoltaica al variare del materiale di copertura.

 

Nella Figura 37 sono riportati i risultati ottenuti in termini di radiazione PAR media mensile. Come si evince dalla figura, la radiazione PAR disponibile all’interno della Serra d’Arte fotovoltaica, con moduli caratterizzati da un valore della percentuale di ombreggiamento pari a circa il 25%, è sempre inferiore a quella disponibile all’interno della serra non fotovoltaica, differenza che varia al variare del materiale di copertura e del mese considerato. La differenza maggiore si riscontra per la serra coperta con film plastico, con differenze percentuali che variano tra circa il 5.0% per il mese di dicembre e circa l’11% per i mesi di luglio ed agosto.

 

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Figura 37 – Disponibilità di radiazione PAR media mensile all’interno della Serra d’Arte non fotovoltaica e la Serra d’Arte fotovoltaica al variare del materiale di copertura.

 

Benché le simulazioni condotte abbiano dimostrato che l’utilizzo di moduli fotovoltaici trasparenti con una percentuale di ombreggiamento pari al 25% garantiscano livelli di radiazioni PAR sufficientemente elevati da garantire la corretta crescita del garofano durante quasi tutto l’arco dell’anno, la potenza elettrica di picco dell’impianto fotovoltaico installabile per unità di superficie risulta molto bassa. Per ottenere una maggiore potenza elettrica installabile per unità di superficie, nelle simulazioni è stato considerato, quindi, anche un modulo fotovoltaico con percentuale di ombreggiamento pari a circa il 50%.

La Figura 38 mostra il confronto fra queste due tipologie di moduli fotovoltaici in termini di radiazione PAR.I risultati mostrano che la radiazione PAR disponibile si riduce all’aumentare della percentuale di ombreggiamento dei moduli fotovoltaici e che la riduzione maggiore si riscontra per la serra con copertura in vetro, per la quale le variazioni percentuali di PAR variano tra circa il 6.0% per i mesi di dicembre e gennaio e circa il 12% per i mesi di luglio ed agosto.

 

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Figura 38 – Disponibilità di radiazione PAR media mensile all’interno della Serra d’Arte fotovoltaica al variare della percentuale di ombreggiamento dei moduli fotovoltaici e del materiale di copertura.

 

4.3           Producibilità elettrica al variare dell’inclinazione e dell’orientamento dei moduli fotovoltaici

Per valutare correttamente la producibilità elettrica annuale ottenibile con le Serre d’Arte fotovoltaiche, è necessario considerare che se da un lato è opportuno orientare verso SUD i moduli fotovoltaici per massimizzare la loro producibilità elettrica annuale, dall’altro è necessario orientare le serre lungo una delle direzioni principali dell’appezzamento di terreno disponibile per massimizzare la superficie utile per la coltivazione.

A tal fine, sono state effettuate delle simulazioni per valutare la producibilità elettrica al variare dell’angolo di inclinazione e di orientamento dei moduli fotovoltaici.

Per rendere i risultati indipendenti dalla potenza di picco dell’impianto fotovoltaico considerato, i valori di energia elettrica annualmente prodotta calcolati per ciascuna configurazione delle serre sono stati adimensionalizzati rispetto alla superficie in pianta della Serra d’Arte fotovoltaica; la superficie in pianta, pari a circa 38.8 m2, è stata valutata come somma del suolo occupato dalla serra d’Arte fotovoltaica e dello spazio tra due schiere parallele di serre atto ad evitare l’ombreggiamento reciproco dei moduli fotovoltaici.

La Figura 39 mostra la producibilità elettrica annua ottenibile per unità di superficie, al variare dell’angolo di inclinazione e di orientamento, considerando i moduli fotovoltaici con percentuale di ombreggiamento pari a circa il 25%. La figura mostra che:

  • per valori dell’orientamento dei moduli compresi tra -40° e 60°, la maggiore producibilità elettrica si ottiene installando i moduli fotovoltaici con un’inclinazione pari a 20°;

per valori dell’orientamento compreso tra -90° e -40° e tra 60° e 90° la maggiore producibilità elettrica si ottiene installando i moduli fotovoltaici con un’inclinazione pari a 10°.

 

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Figura 39 – Producibilità elettrica annua per moduli con percentuale di ombreggiamento pari a circa il 25% al variare dell’inclinazione e dell’orientamento.

 

La Figura 40 mostra la producibilità elettrica annua per unita di superficie al variare dell’inclinazione e dell’orientamento ottenuta considerando i moduli fotovoltaici con percentuale di ombreggiamento pari a circa il 50%. La figura mostra un andamento simile a quello ricavato per i moduli fotovoltaici ombreggianti al 25%, sebbene con valori di producibilità pari a più del doppio rispetto a questi ultimi.

 

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Figura 40 – Producibilità elettrica annua per moduli con percentuale di ombreggiamento pari a circa il 50% al variare dell’inclinazione e dell’orientamento.

 

4.4           Analisi economica

Al fine di promuovere la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili, la legislazione italiana individua delle tariffe incentivanti per ogni kWh prodotto da fonte rinnovabile e prevede che il valore di tale incentivo sia funzione della potenza nominale di picco dell’impianto. La stessa normativa prevede un ulteriore incentivo per l’energia elettrica prodotta e consumata in sito.

Ma se da un lato la valutazione dell’energia elettrica annualmente producibile risulta facilmente stimabile, dall’altro la stima della quantità di energia consumata in sito risulta molto difficoltosa in quanto variabile da sito a sito in funzione della tipologia di attività, dalle condizioni climatiche esterne, dalle condizioni climatiche che si vogliono mantenere all’interne della serra e della concomitanza tra la produzione e la richiesta di energia elettrica.

L’analisi economica è stata condotta considerando il metodo del Simple Payback (SPB) che considera i costi di investimento iniziale e il conseguente flusso di cassa annuale. Tale metodo consente di stimare il così detto “Periodo di recupero” o “SPB” che rappresenta la quantità di tempo (in genere misurata in anni) necessaria per rientrare dell’investimento iniziale. Nell’ipotesi di un flusso di cassa costante, il valore del SPB può essere calcolato per mezzo della relazione:

 

Eq1

 

Secondo quanto detto in precedenza, il guadagno annuale conseguibile dalla gestione di un impianto fotovoltaico è influenzato dalla percentuale di energia prodotta che viene autoconsumata in sito. Per comprendere come questo fattore influenzi il valore del SPB, quest’ultimo è stato calcolato per differenti scenari di gestione, ognuno dei quali caratterizzato da differenti percentuali di energia autoconsumata. In presenza di autoconsumo, i ricavi annuali sono stati calcolati come somma dell’incentivo per l’energia prodotta, dell’incentivo per l’energia autoconsumata ed del guadagno dovuto al mancato acquisto di energia elettrica dalla rete elettrica nazionale.

Riguardo ai costi di realizzazione delle serre fotovoltaiche, al fine di condurre un’accurata analisi economica, i costi dei vari componenti sono stati desunti, quando possibile, dai preventivi forniti dai vari costruttori. Per tutti gli altri componenti, i costi sono stati desunti dal prezziario delle opere pubbliche della Regione Campania [43].

Nella Tabella 19 sono riportati i costi per unità di area in pianta presi a riferimento per l’analisi economica.

Il costo della Serra d’Arte è stato stimato considerando dapprima la sua struttura come una struttura standard e quindi calcolandone il costo dai materiali necessari a partire dai costi unitari riportati nel preziario della regione Campania, e successivamente incrementando il prezzo così calcolato del 20% per tenere in conto del maggior costo di manodopera necessaria per realizzare la complessa struttura della Serra d’Arte.

 

Tabella 19 – Costi unitari considerati per l’analisi economica.

Voce di costo

Costo unitario

Costo impianto FV con moduli con percentuale di ombreggiamento pari al 25% per unità di area in pianta di Serra d’Arte (€/m2)

121.9

Costo impianto FV con moduli con percentuale di ombreggiamento pari al 50% per unità di area in pianta di Serra d’Arte (€/m2)

209.4

Costo di acquisto/installazione della Serra d’Arte per unità di area in pianta (€/m2)

60.0

Costo di acquisto/installazione della Serra classica per unità di area in pianta (€/m2)

50.0

Costo di acquisto medio unitario kWh elettrico (€/kWh)

0.18

 

Nella Figura 41 è rappresentato l’andamento del valore del SPB considerando moduli fotovoltaici con percentuali di ombreggiamento pari a circa il 25% ed a circa il 50%, al variare dell’angolo di inclinazione e della percentuale di energia elettrica autoconsumata.

 

La figura sottolinea che:

  • fissato il tipo di modulo, il valore del SPB risulta indipendente dal valore dell’angolo di inclinazione dei moduli fotovoltaici;
  • fissata la percentuale di energia elettrica autoconsumata, il valore del SPB diminuisce sensibilmente all’aumentare dalla percentuale di ombreggiamento del modulo fotovoltaico, e quindi della sua potenza nominale. Passando dal modulo fotovoltaico da 45 W a quello da 100 W la diminuzione del valore di SPB varia tra circa 11 anni, con una percentuale autoconsumo pari a 0%, e circa 4 anni, con una percentuale di autoconsumo pari al 100%;

il valore del SPB diminuisce all’aumentare della percentuale di energia autoconsumata.

 

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Figura 41 – Simple Payback per differenti inclinazioni e percentuali di ombreggiamento dei moduli fotovoltaici al variare della percentuale di anergia elettrica autoconsumata rispetto a quella prodotta.

 

Le Figura 42 e 43 riportano l’andamento dei valori del SPB al variare della percentuale di energia elettrica autoconsumata e della potenza nominale dell’intero impianto fotovoltaico (e quindi della tariffa incentivante ad esso spettante), considerando la presenza di moduli fotovoltaici con percentuale di ombreggiamento pari a circa il 25% nel primo caso ed a circa il 50% nel secondo caso. Le figure, anche se con valori assoluti differenti, mostrano andamenti simili ed, in particolare, i risultati sottolineano che la differenza tra i valori del SPB al variare della tariffa incentivante considerata si attenua all’aumentare della percentuale di energia autoconsumata. Infatti, dai risultati della Figura 42 si nota che il valore della differenza tra i valori massimi del SPB (calcolati per impianti con potenze elettriche comprese tra 1 kW e 3 kW) ed i valori minimi del SPB (calcolati per impianti con potenze elettriche superiori a 5000 kW) variano tra circa 18.5 anni per una percentuale di autoconsumo pari allo 0% a circa 3.7 anni quando la percentuale di autoconsumo giunge al 100%. La ragione di tale comportamento la si può trovare nel fatto che l’energia elettrica acquistata dalla rete nazionale ha un costo pari a 180 €/MWh, cifra maggiore di circa il 60% rispetto alla tariffa incentivante più alta, spettante agli impianti con potenza nominale compresa tra 1 kW e 3 kW (pari a 111 €/MWh); maggiore è l’autoconsumo minore è il peso che la remunerazione legata alle tariffe incentivanti ha sul ricavo annuale complessivo.

 

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Figura 42 – Simple Payback al variare della percentuale di anergia elettrica autoconsumata e della tariffa incentivante spettante all’impianto fotovoltaico per moduli fotovoltaici con percentuale di ombreggiamento pari a circa il 25%.

 

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Figura 43 – Simple Payback al variare della percentuale di energia elettrica autoconsumata e della tariffa incentivante spettante all’impianto fotovoltaico per moduli fotovoltaici con percentuale di ombreggiamento pari a circa il 50%.

 

4.5           Curve di producibilità della Serra d’Arte

Al fine di consentire una facile stima della producibilità elettrica annuale e del conseguente guadagno economico conseguibile dall’installazione della Serra d’Arte, tutte le informazioni tecnico-economiche sono state sintetizzate in curve di producibilità della Serra d’Arte.

Fissata la tipologia del modulo fotovoltaico e le modalità di gestione economica dell’energia elettrica prodotta, è possibile ottenere delle curve che forniscono una stima dell’energia elettrica annualmente producibile e dei relativi guadagni conseguibili al variare dell’angolo di inclinazione ed orientamento dei moduli fotovoltaici e della superficie totale occupata dall’installazione della Serra d’Arte.

Nella Figura 44 sono ripotate le curve di producibilità della Serra d’Arte considerando che (1) su di essa siano installati i moduli fotovoltaici trasparenti Revolution 6 Go Green 45-12 [39] con percentuale di ombreggiamento pari a circa il 25%, (2) l’impianto abbia accesso alle tariffe incentivanti e (3) l’energia prodotta non sia autoconsumata in sito. I range di superficie riportati nel grafico del guadagno, sono rappresentativi dei sei intervalli di potenza per i quali il V Conto Energia definisce le diverse tariffe incentivanti. Gli estremi di ogni range non sono altro che la somma delle superfici proiettate a terra di numeri interi di moduli base di Serra d’Arte ai quali corrispondono (definita la potenza nominale dei moduli fotovoltaici installati) le potenze elettriche per le quali sono definite le tariffe incentivanti. Quindi, variando la potenza nominale dei moduli installati, varieranno anche i range di superficie.

Ipotizzando di voler realizzare un impianto fotovoltaico con la Serra d’Arte su un terreno agricolo con superficie pari a 1000 m2, un’inclinazione dei moduli di 30° ed orientamento dei moduli pari a -20°, entrando nel diagramma di Figura 44 si ricava per esso un valore di producibilità elettrica annua pari a circa 25.5 kWh/m2/anno ed un guadagno pari a circa 2.73 €/m2/anno. Moltiplicando i valori letti per la superficie totale dell’appezzamento di terreno si ricava una produzione elettrica pari a circa 25,500 kWh/anno ed un guadagno pari a circa 2,730 €/anno.

 

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Figura 44 Curve di producibilità della Serra d’Arte al variare dell’orientamento e dell’inclinazione di moduli fotovoltaici con percentuale di ombreggiamento pari al 25%.

 

In maniera analoga, la Figura 45 mostra le curve di producibilità della Serra d’Arte nelle stesse condizioni del caso precedente, ma considerando che su di essa siano installati i moduli fotovoltaici trasparenti Revolution 6 Go Green 100-24 [39] con percentuale di ombreggiamento pari a circa il 50%.

 

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Figura 45 Curve di producibilità della Serra d’Arte al variare dell’orientamento e dell’inclinazione di moduli fotovoltaici con percentuale di ombreggiamento pari al 50%.

 

4.6           Esempio applicativo su piattaforma GIS

Una possibile applicazione del lavoro svolto riguarda l’utilizzo del sistema GIS (Geographic Information System).

Un sistema GIS è un sistema informativo computerizzato che permette l’acquisizione, la registrazione, l’analisi, la visualizzazione e la restituzione di informazioni derivanti da dati geografici (geo-riferiti). Si tratta di un sistema informatico in grado di produrre, gestire e analizzare dati spaziali e di associare, quindi, a ciascun elemento geografico una o più descrizioni alfanumeriche.

Nel caso di Pompei, attraverso questo sistema è possibile realizzare un’interfaccia web attraverso la quale l’utente potrà visualizzare tutte le aree in cui sono presenti delle serre, selezionarne una ed ottenere informazioni relative a quella determinata area, come la superficie e l’orientamento (Figura 46a e 46b). Successivamente, l’utente, al fine di valutare gli effetti della sostituzione di una serra convenzionale con la Serra d’Arte fotovoltaica, inserendo ulteriori dati come l’inclinazione delle falde, l’orientamento della serra (nel caso lo si prevedesse diverso rispetto a quello del terreno) e la potenza e l’efficienza dei moduli fotovoltaici, potrà calcolare il numero di moduli base di Serra d’Arte installabili, la potenza massima installabile, l’energia elettrica annualmente prodotta ed i guadagni derivanti da quest’ultima, come mostrato in Figura 47.

 

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Figura 46 a) Inquadramento dell’area di interesse all’interno del territorio di Pompei; b) Selezione di un’area ed inserimento dei dati di partenza.

 

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Figura 47 Risultati del calcolo.

 

4.7           L’inserimento nel paesaggio di Pompei

Pompei rappresenta senza dubbio un patrimonio dal valore culturale immenso ed assolutamente unico al mondo ed in quanto tale merita di essere valorizzato attraverso soluzioni architettoniche che non si limitino ad una mera persecuzione della funzionalità, ma che a questa affianchino anche un lavoro di ricerca finalizzato alla realizzazione di manufatti che siano in sintonia sia dal punto di vista formale che ideologico col suo paesaggio e che si integrino al suo interno in maniera degna e rispettosa della storia millenaria di questo luogo.

Al fine di dare una descrizione di quello che può essere l’impatto visivo della Serra d’Arte nel territorio di Pompei, sono state realizzate delle immagini in cui la Serra d’Arte viene contestualizzata all’interno del paesaggio proprio del comune campano.

Nelle Figura 48 e 49 vengono mostrate rispettivamente delle viste a volo d’uccello e delle viste ravvicinate dell’area presa ad esempio con la presenza delle serre convenzionali e della stessa area con l’installazione della Serra d’Arte, al fine di mettere a confronto l’impatto visivo che le due strutture creano all’interno del paesaggio circostante.

 

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Figura 48 a) Vista a volo d’uccello dell’area selezionata con la presenza di serre convenzionali; b) Vista a volo d’uccello dell’area selezionata con la presenza della Serra d’Arte.

 

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Figura 49 a) Vista ravvicinata dell’area selezionata con la presenza di serre convenzionali; b) Vista ravvicinata dell’area selezionata con la presenza della Serra d’Arte.

 

Le immagini evidenziano come la Serra d’Arte dia l’impressione di una presenza molto meno invasiva sia dal punto di vista geometrico-spaziale sia dal punto di vista cromatico.

I render mostrati in Figura 50 mostrano come la particolare forma della struttura, la presenza delle celle fotovoltaiche, che sembrano sospese nel vuoto, ed i giochi d’ombra che queste creano, fanno sì che la Serra d’Arte trasmetta una sensazione di grande leggerezza e di snellezza, fino a farla sembrare non qualcosa che “occupa” il suolo, ma qualcosa che con esso sembra piuttosto dialogare, come del resto spesso accade per quei manufatti realizzati dall’uomo in cui la ricerca della forma ha svolto un ruolo principale.

 

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Figura 50 Render della Serra d’Arte contestualizzata nel territorio di Pompei: a) e b) Viste dell’interno; c) Particolare della falda con moduli fotovoltaici.

 

5.            Stazione sperimentale per la valutazione delle prestazioni energetiche di singoli componenti e del sistema serra

 

Come è possibile desumere dai risultati delle varie simulazioni condotte, la Serra d’Arte fotovoltaica risulta idonea alla coltivazione del garofano anche nel caso in cui vangano utilizzati moduli fotovoltaici con percentuale di ombreggiamento pari a circa il 50%. Il passo successivo, consiste nella verifica sperimentale dei dati ottenuti dalle simulazioni. A tal fine, è stato ideato un dimostratore da installare presso il Dipartimento di Architettura e Disegno Industriale della Seconda Università di Napoli al fine di verificare sperimentalmente le funzionalità e le prestazioni energetiche dei singoli componenti e dell’intera Serra d’Arte fotovoltaica.

Il sistema di movimentazione sarà costituito da due strutture circolari collegate tramite ruote che ne consentiranno la reciproca rotazione completa attorno ad un asse. La struttura inferiore avrà la funzione di assicurare l’ancoraggio al suolo di tutto il sistema, mentre la parte superiore (piatto rotante) avrà la funzione di consentire l’ancoraggio della struttura da testare al sistema di movimentazione. In funzione del modo in cui sarà realizzata la parte inferiore, piattaforma di cemento armato oppure struttura metallica da fissare al suolo, essa potrà essere fissa o mobile per poter essere installata in differenti località.

Al di sopra del piatto rotante, sarà presente una struttura rettangolare estensibile che, ampliando l’area utile, consentirà l’installazione contemporanea di due moduli di serra affiancati, ciascuno della dimensione in pianta pari a 4.40 x 5.40 m. Disporre contemporaneamente di due moduli, consentirà di confrontare direttamente due soluzioni progettuali o due materiali di copertura differenti nelle stesse condizioni al contorno.

Le Figura 51 mostrano lo schema del sistema di movimentazione con indicazione della struttura inferiore, del piatto rotante e della struttura rettangolare estensibile.

 

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Figura 51 – a) Struttura di movimentazione chiusa; 2) Struttura di movimentazione estesa.

 

La Serra d’Arte utilizzata per la stazione sperimentale presenterà degli accorgimenti tecnici che renderanno possibile variare l’inclinazione della falda destinata ad ospitare i moduli fotovoltaici. Oltre a ciò, sulla stessa falda sarà possibile installare dei supporti trasversali aggiuntivi che renderanno possibile l’installazione di moduli fotovoltaici con larghezze differenti. Per consentire le valutazioni delle prestazioni energetiche di differenti materiali di copertura, tutte le chiusure saranno realizzate in modo da permetterne la sostituzione.

La Figura 52 mostra i particolari costruttivi del sistema per la variazione dell’angolo di inclinazione della falda e del sistema per il posizionamento dei differenti materiali di copertura.

 

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Figura 52 – Schizzo schematico dei sistemi per la variazione dell’inclinazione della falda e per la sostituzione dei materiali di copertura.

 

Per una completa caratterizzazione dei componenti in prova, la stazione sperimentale sarà equipaggiata con sensori di misura atti ad acquisire diverse grandezze fisiche all’esterno ed all’interno di ciascuno dei due moduli di serra. Partendo dalla conoscenza delle condizioni climatiche all’esterno e dei valori di temperatura e radiazione solare all’interno dei moduli, sarà possibile valutare sia il comportamento della serra nel suo insieme, che il comportamento di singoli componenti.

Al fine di caratterizzare completamente le condizioni climatiche esterne, sarà predisposta una centralina climatica composta da:

  • sonde di temperatura;
  • sonde di umidità;
  • sonda di precipitazioni;
  • sonde di radiazione solare globale (2 piranometri a termopila – posizionati sulla copertura in posizione verticale e parallela ai moduli fotovoltaici);
  • sonda radiometrica per la misura del flusso di fotoni nel campo della fotosintesi della clorofilla PAR (posto sulla copertura della serra);
  • sonde di velocità e direzione del vento.

 

I risultati dell’attività di ricerca hanno evidenziato che per una corretta ed uniforme crescita delle colture, i parametri fondamentali da controllare all’interno della serra sono la temperatura e la quantità e l’uniformità della radiazione PAR disponibile all’interno della serra. Per controllare tali parametri (e le altre grandezze fisiche comunque interessate nel processo di sviluppo delle colture), ciascun modulo di Serra d’Arte sarà equipaggiato con:

  • sonde di temperatura (6 termocoppie distribuite uniformemente all’interno della serra);
  • sonda radiometrica per la misura del flusso di fotoni nel campo della fotosintesi della clorofilla PAR (6 sonde distribuite uniformemente all’interno della serra);
  • sonde di radiazione solare globale (6 sonde distribuite uniformemente all’interno della serra);
  • sonda di temperatura ed umidità relativa (posta al centro della serra);
  • sonda di velocità del vento (posta in prossimità delle aperture);
  • wattmetro (per la misura della corrente prodotta dai moduli fotovoltaici).

 

Nella Figura 53 è riportata la rappresentazione schematica della disposizione dei sensori per la misura delle condizioni climatiche esterne, mentre nella Figura 54 è riportato lo schema di disposizione dei sensori per la misura delle condizioni climatiche all’interno della serra.

 

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Figura 53 – Schizzo schematico della disposizione dei sensori di misura esterni.

 

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Figura 54 – Schizzo schematico della disposizione dei sensori di misura interni.

 

I valori di tutte le grandezze saranno registrati su datalogger locali e trasmessi alla stazione di analisi del laboratorio.

Se da un lato la stazione sperimentale consentirà di caratterizzare e confrontare sperimentalmente le caratteristiche termofisiche di differenti materiali e di valutare le prestazioni di varie soluzioni progettuali al variare delle condizioni operative, dall’altro essa potrà essere utilizzata sia come strumento di sensibilizzazione verso le tematiche ambientali e del risparmio energetico, che come dimostratore del funzionamento di materiali e componenti innovativi. A tal fine, oltre al sistema di registrazione di tutte le grandezze fisiche controllate, la stazione sperimentale sarà dotata di un pannello LCD sul quale saranno visualizzati i valori istantanei assunti dalle seguenti principali grandezze fisiche:

  • potenza elettrica;
  • energia elettrica;
  • emissioni di CO2 equivalenti evitate.

 

La Figura 55 mostra una vista globale della stazione sperimentale equipaggiata con gli strumenti di acquisizione delle grandezze fisiche esterne ed interne ed il display per la visualizzazione dei valori istantanei di funzionamento dell’impianto fotovoltaico.

 

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Figura 55 – Vista globale della stazione sperimentale.

 

Come descritto precedentemente, la stazione sperimentale consentirà la sperimentazione su differenti tipologie di moduli fotovoltaici. Per tener conto di eventuali sfasamenti tra produzione e richiesta elettrica, nonché dei vincoli sulla qualità dell’energia elettrica che è necessario rispettare perché essa possa essere immessa sulla rete elettrica nazionale, la stazione sperimentale sarà dotata di un sistema di accumulo della energia elettrica.

Per il consumo dell’energia elettrica prodotta od accumulata, sarà predisposto un sistema di apparecchi di illuminazione che potrà essere utilizzato come sorgente luminosa ausiliaria per le colture all’interno della serra.

Infine, per consentire la realizzazione di prove sperimentali per la valutazione degli effetti che le varie soluzioni progettuali e i differenti componenti avranno su differenti colture, la stazione sperimentale sarà dotata anche di un impianto di irrigazione.

Il render di Figura 56 mostra la vista ravvicinata della stazione sperimentale installata presso il Dipartimento di Architettura e Disegno Industriale della Seconda Università di Napoli.

 

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Figura 56 – Vista ravvicinata del dimostratore installato presso il Dipartimento di Architettura e Disegno Industriale della Seconda Università di Napoli.

 

 

Conclusioni

L’attività di ricerca ha avuto come obiettivo principale quello di effettuare una valutazione delle prestazioni energetiche di una Serra d’Arte fotovoltaica pensata per l’area di Pompei tramite il software di simulazione Ecotect.

L’attività è partita con un’analisi merceologica, dei vincoli e dei best cases per definire lo stato dell’arte delle serre fotovoltaiche. Sono stati definiti i vincoli che è necessario rispettare affinché una serra fotovoltaica possa accedere alle incentivazioni per la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili ed affinché la presenza dei moduli fotovoltaici non vada a compromettere la corretta crescita delle colture sottostanti. Successivamente, l’analisi si è focalizzata sull’area di Pompei per definire le colture maggiormente diffuse sul territorio.

A valle dell’analisi condotta nella prima fase dell’attività di ricerca, sono state definite le caratteristiche di una serra definita “classica”, da utilizzare come sistema di riferimento per la valutazione delle prestazioni energetiche della Serra d’Arte, serra dalle forme innovative, e la verifica del suo potenziale utilizzo per la coltivazione dei garofani.

A tal fine, nel programma di simulazione Ecotect® Analysis sono stati creati dei modelli virtuali di entrambe le tipologie di serra. Con essi sono state effettuate delle simulazioni che hanno permesso di valutare gli andamenti delle temperature e dei livelli di radiazione foto-sinteticamente attiva (PAR) disponibili al loro interno considerando due diversi materiali di copertura (vetro e film plastico), la presenza o meno di moduli fotovoltaici installati su una delle falde di copertura e moduli fotovoltaici con due differenti valori della percentuale di ombreggiamento.

Utilizzando lo stesso software è stata valutata la producibilità elettrica annua al variare dell’orientamento e dell’inclinazione dei moduli fotovoltaici e della loro percentuale di ombreggiamento.

Sulla base dei risultati di producibilità ottenuti, e delle tariffe incentivanti previste per la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili, utilizzando il metodo del Simple Payback è stata effettuata un’analisi economica per valutare il periodo di ritorno dell’investimento legato all’installazione della Serra d’Arte fotovoltaica.

Successivamente, I risultati delle simulazioni sono stati utilizzati per ipotizzare un’interfaccia web GIS con la quale fornire ai produttori agricoli una stima dei guadagni che è possibile ottenere con la sostituzione delle proprie serre con la Serra d’Arte.

Infine, sono state fornite le indicazioni per la realizzazione di una stazione sperimentale che funga da dimostratore da installare presso il Dipartimento di Architettura e Disegno Industriale della Seconda Università di Napoli al fine di verificare sperimentalmente le funzionalità e le prestazioni energetiche dei singoli componenti e dell’intera Serra d’Arte fotovoltaica..

I risultati delle simulazioni condotte per valutare la distribuzione dei valori di temperatura e dei valori di radiazione PAR all’interno delle varie configurazioni di Serra d’Arte e serra classica hanno evidenziato che:

  • a parità di materiale di copertura, i valori di temperatura all’interno della serra classica non FV e della Serra d’Arte non FV risultano simili, con differenze leggermente maggiori registrate nel caso di copertura in vetro;
  • la presenza di moduli fotovoltaici con percentuale di ombreggiamento pari a circa il 25% modifica la distribuzione dei valori di temperatura all’interno della Serra d’Arte fotovoltaica rispetto a quella classica fotovoltaica, e che tale variazione risulta più accentuata per le temperature massime nel caso in cui si utilizzi il vetro come materiale di copertura, con una differenza media pari a circa 1.5 °C;
  • in generale, la presenza dei moduli fotovoltaici provoca un abbassamento delle temperature massime ed un innalzamento delle temperature minime. Le variazioni maggiori sono state riscontrate per la Serra d’Arte con copertura in vetro, con una differenza media pari a circa 2.0 °C e circa 0.8 °C, rispettivamente, per le temperature massime e minime;
  • in assenza dei moduli fotovoltaici, la serra classica e la Serra d’Arte presentano la stessa disponibilità di radiazione PAR;
  • l’utilizzo del film plastico come materiale di copertura consente di ottenere una maggiore disponibilità di radiazione PAR all’interno di entrambi i modelli di serra, grazie al valore maggiore del coefficiente di trasmissione della radiazione visibile (91%) rispetto a quello del vetro (81%);
  • in presenza di moduli fotovoltaici con percentuale di ombreggiamento pari a circa il 25%, vi è una disponibilità di radiazione PAR leggermente inferiore per la Serra d’Arte rispetto a quella classica. Tale differenza varia al variare del materiale di copertura e del periodo dell’anno considerato e risulta maggiore nel caso di copertura in film plastico con differenze percentuali variabili tra 1% ed il 5%.

 

I risultati ottenuti evidenziano differenze massime, tra la Serra d’Arte fotovoltaica con moduli fotovoltaici con percentuale di ombreggiamento pari al 25% e la serra classica non fotovoltaica, in termini di temperatura pari a circa 4.9 °C e circa 1.7 °C, rispettivamente, per i valori di temperatura massimi e minimi ed in termini di radiazione PAR pari a circa l’11 %. Confrontando tali variazioni con i valori ottimali per la crescita del garofano, si può dedurre che la Serra d’Arte fotovoltaica, con moduli fotovoltaici con percentuale di ombreggiamento pari al 25%, risulta idonea alla corretta crescita del garofano nel periodo di riferimento considerato (tra marzo ed ottobre).

L’utilizzo di moduli fotovoltaici con percentuale di ombreggiamento pari a circa il 50% piuttosto che pari a circa il 25%, provoca una diminuzione dei livelli di radiazione PAR all’interno della Serra d’Arte che varia al variare del materiale di copertura e del periodo dell’anno considerato; le differenze maggiori di riscontrano nel caso di copertura in vetro con riduzioni che variano tra circa il 6% e circa il 12%.

Installando moduli fotovoltaici con percentuale di ombreggiamento pari al 50%, a fronte di un consistente incremento nella produzione annua di energia elettrica, si riscontra un’ulteriore variazione delle condizioni microclimatiche interne alla Serra d’Arte fotovoltaica, specialmente in termini di radiazione PAR. Tuttavia tali variazioni consentono ancora una corretta crescita dei garofani nel periodo di riferimento considerato.

In relazione alla producibilità elettrica, le simulazioni hanno mostrato che:

  • la producibilità elettrica è fortemente influenzata dall’angolo di orientamento ed di inclinazione dei moduli fotovoltaici;
  • la massima produzione di energia elettrica si ottiene con orientamenti compresi tra 0° (SUD) e 30° (SUD-SUD-EST) ed un’inclinazione delle falde pari a 20°;
  • utilizzando moduli fotovoltaici con percentuale di ombreggiamento pari a circa il 50%, si ottiene una produzione di energia elettrica superiore al doppio rispetto al caso in cui vengono utilizzati moduli con percentuale di ombreggiamento pari al 25%.

 

Dal punto di vista economico, i risultati hanno sottolineato che il tempo di ritorno dell’investimento è fortemente influenzato dalla potenza elettrica del modulo fotovoltaico, dalla tariffa incentivante, dal costo del kWh elettrico acquistato dalla rete elettrica nazionale e dall’energia elettrica autoconsumata in sito rispetto a quella prodotta. Infatti:

  • al crescere della potenza elettrica dei moduli fotovoltaici i valori del SPB diminuiscono, passando da circa 46 anni a circa 34 anni, rispettivamente, per moduli con potenza nominale pari a 45 W e 100 W, nel caso in cui l’energia elettrica prodotta non sia autoconsumata;
  • all’aumentare della percentuale di energia autoconsumata i valori del SPB diminuiscono, passando da circa 34 anni a circa 11 anni, rispettivamente, per percentuale di energia elettrica autoconsumata pari a 0% e 100%, per moduli con potenza nominale pari a 100 W;
  • all’aumentare della percentuale di energia autoconsumata il valori del SPB diventano sempre più indipendenti dalla valore della tariffa incentivante prevista per l’impianto fotovoltaico.

Anche dal punto di vista estetico, infine, i render di contestualizzazione hanno evidenziato che le Serre d’Arte fotovoltaiche rappresentano, rispetto ad una serra convenzionale, una soluzione caratterizzata da una maggiore integrabilità nel paesaggio di Pompei.

I risultati ottenuti hanno consentito non solo di valutare le prestazioni energetiche di una Serra d’Arte fotovoltaica rispetto alle serre classiche disponibili in commercio, ma ha anche fornito indicazioni su come massimizzare tali prestazioni. I dati ottenuti hanno evidenziato l’opportunità di usare il film plastico come materiale di copertura con moduli fotovoltaici con percentuale di ombreggiamento del 50%. Le simulazioni hanno, inoltre, fornito indicazioni sul valore ottimale dell’angolo di inclinazione e di orientamento dei moduli; per entrambe le tipologie di moduli fotovoltaici analizzati, la massima producibilità elettrica annua si ottiene con inclinazione pari a 20° ed orientamento pari a 20°.

L’analisi, infine, ha evidenziato l’importanza fondamentale di garantire una rilevante percentuale di energia autoconsumata al fine di garantire periodi di ritorno compatibili con l’investimento.

Da tutto ciò è possibile affermare che le Serre d’Arte fotovoltaiche, attraverso una buona progettazione, possono rappresentare effettivamente una soluzione non solo praticabile, ma che mostra potenzialità di sviluppo molto interessanti sia dal punto di vista ambientale che economico.

 

Riferimenti bibliografici

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[13] Fonte: elaborazione ENEA UTEE da differenti fonti bibliografiche (RAEE 2013)

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[16] Fonti: www.energmagazine.it; www.impiantisolarinews.it; www.sma-italia.com

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[30] Fonti: www.pv-magazine.com; www.businesswire.com

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[32] Fonti: http://www.giardinaggio.it/giardino/piante/garofani.asp

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[35] http://www.autodesk.com/education/free-software/all

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[37] http://www.vanlooveren.be/it/tipi-di-vetro-hortiplus-n

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[40] http://apps1.eere.energy.gov/buildings/energyplus/cfm/weather_data3.cfm/region=6_europe_wmo_region_6/country=ITA/cname=Italy

[41] http://www.egc.com/useful_info_lighting.php

[42] Norma CEI 82-25 “Guida alla realizzazione di sistemi di generazione fotovoltaica collegati alle reti elettriche di Media e Bassa Tensione”

[43] http://www.lavoripubblici.regione.campania.it/joomla/index.php?option=com_content&view=category&layout=blog&id=43&Itemid=80

 

 

Allegati

Allegato 2.1 – Azimut – AZM486 PM-T

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Allegato 2.2 – BISOL – Serie Lumina policristallini

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Allegato 2.3 – BISOL – Serie Lumina monocristallini

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Allegato 2.4 – Brandoni – Vetro/Vetro

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Allegato2.4_2

 

Allegato 2.5 – Brandoni – Backsheet trasparente

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Allegato2.5_2

 

Allegato 2.6 – Ferrania Solis – Clear AP 30

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Allegato2.6_2

 

Allegato 2.7 – Primitech – GETWATT see-through NLS

Allegato2.7_1

Allegato2.7_2

 

 

Allegato 2.8 – SUN technology – Revolution 6 Go green 45-12

Allegato2.8_1

 

Allegato 2.9 – SUN technology – Revolution 6 Go green 100-24

Allegato2.9_1

 

Allegato 2.10 – V-Energy – Serie 100-200 VE136PVTT

Allegato2.10_1

Allegato2.10_2

 

Allegato 3.1 – Van Looveren – Vetro Hortiplus N

Allegato3.1_1

 

Allegato 3.2 – Pardini – Film plastico TRE CHIARO

Allegato3.2_1

 

 

Definizione, sviluppo e validazione di una metodologia per la classificazione delle prestazioni energetiche degli edifici dell’area di Pompei.

Titolo dell’incarico: Attività di analisi energetica del patrimonio storico urbano e dei consumi energetici connessi ai flussi turistici

Contrattista: Ph.D. Ing. Michelangelo Scorpio

Tutor: Prof. Ing. Sergio Sibilio

Prof. Ing. Antonio Rosato

 

1.     INTRODUZIONE

La conoscenza dei reali fabbisogni energetici di un edificio e delle sue caratteristiche termofisiche rappresenta il punto di partenza per una consapevole programmazione dei possibili interventi di miglioramento in termini di efficienza energetica. Infatti essa consente di avere una visione chiara sugli aspetti critici che comportano un maggiore dispendio energetico e di quantificare i potenziali benefici conseguibili dall’adozione di diverse misure di risparmio energetico.

Passando alla scala urbana, si può notare come, anche in questo caso, la conoscenza delle caratteristiche termiche e di utilizzo del singolo edificio rappresenti un’informazione fondamentale per definire il loro fabbisogno energetico e per una loro classificazione in termini di prestazioni termiche invernali ed estive. Sulla base di tali classificazioni è quindi possibile ottenere delle Mappe Energetiche Urbane, che sono riassuntive del fabbisogno di energia primaria e rappresentano un utile strumento per mettere a punto opportuni piani di risparmio energetico e di gestione delle risorse non più a livello di singolo edificio, bensì a livello urbano, nell’ottica di uno sviluppo sostenibile [1].

A tale scopo, l’attività di ricerca si è prefissa l’obiettivo di applicare e validare una metodologia semplificata per la classificazione delle prestazioni energetiche degli edifici. In questa prima fase, la metodologia sarà applicata ad un singolo edificio al fine di poterne valutare i vantaggi e gli svantaggi. Una volta validata la metodologia, essa potrà essere estesa ad un numero maggiore di edifici per avere una visione a scala urbana dei fabbisogni energetici associati a ciascun edificio.

L’edilizia rappresenta un settore di primaria importanza nell’ambito delle strategie energetiche europee e nazionali; basti pensare che, l’energia impiegata nel settore residenziale e terziario, rappresenta oltre il 40 % del consumo finale di energia della Comunità.

Data l’importanza del consumo energetico connesso agli edifici, sia a livello nazionale che europeo, sono stati fatti molti sforzi per definire leggi e linee guida per garantire il corretto utilizzo dell’energia [2-13].

 

2.     CASO STUDIO

L’edificio oggetto di studio è Palazzo De Fusco, situato nella piazza Bartolo Longo nel cuore del Comune di Pompei. La destinazione d’uso di questo edificio è legata alla sede municipale del Comune, infatti esclusi pochi locali situati al piano terra (tra i quali un ufficio postale ed un’agenzia di credito) l’intero edificio è adibito ad accogliere i vari uffici che costituiscono la casa municipale.

Nella Figura 1 è riportato l’inquadramento territoriale con individuazione di Palazzo De Fusco.

 

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Figura 1: Inquadramento territoriale di Palazzo De Fusco.

 

La Figura 2 mostra la facciata principale di Palazzo de Fusco, che ospita il Municipio del comune di Pompei, e rappresenta l’edificio scelto per l’applicazione della metodologia individuata.

 

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Figura 2: Palazzo De Fusco sede del Municipio di Pompei.

 

La metodologia individuata, attraverso sopralluoghi e misure sperimentali in loco consente di avere una fotografia dello stato di fatto. Le attività di reperimento delle informazioni, si articolano in diverse fasi:

  1. caratterizzazione geometrica dell’edificio;
  2. caratterizzazione termofisica dell’involucro edilizio;
  3. determinazione sperimentale della trasmittanza termica delle pareti opache;
  4. caratterizzazione delle macchine per la climatizzazione, degli apparecchi di illuminazione, delle apparecchiature elettriche e dei profili di occupazione;
  5. redazione di schede riassuntive.

 

2.1 Caratterizzazione geometrica dell’edificio

In questa fase, sono raccolte tutte le informazioni utili a caratterizzare l’edificio dal punto di vista geometrico, come:

  • piante e sezioni dell’edificio;
  • destinazione d’uso degli ambienti;
  • numero di piani;
  • superficie ed altezza degli ambienti;
  • esposizione dell’edificio e dei singoli ambienti.

 

L’edificio si sviluppa su un piano interrato, tre piani fuori terra e un sottotetto riscaldato. Di questi solo il piano interrato è privo di impianto di riscaldamento. In particolare i locali sono così distribuiti:

 

  • piano cantinato (superficie utile 470 m2), dove vi sono locali inutilizzati;
  • piano terra (superficie utile 310 m2), dove vi sono locali adibiti a deposito/archivi, la segreteria, l’ufficio di accettazione del Comune e locali non al servizio del Comune;
  • piano primo (superficie utile 800 m2), dove vi sono uffici, locali di rappresentanza, sala consiliare e sala giunta;
  • piano secondo (superficie utile 480 m2), dove vi sono uffici;
  • piano terzo (superficie utile 480 m2), dove sono ubicati ulteriori uffici.

 

Sono state inoltre ricostruite le piante di tutti i piani riscaldati dell’edificio. Nelle Figure 3, 4, 5 e 6 sono riportate le piante di tutti i piani riscaldati nelle quali sono stati identificati gli ambienti oggetto di studio nell’ambito dell’attività di ricerca svolta.

 

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Figura 3: Pianta Piano Terra con identificazione dei locali analizzati durante l’attività di ricerca.

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Figura 4: Pianta Piano Primo con identificazione dei locali analizzati durante l’attività di ricerca.

 

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Figura 5: Pianta Piano Secondo con identificazione dei locali analizzati durante l’attività di ricerca.

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Figura 6: Pianta Piano Terzo con identificazione dei locali analizzati durante l’attività di ricerca.

 

2.2 Caratterizzazione termofisica dell’involucro edilizio

In questa fase, sono raccolte tutte le informazioni utili a caratterizzare l’edificio dal punto di vista del suo involucro, inteso non solo come superfici verticali opache, ma anche come tipologia di elementi finestrati, tipologia dei solai interpiano e di copertura. In particolare, per le pareti verticali opache e per i solai interpiano e di copertura sono state considerate le informazioni circa:

  • la tipologia costruttiva;
  • materiali utilizzati;
  • spessore.

 

Per gli elementi finestrati sono state considerate le informazioni circa:

  • superficie totale del componente finestrato;
  • tipologia e materiale del telaio;
  • spessore del telaio;
  • superficie dei vetri;
  • tipologia dei vetri (vetro singolo, doppio, con trattamento superficiale,….)
  • spessore delle lastre di vetro e dell’intercapedine;
  • gas di riempimento dell’intercapedine.

 

Relativamente a Palazzo de Fusco, le pareti verticali opache sono state realizzate utilizzando roccia locale con spessore di circa 70 cm; la tipologia della muratura è prevalentemente a sacco. Le strutture orizzontali sono costituite da solai in ferro e/o volte in muratura.

La copertura è a tetto con doppia falda, struttura costituita da travi in legno ancorate nella muratura perimetrale e copertura realizzata con manto in tegole.

 

 

2.3 Determinazione sperimentale della trasmittanza termica delle pareti opache

Le informazioni reperite sulle modalità e i materiali con cui sono state realizzate le pareti opache verticali non sono risultate tali da consentire una opportuna valutazione del valore della trasmittanza termica.

Per questo motivo, è stato necessario ricorrere a metodi di misurazione sperimentale in loco per consentire una corretta valutazione del valore della trasmittanza termica delle pareti.

Il sistema di misura utilizzato è il Trsys01, il cui schema di funzionamento è riportato in Figura 7; in accordo con la norma ISO 9896 [14] consente misure di trasmittanza termica su componenti edilizi mediante la misura della differenza di temperatura tra la superficie interna e quella esterna e del valore del flusso termico. Per tenere in conto della variabilità delle caratteristiche termofisiche della parete, il sistema consente di effettuare contemporaneamente le misurazioni in due punti distinti della parete. Il sistema è composto da 2 sensori di flusso termico del tipo HFP01 della Hukseflux Thermal sensor (sensibilità: 50 V/Wm2, campo di misura: -2000 ÷ 2000 W/m2, campo di temperatura: -30 ÷ 70 °C, tempo di risposta: ± 3min, accuratezza: ± 5%), 4 termocoppie tipo KX per la misura di temperatura sulla superficie interna ed esterna della parete (campo di misura: -30 ÷ 80 °C, accuratezza: ± 2 °C). I sensori sono collegati ad un’Unità di Misura e Controllo (UMC) a sua volta collegato ad un computer e gestito con il software PC208W per l’acquisizione e la registrazione dei dati.

 

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Figura 7: Schema di funzionamento del termoflussimetro.

 

Con riferimento alla Figura 7, i vari sensori di misura sono stati posizionati secondo lo schema:

 

  • HTP01 002015 sonda di flusso termico sulla superficie interna (primo punto di misura);
  • HTP01 002020 sonda di flusso termico sulla superficie interna (secondo punto di misura);
  • TC11 sonda di temperatura superficiale interna, (primo punto di misura);
  • TC21 sonda di temperatura superficiale esterna, (primo punto di misura);
  • TC12 sonda di temperatura superficiale interna, (secondo punto di misura);
  • TC22 sonda di temperatura superficiale esterna, (secondo punto di misura).

 

I dati sono raccolti sono memorizzati ogni 10 minuti con intervallo di acquisizione di 5 minuti, per cui ogni dato risulta la media di 3 valori.

In generale il comportamento reale dei componenti edilizi si discosta tuttavia dal caso ideale effettuato in laboratorio e va valutato da caso a caso. Tra i principali motivi che causano questo scostamento si hanno:

  1. flusso termico non monodimensionale (presenza di ponti termici in prossimità della parete);
  2. impossibilità di riprodurre condizioni termiche stazionarie in campo come avviene in laboratorio;
  3. effetti di accumulo termico che si verificano all’interno della struttura;
  4. variazioni delle proprietà termiche dei materiali, dovuti sia all’invecchiamento che a formazione di condensa interstiziale;
  5. presenza di irraggiamento solare sulle superfici.

 

Per ridurre al minimo l’influenza di questi fattori sui valori acquisiti, è necessario che:

  1. le sonde siano posizionate in una zona accuratamente scelta e lontano da sorgenti di calore eventualmente presenti nelle vicinanze e da ponti termici presenti nella struttura che alterano le condizioni di monodimensionalità;
  2. sia garantita la perfetta adesione dei sensori alla parete (a tale scopo è raccomandabile l’impiego di paste conduttive per ridurre la resistenza termica di contatto e di nastri adesivi per le sonde di temperatura);
  3. sia effettuata un’indagine termografica sulla parete prima di procedere al posizionamento delle sonde;
  4. il sensore sia rivestito con materiali le cui caratteristiche ottiche siano simili a quelle della superficie di cui si vuole rilevare la temperatura superficiale (in questo modo l’elemento sensibile del trasduttore si troverà nelle medesime condizioni della parete in prova);
  5. l’ambiente interno sia riscaldato (nel periodo invernale) o raffrescato (nel periodo estivo) in modo da incrementare la differenza di temperatura tra la superficie interna ed esterna della parete analizzata;
  6. le misure di trasmittanza termica siano effettuate su componenti le cui superfici siano esposte a nord o comunque siano ombreggiate.

 

L’utilizzo del termoflussimetro consente di valutare il valore della trasmittanza termica della parete con un errore compreso tra l’1% e il 15%, con valore medio di circa l’8%, in funzione del modo in cui viene approntata e svolta la l’acquisizione dei dati.

La misurazione della trasmittanza termica è stata effettuata in una stanza localizzata al primo piano di Palazzo De Fusco. Questo locale è stato ritenuto il più appropriato in quanto ha consentito di installare il termoflussimetro su una parete esposta a nord. Per tutta la durata della prova, all’interno di questo locale è stato utilizzato un climatizzatore elettrico per garantire una temperatura dell’aria di 21 °C e vi è stato impedito l’accesso. Tali accorgimenti hanno consentito di ritenere che le variazioni di flusso termico dipendano esclusivamente dalle oscillazioni del valore della temperatura esterna. Le misurazioni sono state condotte per un periodo di 5 giorni.

I sensori sono stati posizionati nella parte centrale della parete, ad un’altezza di circa 2.20 metri (di poco inferiore al valore medio dell’altezza totale della parete pari a circa 5 metri). In questo modo stato possibile ritenere valida l’ipotesi di flusso termico monodimensionale.

Nelle Figure 8a e 8b è visibile il modo in cui sono state posizionate le sonde di misura sulla superficie interna della parete. Sulle sonde di temperatura è stato applicato del nastro adesivo con caratteristiche ottiche simili a quelle della parete di cui si vuole rilevare la temperatura superficiale, in modo da poter trascurare effetti di diverso assorbimento dell’irraggiamento dei corpi circostanti.

Nella Figura 9 è visibile il modo in cui sono state posizionate le sonde di misura sulla superficie esterna della parete.

 

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a) b)

Figura 8: Posizionamento interno delle sonde di misura a), con particolare dell’istallazione dei  sensori di flusso termico e di temperatura nei due punti di misura b).

 

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Figura 9: Posizionamento esterno delle sonde di misura.

 

 

La valutazione delle prestazioni in opera delle pareti comporta inevitabilmente lo studio di sistemi in regime transitorio. E’ quindi necessario analizzare i dati raccolti con opportune tecniche; le misura acquisite sono state elaborate con il “Metodo della somma progressiva”.

Il metodo consiste nel calcolare la conduttanza utilizzando, ad ogni istante, anziché i valori istantanei di flusso e temperatura, i valori calcolati su tutti gli istanti precedenti secondo la relazione:

 

Eq1                                                                                                                          (1)

Dove jj è il valore misurato del flusso termico all’stante j, Tsi è la temperatura della superficie interna della parete e Tse è la temperatura della superficie esterna della parete all’istante j. Si può considerare convergente un sistema in cui il valore di conduttanza oscilla attorno all’asintoto orizzontale con ampiezza massima di 0.05 W/m²K.

Questa metodologia di analisi dei dati sperimentali acquisiti fornisce risultati sufficientemente accurati, ma presenta il difetto di richiedere tempi di acquisizione abbastanza lunghi e dipendenti dall’inerzia termica della parete in esame; maggiore è l’inerzia termica della parete maggiore dovrà essere il periodo di acquisizione.

La convergenza è raggiunta più rapidamente se dal processo di media vengono esclusi i risultati ottenuti nelle prime ore di acquisizione, laddove l’effetto del transitorio termico legato al raggiungimento dell’equilibrio termico tra strumentazione e parete è non trascurabile. Le misure di conduttanza termica risulteranno inoltre tanto più attendibili quanto più i valori delle temperature risultano costanti, cioè quanto più ci si avvicina alla condizione di regime stazionario, condizione realizzabile a causa della variazione della temperatura esterna.

Nella Figura 10, a titolo esemplificativo, è riportata la schermata del software PC208W utilizzato per l’acquisizione dei dati; sull’asse delle ascisse è riportata la scala del tempo e sull’asse delle ordinate sono riportati i valori della temperatura ed del flusso termico.

 

 

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Figura 10: Schermata del software PC208W durante l’acquisizione dei dati.

 

Con riferimento alla Figura 10:

  • la linea azzurra (T11) indica la sonda di temperatura posizionata sulla superficie interna della parete nel primo punto di misurazione;
  • la linea gialla (T21) indica la sonda di temperatura posizionata sulla superficie interna della parete nel secondo punto di misurazione;
  • la linea verde (DT1) indica la differenza di temperatura fra i valori di temperatura acquisiti dalla sonda posizionata sulla superficie interna ed esterna della parete nel primo punto di misurazione;
  • la linea viola (DT21) indica la differenza di temperatura fra i valori di temperatura acquisiti dalla sonda posizionata sulla superficie interna ed esterna della parete nel secondo punto di misurazione;
  • la linea bianca (HF1) indica il valore del flusso termico istantaneo nel primo punto di misurazione;
  • la linea rossa (HF2) indica il valore del flusso termico istantaneo nel secondo punto di misurazione.

 

Per ciascun punto di misura, per ogni istante di acquisizione j è possibile calcolare il corrispondente valore della trasmittanza termica istantanea della parete Uj (dipendente dai valori assunti dai vari parametri all’istante j) mediante la relazione:

 

Eq2                                                                                                                                  (2)

 

dove jj è il valore del flusso termico misurato nell’istante j e DTj è la differenza misurata tra la temperatura della superficie interna ed esterna della parete nell’istante j.

Nella Figura 11 sono riportati i valori della trasmittanza termica istantanea (asse delle ordinate) calcolati sulla base dei valori sperimentali acquisiti per i due punti di misura; sull’asse delle ascisse sono riportati il numero delle memorizzazione dei dati.

Nella Figura 12 sono riportati i valori della trasmittanza termica calcolata secondo il metodo delle somme progressive. La figura mostra che le differenze tra i valori calcolati per il due punti di misura siano molto piccole, e che entrambe tendano asintoticamente ad un valore di circa 1.74 W/m2·K.

Noto il valore di trasmittanza e dello spessore del muro, si ricava il valore della conducibilità termica della parete pari a circa 1.22 W/m·K

 

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Figura 11: Diagramma dei valori della trasmittanza termica istantanea acquisiti.

 

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Figura 12: Valori di trasmittanza (W/m2•K) calcolati secondo il metodo della somma progressiva.

 

 

2.4 Caratterizzazione delle macchine per la climatizzazione, degli apparecchi di illuminazione, delle apparecchiature elettriche e dei profili di occupazione e schede descrittive

 

La diagnosi energetica  identifica due tipologie di audit da applicare per una migliore acquisizione dei dati e la relativa elaborazione degli stessi:

  • un audit “leggero” che, attraverso sopralluoghi, individua le caratteristiche di involucro e degli impianti producendo una scheda anagrafico-impiantistica contenente le caratteristiche dell’edificio (ad es. tipologia di muratura, superfici vetrate, tipologia di serramenti), le caratteristiche degli impianti con i relativi consumi energetici (ad es. pompe di calore) e i dati relativi alle apparecchiature elettriche. Si tratta di un reale rilievo sullo stato di fatto dell’edificio esistente che consente di accumulare quante più informazioni possibili sull’edificio preso in esame.
  • un audit di dettaglio che ricostruisce il bilancio energetico, sia termico che elettrico, dell’edificio indicando quali sono gli impianti più energivori, elaborando i dati messi a disposizione dall’audit sopraindicato per gli interventi migliorativi per la riduzione dei consumi e dei costi.

 

I dati disponibili sulla sede comunale hanno permesso una catalogazione schematica delle macchine per la climatizzazione, degli apparecchi di illuminazione, delle apparecchiature elettriche e dei profili di occupazione.

Per ciascun ambiente, sono state elaborate delle schede descrittive in cui sono state riportate tutte le informazioni disponibili circa le superfici in m2, il volume, la destinazione d’uso, il numero di persone, gli orari di funzionamento, le tipologia degli infissi con le rispettive misure, le superfici opache, i ponti termici, le apparecchiature elettriche con i relativi consumi, le pompe di calore e le macchine frigorifere. Oltre a tali informazioni sono state sistematizzate informazioni di carattere generale come:

 

  • la descrizione della tipologia di utenza e dell’orario di utilizzo degli uffici;
  • il reperimento di materiale come planimetrie e bollette elettriche dei consumi elettrici.

 

La Figura 13 riporta, a titolo di esempio, una delle schede descrittive in cui sono state riportate le informazioni relative ad uno degli ambienti analizzati. Le schede descrittive di tutti gli ambienti analizzati sono riportati nell’Allegato 1.

I dati disponibili sono relativi a 38 ambienti ed hanno consentito di definire le seguenti caratteristiche generali relative alle apparecchiature per la climatizzazione e l’illuminazione:

  • il riscaldamento invernale degli ambienti è garantito tramite l’utilizzo di pompe di calore elettriche a compressione di vapore aria-aria (con potenza termica nominale compresa tra circa 1 e circa 5 kW e valori del COP intorno a 3.3) e/o stufe elettriche;
  • il raffrescamento degli ambienti è garantito tramite l’utilizzo di macchine frigorifere elettriche a compressione di vapore aria-aria (con potenza frigorifera nominale compresa tra circa 1 e circa 4,5 kW e valori del COP intorno a 3);
  • l’illuminazione degli ambienti è ottenuta tramite mediante diverse tipologie di corpi illuminati con diversi tipi di sorgenti luminose.

 

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 Figura 13: Esempio di scheda descrittiva.

 

2.5 Calcolo dei fabbisogni di energia elettrica, termica e frigorifera

Valutare il fabbisogno energetico annuo di un edificio, rappresenta il punto di partenza per poter definire la sua efficienza. Infatti, la sua conoscenza consente sia di effettuare una classificazione energetica dell’edificio, sia di valutare il risparmio energetico conseguibile a seguito di un intervento di efficientamento.

Sulla base delle informazioni disponibili, il consumo energetico di un edificio può essere valutato tramite una misura diretta (utilizzando strumenti di misura) oppure essere stimato sulla base delle informazioni relative alla tipologia di apparecchi elettrici ed il loro periodo di utilizzazione. Utili informazioni possono inoltre essere desunte dalle fatture energetiche, che consentono di avere sia informazioni circa il consumo mensile di energia diviso a seconda delle fasce orarie in cui essa viene consumata, che informazioni di carattere economico (costo medio unitario del kWh).

Non essendo disponibile un sistema di acquisizione dei consumi, sulla base delle informazioni reperite in fase di audit e riportate nelle schede riassuntive, è stata effettuata una stima teorica dei consumi annuali termici ed elettrici dell’edificio.

Nella valutazione teorica dei consumi è necessario prendere in considerazione diversi fattori come gli effettivi giorni lavorativi di orario continuato e di orario ridotto e le ore di utilizzo delle singole apparecchiature e dei consumi elettrici di ciascuna di esse e tener presente che la conoscenza degli effettivi intervalli di utilizzo delle apparecchiature influisce in maniera significativa sulla valutazione dei consumi.

Oltre alla stima dei consumi sulla base delle attività di audit, per il caso studio esaminato è stato possibile analizzare le fatture elettriche relative ad una annualità pregressa; per questa annualità, il consumo elettrico ha rappresentato la totalità dei consumi energetici non essendo presenti altri impianti/apparecchi basati sull’utilizzo di altre fonti energetiche (gas naturale, gasolio,…).

Facendo riferimento ai dati desunti dalle fatture elettriche, i consumi elettrici puri sono stati ricavati dalle fatture elettriche (in quanto il consumo elettrico puro stimato non forniva un valore reale o quanto meno ammissibile) tenendo conto che nei mesi di Aprile e Maggio non sono state utilizzate apparecchiature per riscaldamento e raffrescamento. Il consumo elettrico di questi mesi è stato quindi assunto come il consumo elettrico puro e posto pari a 5500 kWhe/mese. Moltiplicando tale valore per l’intero anno si è ottenuto il valore di consumo elettrico puro annuo pari a 66000 kWhe/anno. Per ottenere i valori dei consumi elettrici per riscaldamento e raffrescamento, è stato sottratto il valore mensile di 5500 kWh elettrico puro ai consumi elettrici nei mesi del periodo di riscaldamento e di raffrescamento.

I consumi per riscaldamento dell’edificio per il riscaldamento durante il periodo invernale (Novembre, Dicembre, Gennaio, Febbraio e Marzo) sono stati calcolati in base ai consumi elettrici delle pompe di calore (considerando un valore medio del COP pari a 3.3) e stufe elettriche. Il consumo energetico totale annuo, in termini di potenza termica e riferito al periodo di riscaldamento, è pari a 55453 kWht/anno.

Allo stesso modo è stato ricavato il consumo per raffrescamento riferito al periodo estivo (Giugno, Luglio, Agosto, Settembre e Ottobre) è stato valutato considerando le potenze termiche delle macchine frigorifere elettriche; per tale periodo è stato calcolato un consumo energetico totale pari a 39359 kWh/anno.

 

2.6 Determinazione degli Indicatori Energetici Normalizzati (IEN)

Obiettivo della attività è anzitutto quello di calcolare, per l’edificio preso in esame, indicatori normalizzati coi dati di un campione di edifici pubblici su cui tali valutazioni sono state già fatte.; tali indicatori sono riferiti ai consumi specifici dovuti al riscaldamento e ai consumi specifici di energia elettrica e seguono seguono le indicazioni dell’ENEA.

In particolare i consumi specifici corretti vengono denominati IENR (Indicatori Energetici Normalizzati per Riscaldamento), e per la parte relativa al consumo di energia elettrica IENE (Indicatori Energetici Normalizzati per consumo elettrico).

Per determinare gli Indicatori Energetici, la procedura proposta si articola in diverse fasi:

devi specificare che quanto riportato nel seguito si applica al solo Indice per riscaldamento, mentre per il consumo elettrico l’indice normalizzato è più semplice.

 

Fase 1: Rilevare i consumi di energia degli ultimi 3 anni, sia per riscaldamento che elettrico;

Fase 2: Rilevare la volumetria lorda riscaldata, la superficie lorda ai piani e la superficie disperdente degli edifici;

Fase 3: Individuare i “Gradi-Giorno” della località in cui è situato l’edificio scolastico;

Fase 4: Individuare il fattore di normalizzazione del consumo per riscaldamento per tener conto della forma degli edifici e l’analogo fattore legato all’orario di funzionamento;

Fase 5: Individuare il fattore di normalizzazione dei consumi di energia per tener conto dell’orario di funzionamento;

Fase 6: Calcolare gli Indicatori Energetici Normalizzati IENR e IENE;

 

Fase 1: rilevare i consumi di energia sia per riscaldamento che elettrico

Il consumo elettrico puro annuo è stato calcolato pari a 66.000 kWh/anno, mentre il consumo di energia per riscaldamento è stato estrapolato dai consumi elettrici delle pompe di calore, riferito al periodo di riscaldamento previsto per legge (Gennaio, Febbraio, Marzo, Novembre e Dicembre) ed è pari a 55.453 kWh/anno.

 

Fase 2: rilevare la volumetria lorda riscaldata, la superficie lorda ai piani e la superficie disperdente degli edifici:

  • V = VOLUMETRIA LORDA RISCALDATA (sono compresi i muri esterni mentre sono escluse quelle parti dell’edificio non riscaldate: interrati, magazzini, garage, vano scala, pareti non riscaldate);
  • Ap = SUPERFICIE LORDA AI PIANI (viene ricavata dalle planimetrie o con rilievi diretti, comprendendo nelle misure anche i muri divisori, esclusi i muri perimetrali);
  • S = SUPERFICIE DISPERDENTE (è data dalla somma delle singole superfici che avvolgono il volume lordo riscaldato: pareti perimetrali, coperture, solai di piano terra ).

 

Nella Tabella 1 sono riportati dati relativi alla fase 2.

 

Tabella 1: dati riassuntivi della fase 2.

Tab1

 

Fase 3: individuare i “Gradi-Giorno” della località in cui è situato l’edificio.

I Gradi-Giorno (GG) sono ottenuti dalla sommatoria delle sole differenze positive tra la temperatura interna di progetto (20°C) e la temperatura media giornaliera, per tutti i giorni di riscaldamento della stagione invernale di una determinata località.

Per Pompei il numero di gradi giorno è pari a 1131

 

Fase 4: individuare il fattore di normalizzazione del consumo per riscaldamento.

Per permettere il confronto, il consumo specifico rilevato dovrà essere “normalizzato” con un fattore che tenga conto della sua forma ed è espresso espressa dal rapporto tra la superficie disperdente dell’edificio ed il suo volume lordo riscaldato (S/V). Per l’edificio analizzato tale fattore è pari a 0.37 m2/m3.

Il Fattore di normalizzazione (Fe) dovuto alla forma si ricava dalla Tabella 2 qui riportata:

 

Tabella 2: fattore di normalizzazione dovuto alla forma.

Tab2

 

Fase 5: individuare il fattore di normalizzazione dei consumi di energia per tener conto dell’orario di funzionamento del comune.

In questo caso il fattore di normalizzazione vale sia per i consumi di energia termica che per quelli di elettricità in quanto entrambi dipendono dalle ore di funzionamento.

Nella tabella che segue sono riportati i valori dei fattori di normalizzazione (Fh) dei consumi di riscaldamento e di energia elettrica relativi alle ore di funzionamento giornaliero del Comune:

 

Tabella 3: fattore di normalizzazione dovuto all’orario di funzionamento.

Tab3

 

Per il caso di riferimento, con un periodo di funzionamento giornaliero di 7 ore è stato individuato un valore del fattore di normalizzazione (Fh) pari a 1.1.

 

Fase 6: calcolo gli Indicatori Energetici Normalizzati IENR e IENE:

 

  • Calcolo dell’ INDICATORE ENERGETICO NORMALIZZATO IENR

 

IENR = (kWht·Fe·Fh·1000)/(V·GG)

IENR =(55453·0,9·1,1·1000)/(9480·1131)= 5 Wh/(m3·GG·anno)

 

  • Calcolo dell’INDICATORE ENERGETICO NORMALIZZATO IENE

 

IENE =(kWh·Fh)/Ap

IENE =(66000·1,1)/1865 = 38,9 kWh/m2·anno

 

 

3.     Mappa termica urbana

Le informazioni ottenute dall’applicazione della metodologia su Palazzo De Fusco si prestano ad un utilizzo su almeno due scale: edificio ed urbana.

A scala edificio, le informazioni ottenute consentono di classificare dal puto di vista energetico l’edificio e sulla base di tale classificazione possono essere sviluppati interventi di efficientamento energetico e valutati i benefici conseguibili dall’adozione di misure di risparmio energetico.

A scala urbana, le informazioni raccolte possono essere utilizzate per creare delle mappe riassuntive del fabbisogno di energia primaria per la climatizzazione e per una classificazione delle prestazioni energetiche sia per la stagione invernale che quella estiva. Tali mappe rappresentano un utile strumento a disposizione dei decisori per mettere a punto opportune politiche di governo del “sistema città” improntate al risparmio energetico e ispirate al più generale obiettivo dello sviluppo urbano sostenibile. A titolo esemplificativo, nella Figura 14 è riportata una possibile mappa termica urbana realizzabile per l’area di Pompei.

 

Immagine14

Figura 14: Esempio di mappa termica urbana dell’area di Pompei.

 

BIBLIOGRAFIA

[1]   Ascione, R. F. De Masi, F. de Rossi, R. Fistola, M. Sasso e G. P. Vanoli, «Analysis and diagnosis of the energy performance of buildings and districts: Methodology, validation and development of Urban Energy Maps,» Cities, vol. 35, pp. 270-283, 2013.

[2]   DPR 412 del 26/08/1993 regolamento recante norme per la progettazione, l’installazione, l’esercizio e la manutenzione degli impianti termici e degli edifici ai fini del contenimento dei consumi di energia.

[3]   DPR 551 del 21/12/1999 regolamento recante modifiche al DPR 412 del 26/08/2003.

[4]   Direttiva 2002/91/CE relativa al rendimento energetico in edilizia

[5]   Dlgs n.387 del 29/12/2003 attuazione della direttiva 2001/77/CE relativa alla promozione dell’energia elettrica prodotta da fonti energetiche rinnovabili nel mercato interno dell’elettricità

[6]   Dlgs n.192 del 19/08/2005 “attuazione della direttiva 2002/91/CE”

[7]   Dlgs n.311 del 29/12/2006 “disposizioni correttive ed integrative al decreto legislativo 19 agosto 2005, n192”

[8]   Direttiva 2006/32/CE relativa all’efficienza degli usi finali dell’energia e i servizi energetici

[9]   Dlgs n.115 del 30/05/2008 attuazione della direttiva 2006/32/CE

[10]   DPR 59 del 2/04/2009

[11]   LINEE GUIDA del 26/06/2009 linee guida nazionali per la certificazione energetica degli edifici.

[12]   UNI TS 11300-Parte 1 Determinazione del fabbisogno di energia termica dell’edificio per la climatizzazione estiva ed invernale.

[13]   UNI TS 11300-Parte 2 Determinazione del fabbisogno di energia primaria e dei rendimenti per la climatizzazione invernale e per la produzione di acqua calda sanitaria.

[14]   ISO 9869. Thermal insulation — Building elements — In-situ measurement of thermal resistance and thermal transmittance.

 

 

 

Profili giuridici di valorizzazione di grandi attrattori culturali: dinamiche di cooperazione istituzionale e modelli di turismo sostenibile.

Contrattista: Ph.D. Avv. Gianpiero Zinzi
Tutor: prof. Marco Calabrò

La vastità del patrimonio culturale da tutelare, la scarsità delle risorse pubbliche disponibili, i vincoli di bilancio degli Enti pubblici, sono alcuni dei motivi che hanno spinto la Pubblica Amministrazione a prestare una sempre crescente attenzione al fenomeno del partenariato pubblico-privato, ed in particolare ai temi della sponsorizzazione e delle erogazioni liberali.

Gli istituti, certamente non privi di solide radici nei dettami della Grundnorm, involgono le molteplici e diverse attività con cui i privati possono concorrere alla valorizzazione dei beni culturali, realizzando una proficua – ed oramai indispensabile – sussidiarietà orizzontale tesa alla promozione dell’arte, della cultura e della scienza, nonché alla salvaguardia, alla valorizzazione ed allo sviluppo del patrimonio artistico e culturale del Paese.

Ma – è bene sin d’ora precisarlo – la vera novità nel panorama nazionale normativo (oltreché gestionale) dei beni culturali è rappresentata dal contratto di sponsorizzazione che, al di là delle questioni tecnico-giuridiche che ancora alimenta, sembra tracciare la strada verso una nuova visione del ‘prodotto’ cultura, sempre più orientato verso una gestione manageriale e meno ‘romantica’ del patrimonio culturale.

Peraltro la sponsorizzazione, nel porre in correlazione privati finanziatori e pubbliche istituzioni, dà luogo ad un rapporto inedito per il settore dei beni culturali, volto da una parte ad assicurare promozione, tutela e valorizzazione delle opere d’arte e di cultura, dall’altra a fornire al privato finanziatore visibilità economica e pubblicitaria (oltre a considerevoli sgravi fiscali).

La tutela dei beni storici e artistici, cui la Repubblica tende – riservando precisi spazi di intervento alle varie manifestazioni della pubblica autorità che la costituiscono (art. 9 Cost.), in uno con il regime della loro valorizzazione (comma 3 art. 117 Cost.), che apre -tra l’altro- importanti spazi di intervento ai privati, trova in una pluralità di disposizioni validi strumenti operativi volti non solo ad attuarne i nobili precetti, ma anche ad incentivarne il perseguimento per il tramite di sempre nuove forme di azione.

Su tutti il D.Lgs. 42/2004, recante il Codice dei beni culturali e del paesaggio (di seguito Codice bb.cc.), ove, pur se attraverso due sistemi alternativi e spesso concorrenti (si pensi alle erogazioni liberali ed alle sponsorizzazioni), l’ordinamento si apre a nuovi protocolli negoziali atipici in grado di garantire appieno l’attuazione tanto delle istanze di tutela poste dal Costituente tra i principi fondamentali, quanto delle aspirazioni di valorizzazione demandate alla legislazione concorrente Stato – Regioni.

E’ su queste basi giuridiche che i cronici problemi di bilancio ed i vincoli economico-finanziari degli Enti hanno contribuito a determinare la crisi del modello dell’esclusivo intervento pubblico nel ‘pianeta cultura’, aprendo inevitabilmente ad innovative species contrattuali riconducibili al fenomeno del partenariato pubblico-privato.

L’utilizzabilità di tale modello non appare, invero, priva di conseguenze problematiche: in primo luogo la possibilità di conciliare il perseguimento del profitto da parte dei privati, ma anche le ragioni dell’economicità e dell’efficienza con le ragioni dell’imparzialità, della equità (fruibilità pubblica del bene da parte delle classi meno abbienti) e dell’utilizzo del bene (aspetto sociale e culturale della fruizione del bene).

Ciononostante il partenariato ben si presta ad essere esportato nel settore dei beni culturali, soprattutto a fronte dell’elevata visibilità che alcune strutture bisognose di intervento consentono di procurare allo sponsor privato.

Una nuova forma di mecenatismo culturale che si fonda sul regime fiscale agevolativo per il privato benefattore, oltreché su importati ritorni di immagine – economici e commerciali – ma che non intacca le prerogative dell’Amministrazione circa il governo del bene culturale.

Non è un caso, quindi, che l’affermazione delle nuove forme negoziali nel campo culturale abbia vissuto un progressivo, ma lento, sviluppo nomologico investendo dapprima l’area artistica ‘immateriale’, e solo in tempi recenti il campo delle res culturali.

Prima di approfondire il tema, però, è fondamentale una riflessione sul testo che meglio inquadra e indirizza la materia dei beni ambientali, vale a dire il Codice dei beni culturali e del paesaggio che venne istituito con decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42, ai sensi dell’articolo 10 della legge 6 luglio 2002, n. 137 ed entrato in vigore il 1° maggio 2004.

Si tratta di un intervento di particolare rilievo, non limitandosi la delega a prevedere un mero riordino della materia ma un vero e proprio riassetto e, limitatamente alla lett. a relativa ai beni culturali ed ambientali, la codificazione delle disposizioni legislative.

Le ragioni della necessità di procedere al riordino e all’aggiornamento delle norme riguardanti la tutela del patrimonio culturale non possono che ricondursi alla crescente complessità nello sviluppo del territorio italiano e al cambiamento del quadro istituzionale intervenuto con la modifica del Titolo V della Costituzione. Nel rispetto della norma costituzionale, art. 9, attorno alla quale ruota il nuovo codice, quest’ultimo si prefigge, in generale, la tutela e la valorizzazione del patrimonio culturale, in quanto finalizzate “a preservare la memoria della comunità nazionale e a promuovere lo sviluppo culturale del Paese”.

È fondamentale rilevare che la riforma costituzionale ha distinto l’attività di tutela da quella di valorizzazione, ponendo non pochi dubbi in ordine alla compatibilità delle disposizioni che, a Costituzione invariata, avevano realizzato delle forme di decentramento in materia. Il Codice ha avuto, quindi, l’arduo compito di ricomporre la disciplina sulla base dei nuovi equilibri costituzionali. Innanzitutto, si è provveduto ad introdurre per la prima volta – nella normativa sostanziale di settore – le nozioni di “tutela” e “valorizzazione”, dando loro un contenuto chiaro e rigoroso, risolvendo così i dubbi e le ambiguità che la formulazione contenuta nel d.lg. 112/1998 avevano ingenerato.

La tutela è stata individuata nelle funzioni e nella disciplina delle attività dirette, sulla base di un’adeguata attività conoscitiva, ad individuare i beni costituenti il patrimonio culturale ed a garantirne la protezione e la conservazione per fini di pubblica fruizione ( art. 3).

L’attività di valorizzazione, invece, si riconduce all’esercizio delle funzioni e alla disciplina delle attività dirette a promuovere la conoscenza del patrimonio culturale e ad assicurare le migliori condizioni di utilizzazione e fruizione pubblica del patrimonio stesso (art. 6).

Si è, inoltre, provveduto a stabilire, in modo non equivoco, il necessario rapporto di subordinazione che deve intercorrere tra la valorizzazione e la tutela, nel senso di rendere la seconda parametro e limite della prima.

Al fine assicurare l’esercizio unitario su tutto il territorio nazionale delle funzioni di tutela è stato individuato il Ministero per i Beni e le Attività culturali quale titolare “naturale” di tali funzioni. Alla stregua dell’art. 118 della Costituzione, si è, dunque, considerato preminente, in questo caso, il profilo dell’adeguatezza del livello di attribuzione amministrativa rispetto al concorrente principio di sussidiarietà verticale. Recependo l’orientamento del Consiglio di Stato, per cui la fruizione dei beni culturali è ascrivibile, in diversa percentuale, tanto alla funzione di tutela, quanto alla funzione di valorizzazione, il nuovo Codice, all’art. 3, indica la pubblica fruizione quale fine ultimo dell’attività di tutela e specifica, altresì, che l’attività di valorizzazione deve tendere a realizzare le migliori condizioni di utilizzazione e fruizione pubblica del patrimonio stesso. Non di meno apre il titolo dedicato alla valorizzazione con un capo interamente destinato a disciplinare la fruizione.

In particolare, il nuovo codice attribuisce alla potestà legislativa regionale la disciplina della fruizione dei beni presenti negli istituti e nei luoghi della cultura non appartenenti allo Stato o dei quali lo Stato abbia trasferito la disponibilità sulla base della normativa vigente. Per quanto riguarda lo svolgimento della relativa attività è previsto che, al fine di coordinare, armonizzare ed integrare la fruizione, lo Stato, le Regioni e gli altri Enti pubblici territoriali procedano alla stipulazione di accordi su base regionale per definire gli obbiettivi e fissare i tempi e le modalità di attuazione.

In via residuale, qualora non si pervenga alla conclusione di un accordo, ciascun soggetto pubblico sarà tenuto a garantire la fruizione dei beni di cui ha la disponibilità. In proposito, è necessario rilevare che comunque lo Stato può trasferire alle Regioni ed agli altri Enti territoriali la disponibilità di istituti e luoghi della cultura, in base ai principi di sussidiarietà, differenziazione ed adeguatezza.

Venendo alla valorizzazione, si è ribadita, in omaggio al dettato costituzionale, la potestà legislativa concorrente delle Regioni, nell’ambito dei principi fondamentali fissati dal codice, mentre per lo svolgimento delle funzioni amministrative si è fissato il principio dell’ordinario ricorso ad accordi o intese finalizzati ad assicurare il necessario coordinamento sul territorio delle relative attività.

In proposito, una novità di particolare rilievo è la menzione della possibilità dei soggetti pubblici di ricorrere alla esternalizzazione delle attività e dei servizi, quando ciò risponda all’esigenza di assicurare un adeguato livello di valorizzazione dei beni culturali. La scelta della gestione in forma indiretta è lasciata per lo Stato e le Regioni ad una previa valutazione comparativa, in termini di efficienza ed efficacia, degli obiettivi che si intendono perseguire e dei relativi mezzi, tempi e modi; gli altri enti pubblici territoriali ricorrono, invece, ordinariamente alla gestione in forma indiretta, salvo che per le modeste dimensioni o per le caratteristiche dell’attività di valorizzazione, non risulti conveniente od opportuna la gestione in forma diretta.

A questo punto, è importante sottolineare che in tema di valorizzazione, promozione e salvaguardia del patrimonio culturale, le politiche regionali  hanno risentito e, in parte, ancora risentono della mancanza di uno specifico e adeguato strumento normativo che fornisca un quadro di riferimento per attuare gli interventi sui beni culturali in termini di qualità e coerenza con la normativa nazionale con effetti negativi soprattutto nel Meridione dove emerge anche un ritardo rispetto alle esperienze di gestione – fondazioni, imprese e istituzioni – costituite grazie ad un processo di esternalizzazione dei servizi pubblici da parte di Regioni ed Enti locali, nato circa venti anni fa, che in altre regioni hanno migliorato e arricchito l’offerta culturale del territorio ai cittadini con un più efficiente utilizzo delle risorse. È però opportuno anche precisare che queste esperienze di gestione  non sono nel Mezzogiorno del tutto assenti. Anche qui esistono esempi virtuosi di una programmazione culturale efficiente, di rivitalizzazione dei luoghi d’arte, di creazione di nuova occupazione. Parliamo del Consorzio del Teatro Pubblico Pugliese, del nuovo Museo di Arte contemporanea Donna Regina di Napoli, della Fondazione Federico II di Palermo o della Fondazione che, in un piccolo centro di 1.000 abitanti della Sardegna, ha valorizzato il sito Unesco di Barumini. Questi, e tanti altri casi, dimostrano che la buona gestione è possibile e che le competenze non mancano, ma ancora molto c’è da fare per valorizzare queste esperienze e modernizzare l’offerta culturale del nostro Sud a beneficio di una maggiore attrattività turistica e di una più ampia fruizione da parte dei cittadini. Non si tratta solo di incentivare la visita ai musei o ai grandi siti culturali, ma di portare la cultura nelle famiglie, nelle case, nei luoghi di lavoro e d’incontro, dove la gente vive ogni giorno. Anche per fronteggiare l’allontanamento dei cittadini dalla fruizione culturale, che a livello Paese nel 2012 è diminuita in tutti i settori e nel Meridione assume i contorni di un vero crollo dei consumi.

Siffatta carenza ha costituito certamente un limite, soprattutto per la regione Campania, al perseguimento degli obiettivi previsti dall’art. 6 dello Statuto, laddove si legge che la Regione “sollecita e promuove lo sviluppo delle attività culturali, in ogni libera manifestazione e potenzia le attività di ricerca”.

La prima ed unica legge, infatti, che la Regione Campania ha emanato per contribuire alla tutela, alla salvaguardia e alla valorizzazione di beni mobili ed immobili, aventi carattere storico–artistico è la legge del 9 novembre 1974 n. 58, concernente il “Programma di valorizzazione dei Beni Culturali della Regione Campania”, finalizzata soprattutto al finanziamento annuale di un piano di interventi per il miglioramento della conservazione fisica dei beni e della loro sicurezza, integrità e valore.

Due anni dopo, con delibera n. 200/4 del 20 dicembre 1976, la Giunta Regionale ha approvato il relativo Regolamento di attuazione, dettando le modalità e le procedure per la formazione e l’attuazione del piano.

Ad oggi non si può non rilevare che la Regione Campania non abbia ancora  adeguatamente riformato la propria legislazione in materia di beni culturali ai nuovi principi fissati dallo Stato. Si è affidata, sia per quanto riguarda il “miglioramento della conservazione fisica dei beni e della loro sicurezza, integrità e valore” sia per quanto attiene all’attività di “promozione e valorizzazione”, a provvedimenti attuativi approvati dalla Giunta Regionale che, pur recependo gli orientamenti della nuova disciplina statale, non consentono ancora di effettuare un’appropriata strategia di promozione dei beni culturali, capace di valorizzare e promuovere la conoscenza e l’armonizzazione degli interventi con le esigenze della pianificazione territoriale, dell’urbanistica, dell’istruzione e del turismo. Su questo fronte però non si può non citare, tra i tentativi,  la  proposta del 2006 di Piano territoriale regionale (Ptr), adottata dalla Giunta regionale in fase di ridefinizione dopo le osservazioni e proposte di modifica, che assumeva come proprio epicentro strategico la valorizzazione delle risorse territoriali. Il Ptr promuove il rafforzamento di una Campania plurale, attraverso la ricerca di un più organico investimento nelle esperienze di programmazione, in corso e future, e il consolidarsi di reti di connessione di un sistema policentrico basate su di un efficiente sistema della mobilità, delle continuità ecologiche, della valorizzazione paesaggistica e della gestione efficace del grado di rischio ambientale del territorio.

Il Ptr definisce quali ambiti territoriali di base per la nuova programmazione vale a dire i sistemi territoriali di sviluppo (Sts) individuati in funzione dell’assetto geografico-ambientale del territorio, delle alleanze condotte tra i vari attori e delle linee strategiche conseguenti, secondo una dominante di sviluppo riconosciuta per ciascun Sts.

Un capitolo a parte, nella vicenda della tutela e valorizzazione dei beni culturali della regione Campania, estremamente spinoso per la sua peculiarità,  è certamente da ascriversi al Piano Pompei. Con la creazione della Soprintendenza autonoma nel 1997, Pompei costituiva una sorta di esperimento amministrativo di autonomia gestionale in vista di futuri cambiamenti in programma nella struttura dell’intero MIBAC. Nella stessa ottica furono infatti di seguito create le Soprintendenze autonome per le aree archeologiche di Roma e dei poli museali di Venezia, Firenze e Napoli.

In tal modo, con la creazione di entità autonome si decentrarono talune attività e servizi prima accentrati a livello ministeriale, si crearono figure professionali ad hoc (city manager), si dirottarono nuove risorse, ma soprattutto si dotarono i Soprintendenti di poteri d’intervento più incisivi, tali da permettere l’assunzione di decisioni indipendenti e regolare le azioni in conformità con le esigenze locali. Il “Piano” si snodava, sostanzialmente, in tre punti cardine: l’introduzione di un direttore amministrativo cui demandare la sfera gestionale del sito, la creazione di un Consiglio di amministrazione (di seguito CdA) dotato di poteri mutuabili dalle strutture societarie privatistiche, il riconoscimento in capo alla Soprintendenza dell’autonomia scientifica e decisionale in ambito tecnico, oltreché dell’autonomia contabile e finanziaria: entità amministrative autonome capaci di individuare, con appropriati business plan, le più opportune forme di intervento conservativo e valoriale delle opere e dei luoghi, di progettare la realizzazione degli interventi, di finanziare le spese con risorse proprie e specchiatamente riportate in bilanci ‘economici’, e chiamate a dar conto del loro operato al MIBAC, ai cittadini ed al Paese. Nonostante il forte aumento delle entrate si colse fin dal principio il nodo fondamentale di quello che di lì a breve sarebbe apparso come un vistoso insuccesso: l’impossibilità di spesa.

Il 4 luglio 2008 l’esperimento del “Piano per Pompei” poteva dirsi del tutto esaurito con la nomina di un Commissario governativo per l’area archeologica di Pompei nella persona del Prefetto di Napoli.

Da qui la querelle, che vide il Soprintendente contestare la legittimità e l’opportunità del commissariamento, volta a sottolineare l’incoerenza tra lo strumento d’intervento emergenziale e le effettive condizioni del sito archeologico.

Dal che, il 5 aprile 2012 il lancio di un nuovo Piano, il cd. Grande Progetto Pompei (in attuazione del D.L. 31/3/2011 n. 34), volto ad “arrestare il degrado e riportare il sito archeologico a migliori condizioni di conservazione”, prevedendo l’investimento complessivo di 105 milioni di euro nel triennio 2012-15.

Dall’iniziale “Piano per Pompei” al “Grande Progetto Pompei”, un percorso che testimonia da una parte il mancato coordinamento tra differenti pratiche e professionalità, dall’altra la costante incertezza amministrativa e gestionale del ‘bene cultura’: immancabili progressi tecnico-scientifici e professionali non sono stati accompagnati da uno sforzo parallelo di pianificazione e gestione manageriale, economica e finanziaria capace di attrarre risorse, cultura ed esperienze.

Considerazioni queste che appaiono fondamentali non solo in vista degli interventi di attuazione del “Grande Progetto Pompei 2012-15”, ma anche oltre gli orizzonti temporali dello stesso, nella speranza di interventi sempre più dettati dall’ordinarietà.

Un discorso a parte, merita invece  l’esperienza di Ercolano che si mostra parzialmente diverso dal ‘caso’ Pompei, sia in termini di pratiche gestionali che in ambito tecnico-giuridico. L’intervento sul sito di Ercolano è infatti caratterizzato dall’innovativo accordo di partenariato pubblico-privato tra la Soprintendenza archeologica di Pompei ed il Packard Humanities Institute (di seguito P.H.I.), stipulato nell’aprile 2001 con la sottoscrizione del “Memorandum of under standing” e favorito dalla mediazione del Direttore della British School at Rome. Nel maggio 2001 la sottoscrizione del relativo Protocollo d’intesa che ha dato vita al “Herculaneum Conservation Project” (di seguito H.C.P.).

Le parti sono giunte alla stipula di un contratto di sponsorizzazione avente ad oggetto l’assistenza alla Soprintendenza nelle attività di conservazione dell’intero sito archeologico, cui sono seguiti ‘progetti minori’ e lavori emergenziali mirati a stabilizzare le aree a maggior rischio.

Idea portante del progetto è stata l’uniformità ed omogeneizzazione degli interventi di tutela dei beni, cosicché tutte le parti interessate all’opera di restauro (dalle superfici architettoniche alle pitture murali, le strutture, gli arredi ed i giardini) non rappresentassero elementi disgiunti e scollegati da recuperare in tempi, modi e tecniche differenti, ma piuttosto un unicum da sottoporre ad un intervento complessivo e completo. Si comprese con immediatezza che occorrevano un maggior numero di figure professionali e tempi adeguati, anche superiori a quelli inizialmente previsti; necessitavano capitali e idee differenti, ma sapientemente coordinati e teleologicamente orientati.

La soluzione è stata trovata coinvolgendo nel progetto la British School at Rome, anch’essa sottoposta al controllo della Soprintendenza. Con queste premesse si è giunti alla stipula, nel 2004, di un apposito ed organico contratto di sponsorizzazione.

Ne è seguita la creazione di un comitato scientifico di cui erano parte il Direttore della British School, il Soprintendente di Napoli e Pompei, il Soprintendente regionale, il Direttore del Centro internazionale per gli studi e la conservazione del patrimonio culturale (I.C.C.R.O.M.) e tre studiosi nel campo dell’archeologia vesuviana.

L’oggetto del contratto di sponsorizzazione risulta costituito dalla “realizzazione a propria cura e spese, di lavori e di conservazione, restauro e valorizzazione del sito di Ercolano” da parte della British School, secondo le prestabilite modalità di interventi organici dispiegati con il Piano annuale di esecuzione e la Programmazione triennale dei lavori.

Molteplici i benefici per la Soprintendenza: un considerevole finanziamento esterno per il recupero e la conservazione del patrimonio storico, artistico e culturale, in uno alla salvaguardia delle risorse interne di bilancio, da poter quindi destinare ad altre attività. In più, l’esecuzione diretta da parte della British School dei lavori con l’impiego di professionisti specializzati e di qualificate ditte appaltanti: come, infatti, precisato all’articolo 3.3 del contratto di sponsorizzazione, spetta allo sponsor individuare le ditte appaltatrici e stipulare con esse le dovute convenzioni, assicurandosi che l’esecuzione dei lavori avvenga nel rispetto della normativa vigente. Spetta inoltre allo sponsor, in qualità di soggetto erogante, provvedere alla corresponsione dei corrispettivi pattuiti con le ditte appaltatrici, nonché provvedere, semestralmente, alla redazione di un report sugli interventi in corso di esecuzione.

La sponsorizzazione, certamente positiva e di ampio respiro qualitativo, ha avuto un ulteriore profilo di vantaggio con il rinnovo del contratto, dapprima nel 2004 e poi nel 2009, prevedendosi l’estensione della collaborazione alla progettazione dei lavori e l’attribuzione dell’onere di spesa ad esclusivo carico dello sponsor esterno.

Il progetto complessivo consta di tre fasi, diverse per tempi, per impegno e per coinvolgimento del partner: dal 2001 al 2004, secondo uno schema di sponsorship tradizionale, con il rimborso del costo dei lavori pianificati e attuati dalla Soprintendenza; dal 2004 al 2009, con l’assunzione, da parte della British School, della diretta responsabilità di pianificare e attuare i lavori (cd. periodo eroico); dal 2009 a tutt’oggi, fase in cui lo sponsor trasferisce gradualmente alla Soprintendenza le gestione diretta e la manutenzione delle opere restaurate (cd. fase della strategia d’uscita).

La sostanza dell’esperienza sta nell’accelerazione data al progetto a partire dal 2004, allorquando l’H.C.P. decise di assumere in proprio la responsabilità della pianificazione e realizzazione delle opere di restauro, data la forte dilatazione dei tempi di esecuzione impiegati dalla Soprintendenza fino a quel momento ed il correlato rischio di giungere in ritardo rispetto ai tempi della fase progettuale iniziale e dell’impegno finanziario preventivato.

L’opportunità si concretizzò in seguito all’entrata in vigore del D.lgs 42/2004, rendendosi possibile – mediante la sottoscrizione del contratto di sponsorizzazione – un maggiore coinvolgimento dello sponsor nell’affaire, riconoscendogli l’opportunità di intraprendere direttamente i lavori sul sito, a sue spese e sotto la sua gestione, nonché di pianificare in proprio i tempi, i modi e le attività delle fasi progettuale, del finanziamento e dell’esecuzione delle opere, ricorrendo a schemi contrattuali di diritto privato e gestendo direttamente l’intero processo. Una forma di collaborazione che ha consentito di realizzare opere di elevata qualità con esclusivo finanziamento privato, con l’utilizzo di tecnici altamente qualificati (individuati dallo sponsor ed operanti sotto il controllo della Soprintendenza) e nel rispetto di ristretti e certi tempi di esecuzione.

Un modello di grande impatto simbiotico per futuri progetti di valorizzazione e tutela dei beni culturali. Basti pensare che l’innovativa ‘strategia di uscita’ contempla una “programmazione congiunta” secondo la quale la Soprintendenza si è impegnata ad investire 1 miliardo di euro nel 2009 e quasi 2 miliardi di euro nel 2010 e nel 2011 per finanziare progetti pianificati di concerto con gli specialisti di H.C.P., ma appaltati dall’ente pubblico, così da consentire al partner di uscire dal progetto gradualmente, riducendo in maniera sempre più significativa il proprio coinvolgimento: una exit strategy che obbliga lo sponsor a consegnare alla Soprintendenza i progetti ultimati, nonché ad affidare alla stessa i lavori progettati ed ancora in corso di esecuzione.

Il ripetersi delle condizioni di favore riscontrate nell’esperienza maturata sul sito di Ercolano appare ripetibile in termini generali, ma difficilmente concretizzabile quanto all’individuazione di sponsor disposti ad intervenire con lo stesso spirito e contributo della Packard. Basti pensare al disinteresse mostrato dallo sponsor del ‘progetto Ercolano’ rispetto a forme dirette di ritorno dell’immagine che, nella regola contrattuale della sponsorizzazione, sono invece il punto di forza della partecipazione privata.

Invero, il partecipante estero ha chiesto esclusivamente la possibilità di menzionare gli effetti del proprio intervento su riviste scientifiche specializzate e su modeste targhe commemorative piantate nel sito, oltre alla possibilità di poter organizzare visite guidate private, in orari di chiusura al pubblico, per gruppi di persone invitate a scopo accademico o scientifico: ciò che rende l’operazione de qua configurabile alla stregua di un’elargizione liberale-mecenatistica, più che di una rappresentazione sinallagmatico contrattuale che rispetti i crismi del contratto di sponsorizzazione vero e proprio. Una nuova ipotesi di liberalità nella quale, con la sottoscrizione del contratto di sponsorizzazione, il ‘mecenate’ (sponsor) partecipa ad ogni fase dell’attività espletata dall’ente pubblico sul progetto.

Ciononostante lascia forse ben sperare, per il futuro del nostro patrimonio artistico culturale, la costituzione a Pisa, nel luglio del 2013, sulla scia dell’esperienza di Ercolano, della nuova Fondazione Packard, costituita e partecipata dalla British School at Rome e conosciuta come “Istituto Packard per i beni culturali”.

Non è quindi improprio rilevare come l’analisi comparata delle esperienze di Ercolano e Pompei, distanti pochi chilometri ma – a quanto pare- lontane anni luce nella realtà dei fatti, evidenzi che la gestione perennemente (rectius, esclusivamente) emergenziale dei beni culturali non appaia la strada idonea da perseguire per una piena valorizzazione degli stessi.

La normativa di necessità ed urgenza, in uno ai limiti di gestione degli appalti e del personale derivanti dalla farraginosa normativa di riferimento (norme generali sugli appalti e sul rapporto di lavoro alle dipendenze delle PP.AA.) che si mostrano poco adattabili al mondo dei beni artistici,  hanno favorito il propagarsi di situazioni di stallo e perpetrata inattività di cui il sito pompeiano assurge ad emblema. Viceversa, la partnership sperimentata ad Ercolano, svincolata dai patologici ostacoli normativi e burocratici, ha fatto sì che le ingenti risorse finanziarie provenienti dallo sponsor privato fruttassero appieno.

Viene da pensare, quindi, come il problema strutturale che involge la vicenda Pompei non attenga tanto alle risorse disponibili, quanto alle modalità di gestione delle stesse. La conferma ci è data dall’osservazione del cambio di rotta che si è avuto nel Progetto Ercolano fra la prima e la seconda fase, quando, a fronte di tre anni di ‘inattività’ della S.A.P., a far data dal 2004 lo sponsor abbia visto aumentare i propri gradi di libertà nella gestione del progetto e nelle concrete modalità di esecuzione delle opere.

Nel rispetto dei precetti costituzionali di imparzialità e buon andamento, nonché nell’osservanza dei principi comunitari in materia di concorrenza, appare appropriato ipotizzare un  piano di recupero per Pompei ove la parte normativa e, burocratica, sulla scia dell’esperienza di Ercolano, lasci il passo al versante manageriale di stampo privatistico, ma sempre teleologicamente orientato alla massimizzazione dell’interesse pubblico specifico, consistente – è opportuno ribadirlo – nella pronta tutela del bene culturale.

L’architettura religiosa del distretto pompeiano: conoscenza, conservazione, valorizzazione

Collaboratore: arch. Margaret Bicco

Tutor: prof. arch. Marina D’Aprile

 

Sommario

Il patrimonio chiesastico pompeiano: pre-catalogo e conoscenza dei siti

Classificazione dei siti chiesastici: qualità, morfologie e problematiche conservative

La conoscenza per la conservazione: selezione e catalogazione dei siti

Il nuovo modello di scheda di valutazione

Chiesa del SS. Salvatore

Cappella della Madonna delle Grazie detta “La Rotonda”

Chiesa di S. Maria dell’Arco

Cappella della Madonna dell’Assunta

Chiesa del Sacro Cuore di Gesù

Chiesa di S. Maria Assunta in cielo

Chiesa di Maria SS. Immacolata Concezione

Chiesa di S. Giuseppe Sposo della Beata Vergine Maria

Proposta di itinerari turistico-culturali per la valorizzazione del patrimonio chiesastico pompeiano.

 

Fig. 1. Pompei, planimetria urbana con individuazione dei casi censiti.

 

Il patrimonio chiesastico pompeiano: pre-catalogo e conoscenza dei siti

Grazie alla propedeutica attività di pre-catalogazione, esito del primo trimestre di lavoro, si è proceduto al perfezionamento della fase d’identificazione dei manufatti, attualmente vigenti, componenti il patrimonio chiesastico del territorio. Il primo screening, delle cui qualità, finalità e modalità di attuazione si era già data contezza nei precedenti report, ha restituito un primo analitico catalogo dei valori architettonici, storici, religiosi e culturali sedimentati in ciascun episodio del comparto, insieme alla definizione delle condizioni conservative generali e d’uso specifiche di ciascun sito. Mediante l’ordinata valutazione delle connotazioni spaziali, figurali, documentali, materiche e culturali emergenti in ogni contesto del repertorio così definito si sono, dunque, selezionati i casi di maggiore significatività, destinatari della successiva definizione di indirizzi e protocolli di salvaguardia e valorizzazione, per la determinazione dei quali è stato approntato l’ulteriore necessario approfondimento della documentazione dei singoli episodi, attraverso la catalogazione delle pertinenti specificità (schedatura). La selezione di fabbriche così realizzata ha restituito le chiese e le cappelle del distretto di maggior qualità culturale rivelandone tuttavia, anche la vulnerabilità sul piano della conservazione.

Unitamente ad una valutazione dei contenuti culturali del repertorio chiesastico nella sua attuale vigenza, la pre-catalogazione ha restituito anche una prima generalizzata sistematizzazione delle permanenze e delle variazioni morfologiche, tipologiche e materico-costruttive che definiscono l’insieme delle fabbriche considerate nel loro complesso, ed anche una generalizzata definizione delle fragilità e delle mancanze che ne connotano usi e stati conservativi attuali.

 

Classificazione dei siti chiesastici: qualità, morfologie e problematiche conservative

Le fabbriche inventariate con le schede di pre-catalogo hanno consentito l’individuazione di due gruppi principali, distinti in funzione delle soluzioni strutturali e delle cronologie di fondazione. Una prima categoria raggruppa le chiese di fattura tardottocentesca e di primo Novecento, in muratura portante con volte d’identica costituzione, coperte da lastrici solari protetti dai tradizionali battuti di lapillo (Madonna dell’Arco, Madonna dell’Assunta, S. Paolino da Nola, Madonna delle Grazie, SS. Salvatore, S. Antonio, Sacro Cuore e, della diocesi di Sorrento-Castellammare Sacro Cuore di Gesù e i Sacri cuori di Gesù e Maria).

Questi impianti, costruttivamente da riferire interamente alla locale cultura edilizia contemporanea, ancora lontana dalla generalizzata adozione di materiali e pratiche industriali, connotata dall’uso prevalente di risorse autoctone (trachiti e scheggioni di pietrarsa per i paramenti e pomici e lapilli per gli orizzontamenti), con ben limitate varianti rispetto al coevo panorama partenopeo e secondo procedure riscontrabili comunemente anche nel restante comparto vesuviano costiero, sostanziano gli organismi di maggiore interesse ai fini dello studio, non soltanto dal punto di vista storico-critico e materico-costitutivo, ma anche sul piano dell’operatività della conservazione, raggruppando i casi che più necessitano di protezione e della valorizzazione di spazi e funzioni. Dal punto di vista morfologico, per volumi sempre di dimensioni piuttosto modeste, ricorrono disposizioni sia centrali, dal punto di vista della qualità architettonica, senza dubbio, le più interessanti, sia ad aula con sviluppo longitudinale e cappelle laterali. L’insieme si caratterizza uniformemente per l’adozione di linguaggi di stampo storicistico, in media d’ispirazione neoclassica e con accenti neorinascimentali, con apparati decorativi in stucco di semplice geometria e configurazione, prevalentemente, senza membrature e partiti lapidei di pregio, e con superfici intonacate, spesso, anche di recente fattura. Molti di questi organismi, infatti, sono stati diffusamente modificati da consolidamenti e ristrutturazioni seriori, soprattutto approntati nell’ultimo quarto del XX secolo. Gli stati conservativi pertinenti risultano di differente complessità e patologia. Accanto a fabbriche interessate da recenti interventi manutentivi vigono, ad esempio, esemplari largamente compromessi dall’utilizzo di elementi e strutture in c.a., che vanno dunque inquadrati in una prospettiva operativa della conservazione del tutto peculiare (complesso del Sacro Cuore ala nord).

Il secondo gruppo di manufatti inventariati con il pre-catalogo comprende le chiese a struttura portante, orizzontamenti e coperture in c.a., uniformemente ascritte agli anni Sessanta-Ottanta del Novecento, in media, connotate da condizioni conservative buone e da qualità artistico-figurative e architettonico-costruttive, in qualche caso, anche di valore ed interesse (la “Vela”, S. Maria Assunta in cielo, Maria SS. Immacolata Concezione, S. Giuseppe Sposo della Beata Vergine Maria). Anche dal punto di vista materico-costruttivo alcuni degli edifici indicati presentano elementi peculiari che, potendosi pure giovare della testimonianza fornita dai grafici e dalle documentazioni di progetto, consentono approfondimenti significativi sotto il profilo tecnologico e della durabilità degli apprestamenti adottati, consentendo, dunque, anche relativamente a quest’ultimo repertorio di fabbriche, la determinazione di indirizzi finalizzati alla loro corretta manutenzione e/o al competente miglioramento prestazionale. Nella terza fase del lavoro, quindi, l’analisi di questi manufatti ha determinato la redazione di un registro sistematico delle rispettive consistenze materico-costruttive, con allegate documentazioni grafiche e fotografiche, al regesto degli elementi e apparati di pregio e delle loro condizioni, alla determinazione delle patologie di degrado materico e funzionale di maggiore impatto, dunque alla predisposizione dei relativi indirizzi di manutenzione e protezione. Relativamente, infine, ai soli impianti di pregio sono in itinere gli studi delle possibili pratiche di valorizzazione, segnatamente, con la definizione di appropriati itinerari turistico-religiosi. All’interno di percorsi culturali appositamente definiti per la conoscenza e la migliore fruizione del patrimonio architettonico contemporaneo del distretto, questi organismi, infatti, certamente rappresentano adeguate mete turistiche, anche per i repertori artistici e scultorei ivi allocati.

 

Fig. 2. Pompei, planimetria urbana con individuazione dei casi selezionati per le schede di catalogo.

 

La conoscenza per la conservazione: selezione e catalogazione dei siti

In ragione delle valenze culturali individuate con il pre-catalogo, degli stati conservativi vigenti e, naturalmente, anche delle ricerche esperite nelle passate attività del Benecon sul medesimo territorio, sono stati selezionati per gli ulteriori approfondimenti conoscitivi soltanto alcuni dei manufatti in muratura portante inventariati (Madonna dell’Arco, Madonna dell’Assunta, Madonna delle Grazie, SS. Salvatore, Sacro Cuore), ed alcuni degli organismi di più recente impianto (S. Maria Assunta in cielo, Maria SS. Immacolata Concezione, S. Giuseppe Sposo della Beata Vergine Maria).

La catalogazione degli esemplari elencati è coincisa con la redazione della “scheda A” dell’ICCD, successivamente implementata con un nuovo modello di scheda di valutazione, per consentire una lettura mirata e analitica degli stati conservativi di materiali, strutture e superfici, senza la quale sarebbe stato davvero aleatorio suggerire analitici protocolli d’intervento.

Con la redazione della scheda “A” si è principiato l’approfondimento delle aspetti materico-costruttivi delle opere selezionate ricostruendone, dal momento della fondazione all’attualità, cronologie e modalità esecutive anche delle maggiori trasformazioni seriori (restauri, consolidamenti, ristrutturazioni).

Si è inoltre, approfondita la ricerca documentaria, grafica e cartografica presso gli uffici tecnici e l’archivio storico del Comune, gli archivi parrocchiali, l’archivio dell’Ufficio Tecnico della Curia e l’archivio “Bartolo Longo”, recuperando documenti, grafici e pratiche di cantiere originali e, massimamente inediti. Altre indagini sono state svolte presso l’Archivio di Stato di Salerno, consultando i fondi Intendenza – Affari Ecclesiastici vari, Intendenza – Opere Pubbliche e Tribunale Civile (sez. Perizie-Cartografia), sulla base della considerazione che, nella seconda metà dell’Ottocento, alcune delle fabbriche in esame, come ad esempio la Cappella della Madonna delle Grazie detta “La Rotonda”, si ritrovavano sotto la giurisdizione del comune di Scafati in provincia di Salerno[1]. In questa maniera si sono integrati i dati reperiti precedentemente presso gli archivi della competente Soprintendenza di Napoli. L’indagine documentaria costituisce un canale prezioso di approfondimento degli aspetti materico-costruttivi, altrimenti difficilmente reperibili attraverso l’esame diretto, almeno limitatamente ai casi in cui le superfici appaiono mediamente ben intonacate. Nonostante le troppe limitazioni alla consultazione si è principiato, poi, lo scandaglio anche presso l’Archivio della Curia di Nola, diocesi presso la quale, prima del generalizzato passaggio al Santuario mariano, tutti gli organismi catalogati, uniformemente riferivano. Resta da dire infatti, che il comprensorio di fabbriche così individuato, quasi costantemente, riferisce le singole fondazioni alla necessità di sostituire organismi pregressi, in media pesantemente degradati e/o in rovina, demoliti e, quindi ricostruiti, anche in altro sito, in forma sostanzialmente diversa. Questa ed altre peculiarità suggeriscono ulteriori interessanti elementi identitari di questo repertorio.

Il nuovo modello di scheda di valutazione

Mediante l’ideazione di nuovo modello di scheda, ripetutamente editato per meglio calibrarsi sui singoli casi di studio, insieme ai dati identificativi dei singoli episodi censiti ed a quelli dedotti dalle ricerche storico-documentarie che, per ogni organismo, hanno registrato evoluzioni e caratteri delle pertinenti fasi costruttive e/o trasformative degli impianti originali, si sono registrate le annotazioni relative alle specifiche costituzioni materico-strutturali e le osservazioni inerenti gli stati conservativi precipui, con peculiare riferimento alle condizioni di conservazione di materiali, finiture ed elementi strutturali, il tutto rilevato con l’ausilio di indagini dirette e indirette e, riguardo alla sola facciata principale, con riprese mosaicate fotoraddrizzate, tali da consentire una lettura dettagliata dei principali valori materici e figurali presenti, sì come dei fenomeni di degrado e dissesto competenti le singole superfici. Inoltre, per alcuni casi studio, dove la presenza di intonacature grosso modo integre non consente un’analisi ravvicinata delle costituzioni materico-strutturali, è stata intrapresa una campagna diagnostica mediante termocamera FLIR T420bx. Le riprese termografiche, eseguite al fine di rivelare eventuali difformità di comportamento delle qualità materiche individue e, quindi,  l’eventuale presenza di processi degenerativi non distinguibili ad occhio nudo, hanno rivelato, tra l’altro, alcune trasformazioni (tamponature di aperture, presenza di cavità, di giunti, etc.) subite precedentemente dagli impianti indagati e oggi difficilmente rilevabili data l’omogenea intonacatura delle superfici. Per la chiesa dedicata al SS. Salvatore, ad esempio, l’indagine termografica effettuata sulla parete presbiteriale esterna ha rivelato la presenza in sommità, di un precedente oculo di sagoma circolare poi tamponato, presumibilmente approntato in conseguenza dell’intervento di adeguamento liturgico attuato negli anni Sessanta del Novecento. Il ricorso a tale adattamento dello spazio chiesastico seppur non documentato da grafici o relazioni, era già emerso attraverso il confronto planimetrico tra la situazione attuale e le diverse piante redatte in occasione del progetto ottocentesco, documentazione regolarmente allegata alla scheda, rintracciata nel corso della ricerca archivistica relativa. Ancora oggetto di studio e, in fase di ulteriore elaborazione, è inoltre il riscontro ottenuto tramite la ripresa termografica di alcune tracce che sembrerebbero riferire ad una copertura differente dalla configurazione piana attuale. Inoltre, è stato indagato il prospetto est dell’adiacente canonica, che sembrerebbe rivelare la presenza di due piccoli oculi tamponati alla base del campanile realizzato in sopralzo, e le facciate principali di ulteriori quattro casi studio scelti tra quelli di maggiore interesse storico-culturale: la cappella di S. Maria delle Grazie, la chiesa di S. Maria Assunta in Cielo, la chiesa del Sacro Cuore di Gesù e l’impianto dedicato a S. Maria dell’Arco in località Giuliana. A parte l’ultimo organismo citato, per il quale s’intende procedere con una specifica campagna di ulteriori e differenziate indagini diagnostiche, le fabbriche sottoposte alle riprese termografiche sono, omogeneamente caratterizzate dalla presenza di intonaci e finiture pressoché integri, tali da impedire il riscontro diretto delle caratteristiche materiche specifiche, ragione per cui si è scelto di ricorrere alla procedura diagnostica indicata, in grado, infatti, almeno per limitati spessori, di “leggere” eventuali differenze costitutive e tracce stratigrafiche significative. Mentre per i primi due casi citati l’intensità di radiazione emessa dalle facciate è risultata globalmente omogenea, per la chiesa del Sacro Cuore di Gesù la ripresa sembrerebbe rivelare in sommità la preesistenza di un’iscrizione, presumibilmente ascrivibile alla primitiva destinazione d’uso della fabbrica, come già evidenziato, utilizzata originariamente come orfanotrofio. In particolare, inoltre, il fronte della chiesa di S. Maria dell’Arco ha evidenziato  un’intensità di radiazione fortemente disomogenea, con le zone più fredde registrate in corrispondenza del basamento, evidenziando, quindi, l’accumulo di infiltrazioni dovute presumibilmente a fenomeni di rimbalzo, ed al conseguente mancato allontanamento delle acque provenienti dal normale dilavamento della superficie indagata. Nello stesso organismo, inoltre,  la ripresa termografica ha anche riscontrato alcune tracce che, all’altezza del secondo registro, sembrerebbero evidenziare la preesistenza di una diversa e più bassa copertura a doppia falda dell’invaso, forse limitata alla sola parte anteriore dell’attuale configurazione spaziale che, proprio per le incertezze rilevate, è ancora oggetto di studio e di ulteriore elaborazione, essendo questo aspetto particolarmente rilevante ai fini dello studio stratigrafico e costruttivo dell’impianto, quindi, all’interpretazione degli attuali quadri di degrado e dissesto che lo connotano.

Le analisi svolte riportate nel modello di scheda in parola, oltre alla lettura dei dati costitutivi e delle condizioni conservative proprie ad ogni impianto, sono sfociate anche nella preliminare determinazione delle tipologie d’intervento previste per la conservazione/manutenzione/ valorizzazione di ogni episodio. Sono così evidenziati: le categorie d’intervento distinte tra restauro, consolidamento strutturale, restauro dei materiali e delle superfici, opere di presidio, miglioramento sismico, inserimento corpi di nuova costruzione, manutenzione, consolidamento, sostituzione elementi e/o finiture incompatibili, rimozione del degrado visivo, etc.; i singoli elementi, componenti e strutture della fabbrica interessati dagli interventi proposti; la sistemazione/aggregazione di spazi ed aree attrezzate destinati alle attività (sociali, religiose, o altro) ed ai servizi (parcheggi, depositi, etc.) di corredo all’attività liturgica, l’aggiornamento e/o ristrutturazione impiantistica con specificazione del tipo di impianti su cui intervenire, la rimozione delle barriere architettoniche e degli altri componenti che ne limitano una completa fruizione e l’indicazione degli eventuali itinerari turistico-religiosi cui riferire l’organismo per agevolarne la competente valorizzazione, segnalando cioè, l’eventuale vocazione dell’impianto ad essere inserito in tali opportuni percorsi, per potenziare visibilità e fruizione dei valori e dei significati materici, figurali, storico-religiosi, individuati e registrati come elementi da tutelare particolarmente nella prima parte della scheda.

Sono stati predisposti, infine, anche i necessari allegati per la lettura, l’approfondimento e la verifica dell’organismo schedato. In generale, per ogni impianto tali materiali comprendono: rilievo grafico e fotografico della situazione attuale; planimetrie urbana e catastale odierne; iconografia storica grafica, cartografica e fotografica; copia delle documentazioni archivistiche reperite, funzionali alla ricostruzione cronologica dello sviluppo edilizio e alla definizione degli interventi attuati successivamente alla fondazione e fotomosaico fotoraddrizzato della facciata d’ingresso. In particolare, quest’ultimo elaborato, integrato dalla lettura materica diretta dell’organismo, in qualche caso anche coadiuvata dal ricorso all’indagine termografica, ed alla ricostruzione delle qualità materico-strutturali ricavata attraverso l’analisi del competente materiale d’archivio (computi, relazioni, contratti di fabbrica) consente una più dettagliata e spedita restituzione e/o interpretazione delle caratteristiche materiche e dei relativi quadri di degrado e dissesto, coadiuvando quindi significativamente la scelta degli indirizzi e delle categorie d’intervento più adeguati e compatibili con le configurazioni da tutelare e valorizzare.

Di seguito è riferita la sistematizzazione dei dati desunti dalla catalogazione dei primi impianti tra quelli selezionati.

Fig 3

Fig. 3. Pompei, chiesa SS. Salvatore, ripresa termografica della parete absidale, particolare dell’oculo tamponato.

Fig 4

Fig. 4. Pompei, chiesa Sacro Cuore, ripresa termografica della facciata, particolare.

Fig 5

Fig. 5. Pompei, chiesa Madonna dell’Arco, facciata, particolare della ripresa termografica del secondo registro.

Fig. 6. Pompei, chiesa Madonna dell'Arco, ripresa termografica del basamento.

Fig. 6. Pompei, chiesa Madonna dell’Arco, ripresa termografica del basamento.

 

Chiesa del SS. Salvatore.

La chiesa del SS. Salvatore desta un interesse peculiare, più che dal punto di vista artistico e architettonico, sul piano culturale e storico-religioso, in quanto assume un valore particolarmente rappresentativo per questo territorio, costituendo, come già ricordato, l’elemento generatore di ogni altro episodio chiesastico e, in generale, religioso delle pertinenze esaminate, finanche dello stesso Santuario mariano. Progettata alla fine del XIX secolo dal noto architetto Giovanni Rispoli su commissione dell’avvocato Bartolo Longo ed appaltata da Gennaro Accardi, la sede viene inaugurata nel 1898. In base al materiale documentario reperito, lo studio di questa fabbrica consente interessanti approfondimenti su materiali e procedure esecutive adottate nel cantiere tradizionale al volgere del XIX secolo, agevolando riflessioni di ordine più generale sulla cultura costruttiva locale e sulla preparazione dei tecnici coinvolti. I dati documentano segnatamente gli aspetti materico-costruttivi dell’organismo, innanzitutto le fondazioni impostate sul piano detto del “bracciariello” ad una profondità di 3.50 m, realizzate in muratura di scheggioni vesuviani[2]. I setti fuori terra, anch’essi in scheggioni di trachiti e pietrarsa, sono realizzati «a due fronti»[3], probabilmente volendo con questa espressione riferire a murature a sacco con le pezzature volumetricamente e morfologicamente più grandi e regolari poste nei paramenti e nucleo, comunque apprestato contestualmente ai fronti, confezionato con le pietre, comunque rustiche, più piccole ed eterogenee, annegate in abbondante malta di granulometria grossolana, con uno spessore compreso tra 1.30 e 1.50 m, ridotto ad 1 m in corrispondenza dell’assida e delle cappelle. Per ora nulla può dirsi al riguardo degli impasti. Mentre sappiamo che, in blocchi di tufo sono i sei archi trasversali della volta a botte che copre l’invaso in pomici del Viulo. Tale toponimo riferisce ad un cratere, individuato tra Torre del Greco e Torre Annunziata, non lontano da un secondo sito di estrazione di simile qualità, posto più a nord e denominato “Fosso della Monaca”, con accumuli di pomici conseguenti all’eruzione del 1760[4]. La contabilità del cantiere di fondazione della chiesa documenta la realizzazione di lastrico solare sulla volta di copertura, rivestito in battuto di «lapillo bianco»[5], ovvero del consueto materiale vesuviano, spesso preferito alla varietà nera, dalla scarsa resistenza meccanica ma dalla ben nota leggerezza e ottima deformabilità e coibenza[6], oggetto purtroppo di ripetute manomissioni, fino al più recente occultamento con asfalto[7] e successivamente con  guaine bituminose. L’uso sconsiderato di queste ultime, segnalato fin dal 1961 da Roberto Pane[8], è attribuibile, com’è noto, proprio alla mancata conoscenza generalizzata delle caratteristiche prestazionali di questo magistero e, soprattutto alla perdita di artigiani competenti in questo settore che, già negli anni Sessanta, risulta aver spesso perso le conoscenze necessarie alla manutenzione dei battuti, cioè al risarcimento delle loro lesioni (sarcitura), avendo progressivamente perduto ogni dimestichezza con le pratiche storiche. Comunque, il computo redatto nell’ultimo decennio dell’Ottocento da G. Rispoli, conferma quanto fosse ancora comune, a quella data, l’adozione dei “battuti di lapillo” per la coibentazione e l’isolamento degli estradossi di copertura testimoniando, altresì, la persistenza del costume di coprire la superficie a battitura ultimata con uno strato di paglia per almeno due mesi, affinché asciugasse gradualmente e uniformemente. Ulteriori segnalazioni interessanti sull’utilizzo dei magisteri tradizionali, in questo caso, rimandano all’impiego di casseformi lignee «alla romana», sia per la realizzazione delle fondazioni sia per le strutture voltate[9]. Altre annotazioni riferiscono alle modalità di esecuzione degli elementi decorativi, come  le basi e i capitelli delle dodici lesene di ordine dorico che caratterizzano le pareti interne realizzate  con “spaccatelle” di tufo (la spaccatella aveva regolarmente dimensioni più contenute rispetto alle pietre di fabbrica correnti)[10] dal profilo appositamente sagomato, adoperate anche «lavorate e sfettate sul fronte» per l’esecuzione della sopracornice. Differentemente le cornice di coronamento degli architravi sono impostate su un ossatura di mattoni, attestati «in apposite caraci». Documentata è anche la formazione dell’edicola, realizzata per ospitare la statua del SS. Salvatore, decorata da «mostra, pilastri ed alette», e il reimpiego di alcuni arredi provenienti dalla preesistente sede, come il battistero, la balaustrata, gli altari marmorei, trasportati e ricomposti su supporti in muratura di tufo con malta di gesso e grappe di ottone. Delle antiche mense non è specificato né il numero né l’ubicazione, in effetti, pur presentando attualmente la chiesa quattro altari, oltre l’altare maggiore di fattura contemporanea, gli unici due presenti nell’impianto attuale fin dal 1898, data dell’inaugurazione, coincidono con i due esemplari posti nella terza cappella nord, dedicata a S. Anna già S. Francesco, e nella simmetrica a sud, dedicata al SS. Salvatore, già SS. Addolorata nel 1899 e, nel 1916, intestata alla Madonna del Carmine, entrambe sistemate al limite dell’area presbiteriale.

In corrispondenza della prima campata, un tempo, erano due confessionali simmetricamente disposti rispetto all’ingresso, come documentato da una descrizione della chiesa redatta nel 1899 in seguito alla sua inaugurazione[11], mentre la campata intermedia ospitava a sud il fonte battesimale e a nord il vano di accesso all’adiacente sagrestia, dunque coeva alla coeva alla fondazione dell’organismo. Dalla descrizione del 1899 si apprende, inoltre, che dalla porta della sagrestia, nella quale era pure uno spogliatoio, era possibile uscire all’esterno e anche salire al piano superiore, «dove si raggiunge attraverso una scala l’alloggio del parroco, la cantoria, la terrazza e il campanile», sostanzialmente, secondo quanto ancora oggi si vede.

Degli altari descritti, assimilati da una concezione formale comune, il primo, titolato a S. Anna, è dotato alla base di lastra marmorea con incisa una dedicazione che precede l’edificazione della chiesa odierna: «A devozione di Angelo Tortore 1867» a testimonianza del fatto che facilmente, potrebbe provenire dalla prima sede. I rimanenti due altari attualmente presenti nell’aula presero il posto dei confessionali descritti soltanto due decenni dopo la fondazione, come riferiscono le loro iscrizioni: «A devozione dei Valpompeiani 1919». Tra gli elementi di reimpiego è menzionata anche la cantoria, ma con le integrazioni necessarie a costituire un solido piano di calpestio, ed un parapetto ligneo ornato da riquadrature scorniciate e bugnate con  «dipintura bianco ad olio»[12]. Dal computo metrico si evince anche la tinteggiatura prevista per la facciata «color pietra vesuviana e mattoni»[13], evidenziando una bicromia diversa da quella dello stato attuale basata sulla giustapposizione del giallo della specchiature lisce ed il grigio chiaro dei risalti come i cantonali e le modanature del primo e secondo registro.

Si segnala, inoltre, il rinvenimento di un’inedita edizione della pianta di progetto[14] datata 1 febbraio 1897, in cui è illustrata una versione dell’esedra antistante la fabbrica più profonda (12.40 m) rispetto a quanto rappresentato (7.70 m), nella pianta già pubblicata[15], di due mesi antecedente per una larghezza costante di 26.40 m, documentando una probabile variante in corso d’opera. Tale “muro di precinzione” è progettato anch’esso in muratura intonacata di scheggioni “a due fronti”, rifinita da una fascia superiore a risalto prevista solo sulla fronte prospiciente il sagrato e dotato di un cancello in ferro con piastre e bastoni ornati “alla francese”. La conformazione attuale del sagrato, delimitato a nord e a sud da setti murari rettilinei, denota la mancata realizzazione dell’esedra, anche nella variante del 1897. Anche la descrizione del 1899 menziona «il vasto piazzale cinto di mura» che anticipa la chiesa[16]. Un ulteriore indizio in merito alla conformazione del sagrato è fornito dal rinvenimento di un carteggio dei primi anni del Novecento, tra il parroco pro tempore e l’ingegnere Giulio Mascoli della Società Meridionale di Elettricità[17]. Va infatti segnalato un procedimento di esproprio in corso fin dal 1902, di cui è responsabile l’ingegnere G. Mascoli dell’Ufficio Espropriazioni della predetta società, sull’area antistante la chiesa del SS. Salvatore per ben 35 mq, cui il parroco tentò di opporsi, giungendo a rinunciare alla costruzione del muro, purché l’esproprio rientrasse al massimo nei 20 metri quadri concordati inizialmente.

Nel 1899 B. Longo, nel descrivere la chiesa da poco ultimata, affermò che «la lunghezza della navata, compresa l’assida è di oltre 20 metri, la larghezza è di otto». Le dimensioni,  al netto degli spessori murari e delle cappelle laterali, sono confermate anche dall’indicata pianta quotata del 1897. Longo affermò inoltre, con eccessiva enfasi che «tutta la superficie rappresenta il quadruplo di quella dell’antica parrocchia»[18]. Le dimensioni della primitiva fabbrica del SS. Salvatore registrate in diversi documenti evidenzierebbero invece un rapporto di poco meno di 1:3 tra i due edifici di culto. Infatti, a partire dal 1835, «la cappella rurale di Valle sotto il titolo del SS. Salvatore» viene descritta «dell’estensione di palmi 20 per 36»[19] cioè, circa 5.30 x 9.50 m corrispondenti a 50.4 mq rispetto ai 160 mq del nuovo progetto. Nel 1841 si confermano le misure precedenti, dichiarando la vigenza di una «piccola chiesa lunga palmi 37 e larga palmi 21»[20]. Nel rilievo dell’architetto Carlo Coppola del 1850 si riscontra una più dettagliata descrizione della fabbrica, comunque confermando le dimensioni già dichiarate in precedenza, ossia «lunghezza palmi 36, larghezza palmi 20.20», documentando altri elementi di confronto con la configurazione che successivamente essa assunse, come le dimensioni in alzato «altezza fino all’imposta della volta p. 16 e 1/2» circa 4.3 m e anche il «sesto della volta a botte p. 8.25» corrispondente a circa 2.15 m, testimoniando, quindi il mantenimento della morfologia di copertura adottata nel progetto di Rispoli. Tali dati lascerebbero supporre, quindi, una riedificazione della sede chiesastica, comunque, ispirata alla pregressa conformazione, ma di maggiori proporzioni. Ancora non possiamo dire però, riguardo agli altri ambienti componenti il complesso e, soprattutto, alla facciata della chiesa tardottocentesca se Rispoli, anche in questo caso, volle mantenerne i caratteri formali principali.

Il computo citato[21] include anche la misura della sagrestia coperta da due volte a vela in pomici del Viulo con gli annessi locali di servizio e sovrastante casa canonica, uniformemente realizzati in muratura di scheggioni vesuviani con lastrici solari in battuto di lapillo bianco.

Le finiture erano previste previo abbozzo, in intonachino steso “a regolo”. Per la pavimentazione furono messi in opera «quadroni di Santamaria sopra masso di malta»[22], mentre attualmente l’invaso presenta un pavimento marmoreo. Il toponimo potrebbe riferirsi ad una fornace di S. Maria Capua Vetere ancora attiva nel XIX secolo[23]. Sempre nella descrizione del 1899 è documentato che, al fine di «accrescere il decoro ed il rispetto del sacro sito, nei due lati di Mezzogiorno e di Occidente, si sono lasciate due ampie zone di terreno» libere. Ma nel corso dei decenni, come si evince dalle planimetrie urbane tra il 1959 e il 2008, oltre al frazionamento del lotto con sistemazione anche dell’area retrostante ad attrezzature sportive pertinenziali, risultano pure ampliati gli ambienti di servizio della parrocchia e la canonica, appunto con l’occupazione di tali aree originariamente libere. In particolare, un primo incremento delle volumetrie di tali ambienti è registrato fin dal 1959, mentre un ulteriore incompatibile accrescimento avvenuto addossandosi alla parete absidale è documentato da un rilievo del 2003 eseguito dall’arch. M. Varone[24]. Degno di nota è, in particolare, il rinvenimento di una seconda pianta inedita del complesso[25] redatta il 28 maggio 1898 dall’architetto Giovanni Rispoli e firmata dal vescovo di Nola Agnello Renzullo, Diodato Sansone, dal parroco Gennaro Federico, dal dottor Giacomo Tosi segretario comunale e da Bartolo Longo. Tale pianta registra l’attuale conformazione del sagrato delimitato a nord e a sud da setti murari rettilinei, e dunque conferma, come già ipotizzato nel report precedente, la mancata realizzazione dell’esedra inizialmente prevista dal progetto del Rispoli per la configurazione del sagrato, proposta, come si è detto, in due varianti: la prima profonda 7.70 m, la seconda, mantenendone invariata la larghezza, di 12.40 m. Pur mantenendo la stessa profondità della seconda versione, il Rispoli adotta, infine, per la delimitazione del sagrato angoli retti a vantaggio di una maggiore larghezza della piazza che dai 26.40 m iniziali raggiunge così 33.00 m. Infatti, il pozzo previsto nel settore settentrionale dell’esedra risulta traslato verso occidente in corrispondenza della parete nord della canonica. Inoltre, tale pianta redatta in scala 1:100, rivela l’originario assetto anche dell’area presbiteriale – quello attuale è infatti frutto di un intervento degli anni Sessanta del Novecento – con l’altare marmoreo addossato alla parete absidale, nella quale risulta un’edicola ricavata nello spessore murario e anticipata da due colonnine, creata per allogarvi la statua del Santo cui la chiesa è intitolata. La descrizione del Longo aggiunge particolari sull’assetto formale dell’originaria soluzione absidale affermando che, costituendo la «parte principale della chiesa» l’edicola è «ricca di ornati e sul frontone presenta due figure scultorie, ed il tutto forma un assai vago insieme»[26].

Sul piano conservativo vanno evidenziate alcune criticità, non ultima, la problematicità rappresentata dalle vibrazioni indotte su strutture e finiture dalla presenza dell’adiacente impianto ferroviario (Circumvesuviana). In buono stato relativamente agli interni, per gli esterni va, invece, rilevata l’incompatibilità fisico-chimica di intonaci e tinteggiature di sostituzione, approntati con impasti cementizi e coloriture filmogene. Più propriamente occorrerebbe adottare impasti a base di calce naturale additivata e coloriture a base di terre, ripristinando altresì l’originaria bicromia prevista dal Rispoli, giocata sul grigio della pietra vesuviana ed il rosso mattone. Le condizioni ambientali, già compromesse dal traffico veicolare e ferrato, rendono auspicabile, inoltre, una migliore sistemazione del sagrato, paradossalmente reso oggi meno fruibile dall’avervi piantumato alcuni alberi di ulivo nel 2005, in occasione della dedicazione dello spazio al Pontefice Giovanni Paolo II.

Fig. 7. Pompei, chiesa SS. Salvatore, facciata con adiacente casa canonica.

Fig. 7. Pompei, chiesa SS. Salvatore, facciata con adiacente casa canonica.

Fig. 8. Pompei, chiesa SS. Salvatore, interno, particolare dell'aula liturgica.

Fig. 8. Pompei, chiesa SS. Salvatore, interno, particolare dell’aula liturgica.

Fig. 9. Rispoli G., Pianta della nuova Parrocchia del SS. Salvatore in Valle di Pompei. Proprietà Comm.r Bartolo Longo (ABL, Sez. 1, f. 4, a. 1897).

Fig. 9. Rispoli G., Pianta della nuova Parrocchia del SS. Salvatore in Valle di Pompei. Proprietà Comm.r Bartolo Longo (ABL, Sez. 1, f. 4, a. 1897).

Fig. 10. Rispoli G., Pianta della nuova Parrocchia del SS. Salvatore in Valle di Pompei. Proprietà Comm.r Bartolo Longo (ADNo, Valle di Pompei, a. 1898).

Fig. 10. Rispoli G., Pianta della nuova Parrocchia del SS. Salvatore in Valle di Pompei. Proprietà Comm.r Bartolo Longo (ADNo, Valle di Pompei, a. 1898).

 

Cappella della Madonna delle Grazie detta “La Rotonda”.

Il proseguimento dell’indagine d’archivio presso il Santuario ha raccolto anche l’inedita «misura dei lavori di muratura eseguiti»[27] per l’edificazione della cappella dedicata alla Madonna delle Grazie, detta “La Rotonda” per la pianta ottagonale e le chiare allusioni rinascimentali, ubicata in località S. Abbondio. Attraverso il reperimento della contabilità del cantiere della riedificazione ottocentesca (1894-1895) – anch’essa progettata e diretta dall’architetto Giovanni Rispoli che, di li a breve, fu anche autore della riedificazione del SS. Salvatore – è possibile una ricostruzione dettagliata dei materiali e delle tecniche adottate per la realizzazione della soluzione strutturale, restituendo, oltre una preziosa testimonianza sulla sua costituzione, in gran parte celata oggi dall’intonaco, dunque, di difficile determinazione senza la predisposizione di saggi e indagini diagnostiche, un altro interessante spaccato delle pratiche edilizie pompeiane al volgere del XIX secolo, in particolare per l’architettura religiosa.

Come per la chiesa del SS. Salvatore, infatti, sono emersi dati sulle fondazioni, realizzate controterra in muratura continua di scheggioni vesuviani per uno spessore di 2.70 m, sulle piattabande in mattoni con “malta sottile”, sulla “volta a scodella” anche in questo caso confezionata in «muratura di pomici del Viulo», con «arriccio e abbozzo di malta spianato a regolo per ricacciare le otto costole»[28], nonché, sul battuto di lapillo vulcanico dello spessore di 0.15 m, realizzato sul suo estradosso. Sette lati dell’impianto ottagonale sono caratterizzati da superfici in stucco listato a bugne, interrotte da coppie di lesene ioniche, anch’esse in stucco, impostate su un basso podio, ad inquadrare le finestre rettangolari ed il portale. All’ottavo lato, in corrispondenza del presbiterio, è addossato un volume parallelepipedo allungato di altezza inferiore, coevo alla fondazione, adibito a sagrestia. Il portale ha un architrave aggettante su mensole sagomate e una cornice a fasce, il tutto in stucco. Superiormente è un‘epigrafe in marmo di Carrara, che recita: «Matri Divinae Gratiae et Divo Abundio dicatum», mentre nella fascia sottostante è impressa la data di fondazione «XX Oct MDCCCXCV». Tra gli elementi architettonici e decorativi, oltre alle partiture interne in stucco (zoccolatura, lesene e superiore fregio in aggetto), va segnalata la pavimentazione bicroma in marmo bianco e bardiglio a fasce circolari concentriche, corrispondente alle originarie disposizioni di Rispoli. Sul piano conservativo si evidenziano unicamente limitati problemi (erosione, distacchi, esfoliazione, graffiti vandalici) di tenuta delle finiture esterne, soprattutto in prossimità delle zone più dilavate. Data la prossimità del sito al Santuario mariano – cui pure è legato dalla comune attribuzione a B. Longo delle responsabilità generali e della gestione delle realizzazioni, e considerate le peculiarità ambientali del vicino contesto, ripetute sono, infine, le occasioni per includere l’impianto in possibili itinerari turistico-culturali, non soltanto di tipo religioso. Insieme ai citati resti archeologici occorre ricordare, infatti, che nelle adiacenze si posiziona l’ex-Seminario B. Longo, una pregevole realizzazione contemporanea di Simon Pietro Salini e Renato Renosto con l’annessa cappella de “La Vela”, cosiddetta per la particolare copertura, da tempo in abbandono.

Fig. 11. Pompei, località S. Abbondio, cappella Madonna delle Grazie detta "La Rotonda", fronte settentrionale.

Fig. 11. Pompei, località S. Abbondio, cappella Madonna delle Grazie detta “La Rotonda”, fronte settentrionale.

Fig. 12. Pompei, località S. Abbondio, cappella Madonna delle Grazie detta "La Rotonda", altare maggiore.

Fig. 12. Pompei, località S. Abbondio, cappella Madonna delle Grazie detta “La Rotonda”, altare maggiore.

Chiesa di S. Maria dell’Arco.

Ubicata in località Civita Giuliana, la chiesa è situata a nord-ovest della città, al limite del comune di Boscoreale ed a monte dell’area archeologica pompeiana, in una zona ancora oggi a prevalente destinazione agricola, sottoposta a vincolo archeologico, in forza dei ripetuti ritrovamenti di epoca romana. L’edificio in muratura a cantieri di pietra vesuviana desta particolare interesse per la singolare morfologia dell’impianto, trilobato, a sviluppo assiale e con abside semicircolare, i cui volumi laterali raccordati in curva agli ambienti d’ingresso e di fondo, quasi si dispongono come uno pseudo-transetto. In pessime condizioni conservative, nonché privato di parte cospicua delle originarie membrature lapidee, la fabbrica ancora custodisce finiture, elementi e arredi originali, tra cui i due altari in stucco ed un altro marmoreo più recente. L’organismo preserva significative testimonianze della locale tradizione costruttiva tra fine Settecento e primo Ottocento, datandosi al 1830 il compimento dell’attuale assetto. Si segnalano le grate “a bastoni” in ferro battuto a maglia romboidale a ritegno delle finestre ed il portone ligneo a due ante. La facciata, con portale architravato in trachite inquadrato da coppie di paraste che definiscono anche il secondo registro della fronte, è dotata di finestrone centrale e coronamento a timpano in muratura. Il volume che costituisce l’attuale ingresso, di pianta quadrata e coperto a botte lunettata, sembrerebbe appartenere ad un pregresso, più piccolo impianto liturgico, forse ampliato entro il 1830, come suggerirebbe anche la ripresa termografica della facciata principale, dalla quale emergerebbe l’impronta di una precedente, più bassa copertura a spioventi. Una epigrafe marmorea sulla parete a sinistra dell’ingresso ricorda il fondatore Nicola De Rinaldo e la riapertura al culto della sede avvenuta nel 1962, in seguito alla cessione del sito al Pontificio Santuario. In abbandono sin dal sisma del 1980, a causa dei dissesti al tempo provocati, nel citato volume anteriore si procedette ad un consolidamento con sottarco in c.a. dell’arco che immette nello spazio centrale. Le pesanti condizioni di degrado che oggi connotano la fabbrica, con particolare riferimento ai fenomeni di aggressione biologica ed alle incrostazioni saline presenti su volte e superfici verticali, anche ulteriormente aggravate dalla precarietà in cui versano le strutture cementizie, discendono dalle copiose infiltrazioni di acque meteoriche provenienti dalle coperture, mentre dalla risalita capillare si direbbero interessati tanto il basamento che la pavimentazione. Constatato anche il rinvenimento nell’area di testimonianze archeologiche, un’efficace conservazione e valorizzazione delle ex-strutture liturgiche deve forzatamente presumerne oltre alla conservazione della destinazione al culto, tanto radicato tra gli abitanti della contrada, anche un rinnovamento funzionale che, devolvendo l’impianto a fini culturali e/o ricreativi, possa rappresentare un sito di utilità sia per i locali che per i turisti, per i quali potrebbe essere d’interesse anche l’allestimento di un percorso di visita destinato alla tipica architettura rurale che, nella Civita Giuliana, conta ancora alcuni interessanti episodi, sparsi tra noci e noccioli, viti e melograni.

Fig. 13. Pompei, contrada Giuliana, chiesa Madonna dell'Arco, scorcio da ovest.

Fig. 13. Pompei, contrada Giuliana, chiesa Madonna dell’Arco, scorcio da ovest.

Fig. 14. Pompei, contrada Giuliana, chiesa Madonna dell'Arco, interno, area presbiteriale.

Fig. 14. Pompei, contrada Giuliana, chiesa Madonna dell’Arco, interno, area presbiteriale.

Cappella della Madonna dell’Assunta.

La cappella, in precedenza della famiglia Calvanese di Boscotrecase, sorge in località Parrelle, all’interno di un complesso, ora in abbandono, originariamente destinato a masseria gentilizia. Tutt’oggi ne fanno parte un volume devoluto alla residenza dei proprietari, la cappella, da sempre aperta ai locali, e un piccolo cellaio a botte estradossata. L’origine del sito ascriverebbe all’incirca alla metà del XVIII sec., con aggiunte e modifiche apprestate entro la fine dello stesso secolo. L’impianto è, quindi, parte del vasto fenomeno delle ville e delle masserie vesuviane di nobili e alto borghesi, particolarmente diffuso nel corso del Settecento anche nell’entroterra. Ubicata all’incontro della strada provinciale Nolana con via Spinelli, la cappella sorge nella periferia settentrionale della città. Nel 1936 ospitò la missione dei PP. Liguorini, come testimonia un’epigrafe sul prospetto occidentale dove, un tempo, erano allogate le cinque croci documentate in una foto d’epoca. La fabbrica, accessibile da un’ampia scalinata, consta di un’unica navata girata a botte unghiata estradossata, rivestita con battuto di lapillo, conclusa da un’abside semicircolare coperta a semicalotta. Realizzata interamente in muratura a cantieri di scheggioni vesuviani, sul piano conservativo la struttura desta particolare interesse anche sotto il profilo costruttivo, giacché, come nella chiesa alla Giuliana, lo stato di avanzato degrado in cui versa ne ha messo in luce i tanti caratteri esecutivi tradizionali, come la grata a maglia romboidale in ferro battuto del finestrone in facciata e il portone ligneo “scibbiato”, munito cioè delle primitive cerniere, particolari coppie di anelli in ferro, a sostegno del telaio principale, tutti preziosi elementi tardo settecenteschi che, constatate le caratteristiche predominanti del repertorio chiesastico pompeiano, sono da considerare tra gli esemplari di più antica datazione che oggi è possibile rinvenire nel distretto. L’abbandono e il degrado che connotano attualmente il sito, caratterizzato anche dalla persistenza di zone a verde, oltre ai limitati dissesti, evidenziano soprattutto i danni provocati dal precario stato di conservazione delle coperture e degli impianti di allontanamento delle acque meteoriche. Un rinnovamento funzionale dell’intero complesso a fini turistico-ricettivi, magari integrati allo svolgimento di attività culturali e di documentazione e ricerca sul tema delle masserie settecentesche nell’entroterra vesuviano, potrebbe costituire un interessante proposta di sviluppo integrato.

Fig. 15. Pompei, cappella Madonna dell’Assunta, scorcio da via Spinelli.

Fig. 16. Pompei, cappella Madonna dell’Assunta, interno, altare in stucco dipinto.

Chiesa del Sacro Cuore di Gesù.

Con la Bolla del 13 novembre 1973 viene istituita la parrocchia del Sacro Cuore nel complesso dell’ex-Oratorio femminile ubicato nel centro della città. Il sito, formato attualmente da tre corpi di fabbrica di distinta cronologia, il più antico dei quali, disposto nell’angolo nord-est, certamente antecedente al 1940 e corrispondente al primitivo Oratorio, è stato restaurato nel 2005, nel corpo di fabbrica meridionale  posiziona la chiesa parrocchiale, compiuta entro il quarto decennio del Novecento. Il lotto segue l’orografia del colle S. Bartolomeo e risulta delimitato a nord-ovest dallo storico villino di B. Longo, attuale sede del museo. La chiesa, da tempo in abbandono ed in pessimo stato di conservazione, non si segnala per la qualità della composizione, né per le soluzioni costruttive adottate. E’ un impianto ad aula longitudinale tripartita, sorretta da travi e pilastri in c.a., sui quali, sebbene assai deteriorate, ancora si leggono le dorature che ne scandivano le partizioni. Le pareti sono realizzate in muratura a cantieri di scheggioni vesuviani, i solai sono in putrelle e tavelloni sostituiti, nello spazio laterale destro, da strutture in c.a. Si conserva la pavimentazione in marmo bianco e verde, sostanzialmente ancora in buono stato, mentre sia le finiture che, limitatamente ad alcuni settori, le armature metalliche e le partizioni in cls risultano oggi largamente compromesse, con fuoriuscita e ossidazione di ferri e disgregazione di intere porzioni lapidee. Superiormente è un ampio salone in travi e pilastri di c.a., pavimentato a marmette, impiegato a lungo come spazio sociale destinato alle proiezioni. La facciata su via Colle S. Bartolomeo riprende la tripartizione interna con lieve risalto del modulo centrale. L’ingresso è sovrastato dall’immagine di Gesù Misericordioso realizzata, nel 1999, da Francese Mario su maioliche della fabbrica vietrese Romolo Apicella. I settori laterali sono dotati ciascuno di due finestroni rettangolari. Nel 2007 è stato presentato un progetto, poi non approntato, che conservando soltanto l’ala più antica del complesso, quella restaurata nel 2005 e prospiciente via Vittorio Emanuele, prevede la demolizione dell’ex-parrocchia e la realizzazione di una nuova struttura liturgica.

Fig. 17. Pompei, chiesa Sacro Cuore di Gesù, scorcio del complesso da via Colle S. Bartolomeo.

Fig. 17. Pompei, chiesa Sacro Cuore di Gesù, scorcio del complesso da via Colle S. Bartolomeo.

Fig. 18. Pompei, chiesa Sacro Cuore di Gesù, interno, scorcio verso il presbiterio.

Fig. 18. Pompei, chiesa Sacro Cuore di Gesù, interno, scorcio verso il presbiterio.

Chiesa di S. Maria Assunta in cielo.

Negli anni sessanta del Novecento viene attuato il proposito, più volte palesato dai vescovi pro tempore, di suddividere in più parrocchie il territorio sotto la giurisdizione della chiesa del SS. Salvatore, il primo impianto parrocchiale in ordine di tempo del distretto. La chiesa di S. Maria Assunta in Cielo, sorta in località Parrelle nell’agosto del 1962 su progetto dell’ingegnere Mario Pagliarulo dell’Ufficio Tecnico della Prelatura di Pompei, fu la prima fondazione religiosa seguita a tale intendimento. Il complesso, con annessa canonica e volumi destinati a scopi sociali, fu realizzato in muratura di mattoni a faccia vista su fondazioni in muratura continua di pietra vesuviana, seguendo dunque costumi e pratiche ancora legate alla cultura costruttiva tradizionale, sebbene il ricorso al laterizio nelle murature fuoriterra riveli un carattere di novità per l’ambito considerato. La chiesa ha un impianto ad aula unica ad accentuato sviluppo longitudinale con copertura su capriate lignee. L’edificio si presenta in forme essenziali, esaltate all’esterno dalla ricercata cortina laterizia che ne definisce i prospetti, e richiamate all’interno dai pilastri a base quadrata  della cantoria sull’ingresso e dalle porzioni di muratura di mattoni lasciate a vista alternate alle superfici trattate ad intonaco “a stucco romano”. Una foto del 1978 documenta l’originaria soluzione absidale delimitata da una balaustra, abolita in seguito all’adeguamento liturgico seriore, mentre, sulla parete di fondo, si nota la statua lignea dell’Assunta realizzata da Vincenzo Mussner, della nota genìa di scultori, allievo del professore Ludovico Mododer. Ubicata a destra del presbiterio, la cappella del Santissimo costituisce l’unica appendice dell’impianto longitudinale ritmato dalle alte finestre istoriate. Il campanile realizzato in sopralzo in muratura di laterizio in corrispondenza del cantonale nord-est, documentato fino al 1999 nei grafici di rilievo, è stato abbattuto, probabilmente, in occasione del rifacimento delle capriate. Tra le opere d’intesse sono da segnalare particolarmente: il fonte battesimale, l’altare, l’ambone e la custodia del Santissimo, produzione d’arredo del gruppo di ricerca afferente all’atelier Domus Dei. Riguardo allo stato di conservazione sono da evidenziare solo le infiltrazioni di acque meteoriche dovute alla mancata manutenzione di gronde e pluviali, che hanno provocato fenomeni di erosione ed aggressione biologica sulle porzioni di coronamento all’esterno delle cortine laterizie. Si segnala, inoltre, il ristagno di acqua piovana in corrispondenza della pavimentazione del sagrato. Le qualità delle soluzioni approntate, come di arredi ed opere sacre, autorizzano a ritenere l’impianto d’interesse anche all’interno di percorsi turistico-religiosi appositamente predisposti, destinati alla produzione architettonica liturgica contemporanea.

Fig. 19. Pompei, località Parrelle, chiesa S. Maria Assunta in cielo da via Nolana.

Fig. 19. Pompei, località Parrelle, chiesa S. Maria Assunta in cielo da via Nolana.

Fig. 20. Pompei, località Parrelle, chiesa S. Maria Assunta in cielo, scorcio dell'aula liturgica dal presbiterio.

Fig. 20. Pompei, località Parrelle, chiesa S. Maria Assunta in cielo, scorcio dell’aula liturgica dal presbiterio.

Chiesa di Maria SS. Immacolata Concezione.

Negli anni settanta del Novecento viene istituita una nuova parrocchia nella periferia nord-est, nel quartiere denominato “Tre Ponti”, sito religiosamente simbolico per il territorio per la presenza di via Arpaia, luogo in cui nel 1872 il Beato Bartolo Longo aveva avvertito “la chiamata” del Signore, diventando così apostolo del Rosario. La realizzazione della nuova sede dedicata a Maria SS. Immacolata Concezione fu commissionata all’architetto Renato Renosto. Un lustro più tardi, in collaborazione con l’ingegnere Maurizio Raimondi, l’architetto presentò una variante della prima idea, dove l’impianto centrico iniziale risulta sostituito da una morfologia trapezoidale. Il singolare impianto ad aula unica, con ingresso in posizione asimmetrica rispetto al fulcro liturgico, è denotato da un deciso dinamismo basato sulla linea diagonale, che induce il fedele a percorrere lo spazio per raggiungere una posizione frontale rispetto alla mensa eucaristica. Il percorso è scandito dalle snelle finestre a vetri policromi disegnate dal professore Luciano Vinardi. L’area presbiteriale, rialzata rispetto al vano assembleare, è dotata di un’altra creazione del Vinardi: un grande mosaico, posto in opera nel 1992, sulla parete absidale, contestualmente alla bussola in vetro policromo che collega il presbiterio alla sagrestia e agli ambienti di servizio. La particolare cura manifestata nella realizzazione dell’arredo liturgico, commissionato a noti artisti italiani, rende la fabbrica un esempio interessante e singolare di arte sacra del secondo Novecento. Tra le testimonianze più preziose è il fonte battesimale disegnato dall’architetto Mauro C. Marcelli, autore anche della mensa, dell’ambone e della sede della presidenza. Il fonte, ubicato a destra dell’altare, è concepito simbolicamente di forma ottagonale e di altezza ridotta (circa 70 cm), al fine di suggerire il senso dell’immersione. Degna di menzione è pure la porta di accesso con relativo sopraluce, realizzata nel 1984, su disegno dell’architetto Nazareno Cometto, autore anche delle porte dei confessionali. Costituite da un ossatura in alluminio e battenti in vetro, le ante sono decorate con la tecnica della sabbiatura, con figurazioni ispirate al tema della Chiesa Universale attraverso tre elementi: la Creazione, il Peccato originale e l’Immacolata, integrando la visione giovannea con la citazione del Cantico di “Colei che sale dal deserto”. La struttura dell’edificio, impostata su travi rovesce in c.a., è realizzata in muratura portante di tufo giallo con copertura piana in elementi prefabbricati in c.a.p. Il volume, dalle superfici rivestite di intonaco liscio, si erge su di un alto podio, che diventa gradinata sul fronte d’ingresso, sormontato dalla scultura in argilla dell’Immacolata, destinata originariamente a completare l’opera di Vinardi nel presbiterio. Le qualità rilevate fanno del sito una meta ambita, all’interno di percorsi culturali-religiosi interessati alla produzione architettonica liturgica contemporanea.

Fig. 21. Pompei, località Tre Ponti, chiesa di Maria SS. Immacolata Concezione, scorcio dell'ingresso dal sagrato.

Fig. 21. Pompei, località Tre Ponti, chiesa di Maria SS. Immacolata Concezione, scorcio dell’ingresso dal sagrato.

Fig. 22. Pompei, località Tre Ponti, chiesa di Maria SS. Immacolata Concezione, interno, scorcio dell'aula liturgica verso l'ingresso.

Fig. 22. Pompei, località Tre Ponti, chiesa di Maria SS. Immacolata Concezione, interno, scorcio dell’aula liturgica verso l’ingresso.

Chiesa di S. Giuseppe Sposo della Beata Vergine Maria.

L’ultimo complesso parrocchiale edificato nel secondo Novecento nella città pompeiana, in località Campo di Aviazione e Moregine, tra edifici multipiano di edilizia residenziale pubblica e cooperative edilizie, nella frazione meridionale della cittadina vesuviana, si situa non lontano dalla cappella della Madonna delle Grazie. Commissionato dal Pontificio Santuario della B. V. del Rosario, il progetto è stato realizzato nel 1996 su disegno dell’architetto Felice Trapani, che ne curò anche l’arredo. L’impianto trapezoidale “a ventaglio” secondo le più moderne concezioni liturgiche pone l’ingresso principale – cui si giunge attraverso un articolato percorso tra i locali di servizio – con superiore cantoria sul suo lato maggiore, asimmetricamente all’asse liturgico dell’altare maggiore. Quest’ultimo, inquadrato dal rosone sulla parete di fondo e immerso nella luce diffusa dalle finestre a nastro poste superiormente in corrispondenza del presbiterio, costituisce il fulcro visivo dell’intero spazio e delle sedute a circumstantes. Una complessa volumetria esterna, priva di una vera e propria facciata, ingloba inoltre il campanile, la canonica, gli uffici parrocchiali ed un auditorium. La cappella feriale nell’area dedicata alla penitenzieria sono allocate a sinistra dell’ingresso. La copertura è realizzata con struttura nervata in c.a. lasciata a vista. In questo modo, all’interno, sembra voler richiamare il rigore classicista dei profondi cassettonati dell’antichità. In definitiva, molte e reiterate sono le qualità architettoniche e figurative che contraddistinguono l’impianto contemporaneo, di particolare interesse proprio per la raffinata sensibilità che ne ispirò le realizzazioni.

Fig. 23. Pompei, località Moregine, chiesa S. Giuseppe Sposo della B.V. Maria, scorcio del complesso da sud-est.

Fig. 23. Pompei, località Moregine, chiesa S. Giuseppe Sposo della B.V. Maria, scorcio del complesso da sud-est.

Fig. 24. Pompei, località Moregine, chiesa S. Giuseppe Sposo della B.V. Maria, aula liturgica.

Fig. 24. Pompei, località Moregine, chiesa S. Giuseppe Sposo della B.V. Maria, aula liturgica.

Proposta di itinerari turistico-culturali per la valorizzazione del patrimonio chiesastico pompeiano.

Nell’ambito del dibattito scientifico sull’area archeologica di Pompei ha da sempre avuto un ruolo marginale il suo rapporto con la città ed il territorio[29] che le sta intorno, come affermato dalla direttrice Grete Stefani sul finire del secolo scorso e ribadito da Felice Senatore nel primo lustro del nostro[30]. Ancora oggi il mancato sviluppo sistemico del rapporto tra gli Scavi, la città consolidata e le zone a macchia di leopardo ancora libere dall’urbanizzazione appare, in verità, tra i maggiori elementi di “svalorizzazione” di questo comparto. Di conseguenza, mettere in comunicazione, integrare i diversi aspetti che qualificano l’ambito pompeiano sul piano culturale è uno dei fattori su cui puntare per attuare trasformazioni compatibili con le qualità e le vocazioni intrinseche, sostanzialmente, connotate da un patrimonio archeologico diffuso a contatto di una realtà architettonica peculiare, in gran parte di origine religiosa e di cronologia Otto-Novecentesca, in una cornice paesaggistica e ambientale che, seppure alterata, ancora conserva tratti cospicui e preziosi della secolare tradizione rurale di queste terre.

L’antica Pompei è stata spesso letta in contrapposizione allo sviluppo ottocentesco della città. Anche il Beato B. Longo sottolineò il dualismo tra città vecchia e nuova con le accezioni di “città pagana della desolazione” e “città sacra della rinascita”, in quanto legata al culto della Regina del S. Rosario. La comprensione della città storica pompeiana, dunque, non può prescindere da queste considerazioni anche nella pianificazione del suo possibile sviluppo. La valorizzazione di un sistema culturale così costituito deve, infatti, esaltare le differenze e le peculiarità che lo compongono, migliorandone l’integrazione e il rapporto reciproco in un’ottica di incremento della qualità e del bene comune. Necessaria e preliminare all’attuazione di tali scopi è, ovviamente, l’acquisizione di una puntuale conoscenza delle realtà sulle quali s’intende operare, da raggiungere attraverso indagini sul campo metodologicamente ben improntate e criticamente risolte. Soltanto in questo modo qualità, significati, vulnerabilità e vocazioni dell’oggetto di conoscenza possono essere determinate e così indirizzare le successive proposte d’intervento.

In questo senso, il censimento del patrimonio chiesastico pompeiano, e la catalogazione, redatta secondo schede appositamente predisposte, dei casi maggiormente significativi per caratteristiche architettoniche, spaziali, figurali, costruttive e materiche tra quelli segnalati[31], ha partecipato alla conoscenza più generale dell’ambito territoriale, evidenziandone peculiarità individue e dinamiche storiche caratterizzanti, tutte in grado di contribuire al migliore e più integrato sviluppo delle politiche di valorizzazione del comparto vesuviano. Tra l’altro, alcuni di questi beni, un tempo al servizio del culto, giacciono ora inutilizzati in uno stato di progressivo degrado che apertamente contrasta con il fabbisogno di servizi che attualmente connota ancora alcune aree della città. Vale la pena ricordare, tra questi, la cappella dell’Assunta, la chiesa della Madonna dell’Arco, la parrocchia del Sacro Cuore e il grande complesso costituito dall’ex Pontificio Seminario B. Longo. La conservazione di tali fabbriche dipende dal saper cogliere le risorse che esse rappresentano, pur  essendo una sorta di “ruderi moderni” in quanto privati dell’uso secondo l’insegnamento della conservazione integrata (Carta di Amsterdam, 1975), attraverso l’applicazione di «un’azione congiunta delle tecniche del restauro e della ricerca di funzioni appropriate» è possibile pervenire alla loro salvaguardia, conservandone e, al tempo stesso, attualizzandone l’identità[32].

In considerazione di quanto sopra detto, dunque, nel tentativo di riannodare in un unico sistema di fruizione le distinte peculiarità culturali del territorio pompeiano – vale a dire, le sue componenti archeologiche, storico-architettoniche, paesaggistiche e ambientali – specificatamente nelle loro connotazioni rurali, normale sviluppo del percorso conoscitivo intrapreso è sembrato la determinazione di quattro itinerari turistico-culturali in grado di presentare e raccontare le maggiori qualità, ma anche le fragilità e i rischi, cui questo patrimonio è soggetto.  A seconda della tematica trattata, dunque, gli itinerari comprendono edifici religiosi, episodi di architettura civile Otto-Novecentesca, ambiti rurali e scorci paesaggistici peculiari, dove compaiono i residui filari di vite la cui presenza sul territorio si registra fin dal I secolo d. C.[33], unitamente ai numerosi siti archeologici  diffusi sul territorio comunale fuori dall’area degli Scavi. Allo stato attuale, purtroppo, occorre segnalare in proposito che soltanto pochi di tali insiemi risultano realmente fruibili. La loro possibile apertura al pubblico, dunque, è da valutare nel quadro della generale ripresa di una politica volta alla conoscenza scientifica sistematica dell’Ager Pompeianus da tempo attesa, e già nel 1994 definita dal Soprintendente Fausto Zevi “la grande incognita di Pompei”.

Tav. 1 Proposta di itinerario turistico-culturale per la valorizzazione del patrimonio chiesastico pompeiano.

Fig. 25. Pompei, proposta di itinerario turistico-culturale n. 1.

Itinerario n. 1.

Numerose testimonianze tra cui documenti d’archivio, saggi scientifici, ubicazione e consistenza di ritrovamenti archeologici, portano a considerare la località Civita Giuliana, il cui toponimo conserva il ricordo della città antica e di alcuni non identificati praedia dei Giulii, un’area di particolare importanza negli studi di topografia storica dell’agro pompeano.

La definizione di possibili itinerari culturali di visita non poteva prescindere, quindi, da tale sito, cui è stato dedicato il primo percorso, precisamente, in corrispondenza della chiesa della Madonna dell’Arco. L’organismo religioso ad asseto longitudinale triabsidato è tra i più interessanti del patrimonio pompeiano. Un’efficace conservazione e valorizzazione delle sue strutture deve forzatamente presumere, oltre alla conservazione della destinazione al culto, tanto radicato tra gli abitanti della contrada, la possibilità di usi anche diversi, compatibili con il primo, devolvendo l’impianto a fini culturali, così da rappresentare un sito di utilità sia per i locali che per i turisti. Per questi ultimi, oltre la chiesa, il percorso di visita si svolgerebbe lungo la direttrice che, principiando da Porta Vesuvio[34] e sviluppandosi secondo antichi tracciati viari, raggiunge il confine con Boscoreale, dove sono ubicati noti siti archeologici[35].

La presenza di aggregati rurali, seppur spesso ridotti allo stato di rudere, le tracce di ville rustiche romane in scavi privati Otto-Novecenteschi, come la villa di T. Siminius Stephanus immediatamente fuori Porta Vesuvio e, più a nord, il rinvenimento di un sepolcro durante l’ampliamento del cimitero[36] confermano l’enorme rilievo culturale che la zona storicamente ha assunto, in particolare, per la comprensione dei meccanismi economici che animarono Pompei e il suo comparto. Per esempio, il rinvenimento di una villa rustica ad un centinaio di metri ad ovest del cimitero permette di ricostruirne, oltre al muro perimetrale, un angolo della cella vinaria, con il rinvenimento di materiali databili al III-IV secolo d.C., molto interessanti giacché lasciano presupporre una frequentazione dell’insediamento anche successivamente all’eruzione pliniana. Al riguardo, anche la Soprintendenza competente ne ha dichiarato «l’eccezionale interesse per la conoscenza della topografia, dell’architettura, della pittura, dell’agricoltura e della storia economico-sociale di Pompei»[37].

Una diramazione ad ovest, che consente di ammirare alcuni interessanti episodi della tipica architettura rurale della pianura vesuviana, giunge al fondo Prisco, vincolato archeologicamente per il rinvenimento di una fattoria di epoca romana, mentre una seconda diramazione che si sviluppa ad est giungendo nei pressi del cimitero, include ulteriori inedite testimonianze archeologiche. Oltre a quelle già citate, infatti, vi si rinvengono strutture murarie riferibili ad un ninfeo appartenente al giardino di una villa suburbana, una stradina in cocciopesto, e solchi di coltivazioni antiche. Tutto il percorso è immerso in una preziosa cornice ambientale connotata dai tanti alberi da frutto tipici dell’area, come il Prunus armeniaca (Albicocco), il Prunus domestica (Susino) appartenenti alla famiglia delle Rosacee insieme al Ciliegio, e coltivazioni dove si incontrano noci e noccioli, i cui frutti sono stati trovati un po’ ovunque nell’antica Pompei, e ancora, viti e melograni dal cui succo, un tempo, si ricavava una tipica bevanda o estratti medicinali[38], fino alle più recenti serre da fiore.

Ciò contribuirebbe alla riqualificazione delle diverse aree sottoposte a vincolo diretto e indiretto a seguito del rinvenimento di reperti archeologici, ma successivamente rinterrati senza un’adeguata documentazione o, in alcuni casi, in assenza di una registrazione dell’esatta ubicazione con danno per lo sviluppo della conoscenza e la diffusione del sapere[39]. La Civita-Giuliana e, in generale, la fascia di territorio comunale a nord degli Scavi, in parte vincolata dal P.R.G. come zona A d’interesse storico-ambientale e zona E2 agricola di valore paesistico, mantiene ancora abbastanza inalterati requisiti e pregi che ne fanno la cornice naturale dell’area archeologica principale, nonostante i continui “attentati” subiti a partire dagli anni Settanta con concessioni edilizie rilasciate in deroga al vigente Piano Urbanistico. I carteggi riscontrati presso l’archivio comunale testimoniano il particolare impegno dell’Ente preposto alla tutela archeologica nei riguardi dell’area in esame. Fin dal 1980 con il proliferare dell’abusivismo edilizio, che non risparmiava neanche le aree sottoposte a vincolo, il Soprintendente Fausto Zevi sollecitava il Comune ad intervenire «con ogni energia», al fine di evitare il perpetuarsi del fenomeno che comprometteva «ogni possibilità di tutela dei valori archeologici di Pompei»[40]. Segnalando, in particolare via Grotta I, via Grotta II, ma anche l’area ad ovest del mercato Marchese e quella a sud del raccordo autostradale per Castellammare. Il Soprintendente, tra l’altro, a seguito della sempre più frequente richiesta di pareri su concessioni edilizie rilasciate in deroga, spesso presentate soltanto successivamente alla ratifica della delibera consiliare, rilevò che il perpetuarsi del fenomeno costituiva di fatto una sostanziale modifica delle originarie previsioni del P.R.G. e, dato l’eccezionale interesse di tutto il territorio pompeiano, richiese una più rigorosa osservazione delle leggi urbanistiche vigenti[41].

Nel quadro di una generale intesa per la tutela del territorio del Comune di Pompei, vincolato paesisticamente ai sensi della L. 1497/39, anche il Soprintendente M. G. Cerulli Irelli ribadì, che il frequente ricorso all’istituto della deroga comportava il pericolo di uno stravolgimento dell’assetto territoriale in quanto dette deroghe, nella maggior parte dei casi si configurano piuttosto come varianti della destinazione d’uso del territorio. Sottolineando, dunque, l’opportunità che rimanesse circoscritto a casi eccezionali. Altrimenti, di fatto, si sarebbe svuotato di efficacia e significato il parere espresso dalla stessa sulle previsioni del Piano recepito in gran parte in sede di C. T. A. Regione Campania[42].

A ciò si aggiunga che, per arginare le occasioni di rinvenimenti archeologici fortuiti e incontrollati, e scongiurare le alterazioni al paesaggio storico della fascia sub-vesuviana, fu necessario ratificare tra le osservazioni al Piano il divieto di apertura di cave di lapillo[43], di cui l’area è ricca, segnalate ancora negli anni Ottanta da Stefano De Caro direttore dell’Ufficio Scavi, rilevando in traversa Grotta, grazie al servizio di sorveglianza disposto per la tutela del patrimonio archeologico, lavori propedeutici all’apertura di cave abusive e registrandone altre già attive[44].

Infine, degna di menzione è anche la preziosa presenza di una residua fonte d’acqua pubblica proprio nei pressi della chiesa, probabilmente afferente allo stesso ramo dell’acquedotto augusteo del Serino che alimentava il Castellum Aquae che, ubicato presso porta Vesuvio, alimentava le circa 40 fontane pubbliche dell’antica città[45].

Tav. 2. Proposta di itinerario turistico-culturale per la valorizzazione del patrimonio chiesastico pompeiano.

Fig. 26. Pompei, proposta di itinerario turistico-culturale n. 2.

Itinerario n. 2.

Il secondo degli itinerari previsti si sviluppa nel settore occidentale della moderna città, riallacciandosi al primo tour attraverso l’antica Pompei, in corrispondenza della via di Stabiae fino alla Porta omonima, nei pressi della quale, nell’ambito del complesso demaniale degli Scavi Archeologici, è ubicata la chiesa di S. Paolino vescovo di Nola, sede dell’antica diocesi cui apparteneva anche Pompei. L’edificio di culto venne eretto a partire 1876 proprio di fronte all’attuale ingresso principale, su progetto dell’architetto Michele Ruggiero, direttore degli scavi archeologici, che dal 1884 subentrerà ad Antonio Cua nella direzione del cantiere del Santuario mariano[46]. La fabbrica, descritta dal Soprintendente A. Dillon “piccola costruzione” ottocentesca, “vagamente neoclassica” che unita alle “case coloniche” presenta notevole interesse ambientale, conserva la tela raffigurante S. Paolino ed il busto del santo realizzato da Rinaldo Casanova. Inoltre, l’altare realizzato su disegno dell’ingegnere Luigi Fulvio, è dotato di urna per custodire le «reliquie di S. Paolino, S. Felice, S. Aspreno, S. Candida, S. Gennaro, S. Agrippino, S. Giovanni lo scriba», menzionato nella descrizione ottocentesca della fabbrica redatta dai G. A. Galante[47]. Poco distanti, percorrendo il sottopasso alla linea ferroviaria, è possibile immettersi in un’ampia zona in località Moregine immersa nel verde delle coltivazioni, su cui vige un vincolo archeologico[48] fin dal 1983 per il rinvenimento di ben 125 tavolette cerate inerenti l’attività commerciale dei Sulpicii, nella domus marittima poi identificata come villa suburbana. L’area ulteriormente indagata nel 2000 è stata ampliata ai sensi del D.L.vo 42/2004 per inglobare il rinvenimento del cosiddetto “Complesso dei Triclini”. Le strutture di Murecine sono ubicate nell’area meridionale in prossimità della via Stabiana sulla sponda settentrionale del Sarno a circa 600 m dall’antica Pompei, constano di un settore termale e tre triclini con una cucina, un peristilio, un piano superiore raggiungibile con un’ampia scala e all’esterno, vasche e diversi dispositivi idraulici a servizio dei triclini, interpretate dunque, come collegium o hospitium annesso al complesso termale[49]. Lo scavo ha rivelato interessanti reperti[50] tra cui, degno di menzione è un elemento ligneo per l’arredo dell’area dei triclini con adiacenti porticati prospicienti il giardino annesso alla struttura che si estende per ben 950 mq. Un Paradeisos, ovvero un grande recinto dotato di setti scorrevoli richiudibili a scomparsa con ruote per agevolarne gli spostamenti, atto a delimitare porzioni di giardino con arredi, fontane zampillanti, piante e svariate specie di uccelli, definito Hortus Conclusus, di cui esiste anche una rappresentazione in pittura che consente di intuire la bellezza di tali paradisi naturali[51].

L’itinerario, collegando i due poli attrattori del nucleo urbano, ossia gli Scavi e la Basilica mariana, si snoda lungo via Plinio intercettando piazza Anfiteatro ed in corrispondenza, sul fronte opposto, la prospiciente piazza dell’Immacolata antistante l’Ospizio del Sacro Cuore, progettato e realizzato nel quarto decennio del Novecento dall’ingegnere Pasquale Amodio[52]. Edificio dalle notevoli qualità spaziali è articolato su sei livelli con impianto ad “M” che richiama l’iniziale del nome della Regina del S. Rosario, a sua volta coinvolto, quale struttura turistico-ricettiva di supporto, nel progetto che vede l’Anfiteatro degli Scavi sede di rappresentazioni musicali e teatrali[53]. Lungo il perimetro occidentale dell’Ospizio sussiste un’area vincolata per il rinvenimento di strutture appartenenti ad una villa rustica del suburbio meridionale dell’antica città. Proseguendo su via colle S. Bartolomeo, da cui si accede alla cappella annessa all’Ospizio, ubicata nel braccio orientale che definisce il cortile, l’itinerario consente ai turisti di visitare il museo Bartolo Longo allogato nel villino omonimo, ultima dimora del Beato, tra le presenze architettoniche ottocentesche di maggior pregio. In tal guisa, relazionandosi direttamente col sistema turistico, beneficerebbe anch’esso del proficuo collegamento con gli altri attrattori, risultandone certamente potenziata la fruizione. Adiacente il Museo, seguendo l’orografia del colle S. Bartolomeo, è la parrocchia del Sacro Cuore istituita con la Bolla del 13 novembre 1973 nel complesso dell’ex-Oratorio femminile. La chiesa, da tempo in abbandono per le precarie condizioni delle strutture, ben si presterebbe per la sua conformazione spaziale ad essere inglobata nel progetto dell’Anfiteatro, quale nuovo Auditorium specializzato in manifestazioni musicali e teatrali legate al tema del sacro.

Il percorso prosegue con la possibilità di inoltrarsi ulteriormente nel tessuto urbano in corrispondenza di siti archeologici attualmente interrati, ad esempio, nella vicina traversa Pironti fino all’ex fondo Iozzino, su cui insiste un santuario extraurbano ascrivibile al VI secolo a. C. Tornando su via Roma, prolungamento della via Plinio, ancora nettamente riconoscibili quali segni imprescindibili del tessuto urbano consolidato, s’incontrano gli alloggi degli operai[54] impiegati nei diversi cantieri cittadini alla fine XIX secolo. Commissionato da B. Longo, il complesso consta di 5 edifici a pianta quadrata realizzati su progetto dell’architetto Giovanni Rispoli vincolati ai sensi della legge n. 1089/39. A testimonianza dell’inscindibilità tra la Pompei antica e moderna, anche durante l’esecuzione degli scavi fondazionali[55] per l’edificazione delle Case Operaie si portarono  alla luce resti di una struttura romana, probabilmente da riferire ad una fullonica, rilevata e descritta dal professore Sagliano già direttore degli Scavi e dallo storico Ludovico Pepe, cui fece seguito il ritrovamento di otto tombe di epoca più tarda[56]. Infine, il percorso culturale contempla la visita alla prima sede dell’Ospizio per le figlie dei carcerati, progettato dagli architetti romani Pio e Aristide Leonori[57], composto di due corpi di fabbrica fra loro perpendicolari situati a nord del campanile, e infine, la Pontificia Basilica, con la piazza B. Longo, progettata nel 1932 dall’ingegnere Giuseppe Pizzo di Napoli, in corrispondenza di uno snodo di storiche direttrici viarie, come la via delle Calabrie e la strada che da Nola, antica sede diocesana, giunge a Castellammare.

 

Tav. 3. Proposta di itinerario turistico-culturale per la valorizzazione del patrimonio chiesastico pompeiano.

Fig. 27. Pompei, proposta di itinerario turistico-culturale n. 3.

Itinerario n. 3.

Il terzo itinerario principia dalla piazza titolata a B. Longo, con l’intento di promuovere la fruizione oltre che delle fabbriche religiose, del complessivo sviluppo dell’impianto urbano ottocentesco e del patrimonio architettonico coevo, definito dallo stesso B. Longo nella prefazione al testo sulla storia del Santuario «vere opere di carità»[58] strettamente legate alla Basilica dedicata alla Vergine del S. Rosario. Il sagrato del Santuario dalla doppia valenza urbana, civile e religiosa, costituisce la piazza rappresentativa e il fulcro della nuova città, definito oltre che dalla stessa basilica a nord e dalle già menzionate case Operaie ad ovest, anche dalla sede civile ubicata nel palazzo del principe De Fusco a sud-ovest con la “fonte salutare”[59] allogata nel giardino annesso, e dalla Casa del Pellegrino[60] a sud-est. Dal fronte meridionale, simbolicamente in asse con l’alta torre campanaria, si sviluppa la via Sacra che collega la piazza direttamente alla stazione ferroviaria, risultato dell’ampliamento di un preesistente sentiero che attraversava la proprietà del Beato. Lungo quest’asse il percorso comprende la visita all’Ospizio per i figli dei carcerati (1892), realizzato a seguito di  un «concorso di intelligenze»[61] cui aderirono tecnici provenienti da tutta Italia, tra cui Carlo Alberto Calcaterra e Federico Albini, dotato anche di una cappella che occupa il settore nord del corpo di fabbrica prospiciente via Sacra.

Nell’ambito della storia urbana anche la stazione ferroviaria, al termine di via Sacra, merita un approfondimento, in quanto segno tangibile della dicotomia già rilevata Scavi-Santuario, essa fu inizialmente realizzata in legno e sostituita, nel 1902, da un fabbricato in muratura affiancandosi alla preesistente stazione situata presso gli Scavi, in modo da agevolare i viaggiatori nel raggiungere la nuova chiesa e, al tempo stesso, anche quello che sarebbe divenuto il centro della nuova città[62].

Superata la stazione, proseguendo verso la periferia meridionale, è possibile raggiungere l’edificio di culto particolarmente caro a B. Longo, menzionato affettuosamente nei suoi scritti come la piccola «cappella diruta» dedicata a S. Maria delle Grazie. A pianta ottagonale con copertura a cupola e corpo posteriore su impianto rettangolare è ubicata «sull’amena collinetta di S. Abbondio, che costeggia il fiume Sarno»[63], un tempo appartenne al monastero benedettino di S. Lorenzo in Aversa[64], poi proprietà della diocesi. La stessa vegetazione che connota la collina della contrada  è una testimonianza della vita religiosa dei cittadini di Valle, giacché, visitata al principio del Novecento dai Padri Passionisti, al termine della Missione, questi vi piantarono simbolicamente, contestualmente alla grande Croce, numerosi alberi di ulivo[65], che probabilmente sostituirono definitivamente i filari di viti. Infatti, la collina su cui si erge la cappella, diviene luogo simbolo dell’avvicendarsi sul territorio pompeiano di culti pagani e religiosi, in quanto antica dimora di un tempio prostilo tetrastilo di ordine dorico[66], ascrivibile al III-IV secolo a.C. dove era venerato il dio Dionisio protettore della viticultura[67]. A tale tempio dionisiaco, negli anni Novanta dotato di protezione con copertura a struttura metallica, fanno da corona una serie di altri rinvenimenti archeologici sparsi sulla collina, potenzialmente fruibili, tra cui una villa rustica nel podere denominato Case Cipriani.

Sul colle S. Abbondio tra gli ulivi si scorge, inoltre, la fabbrica inaugurata nel 1965, del Pontificio Seminario Bartolo Longo e la relativa Casa degli Esercizi progettata da Simon Pietro Salini e Renato Renosto[68] con annessa cappella detta “La Vela” per la particolare conformazione della copertura. Nel 1973 ceduto in uso alla scuola primaria diretta dalle suore[69], il complesso, che giace attualmente in stato di abbandono, potrebbe essere utilizzato, con i dovuti adeguamenti funzionali, come struttura ricettiva, data anche la sua vicinanza alle vie a scorrimento veloce, nell’economia del progetto di un sistema turistico eco-orientato, permettendo la sosta dei turisti in città, magari predisponendo piste ciclabili urbane, per fruire dei vicini rinvenimenti archeologici diffusi nel territorio circostante, tra cui l’interessante sito di Murecine già incluso nel secondo itinerario ma raggiungibile anche in tale escursione percorrendo via S. Abbondio.

Nella stessa località Moregine, non lontano dalla cappella della Madonna delle Grazie, ha sede la più recente parrocchia di Pompei dedicata a S. Giuseppe Sposo della B. V. Maria. Realizzata nel 1996 su disegno dell’architetto Felice Trapani, che ne curò anche l’arredo, ha un impianto spaziale interessante che segue le più moderne concezioni liturgiche con l’altare fulcro visivo dell’intero spazio e delle sedute a circumstantes. All’esterno, una complessa e articolata volumetria, priva di una vera e propria facciata, ingloba il campanile, la canonica, gli uffici parrocchiali ed un auditorium. In definitiva, molte e reiterate sono le qualità architettoniche e figurative che contraddistinguono l’impianto contemporaneo, di particolare interesse proprio per la raffinata sensibilità che ne ispirò le realizzazioni.

Tav. 4. Proposta di itinerario turistico-culturale per la valorizzazione del patrimonio chiesastico pompeiano.

Fig. 28. Pompei, proposta di itinerario turistico-culturale n.4.

 Itinerario n. 4.

Il quarto itinerario principiando dal già menzionato fulcro religioso del centro urbano di Pompei, procede verso nord percorrendo l’arteria di via Nolana, dove tra l’altro, sono dislocate su entrambi i versanti due ville rustiche segnalate per i reperti venuti alla luce, allo stato attuale solo parzialmente indagate. Inoltre, promuovendo la fruizione di un prezioso episodio di architettura religiosa ascrivibile alla metà del Settecento, unico superstite nel territorio pompeiano, ubicato nei pressi del confine con il comune di Boscoreale, e includendo due interessanti episodi chiesastici del secondo Novecento, il tour valorizza la periferia settentrionale del territorio connettendola direttamente al centro urbano.

Il percorso, dunque, principia dalla chiesa del SS. Salvatore, storicamente prima parrocchia del distretto, edificata in via Nolana, su progetto del noto architetto Giovanni Rispoli, in sostituzione del temporaneo alloggiamento disposto fin dal 1880 all’interno dell’erigendo Santuario. Proprio tale chiesa, che diviene simbolicamente il ceppo da cui nasceranno le altre parrocchie della città, organicamente sorte a partire dalla seconda metà del Novecento, rappresenta efficacemente il trait d’union tra i due fulcri storico e religioso della città, in quanto luogo di incontro peculiare tra l’antico e il moderno, il passato e il futuro, e spazio generatore dell’intera storia urbana e cristiana pompeiana. L’organismo annovera tra gli arredi sacri sia elementi della sede originaria tra cui il battistero, gli altari marmorei trasportati e ricomposti, e la cantoria lignea, sia opere moderne allogate in seguito all’adeguamento liturgico degli anni Settanta che ne modificò la soluzione absidale, come l’altare in pietra lavica, l’ampio finestrone rettangolare, impreziosito dalla cromia della vetrata artistica del maestro Anzolo Fuga di Murano, e il cupolino in rame istoriato a chiusura dell’antico battistero.

Lungo il moderno asse viario sul versante orientale si incontra un’area vincolata ai sensi della L. 1089/39 in seguito a saggi di scavo, che hanno rivelato strutture murarie realizzate in opera incerta, riferibili ad una villa rustica di età romana[70].

In corrispondenza del Cimitero con i relativi reperti archeologici già citati, è possibile relazionarsi all’itinerario n. 1, oppure procedere verso quello che un tempo costituiva l’antico villaggio Parrelle, oggi periferia settentrionale della città, sede di una «chiesetta gentilizia» ascrivibile alla metà del Settecento, di proprietà della famiglia Calvanese di Boscotrecase. L’impianto costituito anche da masseria e cellaio, è parte del vasto fenomeno delle ville vesuviane d’entroterra particolarmente diffuso nel corso del Settecento, parallelamente alle ville dislocate lungo la costa. Dunque, sul piano conservativo la struttura desta particolare interesse, giacché, come per la chiesa in località Giuliana, lo stato di avanzato degrado in cui versa ne ha messo in luce i caratteri esecutivi tradizionali, preziosi elementi tardo settecenteschi che, constatate le caratteristiche predominanti del repertorio chiesastico pompeiano, sono da considerare tra gli esemplari di più antica datazione che oggi è possibile rinvenire nel distretto. Auspicabile, dunque, una proposta di sviluppo integrato che vedrebbe coinvolto anche il vicino comune di Boscoreale, sede di notevoli siti archeologici che trarrebbero beneficio con la creazione di un ulteriore punto di sosta attrezzata per il turismo. Realizzabile quest’ultimo, attraverso la riabilitazione funzionale dell’intero complesso con adiacente terreno di pertinenza a fini ecoturistico-ricettivi, con la riproposizione dei tradizionali processi di produzione agricola, tra cui probabilmente il vino, vista la presenza nel cellaio della gradonata dotata di scivolo per le botti, magari integrati allo svolgimento di attività culturali di documentazione e ricerca in merito al fenomeno specifico delle masserie tradizionali dell’entroterra vesuviano.

Tale sito, pur distante dal centro, ubicato all’incontro della strada provinciale Nolana con via Spinelli, costituì meta costante per il Beato, che vi si recava per visitare l’antico luogo di culto dedicato alla Madonna Assunta. Attualmente potrebbe essere raggiunto più agevolmente predisponendo una pista ciclabile con relative aree di prelievo e deposito da prevedere, possibilmente, in tutti gli itinerari proposti.

Proprio considerando tale preesistenza, la sede della costituenda seconda nuova parrocchia fu scelta poco distante nella stessa località Parrelle, e nell’ottobre 1961 fu posta la prima pietra, dedicandola appunto a S. Maria Assunta in Cielo. Progettata dell’ingegnere Mario Pagliarulo dell’Ufficio Tecnico della Prelatura di Pompei, presenta una ricercata cortina di mattoni a faccia vista e una soluzione di facciata con terminazione curva che ricorda l’identica soluzione della cappella annessa all’Ospizio. La chiesa custodisce la scultura lignea dell’Assunta realizzata dall’artista Vincenzo Mussner della nota genìa di scultori, allievo del professore Ludovico Mododer[71].

Intraprendendo via Tre Ponti, si incontra un sito archeologico potenzialmente fruibile con resti di una villa rustica distrutta dall’eruzione del 79 d.C. di cui sono già stati esplorati quattro ambienti[72], giungendo infine alla terza parrocchia in ordine cronologico, istituita negli anni settanta del Novecento in un’area religiosamente simbolica per la presenza di via Arpaia, celebre luogo, dove nel 1872 il Beato Bartolo Longo avvertì “la chiamata” del Signore, diventando apostolo del Rosario e fautore della nuova Pompei. Progettata dal noto architetto Renato Renosto in collaborazione con l’ingegnere Maurizio Raimondi, la chiesa dedicata a Maria SS. Immacolata Concezione, costituisce un interessante episodio di architettura religiosa contemporanea per le qualità spaziali e formali presenti, ma anche per il notevole apparato liturgico che lo correda, la cui paternità è da ascrivere ad una equipe di artisti italiani, tra cui il compianto professore Luciano Vinardi e gli architetti Mauro C. Marcelli e Nazareno Cometto.

I numerosi siti archeologici menzionati nei quattro itinerari proposti, presenti omogeneamente su quasi tutto il territorio pompeiano, rendono indispensabile il superamento del concetto tradizionale, un po’ restrittivo, di area archeologica che, nel caso di Pompei, deve considerasi prevalentemente di tipo “diffuso”[73], estendendo ope legis il vincolo archeologico all’intero territorio comunale.

Aversa, 02/08/2015

Il collaboratore

arch. Margaret Bicco

Abbreviazioni archivistiche:                                                                                                       ABL  Archivio Bartolo Longo                                                                                                ASAPES  Archivio della Soprintendenza Archeologica di Pompei, Ercolano e Stabia                                   ASCP  Archivio Storico del Comune di Pompei                                                                            ASDNo  Archivio Storico Diocesano di Nola

[1] Cfr, A. M. AVINO, Madonna delle grazie in S. Abbondio-Pompei. Storia, culto e tradizioni, Pompei 1995, pp.135-145.

[2] ABL, «Progetto per la esecuzione di una Chiesa Parrocchiale sotto il titolo del SS. Salvatore in Valle di Pompei per conto dell’Ill.mo Comm.e Bartolo Longo sull’area dell’angolo nord-est del fondo detto Vitiello di proprietà dell’Ill.mo Comm.e Bartolo Longo»,Sez. I, F. 4.

[3] Ibidem.

[4] Ancora nel 1934 è segnalata, presso il comune di Torre del Greco una cava di lava in località Viuli (Cfr, L. MAGGIORE, Notizie sui materiali vulcanici della Campania utilizzati nelle costruzioni, Napoli 1936, p. 157).

[5] ABL, «Progetto per la esecuzione di una Chiesa Parrocchiale sotto il titolo del SS. Salvatore in Valle di Pompei (…) di proprietà dell’Ill.mo Comm.e Bartolo Longo», Sez. I, F. 4.

[6] Sugli aspetti materici del battuto di lapillo campano si veda: P. FRAVOLINI, C. GIANNATTASIO, H. ROTOLO, I lastrici in battuto di lapillo della Campania in G. FIENGO, L. GUERRIERO (a cura di), Atlante delle tecniche costruttive tradizionali. Napoli, Terra di Lavoro (XVI-XIX), tomo II, pp. 785-802.

[7] Fin dal 1911 tra i lavori previsti nella chiesa del SS. Salvatore concordati a cottimo tra il parroco Gennaro Federico e il mastro Giuseppe Teodosio, oltre alla tinteggiatura della facciata e degli interni a calce e colore, è documentato anche l’imbianco di latte di calce all’asfalto degli astrici solari (ABL, Sez. I, F. 4).

[8] R. PANE, Campania. La casa e l’albero, Napoli 1961, p. 57.

[9] ABL, «Progetto per la esecuzione di una Chiesa Parrocchiale sotto il titolo del SS. Salvatore in Valle di Pompei per conto dell’Ill.mo Comm.e Bartolo Longo sull’area dell’angolo nord-est del fondo detto Vitiello di proprietà dell’Ill.mo Comm.e Bartolo Longo»,Sez. I, F. 4, a. 1897.

[10] M. D’APRILE, Gli apparecchi murari del XVIII secolo in G. FIENGO, L. GUERRIERO (a cura di), Murature tradizionali napoletane. Cronologia dei paramenti tra XVI ed il XIX secolo, Napoli 1998, pp. 170-180.

[11] B. LONGO, “Il Rosario e la Nuova Pompei”, 1899, pp.134-135.

[12] ABL, «Progetto per la esecuzione di una Chiesa Parrocchiale sotto il titolo del SS. Salvatore in Valle di Pompei per conto dell’Ill.mo Comm.e Bartolo Longo sull’area dell’angolo nord-est del fondo detto Vitiello di proprietà dell’Ill.mo Comm.e Bartolo Longo»,Sez. I, F. 4, a. 1897.

[13] Ibidem.

[14] ABL, «Pianta della Nuova Parrocchia del SS. Salvatore in Valle di Pompei. Proprietà Comm.e Bartolo Longo», Sez. I, F. 4, a. 1897.

[15] L’autrice, infatti segnala un’ incoerenza della pianta da lei  pubblicata rispetto al disegno del prospetto dell’adiacente canonica: «Il disegno del prospetto sembra superare in parte quello della pianta, poiché sul lato destro della chiesa è rappresentato un edificio a due piani di dimensioni maggiori rispetto a quello in pianta». Si veda: S. G. FEDERICO, La parrocchia del SS: Salvatore, in M. IULIANO, S. G. FEDERICO (a cura di), Bartolo Longo “urbanista” a Valle di Pompei 1876-1926, Napoli 2000, pp. 69, 74 n. 19.

[16] B. LONGO, “Il Rosario e la Nuova Pompei”, 1899, p.134.

[17] ABL, Sez. I, F. 4, a. 1902.

[18] B. LONGO, “Il Rosario e la Nuova Pompei”, 1899, pp. 134-135.

[19] Archivio Storico Diocesano di Nola (ASDNo), Valle di Scafati, c. 58, a. 1835.

[20] ASDNo, «Descrizione dei luoghi della ripristinata parrocchia del SS. Salvatore di Valle», c. 58, a. 1841.

[21] ABL, «Progetto per la esecuzione di una Chiesa Parrocchiale sotto il titolo del SS. Salvatore in Valle di Pompei per conto dell’Ill.mo Comm.e Bartolo Longo sull’area dell’angolo nord-est del fondo detto Vitiello di proprietà dell’Ill.mo Comm.e Bartolo Longo»,Sez. I, F. 4, a. 1897.

[22] Alla fine dell’Ottocento “quadroni” per pavimenti realizzati con 26 cm di lato sono registrati di due qualità in ragione degli impasti e della cottura (Cfr, I. RAJOLA PESCARINI, Descrizione dei materiali da costruzione della provincia di Napoli, Napoli 1879).

[23] Cfr, L. GUERRIERO, Apparecchi murari in laterizio dell’età moderna,  in G. FIENGO, L. GUERRIERO (a cura di), Murature tradizionali napoletane … cit., p. 288.

[24] Archivio Parrocchiale del SS. Salvatore (APSS), Rilievo redatto dall’arch. Michele Varone, DIA 5 agosto 2004, prot. 25508.

[25] ASDNo, «Pianta della Nuova Parrocchia del SS. Salvatore in Valle di Pompei. Proprietà Comm.e Bartolo Longo», F. Valle di Pompei, c. 2 a. 1898.

[26] B. LONGO, “Il Rosario e la Nuova Pompei”, 1899, pp.134-135.

[27] ABL, «Misura dei lavori eseguiti da Gennaro Accardi per la costruzione di rustico di una Rotonda e Sagrestia annessa in contrada S. Abundo in Valle di Pompei di proprietà dell’Ill.mo Comm.e Avvocato Bartolo Longo», Sez. I, F. 4, a. 1895.

[28] Ibidem.

[29] Grete STEFANI, Contributo alla carta archeologica dell'”ager pompeianus”. I rinvenimenti presso Porta Vesuvio, in Rivista di Studi Pompeiani, VII, 1995-96, pp. 11-33.

[30] Felice SENATORE, Pompeii e l’ager Pompeianus, in F. SENATORE (a cura di), Pompei, Capri e la Penisola Sorrentina, Atti del quinto ciclo di conferenze di geologia, storia e archeologia. Pompei, Anacapri, Scafati, Castellammare di Stabia, ottobre 2002-aprile 2003, Capri 2004, pp. 429-449.

[31] In linea con i criteri della CEI che ha posto in essere un progetto per il Censimento delle Chiese delle Diocesi Italiane, ancora in itinere, nell’ambito del quale, le parrocchie pompeiane figurano nell’Elenco Chiese ma per esse non risulta redatta alcuna scheda di approfondimento.

[32] Tatiana K. KIROVA, Assenze e presenze nella città storica. Il caso di Cagliari, in Caterina GIANNATASIO (a cura di), Antiche ferite e nuovi significati. Permanenze e trasformazioni nella città storica, workshop internazionale di Restauro Architettonico e Urbano, Atti del Seminario, Cagliari 14-15 settembre 2007, Roma 2009, pp. 185-198.

[33] Felice SENATORE, Ager Pompeianus: viticultura e territorio nella piana del Sarno nel I sec. d.C., in Felice SENATORE (a cura di), Pompei, il Sarno e la Penisola Sorrentina, Atti del primo ciclo di conferenze di geologia, storia, archeologia, Pompei, aprile-giugno 1997, Pompei 1998, pp. 135-166.

[34] Lungo quasi tutte le strade di accesso alla città, sono dislocate necropoli extra moenia ma tra i siti più significativi dell’antica città di Pompei è possibile menzionare proprio alcune sepolture ubicate nei pressi di Porta Vesuvio. In particolare è stata riscontrata una tomba a sedile semicircolare detta “a schola”, realizzata in tufo. Mentre, con base in tufo e opera incerta stuccata, è la tomba di Septumia, e della tomba di C. Vestorius Priscus, amministratore edile si conservano stucchi in rilievo, affreschi con scene di caccia, sulla vita del defunto e lotte tra gladiatori (Cfr, SAPES, Soprintendenza Speciale per Pompei, Ercolano e Stabia, (a cura di), Piccola guida agli Scavi di Pompei, Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, Castellammare di Stabia 2015, p. 31).

[35] Soprattutto ville rustiche dell’antico sobborgo pompeiano, tra cui la Pisanella, il cui reperto celebre denominato il “Tesoro di Boscoreale” è in parte custodito al Louvre; la villa di Publio Fannio Sinistore, villa Regina etc.

[36] Stefano DE CARO, Notizie di vecchi scavi. Una tomba antica nel cimitero di Pompei, in “Pompeii Herculaneum Stabiae”, Bollettino dell’Associazione Internazionale Amici di Pompei, I Pompei 1983, pp. 41-48.

[37] ASAPES, Decreto di vincolo, 27 marzo 1985

[38] Antonio VARONE, I luoghi e le attività, in Marisa RANIERI PANETTA (a cura di), Pompei. Storia, vita e arte della città sepolta, Soprintendenza Archeologica di Pompei e Soprintendenza per i Beni Archeologici di Napoli e Caserta, Vercelli 2004, pp. 158-161.

[39]Si veda tal proposito Grete STEFANI, Contributo alla carta archeologica dell'”ager pompeianus”. I rinvenimenti presso Porta Vesuvio, … cit., pp. 11-33; e Felice SENATORE, Pompeii e l’ager Pompeianus, in F. SENATORE (a cura di), Pompei, Capri e la Penisola Sorrentina, Atti del quinto ciclo di conferenze di geologia, storia e archeologia … cit., pp. 429-449.

[40] ASCP, nota del 2 aprile 1980, prot. 5670.

[41] ASCP, nota del 27 novembre 1980, prot. 16430; e nota del 7 luglio 1981, prot. 11090.

[42] ASCP, nota de 8 agosto 1982, prot. 13321.

[43] ASCP, nota del 17 maggio 1980, prot. 7789.

[44] ASCP, nota del 14 luglio 1980, prot. 10249. Inoltre, due anni dopo M. Giuseppina Cerulli Irelli in una nota precisa che il nulla-osta preventivo della Soprintendenza prescritto dalla normativa, è riferito non solo ad alcune zone del Comune ma estesa a tutto il territorio secondo le prescrizioni del C.T.A. e recepite dal Piano comunale per cui i delegati dell’Ente suddetto erano autorizzati ad eseguire saggi investigativi prima di nuove costruzioni (ASCP, nota del 6 aprile 1982, prot. 5914).

[45] Un grande serbatoio a pianta circolare di circa 6 m di diametro coperto a cupola, cui sul fianco est in opera reticolata si addossa il muro di Porta Vesuvio (SAPES, Soprintendenza Speciale per Pompei, Ercolano e Stabia, (a cura di), Piccola guida agli Scavi di Pompei, … cit., p. 32).

[46] Marco IULIANO, La città nuova (1876-1887), in Marco IULIANO, Serena G. FEDERICO (a cura di), Bartolo Longo “urbanista” a Valle di Pompei 1876-1926, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 2000, pp. 43-44.

[47] Pasquale PETILLO, Il Santuario, in Marco IULIANO, Serena G. FEDERICO (a cura di), op. cit., pp. 88-89.

[48] ASAPES, Decreto di Vincolo 18-10-1983.

[49] Le strutture rinvenute, al termine delle indagini, sono state nuovamente interrate a causa del tracciato autostradale (NA-SA) sovrastante e radente la zona interessata, e per la presenza di una falda acquifera affiorante (ASAPES, Anna Maria SODO, Relazione Archeologica, 2 marzo 2015).

[50] Su Moregine, il “quartiere del Sarno” e gli affreschi rinvenuti si veda: Felice SENATORE, Pompeii e l’ager Pompeianus, in F. SENATORE (a cura di), Pompei, Capri e la Penisola Sorrentina, Atti del quinto ciclo di conferenze di geologia, storia e archeologia … cit., pp. 429-449.

[51] Si coglie l’occasione per ringraziare la Responsabile del Laboratorio di Conservazione e Restauro del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, dottoressa Luigia Melillo per la consulenza scientifica generosamente concessa.

[52] Pasquale ARGENZIANO, Novecento napoletano. L’architettura della “Nuova Pompei” nel disegno di Pasquale Amodio, in Carmine GAMBARDELLA (a cura di), Atlante di Pompei, La Scuola di Pitagora Editrice, Napoli 2012, pp. 525-540.

[53] Il prof. arch. Carmine Gambardella ha condotto con il gruppo di lavoro il rilievo digitale integrato dell’Anfiteatro, base per il progetto di compatibilità dell’Anfitetro a sede di rappresentazioni musicali e teatrali studiato in collaborazione con i proff. Paolo Portoghesi e Mario Alberto Veronesi.

[54] Riccardo SERRAGLIO, Le “comode, nette, belle ed igieniche” Case Operaie della Nuova Pompei, in Carmine GAMBARDELLA (a cura di), Atlante di Pompei, … cit., pp. 253-262.

[55] Michele DI VIRGILIO, Preesistenze archeologiche nel sito delle case operaie, in Carmine GAMBARDELLA (a cura di), Atlante di Pompei … cit., pp. 263-266.

[56] Un progetto di restauro presentato nel 1994 ne prevedeva la riconversione in “Centro di formazione e promozione dell’artigianato sacro e delle attività connesse”. Sulle case operaie di Pompei si veda: Mariapina FRISINI, Le case operaie, in Marco IULIANO, Serena G. FEDERICO (a cura di), op. cit., pp. 107-114.

[57] Sulla figura di Aristide Leonori si veda: Francesca FABRIS, L’opera dell’architetto romano Aristide Leonori 1856-1928,  tesi di laurea in Architettura, Università di Roma “La Sapienza”, facoltà di Architettura, relatore: Giorgio Muratore, a.a. 1992-93.

[58] Bartolo LONGO, Storia del Santuario di Pompei dalle origini al 1879, Pontificio Santuario di Pompei, 2000, riproduzione anastatica dell’edizione 1954, p. 7.

[59] Dal 1907, infatti, il pozzo dell’annesso giardino, la cui acqua minerale, analizzata finanche dal prof. Cardarelli, fu classificata «superiore alle altre di simil genere sia d’Italia che dell’Estero», diverrà «la novella fonte di ricchezze per coteste contrate» (Serena G. FEDERICO, La fonte salutare e il palazzo De Fusco, in Marco IULIANO, Serena G. FEDERICO (a cura di), op. cit., pp. 140-145).

[60] Pasquale ARGENZIANO, op. cit., pp. 528-531.

[61] Angelo APRILE, L’Ospizio per i figli dei carcerati, in Marco IULIANO, Serena G. FEDERICO (a cura di), op. cit., pp. 123-132.

[62] Tre anni più tardi verrà realizzata su progetto di Luigi Dini anche la stazione della Circumvesuviana. (Cfr, Serena G. FEDERICO, Le stazioni ferroviarie, in Marco IULIANO, Serena G. FEDERICO (a cura di), op. cit., pp. 93-106; e Maria Dolores MORELLI, Nuove stazioni della Circumvesuviana. Un “moderno” Canino ed un classico Eisenman, in Carmine GAMBARDELLA (a cura di), Atlante di Pompei, … cit., pp. 267-270).

[63] Bartolo LONGO, Novena alla Madonna delle Grazie, Valle di Pompei 1912 e Bartolo LONGO, Storia del Santuario di Pompei dalle origini al 1879, cit., pp. 54-65.

[64] Anna Maria AVINO, Madonna delle Grazie in S. Abbondio-Pompei. Storia, culto e tradizioni, Pompei 1995, pp. 29-34.

[65] Bartolo LONGO, Novena alla Madonna delle Grazie, … cit., pp. 2-5.

[66] L’altare, il fregio e la cornice dentellata con iscrizione osca sono custoditi nell’Antiquarium di Pompei.

[67] Lo scavo del tempio condotto dall’archeologa Olga Elia principiò da una casuale scoperta del 1943 a seguito della formazione di un «cratere scavato da una bomba» (Robert ETIENNE, La vita quotidiana a Pompei, Milano 1988, pp. 57-58).

[68] ASCP, nota del 20 aprile 1964, prot. 704.

[69] Aniello CICALESE, Il Santuario di Pompei, guida illustrata, Pompei 1994, p. 75.

[70] ASAPES, Decreto di vincolo, 28 luglio 1988.

[71] “Parrocchia S. Maria Assunta, Pompei. Una chiesa in servizio, un popolo che testimonia la propria fede”, marzo 1978, n. unico, pp. 5-15.

[72]Le notizie inerenti tale sito sono state desunte da dati cortesemente resi disponibili dalle archeologhe Sabrina Mataluna e Maria Grazia Giuliano nell’ambito di una proficua e reciproca integrazione di competenze.

[73] Da diversi anni ha preso piede il concetto di “Museo Diffuso” quale promozione del territorio in quanto consente di “raccontare” la città attraverso le diverse risorse culturali del sistema locale di riferimento. Esempi sono Venezia, Pisa, Monteriggione in Toscana e per l’Umbria l’area archeologica dell’Antica via Flaminia che include i comuni di Otricoli, Narni e Terni.

 

 

1 S. Salvatore

2 S. Maria Rotonda

3 S. Maria alla Giuliana

6 S. Maria Assunta

5 Cuore di Ges

4 Cappella Assunta

8 S. Giuseppe Sposo